Bèrghem gloria mundi #2 – anche in montagna!

Ok, è un altro post un po’ campanilista, questo, lo ammetto. Ma l’evento è da Guinness World Record, ed è stato talmente particolare da risultare al di là di qualsiasi mera glorificazione di parte. Domenica 9 luglio quasi 3.000 mila persone si sono unite lungo un’unica corda e hanno circondato – o meglio abbracciato – il massiccio della Presolana, una delle montagne più importanti e iconiche delle Alpi Bergamasche, formando la più lunga cordata alpinistica mai vista, il che ha determinato il record da World Guinness.

Il momento della proclamazione del Guinness World Record

La cosiddetta Cordata della Presolana è stato un evento non solo ricreativo-ludico: innestato all’interno di un progetto culturale per la sicurezza, salvaguardia e sostenibilità della montagna, nonché per la sua più ampia accessibilità e fruibilità, l’evento ha perseguito in tal senso anche un’iniziativa particolare: rendere il Rifugio Baita Cassinelli (posto sul versante Sud della montagna orobica) accogliente e accessibile anche ai disabili e alle persone con ridotte capacità motorie. Ogni partecipante alla Cordata è stato automaticamente anche finanziatore di questo progetto sociale e solidale, che alla fine è riuscito a raccogliere i 25.000 Euro necessari a realizzare lo scopo prefisso.

In ogni caso, quella che è stata la portata dell’evento è ben difficilmente esplicabile le poche parole di un post come questo. Molto meglio godersi – qui sotto – le immagini di ciò che è successo, in fondo, girate dal fotografo e Matteo Zanga.

Insomma: n’otra ölta* Bèrghem gloria mundi!

*: “un’altra volta” in dialetto bergamasco, così come il toponimo Bèrghem è dialettale, pur se direttamente derivante – secondo alcune fonti – dal vocabolo germanico Berg Heim, “casa sul monte”. Bergamo e le montagne: un legame – anzi, mi viene da dire, una cordata indissolubile, già!

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Bèrghem gloria mundi!

Da bravo bergamasco purosangue (un “patrimonio genetico orobico”, il mio, direttamente palesato dal cognome, d’altro canto!) non posso che felicitarmi del conseguimento del titolo di “Patrimonio dell’Umanità” alle spettacolari Mura Venete di Bergamo, riconosciuto dall’UNESCO nella seduta plenaria di Cracovia di sabato scorso.Il progetto bergamasco per l’iscrizione delle Mura veneziane nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO – insieme alle coeve opere difensive che la Serenissima costruì a Peschiera del Garda e Palmanova (Italia), Zara e Sebenico (Croazia) e Cattaro (Montenegro) – ha preso il via nel 2007, proprio con Bergamo come città capofila e promotrice principale del progetto stesso; finalmente il lungo iter, della durata di ben 10 anni, è giunto a compimento, con la votazione finale durante la seduta plenaria dell’UNESCO dello scorso 9 luglio a Cracovia.

F.B. Werner, “Veduta prospettica di Bergamo”, Augsburg, 1740.

Le Mura Venete che racchiudono la Città Alta di Bergamo sono un autentico gioiello difensivo che la Serenissima Repubblica di Venezia costruì tra il 1561 e il 1588, epoca in cui la città orobica rappresentava l’estremità occidentale dei domini veneti sulla terraferma. La cinta muraria, che si sviluppa lungo 6 chilometri e 200 metri e raggiunge in alcuni punti un’altezza di ben 50 metri, risulta essere costituita da 14 baluardi, 2 piattaforme, 32 garitte (di cui solo una è giunta ai giorni nostri), 100 aperture per bocche da fuoco, due polveriere e 4 porte di transito da/per la città (Sant’Agostino, San Giacomo, Sant’Alessandro e San Lorenzo, ora intitolata a Giuseppe Garibaldi). A tutto questo vi è da aggiungere una miriade di sortite, vani sotterranei e passaggi militari di cui in parte si è persa la memoria, collegati tra loro tramite un numero imprecisato di cunicoli che formavano una sorta di autentica città ipogea sotto quella “esterna” – peraltro, Bergamo, già città composta di numerosi strati storici, partendo dal primigenio celtico, passando per quello romano e via via fino alla Bergamo medievale oggi visibile.

Una tale possente fortezza cittadina, progettata per risultare inespugnabile o quasi, in verità non ebbe mai a subire alcun evento bellico, dunque oggi risulta pressoché perfettamente conservata e rappresenta l’elemento caratteristico nonché una delle principali attrazioni turistiche di Bergamo: città che ora, ancor più che in passato, si presenta come una tra le più ricche di storia, di tesori artistici e architettonici, delle più spettacolari e affascinanti d’Italia.

Il che, detto così, vi sembrerà un’affermazione di natura fin troppo campanilistica… Beh, ok, ammetto che lo è – inevitabilmente! D’altronde sono certo che chiunque abbia visitato Bergamo – fatte salve le peculiari bellezze delle tante altre città italiane meritevoli di visibilio, sia chiaro – si troverà d’accordo col sottoscritto. Chi invece a Bergamo non ci sia ancora mai stato, non potrà far altro che approfittare dell’occasione per visitarla e giudicare se darmi ragione oppure no!

Insomma, citando Fabio Bonaiti, uno degli storici bergamaschi più rinomati e apprezzati: Bergomum* gloria mundi (pòta!)

P.S.: di seguito la presentazione del progetto sulle Mura Venete di Bergamo Patrimonio dell’Umanità da parte del prestigioso Studio Bozzetto:

*: il toponimo Bèrghem nel titolo in verità è quello dialettale. Ma, insomma, se campanilismo dev’essere, che campanilismo sia in tutto e per tutto!

Ueli Steck, 1976-2017

Andare in montagna è il modo perfetto per pensare e imparare. Le regole sono semplici e molto chiare. Mi piacciono, sono facili da capire. Se non ti porti un sacco piuma buono, avrai freddo. Se non sei abbastanza forte, non ce la farai. E per me è importante condividere questo buon spirito dell’alpinismo con gli altri.

Per chi si occupa di montagna, anche in modo marginale, ovvero per tanti che la frequentano, Ueli Steck era ormai una figura leggendaria nonostante l’ancora giovane età. Lo era per il suo incredibile curriculum alpinistico tanto quanto per la notoria generosità e nobiltà d’animo – e, in fondo, lo era pure per la sua celeberrima passione/dipendenza verso il caffè, che beveva in quantità altrettanto leggendarie.
Nel suo alpinismo c’erano le sfide impossibili, le salite estreme, le prestazioni stupefacenti, la razionalità maniacale della preparazione fisica e mentale. Ma c’era pure un atteggiamento per certi versi ascetico verso la montagna, la concezione quasi artistica delle linee di salita, una visionarietà di matrice romantica: in fondo egli stesso si definiva uno degli ultimi alpinisti romantici, distaccandosi da quell’appellativo di “Swiss Machine” che non gli piaceva – gli era stato inesorabilmente affibbiato per le prestazioni ottenute ma, in qualche modo, rischiava di adombrarne la carica umana.
È stato certamente uno degli alpinisti più emozionanti e ispiranti degli ultimi tempi, Ueli Steck. A suo modo un creativo, un artista della scalata, appunto, di quelli che sulle montagne non portava solo il corpo e la mente ma pure, e forse soprattutto, il proprio spirito: il vero “pennino” della sua arte alpinistica, quello con cui tracciava linee di salita sulle montagne che diventavano da subito grafie arrampicatorie dal potere narrativo intenso e raro.

Addio Ueli, senza dubbio mancherai a chiunque vada per monti e vette.

Lo “Spirito Libero” di Franco Perlotto

cop_perlotto-spirito-liberoNon è mia abitudine disquisire di libri che non ho (ancora) letto – ed è cosa, questa, che ribadisco di nuovo come in passato per simili circostanze e che è quasi del tutto categorica (per di più, al momento in cui sto scrivendo, il libro in questione non è ancora uscito). E il quasi, ora, è per colpa di una leggenda.
Perché sì, Franco Perlotto è sul serio un personaggio leggendario. Alpinista tra i più grandi degli ultimi 50 anni, autore di imprese grandissime ed estreme, padre italiano del free climbing (in quanto disciplina e in quanto definizione: avete presente il celebre marchio di abbigliamento Think Pink? Ecco, è una sua creazione!) – guida alpina, viaggiatore, fotografo, giornalista, operatore tra i più qualificati in Italia della cooperazione internazionale in aree critiche del pianeta e tra i massimi esperti al mondo di gestione anti-incendi delle foreste dell’Amazzonia (cosa per la quale è stato insignito di una laurea honoris causa in scienze ambientali)… e, nonostante tutto ciò, una persona dalla modestia e dalla riservatezza inversamente proporzionali alla sua grandezza, uno capace di imprese di massimo livello col minimo del clamore mediatico.
Potrei anche non aggiungere altro – converrete che un libro scritto da un personaggio del genere non può passare inosservato – ma nel caso mancherei di citare un’altra peculiarità di Perlotto: quella di essere pure uno scrittore di gran pregio e tuttavia, anche qui, di esserlo in maniera fin troppo schiva. Da una vita come la sua – come ho già scritto in altre occasioni, ad esempio nella personale recensione di Indio, il suo precedente libro – si potrebbero tranquillamente ricavare dozzine di volumi e di film, alcuni dei quali pure di stampo hollywoodiano: dunque la possibilità di leggere un libro il cui autore è il protagonista di tutto ciò, a questo punto, diventa ancora più immancabile.
Serve aggiungere ancora dell’altro? Forse sì, forse c’è da rimarcare un ultimo-ma-non-ultimo buon motivo per la lettura di Perlotto ovvero quello compendiato nel titolo stesso del libro: Spirito libero. Titolo non semplicemente programmatico ma effettivamente pragmatico: descrive perfettamente quello che è Franco Perlotto ovvero ciò che si respira nei suoi libri. E questo, dal mio punto di vista, è molto più di un buon motivo.

Avevo voglia di disfare i carismi di un alpinismo assurdo fatto di competizioni al limite dell’immoralità, di meschinità, di rivalse, in fondo mi era rimasto e mi ero trovato a compiere scelte per lo meno inconsuete nei meccanismi di un mondo che non poteva avere futuro…L’ambiente degli alpinisti mi escluse dai suoi giochi. Non ero inquadrabile negli schemi. Non cercavo di scalare la parete famosa sulla cima famosa per diventare famoso. Eppure una certa notorietà l’avevo acquisita. Poi gli sponsor mi dissero che non ero più uomo d’immagine per loro. Mi dissero che non ero credibile come testimonial. In effetti alcuni ambienti alpinistici avevano deciso di farmi sparire dal loro firmamento. Non riuscii nemmeno a tenere il conto di quanta arroganza subii in quegli anni. Ma in fondo a me non importava più di tanto.

Franco Perlotto, anni '70, anni '10.
Franco Perlotto, anni ’70, anni ’10.

Cliccate sulla copertina del libro per visitare il sito web della casa editrice, Alpine Studio, e conoscere ogni altra informazione utile. QUI, invece, trovate un articolo su Franco Perlotto che, seppur di qualche tempo fa, riesce almeno un poco a farvi percepire lo spessore del personaggio.

Un sogno?

Quello che potete apprestarvi a leggere è un  racconto che scrissi qualche anno fa per un lavoro ispirato al carsismo della Grigna Settentrionale, montagna delle Prealpi bergamasche sovrastante la Valsassina tra le più ricche di cavità sotterranee d’Europa (più di 900 grotte in una manciata di km quadri: praticamente un groviera montano!). “Scena” sostanziale del racconto è uno dei luoghi più particolari e misteriosi della zona: la Rocca di Baiedo, grosso panettone calcareo che restringe di colpo il solco della Valsassina – formando la cosiddetta “Chiusa di Introbio” – sulla cui sommità si trovano i resti di fortificazioni dalle origini che si perdono ben lontano nel tempo.
Buona lettura!

roccabaiedoUn sogno?

Forse ancora qualche vecchio nonno, in valle, narra ai suoi piccoli nipoti la storia leggendaria della Rocca di Baiedo, quel formidabile masso di verrucano rosso su cui sorgeva il poderoso forte di Simone Arrigoni, potente valligiano medievale, dal quale pare che anche Leonardo trasse spunti importanti per i suoi progetti militari; forse qualcuno di questi nonni conserva il vecchio volume dell’Orlandi, che all’inizio del secolo scorso narrò della Rocca le vicende più segrete e gli sconosciuti misteri; e certamente qualche bambino non troppo distratto dai supertecnologici divertimenti contemporanei, resta incredulo e affascinato da quelle antichissime leggende, e dalle immagini che una vispa fantasia può generare da esse nella mente.
Marco non aveva troppa voglia di tornare a casa, quel pomeriggio, tanto buona era la compagnia nella baita su al Pialeral, e tanto bella era quell’ora dolce e tranquilla del giorno, quando tra la declinante luminosità diurna e la sera prossima e già fresca il mondo sembrava sospendersi in una pacata riflessione sull’armonia naturale. Il Sole era già sceso oltre il Grignone, ma ancora la magica luce dell’Autunno pennellava i boschi di colori incredibili, e stagliava nel cielo le creste di tutte le vette in vista, del Foppabona, dei Campelli, del Due Mani e della Grignetta e di ogni altra… Solo verso Nord qualche nuvolone grigio ombrava il paesaggio, forse segno del solito breve fortunale stagionale. Egli amava stare tra quelle “sue” montagne, amava camminare tra quei boschi stupendi, che ad ogni svolta d’ogni sentiero regalavano vedute stupende; fin da piccolo aveva scorrazzato su di essi, soprattutto con il nonno, che se lo portava dietro quando saliva a far legna o a comprare qualche formaggella da amici pastori, e nel cammino aveva sempre da raccontare storie e leggende sui luoghi attraversati, sembrava che la sua conoscenza non avesse mai fine. Forse anche della Rocca di Baiedo aveva raccontato al piccolo Marco, ma certamente oggi, a così tanti anni di distanza e purtroppo senza più presente quel libro di memorie vivente, egli non rimembrava più nulla di quelle bizzarre leggende.
Ora era veramente giunto il momento di scendere. La compagnia buona fa trascorrere veloce il tempo, e l’oscurità, pur in quei boschi conosciuti, è sempre un elemento di timore; inoltre, quelle nuvolaglie grigie a settentrione cominciavano a illuminarsi di lampi minacciosi, e già lontani rombi temporaleschi si potevano sentire. Marco decise di tagliare per i prati dietro la Rocca, e così scendere più velocemente verso Introbio: vecchi e dimenticati sentieri scendevano da quella parte, scivolosi ma veloci nel guadagnare il fondovalle, gli avrebbero fatto guadagnare una bella manciata di minuti, per essere a casa prima di cena in tutta tranquillità. Nei lontani bagliori temporaleschi, la vetta arrotondata della Rocca assumeva contorni quasi sinistri, accresciuti dall’inquietante fischio dei gufi: questi maledetti fortunali di stagione sono tanto rapidi nel giungere quanto nello scatenarsi in un gran baccano ma con ben poca sostanza, tuttavia è prudente starsene sotto un tetto al loro arrivo – egli pensava, giusto passando accanto ad un tronco contorto sul quale evidenti erano le tracce inferte da una folgore lì abbattutasi. Forza, forza! – passo lesto e sicuro!
Passarono solo pochi minuti, e parve scatenarsi il finimondo: il vento ululava paurosamente e contorceva le fronde degli alberi, strappando e gettando foglie ovunque, mentre abbaglianti fulmini precipitavano dal cielo qua e là, comunque troppo vicino a qualsiasi distensione. Marco era proprio dietro la Rocca, vicino ai resti dell’antica fortezza: scendendo di corsa, in un quarto d’ora o poco più sarebbe giunto a casa, ma sembrava che prima, di lì a pochi attimi, il cielo si dovesse aprire e scaricarsi di tutta la pioggia d’un intera stagione. Che fare? Rischiare, peraltro su un sentiero che certamente la pioggia avrebbe reso parecchio scivoloso, o attendere in qualche anfratto o sotto il tetto di qualche baita, visto appunto che quei temporali non erano mai di lunga durata?
Poi, improvviso, un lampo accecante, un boato tremendo, un esplosione, schegge legnose che schizzavano ovunque… Marco barcollò, dallo spostamento d’aria e dall’inopinato terrore, i piedi si misero in fallo, sentì la schiena sbattere contro un muro possente e poi cadde – anzi, precipitò, perché nulla più sembrava essere sotto di lui…

roccabaiedo-1Quando si riprese e riaprì gli occhi, riconobbe subito il volto di Alex, l’amico del Soccorso Alpino; intorno c’era dell’altra gente; la testa doleva ma la mente era lucida.
«Ehi, Alex, che ci fai qui? Uff, devo essere caduto! Scusa, ma devo essere a casa per cena, e…» – ma l’amico lo bloccò subito, ridendo dacché constatava le buone condizioni e l’altrettanto buona cera. Quando il soccorritore gli dimostrò che era quasi l’alba, che lo cercavano perché a casa non era rientrato e che si trovava alla base della Rocca ma dal lato opposto rispetto al punto in cui doveva giungere quel sentiero intrapreso, Marco trasalì. Lo avevano trovato lì, asciutto nonostante il violento temporale, come se fosse rimasto al riparo e da questo uscito solo a pioggia finita; cosa ci facesse in quel luogo lo avrebbe dovuto spiegare egli stesso, ma – per assurda evidenza – Marco non si ricordava nulla delle ore addietro, nulla dopo un forte boato che sembrava ancora echeggiare nella sua testa; ricordava d’essere dietro la Rocca, del temporale imminente, del vento e dei lampi, ma dopo ciò, più nulla.
Stava bene, comunque; venne accompagnato a casa, dove decise di tentare di eliminare quel fastidioso mal di testa con una bella dormita: era giorno di festa, quello, e aveva tutto il tempo di restare coricato in tranquillità; inoltre la giornata era brutta, nuovi nembi temporaleschi stavano addensandosi sopra la Val Biandino, dunque a starsene a casa non avrebbe perso nulla. Certo, che avventura strana! Mai una cosa del genera gli era successa; a volte, anni fa, nelle lunghe escursioni col nonno, era capitato che venissero sorpresi da un violento nubifragio, ma trovavano sempre qualche riparo, e l’occasione era propizia affinché il nonno, nell’attesa forzata del ritorno del sereno, raccontasse con ancor più dovizia di particolari le sue storie. Ora, chissà perché, sembrava che parte di quelle storie riemergessero dai ricordi più sbiaditi – ma era sicuramente un effetto della testa pesante e della confusione in essa. Nonostante le apparenze e le buone sensazioni fisiche, una volta steso si addormentò velocemente, tant’è che nemmeno chiuse le imposte di casa; peraltro, l’ombra delle nubi scuriva abbastanza il cielo e ne tarpava la luminosità solita dei giorni sereni.
E un nuovo temporale giunse, effettivamente; un violento bagliore illuminò a giorno l’intera vallata, e il susseguente tuono la scosse dalle creste più elevate fino al fondo di tutte le forre. Marco si svegliò di soprassalto, sudato, ansimante, gli occhi aperti sui muri della stanza ma in realtà vedenti qualcos’altro, come se un sogno continuasse a richiedere l’attenzione della mente pur dopo l’attimo del risveglio. Era un sogno poi? – era un ricordo vivido come un sogno tale non è mai, svanente con rapidità in pochi attimi negli occhi e poco dopo nella mente… Eppoi, se fosse stato un sogno ovvero un incubo, perché era così sudato, quasi stravolto e turbato? Mai gli era successa una cosa del genere, egli riteneva di non essere un gran sognatore nei suoi sonni abituali. Eppure la mente era come accesa su immagini strane, che secondo dopo secondo sembravano ricomporsi e ordinarsi in una qualche logica, il cui senso – egli credeva di sapere – non gli era del tutto sconosciuto; e queste immagini, dapprima sbiadite e scure, diventavano via via sempre più nitide e intense, chiare e comprensibili ma, di contro, sempre più incredibili.
Ecco, ricordava una sorta di grotta, un anfratto profondo – forse dove si era rifugiato per ripararsi dal temporale – ma questa grotta non sembrava naturale, le sue pareti erano troppo levigate, e il suo fondo uniforme come un grezzo e pur buon pavimento… Inoltre – come era possibile? – non era buia, ma una qualche leggera luce la illuminava abbastanza da camminarci senza tentennamenti. Poi ricordava varie diramazioni, corridoi più foschi di cui non si distingueva che qualche metro, forse alcuni con inferriate o qualcosa del genere… La mente sembrava ricuperare dall’inconscio quelle visioni quasi con fatica, e con una strana sensazione, non di timore quanto più di incredulità, di sbigottimento; ora Marco era giunto in una sorta di grande e spoglia sala, dal cui lato opposto una grande scala intagliata direttamente nella roccia saliva maestosa e inquietante verso l’alto, senza che egli potesse vedere dove finisse. Ecco, egli aveva pensato che quello scalone pareva salire tanto da arrivare fino in vetta al Grignone, e aveva collegato la natura di quella lunga e bizzarra galleria ascendente con la nota presenza di innumerevoli cavità nel corpo carsico della Grigna Settentrionale – certo, ma queste erano e sono naturali, quella scala invece come lo poteva essere?
Il mal di testa non era passato – e ci mancherebbe, con quelle immagini nella mente! Eppure quasi egli voleva mantenerlo, quel fastidio, sperando che la memoria rimuginante e arzigogolante prima o poi riuscisse a capire qualcosa, di quei ricordi; e pensando a ciò, l’immagine del nonno gli tornò vivida, come sovrapposta alle bizzarre visioni: perché? Forse che il nonno, tra le sue mille e mille storie, aveva raccontato qualcosa che in qualche maniera si collegasse alla sua avventura? Intanto, ancora, il sogno o incubo o quant’altro fosse forniva nuovi imprevedibili ricordi: altri corridoi, altre gallerie, una specie di labirinto sotterraneo, quasi che la montagna fosse completamente traforata da tali condotti evidentemente artificiali. E poi, e poi… – alla successiva visione mnemonica, che si fece istantaneamente vivida e fulgida di suggestione, Marco ebbe un fremito possente, e una scarica di brividi gli scosse la schiena: egli ricordava – come poteva essere possibile? – ricordava di intravedere una figura in fondo ad uno di quei cunicoli, una forma avvolta da un velo lungo e bianco che parve subito sfuggire alla sua vista, e che egli sapeva essere una figura di donna, ne era inopinatamente certo! Nel sussulto continuo generato da quelle bizzarrie che la memoria gli offriva alla comprensione, come scosso da schiaffi ripetuti che lo percuotevano nel profondo, ora nitidissima ricordava la voce narrante del nonno, e una di quelle sue leggendarie storie sui misteri della valle – sulla Rocca di Baiedo…
“Si dice vi siano sotterranei laggiù, dove sparirono tante persone, e abissi segreti che vennero chiusi con possenti inferriate per non fare che qualche curioso ugualmente scomparisse; si dice vi sia una porta, da dove una dolce e bella ragazza venne rapita, e che quando si oda il lamentoso ululato dei gufi, gli spiriti della Rocca aleggino intorno e tramino vendetta…”
Ma sono soltanto leggende! – quasi Marco urlò, come per svegliarsi a tutti i costi da quello che sembrava un lungo e continuo sogno, una allucinazione impossibile. Sicuramente – si disse – era scivolato e aveva battuto il capo, probabilmente era svenuto, forse se ne era generato uno stato confusionale che ora provocava quegli assurdi ricordi… Certo, era un mistero come era finito alla base dell’altro versante della Rocca, e come era stato ritrovato asciutto quando quel furioso temporale aveva scaricato una gran quantità d’acqua… Ma sì! – nuovamente cercò di scuotersi – era certamente in confusione, e dunque aveva probabilmente sbagliato sentiero; il nonno ne sapeva tantissime di quelle storie, ma la maggior parte erano frutto della fantasia popolare, delle superstizioni d’un tempo, o se vi era un qualche fondo di verità, il passaparola di tante generazioni lo aveva reso mille volte più “abbondante” della effettiva realtà, lo sanno tutti come si generano certe leggende che oggi si definiscono “metropolitane”!
Il mal di testa persisteva ancora, tuttavia Marco decise di alzarsi; doveva anche cambiarsi d’abito, era ancora vestito come durante la bislacca giornata precedente. Si tolse scarpe e maglione, infilò le mani nelle tasche dei pantaloni per cercarvi un fazzoletto; insieme ad esso, le dita estrassero qualcosa che non si ricordava d’avere: una specie di piccolo sasso piatto, rugoso e sporco di terriccio, ma con una parte del bordo ben definita e liscia. Cercò di capire cosa fosse, ripulendola con le dita e il fazzoletto: sembrava un medaglione, cinque o sei centimetri di diametro ma smangiato su buona parte delle facce, e dal bordo eroso – a parte quella parte più netta. Lo osservò per bene, intuì da quel poco che restava cosa rappresentasse, e una ennesima folgore, questa volta tutta interiore, gli piegò le gambe e lo fece cadere disteso sul letto, quasi svenuto dallo sbigottimento: su quella sorta di medaglia vi era impressa una faccia ritratta di profilo, alcune lettere e una data in caratteri romani: “RIGON, MDVI”! RIGON, Arrigoni… Simone Arrigoni, il signore della Rocca di Baiedo, che venne catturato e ucciso dai Francesi nel 1506! – MDVI, millecinquecentosei in caratteri romani – come lo stesso Leonardo aveva raccontato, e come c’era scritto su quel vecchio libro del nonno del 1900 o giù di lì!
Per un tempo indefinito Marco restò così, steso sul letto, in uno stato quasi catatonico, lo strano medaglione stretto nel pugno; certamente si addormentò, sfinito da un’emozione tanto forte quanto irrazionale, illogica come il senso di certe storie che il tempo sovente conserva più della mente umana, la quale invece, di fronte al mistero, si ferma attonita e impotente ancora oggi, quando l’imperante tecnologia domina su ogni cosa e di ogni cosa spesso pretende di possedere il segreto; ma, altrettanto spesso, tale pretesa è solo una mera illusione, buona per chi non possiede la sensibilità di comprendere come quella presunzione è un segno di debolezza, di chi vuole a tutti i costi dominare per non essere dominato, incapace invece di convivere con i potenziali segreti di una terra antica e meravigliosa come la Valsassina, e percepire di essi tutto l’impulso di fascino e misteriosa bellezza profferto all’animo umano.

392_001Marco non tornò mai sulla Rocca a ricercare quel presumibile cunicolo dove cadde nel labirinto sotterraneo, e non rifiuta la possibilità che tutta quell’avventura fu effettivamente frutto di una allucinazione; più semplicemente, egli ha deciso di mantenere nella sua plurisecolare tranquillità il potenziale mistero, senza intaccarne il fascino e l’influsso su chi ne venisse a conoscenza. Anzi, da quella bizzarra avventura ha saputo ancor più aumentare il suo amore per la valle, per questa terra non solo bella esteriormente, nei suoi meravigliosi paesaggi, nei suoi colori, nelle sue armonie naturali, ma anche interiormente, nei suoi segreti sconosciuti, nelle sue leggende e in chissà quanti altri racconti di cui si popola la storia valsassinese, alcuni noti ed altri dei quali nessuno più ricorda nulla… Lo strano medaglione, invece, lo ha voluto incastonare sulla piccola e semplice lapide che segnala il luogo di sepoltura del nonno, giù al cimitero, quale segno di gratitudine per quel vecchio che, con i suoi continui racconti, lo fece innamorare della sua terra e delle sue storie. Ora che da poco è divenuto padre, Marco si è ripromesso di fare lo stesso con il figlio, di affascinarlo con tutte quelle antiche leggende, quei misteri, quegli enigmi, discepolo di quella tradizione orale tramandata di generazione in generazione la cui salvaguardia rappresenta la vera memoria di un luogo, della sue gente e della sua storia; ma l’avventura della Rocca di Baiedo no, non gliela racconterà: è un segreto tutto suo, quello, e nella sua incredibile, inspiegabile natura forse sopravviverà per sempre.