I paradossi della montagna turistificata contemporanea. Madesimo, 21 giugno: il Lago Azzurro di Motta, uno dei più noti e celebrati laghi naturali della Valchiavenna, completamente privo di acqua. A nemmeno 1 km di distanza, il bacino artificiale per l’innevamento delle piste da sci completamente pieno di acqua:
Tutto nella “norma”, teoricamente: il Lago Azzurro è alimentato da sorgenti sotterranee dipendenti da piogge e neve, anche quest’anno scarse; non è la prima volta che si svuota, ma negli ultimi anni succede sempre più spesso. Il bacino per l’innevamento viene alimentato dai torrenti locali, dai quali viene prelevata l’acqua che lo riempie, anche ora che non serve.
Tutto “normale”, appunto. Oppure no?
P.S.: dei problemi del Lago Azzurro di Motta ho scritto spesso in passato, si veda qui.
Ricevo da Luigi Casanova – Presidente onorario di Mountain Wilderness Italia e figura di riferimento ed esperienza fondamentali per quanto riguarda i temi legati al mondo della montagna, ambientali e non solo, che ho la gran fortuna di conoscere – e rilancio qui la lettera che ha inviato qualche giorno fa ad alcuni organi di informazione dell’area alpina, nella quale Luigi rilancia considerazioni basilari, e per certi versi amare, sulla montagna contemporanea quand’essa venga soggiogata alla turistificazione più ottusa e insensibile nonché a una visione delle terre alte totalmente priva di cura e di consapevolezza del valore culturale del paesaggio montano.
“Consumo” è un termine che purtroppo devo usare spesso anche io, nel trattare certe questioni, che rimanda non solo all’idea di consumismo ma pure alla pratica del consumare le montagne, dell’eroderne il paesaggio identitario, del dilapidarne le risorse, sciuparne la bellezza, distruggerne la storia passata e ancor più quella futura. Sembra un’assurdità il pensare che possa accadere tutto ciò a fronte di un patrimonio collettivo talmente inestimabile come quello del nostro paesaggio, e delle montagne ancor più stante la loro fragilità ambientale, eppure tocca continuamente avere a che fare con questa realtà assurda, e parimenti tocca tenere costantemente vigili lo sguardo, la mente, il senso civico, la sensibilità nei confronti del mondo che viviamo e con il quale dobbiamo pure mantenere il miglior equilibrio possibile, per non finire col consumare noi stessi e la nostra “civiltà” ben più rapidamente di qualsiasi montagna.
Per comprendere come la montagna venga consumata nella sua intima pelle, giorno dopo giorno, prendiamo a esempio tre diversi recenti accadimenti. Letti slegati fra loro possono sembrare passi leggeri, di basso impatto. Valutandoli nell’insieme, nella velocità sempre accelerata su come si consumino paesaggi e spazi liberi sulle montagne, qualche istituzione dovrebbe essere portata a agire e fermare questa deriva.
Partiamo dalla controversa croce imposta dal Soccorso alpino locale sul Piz de Guda (Rocca Pietore BL). I membri del gruppo sono soci del CAI. Si tratta di una croce invasiva, di ferro, imponente, con basamento in cemento: porta con se il tradimento dei valori della cristianità autentica, quella che si offre alla comunità in preghiera, anche in silenzio. Uno sfregio sulle alte quote, imposto per apparire, per vanagloria di un gruppo e di un sindaco. Più che cementare una croce in vetta è l’immagine del locale Soccorso alpino a uscirne umiliata: la sua collocazione ha invaso uno spazio fino a poco tempo fa inciso da una croce umile, in legno. Un atto autoritario al quale nessuna istituzione si è opposta, men che meno la magistratura nonostante fosse informata in tempi utili e si sia violata un’area di rete Natura 2000.
Passiamo ora a delle vie ferrate. La società Funivia Ciampac (Canazei, TN) annuncia di voler costruire una nuova via ferrata sulla Crepa Neigra. Non si ritiene sufficiente l’esistente ferrata dei Finanzieri, una situazione di rischio continuo per chi la frequenta. Per alimentare sempre più il circo che usa i mezzi funiviari per salire in quota si aggiunge un nuovo percorso, un insieme di ferraglia imposta alla parete. Eppure tutta l’area circostante l’arrivo della Funivia Ciampac – Contrin è già stata trasformata in circo divertimenti, o meglio, devastata. La montagna autentica e leggera è stata cancellata, ma non ci si accontenta mai. Ogni limite va superato, con cemento e ferri ben ancorati.
Cambiando regione passiamo in Lombardia dove si è annunciato che si realizzerà una nuova via ferrata sul ghiacciaio dei Forni, una via dedicata al fratello della sciatrice Deborah Compagnoni, Jacopo, morto travolto da una valanga (Valfurva SO). Ogni scusa è buona per aggiungere. Invece di apporre una minima, comunque non richiesta targa, si realizzerà una nuova ferrata finanziata con 135 mila euro della Regione Lombardia. Avviene nonostante si sia nel cuore di un’area protetta e delicata.
Si aggiunge sempre. Non si pensa mai a togliere, a ripulire le montagne dagli errori del passato, da sfregi abbandonati al degrado (Fedaja, Stelvio, Tonale). Eppure ancora oggi chi sale le montagne con fatica e i propri mezzi va alla ricerca di spazi liberi, di natura autentica, di paesaggi che non vengano interrotti da intrecci di funi o da torri alberghiere, o croci che invece di parlare con il linguaggio del Vangelo impongono quello dei mercanti. Si inneggia alla potenza dell’uomo, si eleva il narcisismo (di gruppo o singolo) a valore. Si cancellano spazi naturali, paesaggi e emozioni. Questo è il divenire delle montagne italiane. Si deve lasciare l’impronta della nostra arroganza, ovunque e sempre ben visibile. Si occupa ogni spazio, devono trionfare i segni di questa umanità disperata, incapace di leggere la ricchezza di un ambiente libero. Il tutto si riassume in una sola parola. Vuoto.
Ho scritto tante volte qui e altrove del Lago di Motta, meglio conosciuto come Lago Azzurro, uno degli specchi d’acqua naturali più belli delle Alpi lombarde, da qualche stagione “scomparso” – cioè svuotato delle sue acque – in forza dei periodi di scarse precipitazioni nevose e piovose. Be’, c‘è una buona notizia per i suoi tanti estimatori: è ricomparso, bello pieno, presumibilmente grazie alle recenti e intense piogge. Speriamo che resti così a lungo, al netto delle sue variazioni stagionali ordinarie: l’evidenza che il lago sia così dipendente dalle precipitazioni, che i cambiamenti climatici in corso rendono sempre più irregolari sia in quantità che in periodicità, non risolve la preoccupazione per la sua sussistenza ma, appunto, c’è da augurarsi che le cose per il Lago Azzurro si rimettano al meglio.
Di contro, c’è un’altra notizia che concerne la zona, forse meno buona: è ormai quasi pronto il nuovo grande bacino di raccolta delle acque per l’alimentazione dell’impianto di innevamento programmato delle piste da sci di Madesimo. Ecco, in tal caso – al netto dell’assenso o del dissenso verso un’opera del genere – bisogna vivamente sperare che tale bacino non vada a drenare eccessivamente le risorse idriche del territorio (in un articolo del 2021 si legge che «L’acqua sarà prelevata dal torrente Groppera senza modifiche rispetto al prelievo attuale. Andrà ad alimentare un bacino da 45 mila metri cubi»), compromettendo la salute dei corsi d’acqua e magari quella dei bacini lacustri naturali della zona, proprio in considerazione delle mutate condizioni climatiche, dunque inesorabilmente pregiudicando pure la bellezza e il valore ambientale del paesaggio locale.
Purtroppo, il futuro delle nostre montagne è spesso troppo legato a mere speranze più che a solide certezze, visioni programmatiche, idee virtuose, resilienze necessarie. È un altro macro-tema sul quale ci sarebbe moltissimo da lavorare, e con urgenza.
Ogni volta che torno in zona Madesimo, nell’alta Valle Spluga (e lo faccio di frequente per come sia alquanto legato a questo territorio, nel quale ci ho passato le mie estati dagli zero anni fino a oltre la maggiore età), vado a visitare il Lago Azzurro di Motta, un luogo profondamente identitario per la valle e, posto quanto ho appena affermato, per lo scrivente. La facevo prima, per ammirarne la delicata bellezza, lo faccio ancor più ora, nella speranza che la sua bellezza sia rinata ovvero che sia tornata l’acqua nel suo bacino. Dunque l’ho fatto la scorsa domenica, 7 maggio:
Purtroppo, come vedete, la speranza è nuovamente risultata vana. Il lago è vuoto.
Fino a qualche tempo fa il periodo primaverile era quello nel quale, dopo il naturale svuotamento invernale, il lago tornava a riempirsi d’acqua in forza dello scioglimento della neve, degli apporti idrici sotterranei e delle precipitazioni stagionali. Quest’anno, come lo scorso, di neve ne è venuta talmente poca che il suo scioglimento riesce a malapena a inzuppare il fondo del bacino (che di questo passo a breve diventerà un bel prato verde) e nemmeno la pioggia, da mesi altrettanto scarsa, può sopperire alla mancanza d’acqua.
Non resta che mantenere “artificialmente” in vita la speranza di veder rinascere il Lago Azzurro, ovvero augurandosi con un ottimismo da Guinness dei Primati che la normalità idrologica storica della zona possa ripristinarsi presto. Purtroppo, non si sa bene in che modo potrà avvenire se non con copiose nevicate invernali e abbondanti piogge primaverili. È questo che inquieta maggiormente, questa incertezza in ciò che per lungo tempo è stato normale e oggi viene da temere che non lo sia più. Ma, spero, appunto, che la storia del meraviglioso Lago Azzurro non debba finire così.
P.S.: qui trovate il resoconto di altre mie precedenti visite al Lago Azzurro. Qui sotto invece vedete com’era fino a qualche anno fa; l’immagine è tratta da paesidivaltellina.it:
Oggi abbiamo un livello di sicurezza incomparabilmente superiore a quello di ogni altra epoca precedente. Eppure di fronte a orsi, lupi ed altri selvatici, migranti e mille altri fenomeni naturali, oggi siamo precipitati nel tempo delle paure.
L’esposizione mediatica prolungata di messaggi distorti ci fa inabissare nello spavento perpetuo. Di fronte al rischio che deriva dall’esposizione al pericolo è naturale adottare delle contromisure. Dovremmo però anzitutto renderci conto che il vano annientamento dei pericoli non basta a ricomporre un senso di sicurezza. Senza l’esplorazione di altri valori, come le virtù creative, il piacere, l’invenzione e la corretta comunicazione si rimane costantemente schiavi della paura. Senza l’attivazione di un senso di responsabilità, di conoscenza e relazione con i fenomeni che ci preoccupano, precipitiamo nelle fantasiose ed inefficaci sequele di restrizioni e divieti, così come nel facile abbattimento del plantigrado.
I rischi fanno parte della vita, ma di fronte ad uno stesso pericolo, la reazione delle persone è assai variabile a seconda del carico di ansia che le pervade. È assodato che i comportamenti “superdifensivi” o “iperprotettivi” sono spesso inefficaci o addirittura controproducenti, perché possono sfociare in veri e propri atteggiamenti patologici, volti a controllare gli altri e tutte le avversioni di questo mondo. […]
[Da Il tempo delle paure. Una riflessione sui comportamenti umani in risposta alla paura di Michele Comi, pubblicato su “Montagna.tv” il 01/05/2023. Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo nella sua interezza.]
A quanto scrive Michele Comi – cliccate sul link e leggete il suo articolo interamente, così da ricavarne una comprensione compiuta – mi viene solo da aggiungere un noto pensiero al riguardo del Buddha: