La triste (e un po’ irritante) sorte del vecchio, glorioso Rifugio Allievi

Rilancio (nel mio piccolo) l’appello di Luca Maspes, rinomata guida alpina della Val Masino, riguardante lo stato sempre più fatiscente della vecchia, gloriosa Capanna Allievi in Valle di Zocca (Val di Mello, provincia di Sondrio), danneggiata nel 2000 da una valanga e da allora tristemente abbandonata a sé stessa nonostante le dimensioni limitate dell’edificio e i danni non irreparabili (ma sempre più gravi, dato il tempo che passa) ne consentirebbero la rimessa in sesto.

Scrive Maspes:

Ancora lì, in bella mostra, un rifugio scoperchiato dal soffio di una valanga e un tetto pericolante che aspetta forse di cadere in testa a chi si siede sotto.
Dopo 25 anni che lo vedo così (un quarto di secolo, mica l’altro ieri), mi chiedo come non si riescano a trovare due sghei per rifare o almeno mettere le toppe al Rifugio Allievi, classe 1905, importante pezzo di storia dell’alpinismo nel Masino.

Vero, lì accanto c’è il “nuovo” (è del 1988) Rifugio Allievi-Bonacossa e sì, c’è sicuramente una spesa da affrontare non di pochi Euro: ma non costa di più la visione di un manufatto così fatiscente nel mezzo di un anfiteatro di alta quota e di un paesaggio alpestre tra i più spettacolari delle Alpi Retiche? Non costa di più osservare una capanna che – lo si percepisce bene -può raccontare molto di quel paesaggio e alimentarne il valore ambientale e culturale? E non costerebbero meno la cura, la sensibilità e il rispetto per il luogo, per la sua storia, per chi lo frequenta e per quanto può donare a chiunque lo visita?

Insomma: non sarebbe quanto meno il caso di provarci, a sistemarla? Con tutti i soldi che gli enti pubblici spendono per opere interventi meno nobili e ben più opinabili, per giunta!

D’altro canto la vecchia Capanna Allievi non è il solo rifugio storico sulle montagne italiane abbandonato a sé stesso. Ad esempio, poco distante dalla Allievi, la Capanna Desio al Passo di Corna Rossa sul Monte Disgrazia (la cui storia inizia addirittura nel 1880) e chiusa dal 2001 è sempre più prossima al crollo – ne ho scritto qui, insieme ad altri rifugi in simili condizioni. E come già scrivevo in quella circostanza, un po’ più di considerazione se la meriterebbero, queste strutture, e possibilmente prima che diventino un brutto e tristissimo cumulo di macerie d’alta quota.

MONTAG/NEWS #19: cose interessanti da conoscere sulla realtà attuale delle nostre montagne

Si dice spesso che le montagne sono – o possono essere – un laboratorio di cittadinanza, termine da intendersi in tutto i suoi vari significati: di vita e vitalità, di residenzialità resiliente, di relazione sociale e culturale, di coesistenza ecologica, di impegno civico… ciò è tanto vero quanto ancora troppo poco considerato concretamente, al di là delle tante parole spese al riguardo. Anche per questo conoscere la realtà di fatto dei territori montani e rifletterci sopra è importante, emblematico, illuminante, non solo per le montagne stesse e le loro comunità ma per tutti noi – anche per chi in montagna non ci va mai.

Dunque, per alimentare la vostra conoscenza e la riflessione riguardo ciò che accade sulle montagne, eccovi una nuova mini-rassegna stampa di alcune delle notizie più interessanti relative a cose di montagna pubblicate in rete e sulla stampa la scorsa settimana, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento. Le notizie più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra, aggiornata quotidianamente; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture e buoni approfondimenti!


[Immagine tratta da www.gr.ch.]

LA CONVIVENZA TRA BIKERS E ESCURSIONISTI IN SVIZZERA

Si discute spesso della frequentazione condivisa di escursionisti e bikers dei sentieri di montagna, e non di rado emergono problematiche varie circa il rispetto reciproco, la sicurezza, la manutenzione dei tracciati. Nel Canton Grigioni (Svizzera) è attivo dal 2019 il progetto “Fairtrail”, che promuove la coesistenza improntata al rispetto tra amanti della mountain bike ed escursionisti che usano i percorsi per il traffico non motorizzato delle montagne grigionesi. La campagna mira a sensibilizzare gli utenti nei confronti del prossimo, della natura, dell’agricoltura e degli animali selvatici, e qualche giorno fa sono stati pubblicati i riscontri al riguardo per l’anno 2025, con i reclami registrati e i risultati ottenuti dalle campagne di sensibilizzazione.


QUANTO HANNO “FRUTTATO” LE OLIMPIADI?

Arrivano le prime stime su quanto abbiano “fruttato” le Olimpiadi di Milano Cortina: le propone il quotidiano finanziario “Italia Oggi” (ripreso da “MilanoToday”) che parla di «Almeno un miliardo e 300 milioni di euro. La parte del leone va ai diritti televisivi (570 milioni), quasi eguagliati dalle sponsorizzazioni (550 milioni). Più bassi i ricavi della vendita dei biglietti. Esclusi però i ricavi da merchandising e altre voci che ancora non è possibile definire». Il raggiungimento del pareggio di bilancio operativo è stimato a 1,7 miliardi di euro, tuttavia, anche considerando le stime sull’indotto olimpico, sembra alquanto lontano il pareggio complessivo con i circa 7 miliardi di costi olimpici (molto lievitati rispetto alle stime iniziali, e senza contare gli extra costi) e con gli elevati “costi ambientali” la cui determinazione economica è molto difficile.


IDROELETTRICO, LA MONTAGNA COME UN BANCOMAT

Il Comitato del Grande Idroelettrico, che riunisce rappresentanti di territori montani per tutelare gli interessi locali nel rinnovo delle concessioni idroelettriche, denuncia la situazione di stallo al riguardo: «Il rinnovo delle concessioni idroelettriche in Italia è fermo a un binario morto, intrappolato tra l’inerzia del Governo, i timori sulla reciprocità europea e il ruolo dei grandi produttori. Come comitato esprimiamo forte preoccupazione per la direzione che sta prendendo anche Regione Lombardia con le voci e le uscite della stampa sulla quarta via, l’ennesima proroga condizionata per i grandi produttori. La montagna non è un bancomat per i colossi dell’energia!»


[Immagine tratta da www.planetmountain.com.]

IL PRIMO “CLIMBING PARK” INTERNAZIONALE

Tra Val Masino e Val Bregaglia sta per nascere il primo Climbing Park internazionale, grazie a un progetto transfrontaliero del valore di 1,2 milioni di Euro che unirà i graniti di Grigioni e Valtellina, uno dei territori alpini più apprezzati a livello europeo per la qualità paesaggistica e per l’arrampicata su granito. Il progetto si chiama “APICI”, acronimo di Attuazione del Polo Internazionale del Climbing Interconnesso, e non vuole essere un comune piano di sviluppo territoriale ma un modello di governance replicabile anche in altri contesti alpini: valorizzare senza snaturare, rendere accessibile senza massificare, educare invece di limitarsi a promuovere.


[Immagine tratta dalla pagina Facebook del Comune di Civitella Alfedena.]

CIVITELLA ALFEDENA, TURISMO SENZA IMPIANTI CON SUCCESSO

Tra i paesi di montagna italiani che riescono a fare a meno di piste da discesa e di impianti spicca Civitella Alfedena, località che mezzo secolo fa ha simboleggiato la rinascita dell’allora Parco Nazionale d’Abruzzo e poi di tutte le aree protette italiane. Un’amministrazione giovane e aperta alla collaborazione con il Parco, l’apertura a campeggiatori ed escursionisti, lo sviluppo di attività in ambiente praticabili tutto l’anno, la nascita dell’Area faunistica del Lupo e del vicino Museo… Risultatovari alberghi, b&b e ristoranti, quattro agenzie di guide escursionistiche, tre alimentari, alcune nuove botteghe artigiane e un paese unito e attivo con una vitalità economica certificata. Un paese che sta sapendo costruirsi un buon futuro, insomma.


L’IMPATTO DELLE OLIMPIADI SUI TERRITORI COINVOLTI

Un progetto di ricerca dell’Università di Bergamo, curato dal ricercatore Francesco Antonelli, sta indagando l’impatto dei Giochi Olimpici di Milano Cortina sui territori coinvolti e si interroga su benefici e criticità dell’eredità olimpica. Dalle grandi infrastrutture alla vita quotidiana delle comunità alpine, i Giochi mettono alla prova il rapporto tra città e montagna: «La vera legacy – rimarca Antonelli – non sta tanto nelle infrastrutture o nella visibilità turistica, ma nel rafforzare un territorio di per sé fragile senza snaturarlo e senza che si generino squilibri ambientali e sociali. La legacy si gioca tutta nel cercare di mettere al centro la montagna.» Osservazioni perfette e condivisibili, ma non sembra che i dirigenti olimpici le abbiano tenute in considerazione.

L’indifferenza di una volta verso le montagne e quella di oggi

[Val Masino: in primo piano sulla sinistra la Punta Fiorelli, in secondo piano il Pizzo Badile e il Pizzo Cengalo. Foto di Resegun, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

[Mi rallegro] dell’indifferenza dei montanari del versante valtellinese per tutto ciò che oltrepassa il limite dei loro pascoli, cosi che non un nome lombardo sia venuto ad aumentare quel caos.

[Francesco Lurani Cernuschi, Le Montagne di Val Màsino. Appunti topografici ed alpinistici, CAI Sezione di Milano, 1883.]

In questo passaggio il Conte Lurani Cernuschi, fra le figure di maggior rilievo dell’alpinismo italiano di fine Ottocento e grande esploratore nonché salitore delle cime della Val Masino (non solo, ma soprattutto di queste), si riferisce alla confusione toponomastica che ancora a quei tempi contraddistingueva le montagne della zona (per dire: il Pizzo Badile e il Pizzo Cengalo, le due vette più rinomate, su diverse mappe topografiche si scambiarono più volte il nome, che non era nemmeno quello attuale!) e a tal proposito ricorda una realtà che trovo sempre affascinante: ai montanari di una volta non fregava un bel nulla delle loro montagne, ovvero niente da cui non si potesse ricavare qualcosa di utile alla loro (ostica) vita quotidiana. Dunque probabilmente non elaboravano nemmeno considerazioni di natura estetica su quelle vette: la bellezza della montagna non sapevano cosa fosse, bello semmai era ciò che risultava utile, appunto. Il prato era “bello”, ci pascolavano le bestie; l’acqua era “bella”, almeno fino a che non esondasse dai torrenti; il bosco prossimo ai villaggi era bello, dava legna da costruzione e da ardere. Le vette, che erano fatte di rocce verticali, ghiacci crepacciati, gande e ghiaioni instabili, che mai potevano avere di bello? Infatti per i montanari del tempo erano popolate da mostri, demoni e dalle creature più spaventose, le uniche a poter vivere in quel pezzo di mondo così pericoloso e sterile.

Salvo che, da metà Ottocento in poi, quelle terrificanti creature furono “messe in fuga” da altre creature, questa volta umane e nonostante ciò inopinatamente attratte da rocce a strapiombo e ghiacciai labirintici e dalle vette protese verso il nulla del cielo. Vette che per ciò cominciarono a essere denominate, per il prestigio di chi le aveva salite per la prima volta e se ne poteva vantare ma pure di geografi, cartografi, topografi e, ultimi ma non ultimi, di noi che ora frequentiamo le montagne e ci emozioniamo di fronte alla loro bellezza, alla spettacolarità delle morfologie alpestri, al fascino insuperabile dei paesaggi d’alta quota… tutte cose di nostra invenzione recente, come detto, che ci siamo portati appreso quando abbiamo trasformato l’alpinismo in turismo e per molti versi imposto ai montanari che invece non ne avevano cognizione.

[Il Rifugio Luigi Gianetti sovrastato dalla mole del Pizzo Badile. Foto di Ggambaro, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Fu un processo culturale inevitabile, nel bene e nel male. Nel frattempo, però, la geografia così amata dagli alpinisti di una volta oggi è stata pressoché dimenticata, a partire dalla scuola, e di contro milioni di immagini di panorami montani, in forma di selfie oppure no, inondano quotidianamente i social media senza che chi le ha riprese sappia cosa riprendano, se non vagamente. E nemmeno più la bellezza utilitaristica dei vecchi montanari è sopravvissuta, per come sovente quei pascoli oggi vengano occupati e cancellati da infrastrutture turistiche d’ogni sorta e parimenti allo stesso scopo o altri similari vengano abbattuti i boschi.

A modo loro se pur gioco forza erano “ecologisti”, quei montanari, nell’accezione originaria del termine: sapevano bene che senza equilibrio e armonia con le montagne la loro vita sarebbe diventata ben peggiore di quanto già dura non fosse. Noi, invece, che ci vantiamo tanto di essere “ecologici”, temo che ancora l’importanza di quella condizione di equilibrio e armonia con l’ambiente montano non l’abbiamo ancora capita benissimo. Siamo a nostra volta indifferenti alle montagne ma perché ci curiamo troppo poco delle loro innumerevoli valenze per la nostra vita, preferendo considerarle solo se funzionali al nostro diletto oppure se si possono “valorizzare” (valori vs valenze, in pratica) per ricavarci tornaconti molto venali.

È pure questo un processo culturale inevitabile? Io non credo, o almeno credo che non lo dovrebbe essere. In fondo siamo nel 2024, non nel 1883, giusto?

Il “caso” Val di Mello su “Sherpa”

Ringrazio di cuore il portale web “Sherpa per l’attenzione riservata alle mie considerazioni intorno alle battaglie per la salvaguardia della Val di Mello. È un onore essere ospitati in un così prestigioso spazio di divulgazione culturale sui temi di montagna e da una figura tanto importante al riguardo come Alessandro Gogna che ne è l’ideatore e principale curatore.

Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo, mentre quello originario sul blog lo trovate qui.

“Vita da gregge”: come aiutare l’Azienda Agricola Stefano Villani (e le sue pecore)

A seguito dell’articolo dello scorso 17 novembre nel quale ho raccontato – rapidamente – la storia di Stefano Villani e delle sue pecore disperse tra i monti della Val Masino, e invitato ad aiutarlo nel far fronte alle ingenti spese sostenute per i numerosi tentativi di recupero effettuati al fine di salvare più pecore possibile, molti stanno scrivendo a me per chiedere informazioni dettagliate al riguardo, su come partecipare alla raccolta fondi “Vita da gregge” o addirittura i dati con i quali inviare contributi in denaro.

A chiunque rimarco che è necessario (oltre che giusto) contattare direttamente Stefano Villani e Lucia Giacomelli presso l’azienda agricola scrivendo una mail a giacomelli.lucia@alice.it o un messaggio al numero Whatsapp 340.7077315.

Abbiate pazienza se non vi rispondono subito: non è un call center e hanno un’azienda agricola e degli animali – oltre a tutto il resto di ordinariamente quotidiano – a cui star dietro!

Ulteriori informazioni sulle modalità di partecipazione alla raccolta di aiuti le trovate sulle pagine Facebook dell’Azienda Agricola Villani, https://www.facebook.com/groups/217165815855431 e su quella di Lucia Giacomelli https://www.facebook.com/lucia.alpeboron/posts/2468092996686180.

Ricordo infine che un bel resoconto di quanto accaduto nelle scorse settimane al gregge di Stefano e delle numerose missioni di salvataggio in quota, tra i picchi e i precipizi vertiginosi dei monti del Masino tra i quali le pecore si sono incrodate – al netto dei media che, numerosi, se ne sono occupati in questo periodo vista la storia incredibile accaduta – lo trovate sulla pagina Facebook di Luca Maspes, celebre guida alpina che da subito ha offerto il proprio aiuto a Stefano e a chiunque abbia partecipato ai salvataggi, qui: https://www.facebook.com/profile.php?id=1532171155. Da leggere, per saperne di più.