Vivere in montagna (ma non ovunque)

Quando lo scorso ottobre era uscito su “swissinfo.ch” il reportage multimediale Vivere e lavorare in montagna grazie a internet, che potete vedere e leggere cliccando sull’immagine qui sopra, lo avevo messo subito tra le cose importanti da conservare e di cui tenere ben conto, per me che mi occupo anche di progetti culturali nei territori di montagna. Nel reportage elvetico gli autori illustrano e dimostrano nel concreto, ovvero con testimonianze pratiche, come le nuove tecnologie possono rappresentare non solo una salvezza per le montagne ma pure un’opportunità di grande rilancio e di potenziale forte valorizzazione, al punto da diventare, quelle zone in quota altrimenti a rischio di abbandono, una nuova dimensione vitale ideale, un habitat prezioso e contestuale ai cambiamenti in atto nella contemporaneità, a livello economico, sociale, culturale e ovviamente ambientale.

Ecco: peraltro la mia attenzione verso il reportage nasceva anche dal fatto che, negli stessi giorni e in relazione all’al di qua delle Alpi, cioè al versante italiano, in tema di vita sui monti e relative opportunità digitali avevo letto resoconti e testimonianze di ben altro tono, ad esempio in articoli come questo, tratto dal sito dell’Uncem (cliccateci sopra per leggere il contenuto):

Un contrasto tanto sconcertante quanto irritante, che per l’ennesima volta palesa quanto siano vuote e ipocrite le tante “belle” parole spese da politici, amministratori pubblici e funzionari vari, con le relative lacrime di coccodrillo, in merito alla salvaguardia socio-economica (il che significa anche culturale) delle aree marginali e interne dell’Italia ovvero al loro degrado, aree che sono per la gran parte territori di montagna. E tale situazione non si giustifica affatto con l’avere contiguo un paese come la Svizzera, economicamente ma pure socialmente e culturalmente ben più vivo e in salute: i confronti servono a generare metri di paragone ma poi ogni situazione è a sé stante, nel bene e nel male, e in merito alla sua realtà bisogna agire, non (solo) perché altri fanno meglio. Altrimenti quel divario così palese al punto di sembrare incolmabile rischia di diventare una paradossale giustificazione al non fare – altra cosa che i sopra citati figuri pubblici italici sanno fare benissimo, come è noto.

Ora leggo che il reportage di swissinfo.ch dell’ottobre scorso figura tra i lavori selezionati per il prestigioso Swiss Press Award, il più importante premio giornalistico svizzero – in un paese nel quale, peraltro, l’informazione sovente offre esempi di altissima qualità, anche in tal caso con un divario rispetto alla situazione italiana deprimente e, di nuovo, assai irritante.

Ecco, mi fa piacere questo. Perché è qualcosa di concretamente utile per le montagne le quali – è bene ricordarlo, a dispetto di come la geopolitica odierna di matrice cartesiana le considera – non rappresentano affatto confini ma zone di contatto e unione: dunque chissà che quanto raccontato nel reportage svizzero sia ben appreso e messo in pratica anche al di qua, della catena alpina. Chissà.

INTERVALLO – Bologna, Biblioteca Salaborsa

[Foto di Pietro Luca Cassarino – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=60728241 ]
Inaugurata nel 2001 all’interno di Palazzo d’Accursio, sede storica del Comune di Bologna, la Salaborsa vanta uno scenario che la rende una delle biblioteche più belle d’Italia.
Oltre al suggestivo contesto architettonico della “piazza coperta” con il triplo ordine di archi e il tetto a cassettoni, sotto i pavimenti di vetro è possibile ammirare reperti archeologici di varie civiltà: dai resti della Civiltà Villanoviana del VII secolo a.C., passando per gli etruschi, arrivando ai romani. Il patrimonio della Salaborsa è parecchio vasto, trattandosi di una biblioteca pubblica multimediale di informazione generale che si prefigge lo scopo di sostenere la diffusione dell’uso delle risorse elettroniche e l’accesso alle nuove tecnologie dell’informazione.

Cliccate sull’immagine in  testa al post per visitare il sito web della biblioteca.

(Parte delle informazioni nel testo sono tratte da qui.)

«Non c’è quasi niente, qui!»

«Bello questo posto. Non c’ero mai stato» mi dice il tizio giunto per lavoro nel piccolo comune di montagna dove abito. «Certo che però non c’è quasi niente, qui» aggiunge, mentre lo accolgo sull’uscio di casa.

Mi guardo intorno.
Le montagne che si stagliano contro il cielo terso, in alto innevate, le forme dei versanti evidenziate dalla luminosità radente, i boschi e le selve che cingono le case del paese, il profilo delle Alpi Occidentali col Monte Rosa ben distinguibile, i campi laggiù in parte colorati dal Sole e in parte, quella in ombra, ancora bianchi di brina. La strada deserta sotto casa al cui lato passa un ragazzino col suo cane, un asino che raglia, un cane lontano che abbaia, altrimenti la quiete.
A momenti, il rumore di qualche foglia secca che la brezza leggera spinge qui e là.
L’aria frizzante, un vago odore di camino.

Però Milano non si vede, oggi, c’è foschia là sulla pianura oltre la valle dell’Adda.

«Sì, in effetti non c’è granché, qui. Ha proprio ragione!» rispondo al tizio che mi stava guardando senza capire quegli attimi di silenzio.

Non si perde tempo, qui!

[Foto di Yvonne Huijbens da Pixabay]
Comunque, volevo denotarvi che nel tempo in cui uno in città esce di casa, prende l’auto, resta bloccato nel traffico o nella folla sulla metro o sul bus, va in posta (c’è coda), va al centro commerciale, scrive dallo smartphone sui social, va a bere qualcosa (c’è pieno), cambia bar, scrive ancora dallo smartphone sui social, telefona (c’è rumore, non si sente bene) corre al parcheggio che sennò gli scade il biglietto, si rimette in coda nel traffico o tra la folla sulla metro, s’incazza per tutto questo casino, torna a casa, si rende conto di aver dimenticato di fare qualcosa, eccetera, io, qui in montagna, me ne sto sdraiato su un prato a osservare le evoluzioni in cielo di una poiana o le arrampicate d’una mamma camoscio col suo piccolo lungo una dorsale rocciosa o ancora, nascosto dietro un cespuglio, l’andirivieni infaticabile di una lepre oppure, semplicemente, a seguire i profili delle montagne stagliati all’orizzonte sull’azzurro del cielo.

Perché qui non si perde mica tempo come quelli laggiù in città, eh!
Il tempo è prezioso, non va sprecato!
Ecco.

Nel mezzo del cammin

Capisco di essere nella fase della vita in cui la visione del mondo è mediata – o forse è mescolata – tra quella del retaggio giovanile e quella dell’evoluzione senile, quando vedo in giro gente che sta facendo una certa cosa e sempre metà della mia mente formula l’osservazione «Ma che fa quello? Risponde a una telefonata tenendo in quel modo stupido il cellulare?» mentre l’altra intuisce che il tizio sta inviando un “vocale” con Whatsapp – ma solo qualche istante dopo che la prima metà formuli quella considerazione.
Già.

P.S.: devo ammettere che c’è pure una residuale parte della prima metà che di primo acchito suggerisce che quella cosa in cui sembra che parli la gente nelle situazioni suddette sia una calcolatrice, non un moderno smartphone.