Lo “Spirito Libero” di Franco Perlotto

cop_perlotto-spirito-liberoNon è mia abitudine disquisire di libri che non ho (ancora) letto – ed è cosa, questa, che ribadisco di nuovo come in passato per simili circostanze e che è quasi del tutto categorica (per di più, al momento in cui sto scrivendo, il libro in questione non è ancora uscito). E il quasi, ora, è per colpa di una leggenda.
Perché sì, Franco Perlotto è sul serio un personaggio leggendario. Alpinista tra i più grandi degli ultimi 50 anni, autore di imprese grandissime ed estreme, padre italiano del free climbing (in quanto disciplina e in quanto definizione: avete presente il celebre marchio di abbigliamento Think Pink? Ecco, è una sua creazione!) – guida alpina, viaggiatore, fotografo, giornalista, operatore tra i più qualificati in Italia della cooperazione internazionale in aree critiche del pianeta e tra i massimi esperti al mondo di gestione anti-incendi delle foreste dell’Amazzonia (cosa per la quale è stato insignito di una laurea honoris causa in scienze ambientali)… e, nonostante tutto ciò, una persona dalla modestia e dalla riservatezza inversamente proporzionali alla sua grandezza, uno capace di imprese di massimo livello col minimo del clamore mediatico.
Potrei anche non aggiungere altro – converrete che un libro scritto da un personaggio del genere non può passare inosservato – ma nel caso mancherei di citare un’altra peculiarità di Perlotto: quella di essere pure uno scrittore di gran pregio e tuttavia, anche qui, di esserlo in maniera fin troppo schiva. Da una vita come la sua – come ho già scritto in altre occasioni, ad esempio nella personale recensione di Indio, il suo precedente libro – si potrebbero tranquillamente ricavare dozzine di volumi e di film, alcuni dei quali pure di stampo hollywoodiano: dunque la possibilità di leggere un libro il cui autore è il protagonista di tutto ciò, a questo punto, diventa ancora più immancabile.
Serve aggiungere ancora dell’altro? Forse sì, forse c’è da rimarcare un ultimo-ma-non-ultimo buon motivo per la lettura di Perlotto ovvero quello compendiato nel titolo stesso del libro: Spirito libero. Titolo non semplicemente programmatico ma effettivamente pragmatico: descrive perfettamente quello che è Franco Perlotto ovvero ciò che si respira nei suoi libri. E questo, dal mio punto di vista, è molto più di un buon motivo.

Avevo voglia di disfare i carismi di un alpinismo assurdo fatto di competizioni al limite dell’immoralità, di meschinità, di rivalse, in fondo mi era rimasto e mi ero trovato a compiere scelte per lo meno inconsuete nei meccanismi di un mondo che non poteva avere futuro…L’ambiente degli alpinisti mi escluse dai suoi giochi. Non ero inquadrabile negli schemi. Non cercavo di scalare la parete famosa sulla cima famosa per diventare famoso. Eppure una certa notorietà l’avevo acquisita. Poi gli sponsor mi dissero che non ero più uomo d’immagine per loro. Mi dissero che non ero credibile come testimonial. In effetti alcuni ambienti alpinistici avevano deciso di farmi sparire dal loro firmamento. Non riuscii nemmeno a tenere il conto di quanta arroganza subii in quegli anni. Ma in fondo a me non importava più di tanto.

Franco Perlotto, anni '70, anni '10.
Franco Perlotto, anni ’70, anni ’10.

Cliccate sulla copertina del libro per visitare il sito web della casa editrice, Alpine Studio, e conoscere ogni altra informazione utile. QUI, invece, trovate un articolo su Franco Perlotto che, seppur di qualche tempo fa, riesce almeno un poco a farvi percepire lo spessore del personaggio.

Un sogno?

Quello che potete apprestarvi a leggere è un  racconto che scrissi qualche anno fa per un lavoro ispirato al carsismo della Grigna Settentrionale, montagna delle Prealpi bergamasche sovrastante la Valsassina tra le più ricche di cavità sotterranee d’Europa (più di 900 grotte in una manciata di km quadri: praticamente un groviera montano!). “Scena” sostanziale del racconto è uno dei luoghi più particolari e misteriosi della zona: la Rocca di Baiedo, grosso panettone calcareo che restringe di colpo il solco della Valsassina – formando la cosiddetta “Chiusa di Introbio” – sulla cui sommità si trovano i resti di fortificazioni dalle origini che si perdono ben lontano nel tempo.
Buona lettura!

roccabaiedoUn sogno?

Forse ancora qualche vecchio nonno, in valle, narra ai suoi piccoli nipoti la storia leggendaria della Rocca di Baiedo, quel formidabile masso di verrucano rosso su cui sorgeva il poderoso forte di Simone Arrigoni, potente valligiano medievale, dal quale pare che anche Leonardo trasse spunti importanti per i suoi progetti militari; forse qualcuno di questi nonni conserva il vecchio volume dell’Orlandi, che all’inizio del secolo scorso narrò della Rocca le vicende più segrete e gli sconosciuti misteri; e certamente qualche bambino non troppo distratto dai supertecnologici divertimenti contemporanei, resta incredulo e affascinato da quelle antichissime leggende, e dalle immagini che una vispa fantasia può generare da esse nella mente.
Marco non aveva troppa voglia di tornare a casa, quel pomeriggio, tanto buona era la compagnia nella baita su al Pialeral, e tanto bella era quell’ora dolce e tranquilla del giorno, quando tra la declinante luminosità diurna e la sera prossima e già fresca il mondo sembrava sospendersi in una pacata riflessione sull’armonia naturale. Il Sole era già sceso oltre il Grignone, ma ancora la magica luce dell’Autunno pennellava i boschi di colori incredibili, e stagliava nel cielo le creste di tutte le vette in vista, del Foppabona, dei Campelli, del Due Mani e della Grignetta e di ogni altra… Solo verso Nord qualche nuvolone grigio ombrava il paesaggio, forse segno del solito breve fortunale stagionale. Egli amava stare tra quelle “sue” montagne, amava camminare tra quei boschi stupendi, che ad ogni svolta d’ogni sentiero regalavano vedute stupende; fin da piccolo aveva scorrazzato su di essi, soprattutto con il nonno, che se lo portava dietro quando saliva a far legna o a comprare qualche formaggella da amici pastori, e nel cammino aveva sempre da raccontare storie e leggende sui luoghi attraversati, sembrava che la sua conoscenza non avesse mai fine. Forse anche della Rocca di Baiedo aveva raccontato al piccolo Marco, ma certamente oggi, a così tanti anni di distanza e purtroppo senza più presente quel libro di memorie vivente, egli non rimembrava più nulla di quelle bizzarre leggende.
Ora era veramente giunto il momento di scendere. La compagnia buona fa trascorrere veloce il tempo, e l’oscurità, pur in quei boschi conosciuti, è sempre un elemento di timore; inoltre, quelle nuvolaglie grigie a settentrione cominciavano a illuminarsi di lampi minacciosi, e già lontani rombi temporaleschi si potevano sentire. Marco decise di tagliare per i prati dietro la Rocca, e così scendere più velocemente verso Introbio: vecchi e dimenticati sentieri scendevano da quella parte, scivolosi ma veloci nel guadagnare il fondovalle, gli avrebbero fatto guadagnare una bella manciata di minuti, per essere a casa prima di cena in tutta tranquillità. Nei lontani bagliori temporaleschi, la vetta arrotondata della Rocca assumeva contorni quasi sinistri, accresciuti dall’inquietante fischio dei gufi: questi maledetti fortunali di stagione sono tanto rapidi nel giungere quanto nello scatenarsi in un gran baccano ma con ben poca sostanza, tuttavia è prudente starsene sotto un tetto al loro arrivo – egli pensava, giusto passando accanto ad un tronco contorto sul quale evidenti erano le tracce inferte da una folgore lì abbattutasi. Forza, forza! – passo lesto e sicuro!
Passarono solo pochi minuti, e parve scatenarsi il finimondo: il vento ululava paurosamente e contorceva le fronde degli alberi, strappando e gettando foglie ovunque, mentre abbaglianti fulmini precipitavano dal cielo qua e là, comunque troppo vicino a qualsiasi distensione. Marco era proprio dietro la Rocca, vicino ai resti dell’antica fortezza: scendendo di corsa, in un quarto d’ora o poco più sarebbe giunto a casa, ma sembrava che prima, di lì a pochi attimi, il cielo si dovesse aprire e scaricarsi di tutta la pioggia d’un intera stagione. Che fare? Rischiare, peraltro su un sentiero che certamente la pioggia avrebbe reso parecchio scivoloso, o attendere in qualche anfratto o sotto il tetto di qualche baita, visto appunto che quei temporali non erano mai di lunga durata?
Poi, improvviso, un lampo accecante, un boato tremendo, un esplosione, schegge legnose che schizzavano ovunque… Marco barcollò, dallo spostamento d’aria e dall’inopinato terrore, i piedi si misero in fallo, sentì la schiena sbattere contro un muro possente e poi cadde – anzi, precipitò, perché nulla più sembrava essere sotto di lui…

roccabaiedo-1Quando si riprese e riaprì gli occhi, riconobbe subito il volto di Alex, l’amico del Soccorso Alpino; intorno c’era dell’altra gente; la testa doleva ma la mente era lucida.
«Ehi, Alex, che ci fai qui? Uff, devo essere caduto! Scusa, ma devo essere a casa per cena, e…» – ma l’amico lo bloccò subito, ridendo dacché constatava le buone condizioni e l’altrettanto buona cera. Quando il soccorritore gli dimostrò che era quasi l’alba, che lo cercavano perché a casa non era rientrato e che si trovava alla base della Rocca ma dal lato opposto rispetto al punto in cui doveva giungere quel sentiero intrapreso, Marco trasalì. Lo avevano trovato lì, asciutto nonostante il violento temporale, come se fosse rimasto al riparo e da questo uscito solo a pioggia finita; cosa ci facesse in quel luogo lo avrebbe dovuto spiegare egli stesso, ma – per assurda evidenza – Marco non si ricordava nulla delle ore addietro, nulla dopo un forte boato che sembrava ancora echeggiare nella sua testa; ricordava d’essere dietro la Rocca, del temporale imminente, del vento e dei lampi, ma dopo ciò, più nulla.
Stava bene, comunque; venne accompagnato a casa, dove decise di tentare di eliminare quel fastidioso mal di testa con una bella dormita: era giorno di festa, quello, e aveva tutto il tempo di restare coricato in tranquillità; inoltre la giornata era brutta, nuovi nembi temporaleschi stavano addensandosi sopra la Val Biandino, dunque a starsene a casa non avrebbe perso nulla. Certo, che avventura strana! Mai una cosa del genera gli era successa; a volte, anni fa, nelle lunghe escursioni col nonno, era capitato che venissero sorpresi da un violento nubifragio, ma trovavano sempre qualche riparo, e l’occasione era propizia affinché il nonno, nell’attesa forzata del ritorno del sereno, raccontasse con ancor più dovizia di particolari le sue storie. Ora, chissà perché, sembrava che parte di quelle storie riemergessero dai ricordi più sbiaditi – ma era sicuramente un effetto della testa pesante e della confusione in essa. Nonostante le apparenze e le buone sensazioni fisiche, una volta steso si addormentò velocemente, tant’è che nemmeno chiuse le imposte di casa; peraltro, l’ombra delle nubi scuriva abbastanza il cielo e ne tarpava la luminosità solita dei giorni sereni.
E un nuovo temporale giunse, effettivamente; un violento bagliore illuminò a giorno l’intera vallata, e il susseguente tuono la scosse dalle creste più elevate fino al fondo di tutte le forre. Marco si svegliò di soprassalto, sudato, ansimante, gli occhi aperti sui muri della stanza ma in realtà vedenti qualcos’altro, come se un sogno continuasse a richiedere l’attenzione della mente pur dopo l’attimo del risveglio. Era un sogno poi? – era un ricordo vivido come un sogno tale non è mai, svanente con rapidità in pochi attimi negli occhi e poco dopo nella mente… Eppoi, se fosse stato un sogno ovvero un incubo, perché era così sudato, quasi stravolto e turbato? Mai gli era successa una cosa del genere, egli riteneva di non essere un gran sognatore nei suoi sonni abituali. Eppure la mente era come accesa su immagini strane, che secondo dopo secondo sembravano ricomporsi e ordinarsi in una qualche logica, il cui senso – egli credeva di sapere – non gli era del tutto sconosciuto; e queste immagini, dapprima sbiadite e scure, diventavano via via sempre più nitide e intense, chiare e comprensibili ma, di contro, sempre più incredibili.
Ecco, ricordava una sorta di grotta, un anfratto profondo – forse dove si era rifugiato per ripararsi dal temporale – ma questa grotta non sembrava naturale, le sue pareti erano troppo levigate, e il suo fondo uniforme come un grezzo e pur buon pavimento… Inoltre – come era possibile? – non era buia, ma una qualche leggera luce la illuminava abbastanza da camminarci senza tentennamenti. Poi ricordava varie diramazioni, corridoi più foschi di cui non si distingueva che qualche metro, forse alcuni con inferriate o qualcosa del genere… La mente sembrava ricuperare dall’inconscio quelle visioni quasi con fatica, e con una strana sensazione, non di timore quanto più di incredulità, di sbigottimento; ora Marco era giunto in una sorta di grande e spoglia sala, dal cui lato opposto una grande scala intagliata direttamente nella roccia saliva maestosa e inquietante verso l’alto, senza che egli potesse vedere dove finisse. Ecco, egli aveva pensato che quello scalone pareva salire tanto da arrivare fino in vetta al Grignone, e aveva collegato la natura di quella lunga e bizzarra galleria ascendente con la nota presenza di innumerevoli cavità nel corpo carsico della Grigna Settentrionale – certo, ma queste erano e sono naturali, quella scala invece come lo poteva essere?
Il mal di testa non era passato – e ci mancherebbe, con quelle immagini nella mente! Eppure quasi egli voleva mantenerlo, quel fastidio, sperando che la memoria rimuginante e arzigogolante prima o poi riuscisse a capire qualcosa, di quei ricordi; e pensando a ciò, l’immagine del nonno gli tornò vivida, come sovrapposta alle bizzarre visioni: perché? Forse che il nonno, tra le sue mille e mille storie, aveva raccontato qualcosa che in qualche maniera si collegasse alla sua avventura? Intanto, ancora, il sogno o incubo o quant’altro fosse forniva nuovi imprevedibili ricordi: altri corridoi, altre gallerie, una specie di labirinto sotterraneo, quasi che la montagna fosse completamente traforata da tali condotti evidentemente artificiali. E poi, e poi… – alla successiva visione mnemonica, che si fece istantaneamente vivida e fulgida di suggestione, Marco ebbe un fremito possente, e una scarica di brividi gli scosse la schiena: egli ricordava – come poteva essere possibile? – ricordava di intravedere una figura in fondo ad uno di quei cunicoli, una forma avvolta da un velo lungo e bianco che parve subito sfuggire alla sua vista, e che egli sapeva essere una figura di donna, ne era inopinatamente certo! Nel sussulto continuo generato da quelle bizzarrie che la memoria gli offriva alla comprensione, come scosso da schiaffi ripetuti che lo percuotevano nel profondo, ora nitidissima ricordava la voce narrante del nonno, e una di quelle sue leggendarie storie sui misteri della valle – sulla Rocca di Baiedo…
“Si dice vi siano sotterranei laggiù, dove sparirono tante persone, e abissi segreti che vennero chiusi con possenti inferriate per non fare che qualche curioso ugualmente scomparisse; si dice vi sia una porta, da dove una dolce e bella ragazza venne rapita, e che quando si oda il lamentoso ululato dei gufi, gli spiriti della Rocca aleggino intorno e tramino vendetta…”
Ma sono soltanto leggende! – quasi Marco urlò, come per svegliarsi a tutti i costi da quello che sembrava un lungo e continuo sogno, una allucinazione impossibile. Sicuramente – si disse – era scivolato e aveva battuto il capo, probabilmente era svenuto, forse se ne era generato uno stato confusionale che ora provocava quegli assurdi ricordi… Certo, era un mistero come era finito alla base dell’altro versante della Rocca, e come era stato ritrovato asciutto quando quel furioso temporale aveva scaricato una gran quantità d’acqua… Ma sì! – nuovamente cercò di scuotersi – era certamente in confusione, e dunque aveva probabilmente sbagliato sentiero; il nonno ne sapeva tantissime di quelle storie, ma la maggior parte erano frutto della fantasia popolare, delle superstizioni d’un tempo, o se vi era un qualche fondo di verità, il passaparola di tante generazioni lo aveva reso mille volte più “abbondante” della effettiva realtà, lo sanno tutti come si generano certe leggende che oggi si definiscono “metropolitane”!
Il mal di testa persisteva ancora, tuttavia Marco decise di alzarsi; doveva anche cambiarsi d’abito, era ancora vestito come durante la bislacca giornata precedente. Si tolse scarpe e maglione, infilò le mani nelle tasche dei pantaloni per cercarvi un fazzoletto; insieme ad esso, le dita estrassero qualcosa che non si ricordava d’avere: una specie di piccolo sasso piatto, rugoso e sporco di terriccio, ma con una parte del bordo ben definita e liscia. Cercò di capire cosa fosse, ripulendola con le dita e il fazzoletto: sembrava un medaglione, cinque o sei centimetri di diametro ma smangiato su buona parte delle facce, e dal bordo eroso – a parte quella parte più netta. Lo osservò per bene, intuì da quel poco che restava cosa rappresentasse, e una ennesima folgore, questa volta tutta interiore, gli piegò le gambe e lo fece cadere disteso sul letto, quasi svenuto dallo sbigottimento: su quella sorta di medaglia vi era impressa una faccia ritratta di profilo, alcune lettere e una data in caratteri romani: “RIGON, MDVI”! RIGON, Arrigoni… Simone Arrigoni, il signore della Rocca di Baiedo, che venne catturato e ucciso dai Francesi nel 1506! – MDVI, millecinquecentosei in caratteri romani – come lo stesso Leonardo aveva raccontato, e come c’era scritto su quel vecchio libro del nonno del 1900 o giù di lì!
Per un tempo indefinito Marco restò così, steso sul letto, in uno stato quasi catatonico, lo strano medaglione stretto nel pugno; certamente si addormentò, sfinito da un’emozione tanto forte quanto irrazionale, illogica come il senso di certe storie che il tempo sovente conserva più della mente umana, la quale invece, di fronte al mistero, si ferma attonita e impotente ancora oggi, quando l’imperante tecnologia domina su ogni cosa e di ogni cosa spesso pretende di possedere il segreto; ma, altrettanto spesso, tale pretesa è solo una mera illusione, buona per chi non possiede la sensibilità di comprendere come quella presunzione è un segno di debolezza, di chi vuole a tutti i costi dominare per non essere dominato, incapace invece di convivere con i potenziali segreti di una terra antica e meravigliosa come la Valsassina, e percepire di essi tutto l’impulso di fascino e misteriosa bellezza profferto all’animo umano.

392_001Marco non tornò mai sulla Rocca a ricercare quel presumibile cunicolo dove cadde nel labirinto sotterraneo, e non rifiuta la possibilità che tutta quell’avventura fu effettivamente frutto di una allucinazione; più semplicemente, egli ha deciso di mantenere nella sua plurisecolare tranquillità il potenziale mistero, senza intaccarne il fascino e l’influsso su chi ne venisse a conoscenza. Anzi, da quella bizzarra avventura ha saputo ancor più aumentare il suo amore per la valle, per questa terra non solo bella esteriormente, nei suoi meravigliosi paesaggi, nei suoi colori, nelle sue armonie naturali, ma anche interiormente, nei suoi segreti sconosciuti, nelle sue leggende e in chissà quanti altri racconti di cui si popola la storia valsassinese, alcuni noti ed altri dei quali nessuno più ricorda nulla… Lo strano medaglione, invece, lo ha voluto incastonare sulla piccola e semplice lapide che segnala il luogo di sepoltura del nonno, giù al cimitero, quale segno di gratitudine per quel vecchio che, con i suoi continui racconti, lo fece innamorare della sua terra e delle sue storie. Ora che da poco è divenuto padre, Marco si è ripromesso di fare lo stesso con il figlio, di affascinarlo con tutte quelle antiche leggende, quei misteri, quegli enigmi, discepolo di quella tradizione orale tramandata di generazione in generazione la cui salvaguardia rappresenta la vera memoria di un luogo, della sue gente e della sua storia; ma l’avventura della Rocca di Baiedo no, non gliela racconterà: è un segreto tutto suo, quello, e nella sua incredibile, inspiegabile natura forse sopravviverà per sempre.

Excelsior!

cop_libro_CAI-1Questo che state per leggere è un brano tratto da “Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte”, il volume che ho redatto e curato con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – ha festeggiato i 75 anni dalla propria fondazione. nello specifico, è l’introduzione all’ultimo capitolo, quello che disquisisce degli itinerari che raggiungono la vetta massima del Resegone, una delle montagne più celebri delle Alpi – sì, quello citato dal Manzoni ne “I Promessi Sposi”! “Sö e só dal Pass del Fó” è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte, ed è in vendita al pubblico al costo di € 20,00. Per acquistarlo potete rivolgervi alla sezione, visitando il sito web per avere i contatti o la relativa pagina facebook, oppure direttamente a me, nei modi usuali. Oppure ancora, se siete soci CAI, potete richiederlo alla Vostra sezione di appartenenza.

0-COPERTINA_1-1Excelsior!

Bada agl’aridi pini, alla foresta | Già dirotta dal turbine, ti sia | Custode il ciel dalla valanga.” È questa | La buona notte che il villan gli invia. | Lontano in sulla cima | Una parola intìma: | Excelsior!

E’ parte del testo d’un componimento di Henry Wadsworth Longfellow [1], poeta americano dell’Ottocento tra i primi a dedicare i propri versi al paesaggio della sua terra con occhio quasi “ecologista” e spirito ispirato da quel Romanticismo che nel frattempo, qui in Europa, contribuiva a stimolare i primi alpinisti alla conquista delle vette alpine. E’ da lì che viene il motto del Club Alpino Italiano, quel “Excelsior!”, appunto, che letteralmente significa “più in alto!” e che rappresenta efficacemente l’anelito materiale e spirituale dell’uomo a salire fin dove la Terra, con le cime delle montagne, si avvicina maggiormente al cielo, ovvero verso dove la dimensione quotidiana e terrena può entrare in contatto con quella metafisica – qualsiasi cosa ciò possa significare. Una sfida di ardimento, di coraggio, di tecnica, di cuore, mente, polmoni, per affermare fondamentalmente la forza della propria vita, in primis a sé stessi: in su e in sé, per citare il titolo di un libro dedicato al rapporto tra alpinismo e psicologia di qualche tempo fa [2].

Ora, senza esagerare in sofismi cattedratici che apparirebbero probabilmente fuori luogo, è innegabile che per ogni appassionato di montagna la vetta rappresenta qualcosa di simbolicamente potente: il punto massimo raggiungibile, un apice assoluto sul quale si è al di sopra di ogni altra cosa nelle vicinanze, oltre che, ovviamente, pure un risultato “sportivo” – più o meno alpinistico che sia – del quale si può essere giustificatamente orgogliosi. Certo, i movimenti alpinistici alternativi di fine anni ’60, nati parallelamente ai fremiti studenteschi di protesta di quel tempo, cercarono di sancire la fine della cultura della vetta a tutti i costi considerando tale “sovversione” un anelito di libertà [3]; tuttavia, prima o poi quell’impulso a salire verso l’alto tipico di ogni appassionato di montagna non potrà non contemplare la vetta come coronamento della propria ascesa – tecnica e non solo, appunto – dacché solo in vetta, alla quota massima di un monte, l’ascensione si può dire veramente completata. Ma, lo si ribadisce, non si vuole qui esagerare con concetti e visioni troppo elucubrate: il Resegone non è certo montagna assimilabile a chissà quale gigante alpino dal prestigio alpinistico ben maggiore, e la sua quota a ben vedere modesta non è che possa ispirare chissà quale elevazione metafisica a toccare sfere celesti altrimenti irraggiungibili! Però, è comunque una montagna dal grande fascino, senza dubbio: la sua vicinanza alla pianura milanese e ai laghi, la sua morfologia, la spettacolarità dei suoi versanti, l’offerta di itinerari escursionistici e alpinistici per tutti i gusti, la rendono meta comunque apprezzata e ambita da molti, e crediamo sarebbe stato così anche senza il dono della notorietà letteraria conferitogli dal Manzoni. Poi, appunto, non è che ci si possa vantare della vetta del Resegone come del Monte Bianco o di chissà quale altra prestigiosa cima – anche se, come vedremo, per raggiungere la vetta non mancano certo sentieri di cui poter andare fieri: tuttavia, lo ribadiamo, ogni montagna con la propria sommità è un vertice assoluto, un punto supremo oltre cui vi è solo il cielo, che sia alta meno di duemila metri o più di ottomila, e per questo ciascun monte è certamente buon compimento di quell’anelito al salire verso l’alto che lo stesso CAI, sull’onda dei versi di Longfellow, ha reso proprio motto: excelsior!

[1] Henry Wadsworth Longfellow, poeta, traduttore ed educatore statunitense (1807-1882). Scrisse  diverse raccolte di poesia ispirate dal Romanticismo europeo, tra le quali “Voci nella notte” e “Ballate ed altre poesie”: è appunto in quest’ultima raccolta che è contenuta la poesia “Excelsior!”, nella quale il termine è ripetuto come un leitmotiv.

[2] Giuseppe Saglio, Cinzia Zola, “In su e in sé. Alpinismo e psicologia”, Priuli e Verlucca Editori, 2007.

[3] Ovviamente il pensiero va soprattutto al “Nuovo Mattino”, movimento nato agli inizi degli anni ’70 e ispirato da uno scritto di Gian Pietro Motti, che ne fu tra i principali “ideologi”, per il quale la “libertà” dal concetto della vetta a tutti i costi era soprattutto legato alla scoperta di nuovi luoghi sui quali arrampicare e superare i limiti di difficoltà a quel tempo raggiunti: l’arrampicata sulle falesie di fondovalle nacque così, ad esempio, la quale a sua volta fu la culla del contemporaneo free climbing.

“Fracia”: quando la parete si fa dura, i duri cominciano a salirla!

Questo che state per leggere è un brano tratto da “Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte”, il volume che ho redatto e curato con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – ha festeggiato i 75 anni dalla propria fondazione. E’ la storia di una parete non certo blasonata come tante cop_libro_CAI-1altre alpine, secondaria, discosta dalle zone di frequentazione alpinistica più note e dunque dall’interesse di tanti arrampicatori, eppure dotata d’un suo grandissimo fascino, un’attrattiva particolare che è anche aura temuta e famigerata, sotto certi aspetti – e nonostante in altri settori la parete sia molto meno “problematica”. Ed è la storia di questa parete, il testo qui sotto, narrata attraverso la storia, le emozioni e le sensazioni di alcuni degli uomini che hanno trovato il coraggio di sfidarla e vincerla, e che nel racconto si incrociano nello stesso luogo in epoche differenti. Un’invenzione narrativa spaziotemporale che, mi auguro, sappia rendere vivide le sensazioni dei suoi protagonisti a chiunque, anche a chi se ne resterà comodamente seduto in poltrona a leggere, ben lontano dalla “Fracia” e dalla sua rabbrividente aura…Sö e só dal Pass del Fó” è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte, ed è in vendita al pubblico al costo di € 20,00. Per acquistarlo potete rivolgervi alla sezione, visitando il sito web per avere i contatti o la relativa pagina facebook, oppure direttamente a me, nei modi usuali. Oppure ancora, se siete soci CAI, potete richiederlo alla Vostra sezione di appartenenza.

Fracia1Fracia: quando la parete si fa dura, i duri cominciano a salirla!

Fracia: basta il nome! – verrebbe da dire. Una denominazione dialettale che richiama espressamente la peculiarità principale di questa altrimenti splendida parete che dalla costa di Sopracorna, sul versante Sud Ovest del Monte Spedone, precipita verso la Valle del Gallavesa: la sua roccia in molti tratti friabile, dunque il rischio aggiunto che deve essere sostenuto da chi vi si avventuri. E’ bastato spesso quel nome per tenere lontano molti arrampicatori, affascinanti da una parete così spettacolare, posta in bella vista al cospetto dell’intera Valle San Martino e dotata di potenzialità alpinistiche rare in zona, ma che non se la sono sentita di affrontarla, scoraggiati anche dalle relazioni di chi invece vi è salito. Una parete da affrontare con la testa, con parecchia forza ma altrettanta delicatezza, e a cui non dare mai troppa confidenza: non è un caso che le linee di salita tracciate su di essa, e l’elenco dei ripetitori, portino le firme di alcuni tra i migliori e più titolati alpinisti locali, autori di belle imprese anche su altre più celebrate pareti alpine. Il “duri” del titolo di questo capitoletto, al di là della metaforica ironia, sta per coraggiosi, intraprendenti, audaci, ma altrettanto consapevoli del proprio agire e delle sensazioni da esso scaturenti, che una parete “dura” come la Sud Ovest del Monte Spedone sa generare.
Per la cronaca, le vie tracciate sulla pala principale occidentale – ovvero “la” parete per eccellenza dello Spedone, quella verso cui si volge lo sguardo quando si ode il nome “Fracia” – sono: la Cattaneo-Corti del 1933, la Longoni-Corti del 1936, la “Pietro Fiocchi” o “Ruchin” – Esposito-Colombo – del 1942, la Papini-Nava del 1948, la variante Burini-Mozzanica alla “Pietro Fiocchi” del 1960, la Burini-Locatelli o “Direttissima” del 1963, la via “dei Soci” ad opera di A.Papini, P.Salvadori, C.Longhi, B.Milesi, S.Corti del 1975. Tutte vie sovente oltre il VI grado, ardite, tecniche e assai fornite di passaggi da cardiopalma. (Citiamo pure le altre vie della bastionata, che salgono sugli speroni a destra – osservando da valle – della “Fracia” propriamente detta: la via “delle Formiche” di A.Colombo-G.Valsecchi, la “G.Valsecchi” di M.Burini-M.Stucchi del 1960, la via “Iosca” di D.Berizzi-A.Rota del 1976, e la via del “Naso di Carenno” di D.Berizzi-A.Papini-P.Villa del 1975.)
La fama della Fracia, nel bene e nel male, ci ha però fatto sorgere l’idea di celebrare gli uomini che l’hanno affrontata non con le solite relazioni di salita delle sopra elencate vie, le quali peraltro sono in gran parte facilmente rintracciabili sul web o su alcune pubblicazioni CAI, ma attraverso le emozioni e le sensazioni di essi, idealmente percorrendo la parete con il cuore e l’animo, più che con mani e piedi, di quattro degli alpinisti che l’hanno vinta, ovviamente tutti soci del CAI di Calolziocorte: Mario Burini, Alessandro “Ninotta” Locatelli, Giuseppe Ravasio e Giuseppe Rocchi. Le parti in corsivo nel testo sono tratte dalle testimonianze dirette, orali o scritte, dei quattro nostri protagonisti.

Fracia2Non si può non cominciare da Mario Burini, Accademico CAAI, che la Fracia la conosce forse meglio di chiunque altro per averla salita e superata più di chiunque altro, tanto da essere denominato da qualcuno “Re dello Spedone” oppure “Fraciologo” (!). La sua “Direttissima” del 1963 è probabilmente la più bella via sulla parete, e Burini la inizia con diversi compagni e conclude in cordata con “Ninotta” Locatelli, Ragno di Lecco prematuramente scomparso nel 1972 per un male incurabile, che di essa lascia una bella relazione. Locatelli si fa convincere da Burini a fargli da secondo nonostante le cose poco rassicuranti che si raccontano sulla parete e su alcuni che l’avevano tentata: cita tal signor Carletto, vecchio alpinista, che gli racconta delle difficoltà, i bivacchi e i voli fatti dai vari Mauri, Rusconi, Corti, Papini, e altri. Ha pure sentito delle ritirate dalla parete di Burini e compagni nei primi tentativi di apertura della via, con acrobazie varie e assortite compiute pure sul “famoso cordino del Mario”, una corda di nylon intrecciata di 8 millimetri che aveva la proprietà di allungarsi come un elastico! – ricorda Locatelli con evidente sconcerto. Per non parlare del bivacco in parete di Burini sulla via “Ruchin” con tanto di fari puntati ad illuminare la zona, provocando le ire tremebonde dell’accademico calolziese che per tutta risposta intima a quelli di andarsene a casa, che egli voleva solo dormire!
La via “Ruchin”, appunto – la cui denominazione ufficiale è via “Pietro Fiocchi” ma che tutti conoscono e identificano col soprannome di Ercole Esposito, il celebre accademico calolziese (peraltro tra i soci fondatori della sezione CAI di Calolziocorte) che ne fu l’artefice, e il cui “record” di ripetizioni spetta proprio a Mario Burini: la affrontano nel 1991 Ravasio e Rocchi, con quest’ultimo a istigare l’impresa: già altre volte avevo pensato a quella via – ricorda Rocchi – ma leggendo le impressioni rilasciate dalle poche cordate che ne avevano effettuato le ripetizioni (6 in 50 anni) mi ero ormai convinto che non valeva la pena di rischiare la vita per tentare di salire quella via. Ma dentro di me ormai è scattato qualcosa che mi spinge a tentare, non mi resta che cercare qualcuno abbastanza folle da seguirmi in quest’impresa. “Bepi” Ravasio, appunto. Le impressioni che cita Rocchi suscitano ben poca tranquillità – ai due come, molto probabilmente, a Locatelli per la sua salita con Burini: via allucinante che conta pochissime ripetizioni di cui due con caduta, che confermano le estreme difficoltà, con molto artificiale su chiodi malsicuri e su roccia friabilissima. C’è da ritenere poi che tutti e quattro i nostri scalatori sappiano quanto successo nel 1951 a Bruno Papini durante il tentativo di prima ripetizione della via “Ruchin”: l’improvvisa fuoriuscita di un chiodo lo sorprende al termine del celebre traverso, e il risultato è un volo di venti metri nel vuoto, nove chiodi strappati, due incisivi superiori avulsi e uno strappo tremendo alla cassa toracica. Ora capirete senza più dubbi perché fior di scalatori se ne sono stati e continuano a stare ben distanti dalla Fracia e dalle sue rocce!
Così, mentre Ravasio passa una notte travagliata e insonne e ugualmente Rocchi non fa che rigirarsi nel letto cercando di cancellare le parole lette nelle relazioni, quasi trent’anni prima “Ninotta” attacca con Burini la sua via, per denotarne a sua volta subito la particolarità della roccia, stratificata ed estremamente friabile. Di contro ha quanto meno la sicurezza di salire con un compagno che la parete, nella sua prima parte, la conosce come le proprie tasche; sicurezza di cui Ravasio e Rocchi non possono godere, anzi: quando il secondo avvisa la moglie delle loro intenzioni, la donna monta su tutte le furie e sentenzia: “voi due siete matti da legare!” Ma ci pensa Ravasio a dare un po’ di “fiducia” al compagno: tutti gli incidenti capitati sulla parete si sono risolti con ferite più o meno gravi, ma non è mai morto nessuno!Bella consolazione! – gli ribatte Rocchi.

Burini e Locatelli intanto cominciano a salire: il secondo fa sicura al primo, e solo le schegge di roccia che cadono e il lento scorrere della corda mi segnalano la sua progressiva salita. In effetti sulla Fracia cadono ben più rocce che acqua, intesa come pioggia: lo ricorda Burini, che la parete è così strapiombante che durante uno dei primi tentativi di apertura della via scoppiò un temporale che durò un’ora e mezza, e non prendemmo nemmeno una goccia di pioggia!
Anche Rocchi è alle prese con la tremenda roccia della parete: sono in difficoltà – dice – la roccia è talmente friabile che non so più dove aggrapparmi, i vecchi chiodi sono inutilizzabili – d’altronde lo dice pure Burini, che di tutto il materiale che si può trovare in parete non c’è affatto da fidarsi: primo perché in molti casi è vecchio di cinquant’anni e più, e poi perché rappresenta più una speranza che una certezza di tenuta d’una eventuale caduta – e infatti, continua Rocchi, quei chiodi come mi attacco fuoriescono con estrema facilità. La situazione è drammatica, cerco di arrampicare in opposizione, impegnato allo spasimo, al limite della sopportazione. Anche Ravasio, il suo compagno, è nella stessa situazione: la paura di aver sbagliato mi tormenta, ritorno a fatica sui miei passi, sudando freddo per l’estrema tensione, e cerco di non guardare la strada per Erve che sta sotto. Tale visione spaventa pure “Ninotta”, nel 1963: sotto i nostri piedi si snoda il nastro asfaltato della strada che da Calolzio sale ad Erve, e la vista sprofonda nel nero baratro del “paradiso dei cani”. La tensione aumenta, il che fa tirare a Ravasio certe imprecazioni irripetibili: è assicurato ad un solo, misero nut, e ai dubbi di Rocchi egli risponde tra mille coloriti improperi che non sa più cosa fare, perciò bisogna per forza di cose fidarsi di quel nut. Ma il “volo”, in Fracia, è cosa pressoché certa, ed è Rocchi a comprovare suo malgrado tale certezza: il chiodo a cui è assicurato esce, cade per diversi metri, una delle due corde si trancia e nella caduta le ginocchia sbattono violentemente contro la roccia. Nel suo volo si arresta proprio in corrispondenza dell’uscita della variante alla via “Ruchin” aperta da Burini insieme con Dario Mozzanica (del CAI di Merate): nuovamente il caso fa idealmente incrociare le avventure arrampicatorie delle due cordate di cui stiamo narrando. Anche “Ninotta”, quasi trent’anni prima, è alle prese con un chiodo parecchio allarmante: ho le braccia morte – confessa – e prego il Signore che il chiodo tenga, lasciandomi andare su di esso. Ma fidarsi è bene, non fidarsi è meglio: egli risolve dubbi e timori con il secondo dei chiodi a pressione che utilizzerà sulla via, in disaccordo con Burini al quale tali sistemi non sono mai piaciuti e ritiene invece che si sarebbe potuti passare anche senza.
Ormai entrambe le cordate sono quasi in cima alla parete. Burini, da quel crapone che è, lascia salire da primo Locatelli anche sul tiro finale, per risparmiare tempo ed evitare di bivaccare. Tiro finale che invece, sulla “Ruchin”, Ravasio giudica un vero incubo. La roccia si sfalda, continuo a salire aggrappandomi a massi assai instabili e riesco ad evitare il volo per il rotto della cuffia. Ma ormai il bosco al termine della parete è raggiunto, finalmente. Ravasio si sente come un naufrago che tocca terra dopo una spaventosa tempesta, profondamente commosso, mentre per Rocchi lo stress cede il posto ad un’allegria incontenibile, stringendo la mano a Bepi e congratulandomi a lungo con lui perché nonostante le ammaccature (dato che pure Ravasio ha un polpaccio che brucia e una mano dolente) ha saputo reagire e condurre la salita fino al termine, in mezzo a mille difficoltà e su un terreno così infido.
Però i due non sono d’accordo sul giudizio circa l’impresa compiuta: per Ravasio è uno dei giorni più belli e gratificanti della sua vita, per Rocchi l’aggettivo “avvincente” affibbiato dal compagno alla salita io lo cambierei con “allucinante” – confessa, e aggiunge poi, una volta a riposo sul divano di casa, che pensando alla giornata intensa trascorsa in Fracia, mi chiedo se ne sia valsa la pena, ed anche se tutto si è risolto per il meglio o quasi, sinceramente non lo so. Tutto posso dire all’infuori di essermi divertito, anzi, l’arrampicata su quella roccia da brivido, in alcune circostanze, ha evocato in me sentimenti prossimi alla disperazione.
Nel 1963, invece, Mario Burini e “Ninotta” Locatelli escono dalla nuova via in condizioni migliori: li aspetta uno dei premi più “classici” per degli alpinisti di ritorno da una salita, a Rossino – il sobborgo calolziese ai piedi della Fracia – dove ci fermiamo a bere birra e gazzosa.

Fracia4Qui termina il nostro “racconto emozionale incrociato”, un omaggio ai nostri scalatori che la Fracia l’hanno vissuta così intensamente, al loro coraggio e all’intraprendenza, alla loro forza d’animo e di volontà – virtù proprie di tutti i più forti alpinisti – e parimenti un omaggio a questa parete calolziese così affascinante e al contempo così inquietante.
Ma la storia della Fracia, invece, non è certamente finita: c’è tutt’oggi qualcuno che vi si avventura, che si decide a vincere i propri timori e ad affrontare le sue friabili trappole rocciose. Anche a questi nuovi intraprendenti sfidanti è dedicato questo pezzo, nella certezza che pure loro, lassù, si troveranno a vivere emozioni e generarsi nell’animo sensazioni altrettanto forti e indimenticabili.

La nuova mappa della Val d’Erve, venerdì 17/07, Erve (Lecco). Quando il territorio è un libro di storia e di geografia, e i suoi sentieri il testo scritto…

Locandina-ERVE-17lugLo scorso autunno ho dedicato parecchia attenzione allo studio della vita e delle opere di uno dei più grandi geografi di sempre, Élisée Reclus – si veda qui uno dei libri letti, mentre qui trovate il podcast della puntata di Radio Thule che gli ho dedicato. Scienziato grandissimo e intellettuale rivoluzionario, tra i padri della geografia moderna e contemporanea, mi sono trovato ad apprezzare il suo pensiero soprattutto quand’egli sosteneva la correlazione fondamentale e irrinunciabile tra geografia e storia – per come l’una generi l’altra e viceversa – e ancor più nella sua convinzione (avanzatissima, a quei tempi) che la conoscenza della geografia ovvero del territorio in cui l’uomo vive fosse basilare per la generazione del senso civico diffuso, della consapevolezza sociale, della coscienza della propria presenza e azione nell’ambiente in senso ecologico e non solo nonché, ultimo ma non ultimo, della stessa identità personale. In parole povere: più si conosce il territorio in cui si vive (su piccola scala, ovvero i dintorni di casa, e su grande scala, cioè il mondo intero) e più si conosce sé stessi; inoltre, più lo si conosce e più lo si ha a cuore, si difende e si preserva, perché parte integrante della propria sfera vitale e della propria identità individuale, appunto. E credo sia inutile rimarcare quanto ciò è/sarebbe importante oggi forse più che in passato, visti i tempi di anomia e di globalizzazione culturale massificante nei quali viviamo – nonché di disinteresse istituzionale verso tali temi, come proprio la geografia quale osteggiata materia scolastica dimostra bene!

cop-mappa-erve1Per questo è stato per me un grande onore e un altrettanto piacere far parte del gruppo di lavoro che ha elaborato la nuova Carta dei sentieri di una delle montagne prealpine più famose in assoluto, il manzoniano Resegone, e in particolare del suo versante meridionale, quello occupato dal bacino idrografico del torrente Gallavesa e dunque conosciuto in modo omonimo o come Val d’Erve, dal nome del suo abitato principale. Valle bellissima e ricca di peculiarità particolari, che nonostante la sua limitata estensione offre al visitatore una gran varietà di ambienti: dalla parte alta prettamente alpestre, prospiciente le creste sommitali del Resegone – paradiso per arrampicatori ed escursionisti – a quella mediana, amena e rilassante, occupata dall’abitato di Erve diviso a metà dal torrente, allo spettacolare e rabbrividente orrido che appena dopo si apre tra altissime pareti rocciose. Tutt’intorno, boschi rigogliosi, pareti di arrampicata, vie ferrate, creste affilate o dorsali tranquille, mulattiere e monumenti medievali, sentieri e passeggiate per tutti i gusti e molto altro.
Della mappa ho curato tutta la parte testuale, divisa in schede dedicate alla geografia della zona, alla sentieristica, alle rilevanze storiche e culturali e ad alcuni consigli “turistici” per chi non la conoscesse e la volesse visitare, nonché in parte il corredo fotografico e il progetto grafico. Un lavoro breve ma alquanto approfondito e intenso per uno “strumento” di natura apparentemente solo utilitaristica, quale è una mappa dei sentieri, che invece diventa/può diventare un importante testo didattico e culturale sulla storia e la geografia di un territorio ovvero della gente che lo ha abitato in passato, caratterizzandone l’evoluzione, e che lo abita oggi, continuandone la storia e la trasformazione nel tempo. Proprio quanto già sosteneva Reclus, quasi 150 anni fa.
La nuova Carta dei sentieri Val d’Erve al 1:10.000 – ovviamente georeferenziata WGS84 – edita da Ingenia Cartoguide, sarà presentata al pubblico venerdì 17 luglio prossimo, alle ore 21.00, presso la Sala Consiliare del Municipio di Erve. Sarà poi in vendita in numerose edicole e librerie di Lombardia (e non solo) oltre che, naturalmente, negli esercizi pubblici di Erve e zone limitrofe.
Se siete in zona… (cliccate sulla locandina in testa al post per ingrandirla e scaricarla in formato stampabile.)