Le nuvole

[Foto di Karsten Würth da Unsplash.]
Adoro i cieli “popolati” di nuvole. Lungi dall’essere qualcosa di ostile dacché ritenute foriere di possibile maltempo, quando non “spaventevole” se particolarmente cupe, trovo invece che siano un’entità aerea sinonimo di vita e di vitalità, di dinamismo, di vigoria ambientale – dell’ambiente inteso come sistema complesso di relazioni tra qualsiasi elemento (vivente e non vivente) componente la biosfera, dunque pure di e per gli esseri umani. Danno sublime vivacità al cielo e a noi che vi stiamo sotto (soprattutto se sappiamo ancora levare verso l’alto lo sguardo e farci affascinare da tale visione).

Credo semmai che un cielo costantemente sereno e azzurro, senza traccia di nuvole per lungo tempo, così monotonamente “pieno” di nulla, questo sì sarebbe parecchio inquietante, più di qualsiasi cumulonembo carico di pioggia a spasso per la troposfera. Sarebbe troppo bello per essere vero così a lungo, ci sarebbe qualcosa che non va – e non solo meteorologicamente.

Inoltre, al solito, se possiamo gioire per la bellezza e la purezza di certe giornate dal cielo inopinatamente azzurro e limpido, è anche grazie a quelle altre giornate dal cielo ingombro e ribollente di nubi che da par loro ci fanno più apprezzare le prime. A volte, e non me ne voglia il buon Leopardi, piuttosto della quiete dopo la tempesta può essere più affascinante la tempesta prima della quiete!

I bollettini meteo e le creme “scioglipancia”

Tempo fa, sulla base delle mie esperienze personali, ero giunto alla conclusione di poter ritenere la categoria dei previsori meteorologici affidabile, nei propri bollettini (salvo rarissime eccezioni), quanto quella degli astrologi da rivista di gossip.

Ora, ripensando a ciò e avendo nel frattempo accumulato ulteriori testimonianze al riguardo, credo di essermi sbagliato. Sì, gli astrologi ci azzeccano di più. A quanto pare, tirare a indovinare vaticini con le congiunzioni astrali è più facile che inventare bollettini con le congiunzioni meteoriche, ecco.

Conseguentemente, basarsi sulle previsioni dei bollettini meteo che ordinariamente circolano sui mezzi di informazione e sul web e far dipendere da essi le proprie attività quotidiane, salvo sporadiche eccezioni (ma per la cui “convenienza meteorologica” sovente basta il più ordinario buon senso), è pratica ormai da degradare a un livello inferiore rispetto a quella del dar fede agli oroscopi dei rotocalchi, dunque da fissare al livello degli acquisti delle «creme scioglipancia» di Wanna Marchi.

Tuttavia, sia chiaro, la meteorologia vera è tutt’altra cosa rispetto alle “previsioni del tempo”, così come la nostra relazione con il mondo e con le sue fenomenologie naturali è tutt’altra cosa da quella praticata da chi il mondo lo vive dando fede ai “vaticini” degli oroscopi, alle televendite di prodotti miracolose e ai bollettini meteo farlocchi. In fondo il principio di base è lo stesso di quei prodotti-fake di Wanna Marchi: non era di lei che vendeva falsità la colpa maggiore, ma di chi le credeva. Già.

P.S.: sì, continuo la mia personale battaglia contro le “previsioni del tempo”, secondo me una delle cose più futili della nostra ordinaria contemporaneità. Una battaglia persa in partenza, forse: ma, nel caso, è una sconfitta che non mi provoca alcun dispiacere.

Mareggiate montane

Il bello di abitare sulle montagne è anche che a volte è un po’ come abitare sul mare, ad esempio quando dalle nostre alture possiamo godere della visione di spettacolari “mareggiate” nebulose che nulla o quasi hanno da invidiare a quelle marine se non oceaniche.
“Quasi”, sì, perché quassù non ci sono navigli che spinti dai marosi vanno a schiantarsi contro le grandi scogliere montane e dunque, purtroppo, non vi sono tesori da recuperare dai loro relitti. Tuttavia, converrete che di “tesori”, forse anche più preziosi, qui ne abbiamo comunque e, non a caso, proprio così si chiama il monte dal quale è stata presa l’immagine: Tesoro, già.
Tutto torna, insomma, esattamente come le onde del mare che tutte tornano, prima o poi, a una riva.

(La foto è di Giovanni Barbagianni Tornionero, che ringrazio di cuore per avermi concesso di pubblicarla qui.)

Un paesaggio, in cielo

Ieri nel tardo pomeriggio, sopra di me, c’era quel tipo di cielo che io definisco “da arcipelago finlandese” – si veda l’immagine qui sopra.
Voi magari ora supporrete: perché un cielo così l’hai visto durante qualche tuo viaggio in Finlandia?
No, non l’ho visto lì. Ovvero, sì, ho visto lì qualcosa di molto simile: ma non in cielo, semmai dal cielo.
Già, perché l’osservazione di quel particolare cielo, ieri, con tutte quelle innumerevoli piccole nuvole distaccate l’una dall’altra e sperse nell’azzurro intenso di fondo, mi ha subito ricordato – da “buon” visionario quale sono – la peculiare veduta aerea delle innumerevoli piccole isole sperse nel blu del Mar Baltico presso il Parco Nazionale dell’Arcipelago Marino, nella Finlandia sudoccidentale:

Una visione simile a quella di talune altre zone lungo le coste scandinave (Finlandia e Svezia sono di gran lunga i paesi al mondo che hanno più isole: quasi 410.000 nel complesso!) ma comunque tipica di questa spettacolare parte del continente europeo.

D’altronde, il bello dello scoprire sempre nuovi paesaggi è che a volte non li si scova soltanto sulla Terra ma pure in cielo o altrove: e, a modo loro ovvero nella loro immaterialità, anch’essi sono “paesaggi” nel senso propriamente culturale del termine, anche se non li può raggiungere – o, forse, proprio in forza di ciò.

N.B.: l’immagine in alto è mia, quella in basso è tratta da Google Earth.

Cieli inquietanti, ma intriganti

[Immagini di (dall’alto e da sinistra a destra): Daoudi Aissa, Tom Barrett, Egor Yakushkin, Laura B, tutte tratte da unsplash.com.]
Se non fosse così foriero di maltempo e di possibili, conseguenti danni – posta la “tropicalizzazione” (termine invero fuorviante, anche se rende l’idea) dei fenomeni meteorologici cagionata dal cambiamento climatico – il cielo ingombro di nubi temporalesche in costante movimento, con tutte le sfumature possibili del grigio che presenta, così ribollente di nembi gonfi e poi sfilacciati e poi ancora addensati l’uno addosso all’altro, possiederebbe (e possiede, salvo quanto sopra) un fascino insuperabile, quasi ipnotico seppur per certi versi inquietante, appunto. Sembra di osservare un orizzonte sospeso in cielo fatto di morfologie poliformi, poderose, soverchianti, monti e valli e conche e colline nebulose dai contorni a volte netti, altre volte sfrangiati, capaci di generare nell’osservatore la percezione di un inopinato paesaggio, possente e definito nell’istante della visione ma che, solo pochi attimi dopo, ha già cambiato aspetto, forme, consistenze, tonalità, suscitando così ulteriori e diverse percezioni che regalano sensazioni tanto particolari quanto effimere, dato che bastano solo pochi altri secondi perché nuovamente tutto muti e assuma ancora altre sembianze e variazioni acromatiche. È uno spettacolo dei più affascinanti, senza alcun dubbio ma con molto paradosso: in fondo, nel mentre lo si ammira incantati tocca sperare che non metta in atto ciò che di meteorologico così vistosamente e tenebrosamente minaccia! Ma il cielo azzurro, in tutta la sua purezza a volte insuperabile e sempre così incantevole e tranquillizzante, non saprà mai essere parimenti fascinoso. La bellezza, a volte, è tale perché è drammatica, già.

P.S.: in verità ho già parlato di questo tema altre volte, ad esempio qui e qui e pure qui, anche se attraverso differenti punti di vista. A chi ritenesse questo articolo banalmente ripetitivo, chiedo perdono e pazienza.