La “Topographie des Terrors” di Berlino e i conti con la storia della Germania (e non dell’Italia)

Se un giorno visiterete Berlino, o se ci siete già stati e vi manca quanto sto per dirvi, non potete esimervi dal visitare la Topographie des Terrors, il centro di documentazione sul terrore messo in atto e sui crimini perpetrati dalla dittatura nazista sorto proprio ove, dal 1933 al 1945, avevano sede i maggiori poteri politici e militari del nazismo, peraltro proprio di fronte a uno dei rari tratti del muro che divideva Berlino tra Ovest e Est rimasti in piedi (a sua volta altro storico esempio di follia criminale).
La visita della Topographie des Terrors (gratuita, chiaramente), con la sua esposizione interna oltre che esterna a ridosso delle rovine di quelle che erano le celle in cui la Gestapo rinchiudeva e torturava i prigionieri politici, è bellissima tanto quanto inquietante, sappiatelo, ma assolutamente necessaria, ancor più in questo nostro presente che per un drammatico paradosso pare aver già scordato la gran parte di quel periodo terrificante, preparandosi a commettere gli stessi spaventosi errori.

Ma un’altra cosa fondamentale va detta, riguardo la Topographie des Terrors: il centro dimostra come la Germania abbia saputo fare i conti con il proprio passato più oscuro (un passato di 70 anni fa, poi, mica di secoli addietro) e di averlo fatto con grande e schietto approfondimento, mettendosi di fronte allo specchio della storia, guardandosi dritto negli occhi per penetrare con lo sguardo fin nel più profondo del cuore e dell’animo e assolutamente togliendo di torno qualsiasi possibile scusante.
Un’azione culturale, politica, antropologia e sociologica fondamentale che, appunto, la Germania ha attuato e portato a compimento mentre l’Italia, con la sua coeva e altrettanto oscura storia, non ha mai veramente saputo compiere. Mai. Abbiamo preferito tralasciare, noi italiani, contando ingenuamente (ovvero stupidamente) che, come sovente accade, il tempo medicasse ogni ferita, ogni lacerazione anche ove incancrenita e non intuendo invece che “lesioni” del genere non guariscono affatto, nel giro di solo qualche decennio.

Posto ciò, non c’è affatto da sorprendersi nel leggere i dati che sanciscono l’Italia come uno dei paesi più xenofobi d’Europa, con percentuali quasi triple rispetto proprio alla Germania (cliccate sui link per accedere alle fonti dei dati suddetti). Posto ciò, non c’è ugualmente da stupirsi se la gran parte del dibattito politico, ideologico e a volte pure culturale presente nell’opinione pubblica italiana è quasi sempre basato sullo scontro e sulla più prepotente discriminazione vicendevole delle idee e quasi mai sul dialogo, sul confronto, sulla civiltà che un paese avanzato dovrebbe dimostrare di default. Di conseguenza, non è per un mero caso se la Germania, oggi e nonostante il suo terribile passato, possieda una società realmente civile, ovvero un senso di comunità nazionale, pur con tutti i distinguo del caso, che l’Italia mai ha avuto e tanto meno nel presente. Per di più con una sorte futura pressoché segnata dacché, posta tale italica situazione, ben difficilmente essa potrà migliorare. La memoria, una volta cancellata, non la si recupera più.

P.S.: cliccate sulle immagini per visitare il sito della Topographie des Terrors (in tedesco e inglese).

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Matera, capitale europea della… incultura?

Dicevano, motivando l’assegnazione del titolo di “capitale europea della cultura 2019” a Matera, che “L’obiettivo di Matera di porsi alla guida di un movimento finalizzato all’abbattimento degli ostacoli che impediscono l’accesso alla cultura è visionario”.

Bene, agosto 2017: delle (sole!) tre librerie cittadine, una è a rischio di chiusura. Riguardo i lavori programmati in poli culturali fondamentali per la città – e per una “capitale della cultura” ancor di più – come il restauro del Museo, il potenziamento della sede universitaria o la stabilizzazione della Biblioteca provinciale, «Non sono neppure state avviate le pratiche». Nel frattempo, i celeberrimi Sassi «si stanno trasformando in un bazar, rinnegando la loro storia. Dove c’erano officine, magazzini, cantine, ora i turisti dormono, mangiano, si abbronzano».

Ma tranquilli, manca ancora un anno e mezzo di tempo al 2019 e non si può non restare coerenti con quanto asserito nella citazione in testa all’articolo: infatti, sperare che in questo tempo rimanente la città diventi una vera e giustificata capitale europea della cultura non trovate sia altrettanto visionario?

Un attimo… vediamo cosa ha ribattuto l’assessore cittadino ai Sassi e alla Gestione Unesco: «Il percorso tecnico è definito, ora la parola passa alla volontà della politica».
Ah, la “volontà della politica”, dice?
Sì, assolutamente, totalmente, inesorabilmente visionario!

Sia chiaro: che l’intero anno 2019 in veste di “capitale europea della cultura” per Matera sia un successo strepitoso. Sperando che nel frattempo si determini cosa si voglia intendere per “cultura”: forse è questo il vero nocciolo della questione nonché l’autentico progetto di sviluppo a lungo termine per la città, ben oltre il 2019.

N.B.: fatti e citazioni riportate nell’articolo sono tratte da La Stampa, qui.

Summer Rewind #2 – “Ma come! Da solo?” (Sull’alto valore sociale della solitudine, e su chi non lo sa riconoscere)

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine il 9 luglio 2015.)

image“E te ne vai in montagna da solo?”
Quante volte mi sono sentito obiettare un’affermazione del genere! – in pratica, ogni volta o quasi dicevo e dico che non ho alcun problema ad andare per boschi, monti, vette e zone selvagge in compagnia soltanto di me stesso. E non per bieco solipsismo o per (comprensibile, spesso) misantropia, ma perché trovo che la solitudine in ambiente naturale è, oggi, l’unica condizione nella quale si possa nuovamente, e in modo intenso e costruttivo, avere a che fare con sé stessi. Avere a che fare con ciò che si è, con la propria reale natura umana (nella Natura propriamente detta, non casualmente), con le proprie idee che, in certi contesti, non disturbate da null’altro di antropico, facilmente si generano e sviluppano in un modo più genuino e sincero del solito, ovvero privo di qualsiasi sovrastruttura mentale/intellettuale estranea.
Tanti, invece, strabuzzano gli occhi, letteralmente terrorizzati di restarsene soli. Ovviamente (non credo dovrei precisarlo, ma tant’è) non mi riferisco alla solitudine forzata, quella a cui costringono le sfortune della vita quotidiana, ma al restarsene consapevolmente e scientemente soli con sé stessi. Ecco, a volte ho l’impressione che parecchia gente abbia soprattutto questa grande paura: potersi trovare a dover fare i conti con sé stessi, ovvero – forse – privati di qualsiasi “protezione” sociale e urbana, a scoprirsi ciò che non si pensa di essere e non si vorrebbe essere. Siamo così costretti al giorno d’oggi, anche con brutalità peraltro non intesa e percepita, a doverci continuamente relazionare con chiunque ci stia intorno, a doverci sentire parte (conforme e conformata) del gruppo umano, a dover interagire con esso cercando il più possibile di metterci in evidenza per non percepirci ai margini di quel gruppo, appunto. Non è un caso che di frequente si insista sulla peculiarità “social” del web contemporaneo: cosa bellissima e comprensibilissima, sia chiaro, ma assolutamente non eliminante la bontà, il senso e l’essenza della condizione opposta – non di asocialità, ribadisco, ma di distacco temporaneo dall’ambito sociale e dai suoi meccanismi ordinari (appunto definibili anche come “conformismi”, se così si vuole). Senza poi citare tutte quelle varie cose che di questi tempi vengono ritenute “socializzanti” – da quelle più banali, tipo i selfie, ai riti collettivi di varia natura che ammettono solo partecipazione e inclusione, non dissenso ed esclusione. Eppure, non vi pare che di frequente tutti questi esercizi socializzanti siano in verità manifestazioni autoescludenti, o autoghettizzanti? Il selfie, tanto per dire, serve per farci vedere e relazionarci con gli altri oppure serve per metterci al centro di tutto escludendo ogni altra cosa intorno? Oppure, all’estremo opposto: il dover essere parte di un gruppo, così da sentirsi in qualche modo “importanti”, non è in verità un subdolo metodo di annullamento individuale col quale, paradossalmente, nell’inclusione uniformante e massificante, perdiamo del tutto ciò che crediamo di poter conseguire?
Tuttavia, sono convintissimo che proprio la scelta di una solitudine periodica, attuata in ambito il meno possibile antropizzato, sia il modo migliore per riguadagnare una socialità nuovamente virtuosa e veramente civile. Forse solo se si è in grado di fare i conti con sé stessi si può pensare di poter fare i conti con gli altri: e se questa non è una condizione dalla valenza generale, senza dubbio è una concreta possibilità di evoluzione sociale dal singolare al collettivo. Forse anche per tale motivo è cosa tanto poco praticata e ritenuta dai più non ordinaria, se non addirittura bizzarra, e forse proprio per ciò la nostra civiltà, così ben fornita di strumenti di socializzazione d’ogni sorta, digitali o meno, è di frequente tanto carente di autentica e umana socialità.
Quindi sì, me ne vado in montagna da solo. Sui monti, per boschi, valli, zone più o meno lontane da qualsiasi presenza umana, dove ancora si possa trovare la quiete dal rumore bianco antropico, dove nulla possa disturbare la riconnessione con la parte più genuina del mondo in cui viviamo, ovvero con la similare parte di me stesso. Per poco tempo o per intere giornate non importa, non è questa una cosa che abbisogni di unità di misura spaziali o temporali per ritrovarmi nuovamente solo, tra me e me e null’altro, coi miei pensieri, le mie emozioni, le mie sensazioni, gli istinti e i raziocini, la forma la sostanza e l’essenza di chi sono e ciò che sono.
Si riguadagna la conoscenza della propria presenza nel mondo, credetemi, e del senso di essa, se non del senso generale dell’intera propria vita. Ma anche senza ottenere un così alto risultato, anche solo con l’essersi trovati nella condizione ideale per poterlo mirare, anche essendo riusciti a trovarci in fronte a noi stessi solo per qualche momento e a guardarci negli occhi – lo sguardo della mente in quello del cuore, e dell’animo e dello spirito – si potrà tornare nella iper-antropizzata civiltà contemporanea con qualcosa di più, a partire da una maggiore consapevolezza di sé stessi e altrettanta potenziali maggior fiducia in sé stessi. E converrete che non è affatto poco.

(Nell’immagine in testa al post: Leonid Afremov, Alone in the fog.)

“a2410 Festival”: dal 17 al 23 luglio, un’utopia montana che diverrà realtà

Di a2410 vi ho già parlato in questo articolo, qualche tempo fa: ora che manca poco all’avvio del progetto, appare sempre più valido ciò che scrissi: a2410 è la realizzazione di una piccola/grande utopia, portare e offrire l’arte contemporanea – visiva e non solo – in alta montagna, in modo giammai estemporaneo e random ma in profonda armonia geografica, artistica, culturale e antropologica con il luogo in cui si manifesta. Non una novità in senso assoluto, l’arte in quota: eventi del genere sono già stati realizzati, a volte con risultati interessanti, altre più discutibili quando non sconclusionati, ma a mio modo di vedere ciò che offre il progetto a2410 è qualcosa di rara suggestione ed efficacia, nonché di sagace contestualizzazione.

Manca poco, appunto: dal 17 al 23 luglio 2017, a2410 arriverà sulla vetta della Grigna Settentrionale con una settimana di workshop, talks, proiezioni, concerti in cuffia wireless e momenti di ricerca artistica e progettazione. La struttura all’interno della quale sarà ospitato il festival quest’anno sarà la tenda “Colle Sud Maxi” gentilmente fornita dal main sponsor tecnico Ferrino.

La tenda di a2410 è un primo passo verso la progettazione di “The Cell” e lo sviluppo di una ricerca specifica sulle strutture abitative minime alla quale il progetto intende dar corpo. Capace di ospitare al suo interno un pubblico di 30 persone è dotata di una tecnologia audio/video d’avanguardia, con videoproiezioni e riprese video a 360° e fornita di  audio spazializzato e ascolto wireless auricolare. Tale “sistema vivo” è progettato per captare e registrare ciò che avviene al suo interno ed amplificarlo a distanza tramite il web. 
a2410 è infatti uno spazio pensato sia per i temerari che vogliono raggiungere la vetta, che per tutti coloro che preferiranno averne un’esperienza in differita via etere.

Il percorso di ricerca e sviluppo a 2410 m s.l.m. sarà articolato a partire dal minimo comune denominatore del progetto: offrire esperienze estetiche sostenibili e capaci di far risuonare una “condizione di quota”, dove la natura è l’ineffabile padrona di casa e dove la mente di chi è ospite si fa eterea.

Ecco il programma del festival:

La prevendita biglietti per i vari eventi la trovate qui: http://a2410.it/tickets/

Ogni informazione utile su a2410 e sul festival la trovate invece qui: www.a2410.it | Facebook www.facebook.com/a2410 | Evento facebook | Instagramwww.instagram.com/a2410_it | Youtube www.youtube.com/c/a2410

Per ogni altra richiesta: info@a2410.it 

a2410 sarà qualcosa di veramente unico, originale, affascinante, profondamente ecologico, assolutamente culturale, intimamente montano. Da non perdere, garantito.

Bèrghem gloria mundi #2 – anche in montagna!

Ok, è un altro post un po’ campanilista, questo, lo ammetto. Ma l’evento è da Guinness World Record, ed è stato talmente particolare da risultare al di là di qualsiasi mera glorificazione di parte. Domenica 9 luglio quasi 3.000 mila persone si sono unite lungo un’unica corda e hanno circondato – o meglio abbracciato – il massiccio della Presolana, una delle montagne più importanti e iconiche delle Alpi Bergamasche, formando la più lunga cordata alpinistica mai vista, il che ha determinato il record da World Guinness.

Il momento della proclamazione del Guinness World Record

La cosiddetta Cordata della Presolana è stato un evento non solo ricreativo-ludico: innestato all’interno di un progetto culturale per la sicurezza, salvaguardia e sostenibilità della montagna, nonché per la sua più ampia accessibilità e fruibilità, l’evento ha perseguito in tal senso anche un’iniziativa particolare: rendere il Rifugio Baita Cassinelli (posto sul versante Sud della montagna orobica) accogliente e accessibile anche ai disabili e alle persone con ridotte capacità motorie. Ogni partecipante alla Cordata è stato automaticamente anche finanziatore di questo progetto sociale e solidale, che alla fine è riuscito a raccogliere i 25.000 Euro necessari a realizzare lo scopo prefisso.

In ogni caso, quella che è stata la portata dell’evento è ben difficilmente esplicabile le poche parole di un post come questo. Molto meglio godersi – qui sotto – le immagini di ciò che è successo, in fondo, girate dal fotografo e Matteo Zanga.

Insomma: n’otra ölta* Bèrghem gloria mundi!

*: “un’altra volta” in dialetto bergamasco, così come il toponimo Bèrghem è dialettale, pur se direttamente derivante – secondo alcune fonti – dal vocabolo germanico Berg Heim, “casa sul monte”. Bergamo e le montagne: un legame – anzi, mi viene da dire, una cordata indissolubile, già!