Un tramonto al contrario

Il fatto di abitare dove abito, cioè in montagna, e di doverci quotidianamente rientrare salendo dal “piano”, in questo periodo mi regala una – per così dire – “visione contraria” del tramonto tanto fantasiosa quanto suggestiva.

Già, perché salendo verso casa intorno alle 19.30, come faccio solitamente, con un viaggio automobilistico di circa 15 minuti, mi ritrovo nella condizione ambientale in forza della quale per chi è in basso il Sole è già tramontato dietro i monti a occidente, mentre per chi è in alto è ancora visibile sopra l’orizzonte: dunque io (e quelli che compiono la stessa cosa), salendo dal basso, man mano che percorro la strada godo della visione del Sole che (ri)sorge, sbucando da dietro quella linea montuosa a ponente. Parto da una zona ormai calata nell’ombra serale e arrivo a casa nella piena luce del Sole.

Il quale poi, di lì a breve, riprende anche per me la sua inesorabile discesa oltre l’orizzonte ma, almeno per quegli attimi che vi ho descritto, solo dopo avermi regalato la possibilità di godere di un’ultima immaginosa suggestione diurna. Be’, magari ingenua e banale, eppure assai allietante, già.

(P.S.: immagini di Jessie Eastland, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.)

Nebbia

Sono giornate dalle condizioni meteorologiche variabili queste, qui dalle mie parti, e sovente i monti sui quali vivo sono avvolti dalla nebbia: a volte poco più che una foschia, altre volte tanto fitta da poterla quasi abbrancare – o, come si dice in tali casi, “da poter essere tagliata con un coltello”.

Fa paura a tanti, la nebbia, mette inquietudine, disorienta e confonde. È senza dubbio pericolosa in certi casi, inutile rimarcarlo; eppure, quando avvolge il paesaggio naturale e ne rende evanescenti i contorni, gli alberi, i profili delle case, le luci artificiali, ovattando pure (almeno così pare) suoni e rumori, a me dona una sensazione di cordiale intimità. Non mi ci sento disperso e privo di coordinate spaziali, oppure confuso dall’impossibilità di vedere cosa ho intorno, anzi, al contrario è come se la nebbia mi acuisse la sensibilità sensoriale, mi obbligasse a percepire ancora meglio la mia presenza e il moto nello spazio dando maggior importanza ai dettagli minimi, quelli che ogni tanti emergono più o meno indistinti dal velo brumoso e che da soli devono e possono disegnare nella mia mente il paesaggio nelle vicinanze. Un paesaggio totalmente avvolto in questa coperta nebbiosa, forse disorientato ma, in fondo, per certi versi anche protetto da essa.

Poi, certo, ammetto che forse tutto ciò deriva dalla mia personale, e probabilmente inopinata, passione per i climi “difficili” – pioggia, gelo, nebbia, eccetera – ma ciò non per un personale eventuale ombrosità d’animo, semmai perché grazie ad essi posso ancor meglio apprezzare e godere i climi più luminosi, confortevoli, accoglienti, sapendo che gli uni e gli altri sono comunque due aspetti dello stesso paesaggio che vivo e con il quale in ogni caso mi relaziono, ogni volta che lascio le mura domestiche. Indispensabilmente, che piova, nevichi, vi sia nebbia o che splenda il più abbacinante Sole.

Il paesaggio alpino non è rinnovabile!

[Foto di Bastian Pudill da Unsplash.]
Il paesaggio è sempre più una chiave per la negoziazione di questioni sociali e politiche, sia nella sua concretezza materiale e sia nel concetto immateriale. La CIPRA – Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, organizzazione non governativa transalpina che rappresenta, elabora e manifesta, a mio modo di vedere, la visione più avanzata e spesso innovativa sui temi riguardanti il paesaggio (alpino e non solo) e le relazioni umane con esso, da sempre e in modo crescente negli ultimi anni ha approfondito le tematiche sopra citate dedicandosi al tema prioritario del “paesaggio” quale risultato di una stretta interazione tra le attività umane e le dinamiche naturali.

In effetti quello che chiamiamo paesaggio è il risultato di una varietà di interrelazioni tra fattori ecologici, sociali e culturali. La CIPRA concepisce il paesaggio non solo in senso geografico, ma anche come una percezione sociale e culturale, personale e comunitaria del territorio. Il paesaggio è inteso come il risultato dell’azione e della percezione sociale, in rapporto di interazione reciproca con coloro che agiscono e lo percepiscono. Esso fa quindi riferimento a quanto stabilito dalla Convenzione Europea del Paesaggio; d’altro canto il paesaggio funge anche da tramite dell’esperienza fisica, un’esperienza che non è esclusiva ma aperta a tutti. Le/i fruitori del paesaggio non sono necessariamente i suoi proprietari: il paesaggio è anche un patrimonio culturale, una manifestazione della storia collettiva. Allo stesso modo, il paesaggio serve a garantire lo spazio vitale e fornisce risorse vitali, i cosiddetti servizi ecosistemici. È inoltre indispensabile per promuovere e proteggere la biodiversità.

Tutti questi indirizzi fondamentali sono alla base del Documento di Posizione sul Paesaggio, elaborato nell’ambito di un ampio processo partecipativo che ha coinvolto i rappresentanti della CIPRA, giovani abitanti della regione alpina ed esperti di tutti i Paesi alpini, e che è stato reso noto e pubblicato lo scorso 10 dicembre.

Nella sua struttura il Documento di Posizione rispecchia l’eterogeneo mosaico di paesaggi (alpini) ed evidenzia i requisiti necessari per comprendere e conservare gli elementi caratteristici di questo mosaico paesaggistico. L’approccio della CIPRA al paesaggio si basa sull’individuazione due principi fondamentali: “Paesaggio come Commons” e “Negoziare il paesaggio” (Capitolo 2). Le cinque richieste in seguito formulate (Capitolo 3) fanno riferimento a specifiche forme di utilizzo del paesaggio che determinano una marcata influenza sul medesimo. Nel dettaglio queste sono: (3.1) Paesaggi non sfruttati, (3.2) Agricoltura, (3.3) Energia, (3.4) Tempo libero e (3.5) Urbanizzazione. Le società alpine hanno una grande responsabilità nella gestione dei paesaggi non sfruttati, ormai poco comuni in Europa. Per ognuna delle cinque posizioni vengono descritte le tendenze e le sfide dal punto di vista della CIPRA. Le richieste che ne derivano indicano la strada per uno sviluppo sostenibile nelle Alpi.

Il Documento di Posizione è in buona sostanza uno strumento emblematico e di grande valore che, pure nella sua necessaria stringatezza, rappresenta un compendio degli indirizzi fondamentali sui quali deve (dovrebbe), o quanto meno può (potrebbe) strutturarsi la gestione corretta e virtuosa del paesaggio da parte di tutti i soggetti, pubblici e privati, che in un modo o nell’altro sostengono tale compito. È una pietra angolare sopra la quale si può progettare un buon futuro per un patrimonio collettivo così importante e necessario, ancora oggi troppo incompreso e trascurato ma che, appunto, rappresenta un elemento fondamentale con il quale sviluppare il mondo che abitiamo al meglio e a beneficio di tutti.

Cliccate sull’immagine in testa al post per scaricare il Documento di Posizione sul Paesaggio della CIPRA, dal titolo Il paesaggio alpino non è rinnovabile!, in formato pdf. È senza dubbio una lettura – rapida, ribadisco – interessante e illuminante.

 

Il paesaggio c’è, sempre

[Foto di © Alessia Scaglia, 2020.]
Se aveste intenzione di ammirare un’opera d’arte, vi recaste ove fosse esposta ma, lì giunti, vi fosse qualcosa che vi impedisse la visione, ne rimarreste comunque affascinati come se la visione fosse libera e piena?

Immagino di no.

Ecco, pensate invece a come il paesaggio – che a sua volta possiede e genera una fondamentale valenza estetico-culturale di principio simile a quella posseduta dall’arte – anche quando svanisca, come nel contesto ripreso nell’immagine fotografica lì sopra, resti sempre e comunque affascinante e incantevole! Non si vede quasi del tutto, così nascosto dalle nubi basse in quel caso, e siamo felici di non vedere quasi nulla. Curioso, no?

D’altro canto questa è una significativa prova, ancorché a suo modo “empirica”, di come il paesaggio sia una nostra concezione culturale, prima che una percezione esteriore di natura fondamentalmente estetica. Quello che sovente chiamiamo – per facilità d’intendimento comune – “paesaggio” è in realtà il territorio, con le sue forme e le sue varie peculiarità geografiche, naturalistiche e antropiche; ma il concetto che da tale visione noi ricaviamo, frutto di queste percezioni sensoriali, delle personali sensibilità e del bagaglio culturale che possediamo (tutte cose che “albergano” dentro di noi, dunque), ecco, quello è il paesaggio. Che anche se non vediamo in qualche modo riconosciamo e intuiamo proprio perché gli elementi che lo compongono li produciamo noi stessi, a differenza dell’opera d’arte citata all’inizio che è invece il frutto di una concezione e di una materializzazione altrui, dell’artista: quindi, se non la possiamo vedere, non la possiamo neanche apprezzare.

Pensateci, insomma, se vi capiterà di ritrovarvi in una situazione come quella raffigurata nell’immagine. È qualcosa di empirico, ribadisco, eppure alquanto importante: riconoscere e identificare il paesaggio anche se “nascosto” ci permette di riconoscere e identificare noi stessi in esso, cioè di concepire il nostro posto nel mondo in quel dato luogo e in quel dato momento.

Non è cosa da poco, anzi: è moltissimo. Già.

P.S.: grazie ad Alessia Scaglia per la bellissima immagine.

Le api

[Foto di Aaron Burden da Unsplash]

In passato capitava spesso che accompagnassi mio nonno al suo apiario, dove teneva diversi alveari. Mi ricordo soprattutto il calore e l’incessante ronzio all’interno e nei dintorni. Per non parlare dell’odore! Un insieme di legno, cera, polvere, miele… e api. A casa, nella camera da letto del nonno, c’era un vecchio smielatore fuori uso, di quelli che venivano azionati a mano. Un bel giorno tutta la stanza si riempì di api. Le api del vicino avevano sciamato e si erano annidate nella camera da letto del nonno. All’epoca ero fermamente convinta che, una volta tanto, fossero state le api del nonno a venirlo a trovare invece del contrario. Una volta gli chiesi come faceva a distinguere le sue api da quelle del vicino. Mi rispose: «Sai, alle api femmine lego attorno al collo un piccolo fiocco rosso e ai maschi un piccolo fiocco azzurro». Ovviamente gli credetti. Poco dopo la morte del nonno questa storia mi tornò in mente. E cercavo di indovinare perché quella volta mi avesse dato quella risposta, che non era nemmeno tanto divertente. Per svelare il mistero dovetti aspettare diversi anni, fino alla mia formazione in pedagogia della natura e wilderness, che prevede un metodo particolare di insegnamento, chiamato «Coyote Teaching». Si basa sul modo con cui le popolazioni indigene insegnano le cose ai propri figli. Uno dei principi è il seguente: «Non dare risposte univoche.» La ragione di ciò è che i bambini dovrebbero trovare le loro risposte. Che cosa ha a che fare questo con le api di mio nonno? La risposta è che mio nonno, senza saperlo, era un grandioso «Coyote Mentor». Da quando mi aveva raccontato la storia dei fiocchi rossi e azzurri, io inseguivo ogni ape. Le osservavo con attenzione per capire se facessero parte delle colonie del nonno. Se mi avesse dato una risposta corretta non avrei mai potuto imparare tanto sulle api e realizzare un legame più stretto con loro.

(Marion Ebster, responsabile del progetto «Natura e uomo Cipra», nell’editoriale del nr.106/2020 di “Alpinscena” la rivista di Cipra International, in questo numero dedicata alle api e al loro allevamento nelle Alpi – anche se l’aneddoto raccontato da Ebster ve lo voglio proporre perché è suggestivo e significativo a prescindere. “Alpinscena” potete conoscerla e scaricarla gratis in pdf qui.)