Estrarre uranio dalle Alpi per il ritorno del nucleare in Italia: un piano strategico sensato o una pretesa pericolosa e scriteriata?

[Panoramica della Val Vedello. Immagine tratta da https://valvedello.it/.]
Da qualche mese settimana tiene banco, come saprete, la questione del paventato ritorno dell’Italia alla produzione di energia nucleare, seppur per ora di concreto si sia fatto ben poco – solo una “legge delega” con il quale il Parlamento attribuisce al Governo la facoltà di legiferare su una materia attraverso uno o più decreti legislativi. Ma ancor più l’eventuale ritorno del nucleare italiano tiene banco nel dibattito sulle Alpi lombarde, in particolar modo sulle Orobie tra le valli bergamasche e la Valtellina dove si trovano i principali giacimenti di uranio, il minerale che fa da combustibile principale nelle centrali nucleari per produrre energia elettrica tramite il processo di fissione nucleare.

La potenzialità estrattiva di tali giacimenti alpino-orobici venne già indagata decenni fa, poi non se ne fece più nulla per problemi vari e per l’opposizione delle comunità locali, anche a seguito del referendum del 1987 che fermò la produzione di energia nucleare in Italia. Ora alcuni soggetti industriali sono tornati a chiedere i permessi per indagare le prospettive di sfruttamento dei giacimenti in questione. Si tratta di un’opportunità importante per i territori coinvolti e possibilità di grande valore strategico per il nostro paese, oppure di un rischio che sotto diversi punti di vista appare insostenibile e inammissibile?

Vado con ordine e provo a elencare alcuni degli aspetti più significativi della questione, che in certi casi non ho ancora visto mettere in evidenza dalla stampa che finora se ne è occupata.

Come accennavo, i principali e più significativi giacimenti di uranio italiani si trovano nelle Alpi Orobie, divisi tra le province di Bergamo e Sondrio, e insieme costituiscono la più grande riserva stimata nel Paese. Due sono i siti d’interesse strategico per un eventuale ritorno all’energia nucleare: uno è quello di Novazza, nel comune di Valgoglio, in Alta Val Seriana, provincia di Bergamo, che è il giacimento storicamente più noto (venne scoperto nel 1959) e contiene una riserva stimata di circa 1.000 tonnellate di uranio metallico, a una quota di circa 1100 metri. L’altro è quello della Val Vedello, territorio che è parte del bacino idrografico della Val Caronno (laterale della Valtellina) in comune di Piateda, provincia di Sondrio: si tratta del giacimento quantitativamente più importante d’Italia, con riserve stimate per circa 6.000 tonnellate poste tra i 1900 e i 2300 metri di quota.

[La posizione dei due giacimenti, sopra quello valtellinese e sotto quello bergamasco.]

Nel resto del territorio nazionale (come in Sardegna, Lazio o Trentino) sono state individuate nel tempo solo altre piccole mineralizzazioni uranifere che ammontano complessivamente a poche centinaia di tonnellate, considerate dunque poco strategiche e prive di reale valore industriale.

Entrambi i giacimenti sulle Orobie non sono mai entrate nella fase di effettiva produzione commerciale, per le oggettive difficoltà logistiche – presenti soprattutto in Val Vedello, vista la geografia del territorio – per il venir meno dei finanziamenti comunitari, l’opposizione delle comunità locali e, come detto, anche in forza del referendum sul nucleare del 1987, stravinto dal “NO” al nucleare se pur certamente condizionato dal disastro di Černóbyl’, che avvenne proprio l’anno prima.

Tuttavia, con il recente e ufficiale riavvio italiano del percorso per il ritorno alla produzione di energia nucleare, deciso – a dire delle istituzioni – «nel rispetto degli obblighi europei e internazionali e si inserisce nel quadro delle politiche comunitarie indirizzate al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione al 2050, con l’obiettivo di rafforzare sicurezza e indipendenza energetica, contenendo i costi dei consumi», la società canadese Zenith Energy, tramite la controllata Futuro Energetico Italiano, ha depositato istanze di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per avviare permessi di ricerca ed esplorazione nei giacimenti orobici con l’obiettivo di mappare con precisione la reale consistenza ed economicità del giacimento. Ciò ha subitamente attivato una mobilitazione popolare critica nei confronti di tale eventualità (ci arrivo tra poco), in particolar modo sul versante valtellinese: la Val Vedello è uno dei territori più suggestivamente aspri e selvaggi e per ciò affascinanti della catena alpina orobica, inclusa nel territorio tutelato dal Parco delle Orobie Valtellinesi e all’interno dei siti protetti della Rete Natura 2000 – specificamente nella Zona Speciale di Conservazione “Val Venina” e nella ZPS del Parco stesso. Una valle di grande bellezza alpestre e parimenti di notevole delicatezza ambientale, dunque.

Apro una parentesi: le società Zenith Energy e Futuro Energetico Italiano sono parte di una piccola ma già complessa rete di imprese e di intrecci imprenditoriali e finanziari che ricorda un po’ il sistema delle scatole cinesi:

Peraltro vengono rilevate alcune criticità inquietanti su tale rete di società, come la capacità tecnico-economica dichiarata che si riferisce a concessioni di idrocarburi e non al settore uranifero, il capitale sociale di Futuro Energetico Italiano di 750.000 Euro troppo esiguo a fronte dell’ammontare complessivo dell’investimento minerario, l’assenza di una chiara previsione di spesa e i pochi dipendenti di Zenith Energy, che nel frattempo contro ha in corso alcuni contenziosi internazionali con la Tunisia. Di una delle società della rete suddetta, la Reveille Resources, lo scorso ottobre è stato nominato presidente Mike Pompeo, ex direttore della CIA ed ex Segretario di Stato degli Stati Uniti durante la prima presidenza Trump. La carica ufficiale è di presidente non esecutivo del consiglio di amministrazione per un mandato iniziale di tre anni, efficace dopo le verifiche regolamentari. Nel comunicato di nomina, Pompeo definisce l’uranio un metallo strategico e afferma che la società non promette una produzione immediata ma «un’esplorazione responsabile».

Chiudo la parentesi.

Dunque, riassumendo fino a questo punto, per tornare a produrre energia nucleare in Italia si vuole estrarre uranio dalle montagne orobiche, affrontando numerose criticità che chiunque è già in grado di immaginare e prevedere. Quindi i vantaggi potenziali da tale attività mineraria alpestre sono maggiori di quelle criticità?

La risposta è no. Dal punto di vista energetico, le sole riserve di Novazza potrebbero alimentare una singola centrale nucleare standard per circa 6 anni. Nel complesso, anche sfruttando sia Novazza che la Val Vedello, le risorse nazionali rimangono modeste su scala globale: ciò significa che qualora l’Italia decidesse di riavviare un piano energetico basato sul nucleare, la produzione interna coprirebbe solo una minima frazione del fabbisogno, costringendo comunque il paese a importare quasi tutto l’uranio dall’estero, ad esempio dai maggiori produttori globali come Kazakistan, Canada o Australia. Non solo, l’uranio che verrebbe estratto non potrebbe essere utilizzato direttamente nei reattori, ma andrebbe “arricchito”: si tratta di un processo complesso e molto costoso per il quale servono impianti che l’Italia non possiede, e questo comporta che il nostro paese dovrebbe in ogni caso far trasformare l’uranio all’estero. Dunque, realizzare e possedere centrali nucleari per l’Italia non significa automaticamente raggiungere l’indipendenza energetica, come invece si legge di frequente sulla stampa in forza delle dichiarazioni di alcuni politici.

[Veduta della Val Vedello nella quale, a destra, si notano la strada di accesso e l’imbocco delle vecchie gallerie uranifere. Immagine tratta da www.paesidivaltellina.eu.]
Più in dettaglio, il bilancio economico relativo all’eventuale attività di coltivazione mineraria dei giacimenti dell’uranio si divide nettamente tra la fase attuale di studio che si vorrebbe avviare e quella ipotetica di estrazione commerciale. I costi per l’esplorazione iniziale sarebbero effettivamente bassi: le gallerie e i portali sotterranei in entrambi i siti esistono già, realizzati nelle precedenti esplorazioni degli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Poiché l’infrastruttura logistica di base è già tracciata ed è accessibile ai mezzi, la prima fase di mappatura 3D, i carotaggi e i campionamenti avrebbero un costo operativo ridotto per la società mineraria.

Di contro, i veri costi esploderebbero successivamente in caso di estrazione, proprio perché, come accennato, l’Italia non possiede impianti per la raffinazione dell’uranio né tantomeno per l’arricchimento del combustibile necessario ai reattori nucleari. Costruire siti per il trattamento chimico in loco (per produrre il cosiddetto yellowcake) richiederebbe investimenti miliardari, difficilmente ammortizzabili con le sole 7000 tonnellate complessive stimate nei due giacimenti orobici. L’alternativa, appunto sarebbe spedire il materiale grezzo all’estero, con altrettanto enormi costi di logistica e sicurezza che inevitabilmente si rifletterebbero nelle bollette di noi consumatori, oltre a un’impronta ambientale che annullerebbe qualsivoglia vantaggio in tema di sostenibilità ambientale.

Ecco, a tal proposito: l’impatto ambientale e sanitario. Che è ovviamente, lapalissianamente, inesorabilmente criticissimo. A metterlo bene in evidenza è il gruppo consiliare di minoranza “SiAmo Piateda” – che opera nell’omonimo comune valtellinese; è anche l’autore dei simpatici e giustamente provocatori video che vedete nell’articolo, dei quali ne trovate molti altri sulla loro pagina YouTube – che lo scorso 26 ottobre ha depositato al Ministero dell’Ambiente un dossier con 34 osservazioni critiche in opposizione al progetto di ricerca mineraria e uranifera, contestando l’affermazione che il progetto sia privo di rischi significativi, come invece sostengono Zenith Energy e Futuro Energetico Italiano chiedendone il rigetto o la sospensione per tutelare la salute pubblica e il patrimonio naturale locale.

In particolar modo il gruppo segnala la presenza di rischi radiologici e ambientali, presenza di uranio, arsenico nelle acque potabili, concentrazioni anomale di radon e rifiuti pericolosi (NORM); rimarca le lacune tecniche del progetto, tra cui le carenze nelle indagini preliminari, nei bilanci di massa e nelle modellazioni idrogeologiche; tocca il tema della sicurezza e della viabilità nella valle e soprattutto in quota, per l’inadeguatezza della strada di accesso al transito dei mezzi pesanti e l’inevitabile conflitto con la frequentazione turistica; infine pone l’accento fondamentale sulla tutela del territorio, sulle criticità legate all’uso di gallerie storiche non censite e ferme da decenni, sul rischio di dissesto idrogeologico, sull’impatto sull’ecosistema tutelato dal Parco delle Orobie Valtellinesi e dalla Rete Natura 2000, che ne mette a rischio le specie e gli habitat.

[L’ingresso, ora murato, delle vecchie gallerie minerarie. Immagine tratta da www.laprovinciaunicatv.it.]
Molto significativo sulla questione è anche il documento di osservazioni redatto dall’amica Anna Maria Bonettini, biologa del Parco Adamello (in passato già direttrice dell’ente) e grande esperta degli ecosistemi alpini lombardi, con il quale, dopo aver argomentato in maniera approfondita le varie criticità del progetto minerario, esprime il proprio Parere Negativo di Compatibilità Ambientale, in virtù del principio di precauzione previsto dal diritto dell’Unione Europea che consente (e in alcuni casi impone) di adottare misure di protezione e gestione del rischio quando vi è un potenziale pericolo per la salute umana, animale o per l’ambiente, ma manca una certezza scientifica assoluta sull’entità o sulla probabilità del danno. Bonettini inoltre chiede inoltre di vincolare il proseguimento di ogni valutazione all’acquisizione di un parere formale, autonomo e vincolante da parte degli enti tecnici territoriali di controllo, di disporre una campagna di monitoraggio radiometrico ante-operam per determinare il fondo naturale di radiazioni e di gas Radon indoor/outdoor, a totale carico del proponente ma strettamente vigilata dagli enti pubblici territoriali competenti, e di subordinare l’eventuale rilascio del permesso di ricerca al deposito preventivo di congrue garanzie fideiussorie assicurative da parte del soggetto proponente, a totale copertura delle potenziali passività ambientali e dei costi di eventuale bonifica radiologica d’urgenza. Trovate il documento in calce a questo articolo.

Ecco, questo è quanto. O meglio: ci sarebbe molto altro da poter rimarcare sulla questione, ma lo potete facilmente trovare sui già numerosi articoli di stampa usciti e sul web nonché nei link che vi indico alla fine di questa mia lunga dissertazione.

Per quanto mi riguarda, dopo aver firmato con altri un comunicato stampa – nella mia consueta e ferma indipendenza da qualsivoglia parte politica, ci tengo a rimarcarlo – che chiede ben più chiarezza e garanzia di interlocuzione con le comunità locali, ho maturato la netta convinzione che l’eventuale riavvio dell’estrazione uranifera sulle Alpi Orobie espone a rischi che, a fronte delle citate potenzialità dei giacimenti, non possono in alcun modo essere ammessi e tollerati dai territori e dalle comunità coinvolte. Mi sembra che ancora una volta, per dar seguito a un’iniziativa che, al netto della propaganda politico istituzionale – e della sua effettiva bontà: qui non è in discussione se sia giusto o no tornare al nucleare – i territori montani vengano considerati come meri depositi di risorse da sfruttare senza troppi scrupoli, ambiti di valore inferiore rispetto ad altri e dunque usufruibili in maniera disinteressata senza realmente porsi domande sul senso del contesto, del limite, della misura. Devastare intere zone montane, in certi casi poste oltre i 2000 metri di quota, in contesti di altissimo pregio naturalistico e ambientale – nonché di bellezza alpestre ormai rara – per ottenere meri profitti economico-industriali senza conseguire vantaggi significativi per la collettività – posta l’esiguità dei giacimenti orobici – sostanzialmente non ha senso né logica se non per qualcuno che ci voglia ricavare un proprio tornaconto, appunto.

Di nuovo la vicenda dell’uranio nelle Alpi Orobie mette in evidenza l’inquietante antinomia tra “economia” e “ecologia”, due parole, idee, concetti nati insieme dalla stessa radice (l’ho già ribadito tante volte, mi scuso per la monotonia) per operare a supporto reciproco per il bene del mondo e di noi che abitiamo, e che invece sono state rese contrapposte, con la prima che diventa sinonimo di finanza e di “turbocapitalismo” che punta unicamente a fare profitti a favore dei pochi che lo governano, a totale discapito della seconda, dunque dei territori, degli ambienti, dei paesaggi e di chi li vive.

E ancora, la questione rimarca come troppo spesso, in montagna, vengono progettate e realizzate iniziative senza prima porsi alcuni fondamentali domande al riguardo: il gioco vale la candela? Siamo disposti a devastare interi versanti montani per ricavarne una mera convenienza economica? Le comunità locali non dovrebbero essere le prime a esprimersi, ma prima – scusate il gioco di parole – di qualsiasi iniziativa e progetto? Quanto possiamo e vogliamo mettere in gioco, ovvero a rischio, i nostri paesaggi montani ancora più di quanto è già stato fatto fino a oggi? E per chi, per cosa, per quali benefici concreti?

Ecco. nuovamente, come detto, si sta correndo il rischio che qualcuno si riservi il diritto di fornire risposte a lui convenienti a domande importanti che tuttavia sono state poste dopo. E, per come ho cercato di spiegarvi fino a qui nonché per ciò che evidenziano i vari documenti sulla questione, in ogni caso non sembrano affatto buone risposte.

[Il Pizzo del Salto, alto 2665 metri, la cui mole domina la testata della Val Vedello. Alla base permangono i rimasugli di quello che era uno dei ghiacciai alla quota più bassa delle Alpi lombarde, la cui fronte ancora in anni recenti si posizionava a circa 2000 metri. Immagine di Daniela Marina, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Per saperne di più, approfondire la questione e attivarsi al riguardo:

Infine, ultima ma non ultima, la petizione da firmare su “Change.org”: https://www.change.org/p/blocchiamo-le-esplorazioni-minerarie-per-l-uranio-in-val-vedello-provincia-di-sondrio?recruiter=1432567723&recruited_by_id=fdad5e80-c945-11f1-bfa5-05e071a2dab9&utm_source=share_petition&utm_campaign=petition_dashboard&utm_medium=copylink&share_id=rZW4tvMWfq

Le piste da sci e gli impianti di Colere sono fuorilegge? Lo stabilirà la Procura di Bergamo

Ricorderete, forse, la vicenda del progettato collegamento tra i comprensori sciistici di Colere e Lizzola, sulle Prealpi bergamasche, uno degli interventi più devastanti e megalomaniaci degli ultimi anni che, appunto, non è al momento partito e anzi s’è impantanato in mille ovvi problemi – anche grazie all’attivismo del Comitato “Terre Alt(r)e” che da subito ha cercato di mettere pubblicamente in evidenza quei tanti problemi. Ne ho scritto spesso anche io della vicenda, qui trovate molti dei relativi articoli.

Nel frattempo sul versante di Colere, la cui società di gestione degli impianti è la capofila del progetto di collegamento con Lizzola, sono stati fatti molti lavori su piste da discesa, impianti, infrastrutture ovvero – per dirla in altro modo pure più obiettivo – molti danni al territorio montano coinvolto.

Per questo sabato 8 agosto scorso Legambiente, con l’assistenza dell’Avvocato Laura Testa, esperta di diritto amministrativo e ambientale, ha depositato un esposto alla Procura di Bergamo (vedi qui) per fare chiarezza su alcuni interventi realizzati nell’area negli ultimi mesi, dopo che le segnalazioni inviate un anno fa al Parco delle Orobie Bergamasche, ai carabinieri forestali e ai Comuni di Colere e Vilminore di Scalve non avrebbero mai ricevuto risposta; qui trovate il comunicato stampa al riguardo dell’associazione. A destare le maggiori preoccupazioni è la zona del geosito “Mare in Burrasca”, un sito carsico considerato tra i più pregiati della Lombardia, variamente devastato da nuove strade, spianamenti delle piste, scavi per impianti di servizio al comprensorio, in barba a numerose prescrizioni ambientali, senza le autorizzazioni previste dalla legge e in assenza di controlli da parte degli organi preposti, nel silenzio (assenso?) del Parco delle Orobie Bergamasche nel cui territorio ambientalmente tutelato ricade il comprensorio di Colere. Infine, anche il nuovo albergo di lusso realizzato (ristrutturando un preesistente stabile) nel mezzo delle piste a 1600 metri di quota presenterebbe criticità nella gestione dei rifiuti di cantiere e presunti problemi nell’impianto di trattamento dei reflui. Tombola!

E, ribadisco, la società di gestione del comprensorio sciistico di Colere è quella che vorrebbe realizzare il collegamento con Lizzola. Immaginatevi il disastro assoluto che ne scaturirebbe.

Tutto ciò ha reso l’esposto di Legambiente sostanzialmente inevitabile. Ma, forse, ancora più tale lo rendono le immagini dei lavori nel comprensorio che vedete sopra e sotto, tratte dalla documentazione che ha fatto da base all’esposto (e ringrazio molto i suoi estensori per avermi concesso di pubblicarle). Ecco: tali immagini – di un versante montano tra i 1600 e i 2200 metri di quota dalle peculiarità geologiche, naturalistiche e ambientali più uniche che rare così devastato e degradato – credo valgano molto più di qualsiasi pur articolato commento scritto.

Chiudo con le parole di Elena Ferrario, presidente di Legambiente Bergamo che, insieme a OrobieVive, fa da “motore” principale al Comitato che contrasta i lavori tra Colere e Lizzola, la quale ha così commentato la presentazione dell’esposto in procura: «Colere è un territorio molto fragile, soggetto a una pressione che non sembra valorizzare i suoi contenuti naturalistici e paesaggistici. Sono questi ultimi a costituire la garanzia di una sua attrattività a lungo termine, garantendo riparo dagli effetti della crisi climatica. L’esposto alla Procura serve a rimettere al centro la specificità del territorio, sperando che le attività imprenditoriali orientino diversamente le loro energie.»

“Nei Sentieri Selvatici” con Davide Sapienza per riconnettersi alla montagna, e a se stessi

Sabato prossimo, 18 luglio, prende il via l’edizione 2026 di “Nei Sentieri Selvatici”, la rassegna di pratica geopoetica che il Parco dell’Adamello ha chiesto di realizzare ad hoc a Davide S. Sapienza, con il coordinamento dell’Officina Culturale Alpes e la presenza di guide escursionistiche della Valle Camonica.

In questa edizione, la terza della storia breve ma già corposa della rassegna, Sapienza guiderà i partecipanti in tre esplorazioni geopoetiche della parte meridionale del Parco dell’Adamello e dell’Area Vasta Valgrigna, zone poco frequentate dagli escursionisti e dai visitatori della Valle ma di alto pregio paesaggistico e dense di tracce e di storia. Lo accompagneranno la guida camuna Giuseppe Bernardi e, in una delle uscite, il geografo, scrittore, esploratore Franco Michieli.

Trovate tutte le informazioni sugli appuntamenti della rassegna e su come parteciparvi qui, e il personale invito a farlo è come non mai fervido: per quanto di profondo e poetico queste esperienze nei paesaggi naturali montani con Davide Sapienza sanno donare e, dunque, per se stessi.

Ma qui voglio andare oltre l’invito alla partecipazione, per rimarcare quanto sia importante una figura come Sapienza per la Natura e le montagne italiane, ovvero per la relazione che chiunque voglia conoscerle e frequentarle deve saper elaborare e coltivare. Ormai da qualche lustro, con i propri cammini letterari in Natura e poi con la pratica geopoetica, oltre che con i suoi libri e le altre attività autorali che ha firmato, Sapienza racconta e rivela una dimensione di equilibrio necessario e intimo tra uomo e Natura che il divenire della realtà corrente rende quanto mai indispensabile, e lo fa intessendo, con le proprie illuminanti narrazioni geopoetiche e con ciò che egli definì tempo fa l’intelligenza dei piedi, i tanti fili di quella relazione che lega noi Sapiens con il mondo che abbiamo intorno e con il quale interagiamo. E sono fili che Sapienza intesse attraverso trame non solo geografiche e paesaggistiche, come elementi attivi dello spazio naturale vissuto quale siamo insieme a ogni altro organismo vivente, e non solo biologiche e ecosistemiche, attraverso le quali si manifesta materialmente la nostra connessione con l’ambiente, ma pure in senso mentale, emotivo, spirituale: la pratica geopoetica assume aspetti psicogeografici, il paesaggio esteriore si fa interiore, la lettura della geografia dei luoghi, delle scritture lasciate nel tempo dalla presenza umana, si fa metodo e esperienza di ri-conoscenza di se stessi. Un ruolo attivo che, grazie alla guida di Sapienza, ogni partecipante alle uscite assume al fine di porsi domande che coinvolgono gli aspetti più intimi di come ha interiorizzato la geografia: come percepisco il paesaggio? E la montagna, come entra in me? Cosa mi raccontano le letture di testi letterari in un ambiente così avvolgente? Cosa mi dice la montagna della mia vita?

Tra le risposte a tali domande che potranno scaturire dalle lunghe giornate in cammino, dall’immersione fisica, mentale e spirituale che indica le tracce da seguire, nutre la mente e lo spirito e dona benessere psicofisico, dal selvatico che si rigenera e va a rintracciare percezioni e visioni riflesse dal proprio modo di essere, sono certo che vi sia anche quella che rimarca – come dicevo – l’importanza fondamentale di una figura come Davide Sapienza per la nostra relazione culturale con le montagne e gli ambienti naturali. Per questo, anche, vi invito a partecipare a “Nei Sentieri Selvatici” così come agli appuntamenti dell’ottava edizione di “Nel cuore della Montagna” l’altra rassegna guidata da Davide Sapienza e curata da Alpes per il Sistema bibliotecario della Valle Seriana, già partita e che durerà con numerose uscite sulle Alpi orobiche fino a fine settembre.

In fondo la montagna è un unico grande “sentiero selvatico” e quando ci poniamo in ascolto, siamo in sintonia. Parafrasando la celebre affermazione di Pessoa, «I viaggi sono i viaggiatori», quando siamo in sintonia, quando siamo connessi con la montagna, i sentieri sono chi li cammina. Siamo noi, che ci facciamo “sentiero selvatico” per lasciare la nostra traccia nello spazio della Natura e nel tempo della Terra.

Il Conte Mascetti che visita l’alta Val Seriana e parla di “sci”!

Sì, il celeberrimo Conte Raffaello Mascetti della saga di “Amici miei” interpretato da un magistrale Ugo Tognazzi e divenuto immortale grazie alle sue supercazzole (o supercàzzore).

Ecco, proprio a tale proposito, il Conte Mascetti di recente deve essere stato in visita all’alta Val Seriana, dove ha proferito una delle sue fenomenali supercazzole travestito da Assessore regionale alla Casa e Housing Sociale della Lombardia – persona peraltro degnissima di rispetto, al di là di incarico e appartenenza politica – e, ve l’assicuro, una supercazzola così era da tempo che non la si trovava in circolazione.

In buona sostanza, il Mascetti travestito da Assessore regionale della Lombardia ha annunciato «L’approvazione da parte della Giunta regionale dell’individuazione dell’area sciabile attrezzata del comprensorio Presolana-Monte Pora» con un profluvio di parole e affermazioni che, per come le riporta la stampa (alla cui bontà di cronaca do ovviamente fiducia), non dicono niente di niente. Nulla, il vuoto assoluto di sostanza in un’esplosione di forma retorica che appare quasi grottesca.

A parte che non si capisce perché sia l’Assessore regionale alla Casa e Housing Sociale a parlare di aree sciabili, visto che i suoi compiti ordinari sono ben altri (al riguardo il fatto che l’Assessore sia bergamasco non conta granché), parimenti non si capisce cosa comporti quell’approvazione, che risultati concreti genererà, quali effetti e conseguenze avrà per i territori coinvolti. Si vuole ampliare l’area sciabile della zona? Ma è tutta sotto i 1800 metri, sarebbe una follia assoluta. Si vuole aumentare la sua turistificazione? Come se il territorio non fosse già ampiamente antropizzato e, semmai, avesse bisogno di essere razionalizzato al riguardo. Si vuole consentire una maggiore edificabilità? Cioè più cementificazione e consumo di suolo? È un timore che già qualcuno paventa, visto che a parlare della cosa è una figura istituzionale che si occupa di case.

[Gli impianti sciistici del Monte Pora con sullo sfondo, a sinistra, l’Altopiano di Clusone e, a destra, il Gruppo della Presolana.]
Inoltre, come da “Manualetto del bravo politico che si occupa di montagne” del quale evidentemente il Mascetti-Assessore si è munito, ecco che tale supercazzola viene adeguatamente condita delle solite frasi fatte: contrastare lo spopolamento della montagna, generare sviluppo economico, aiutare i giovani, rendere il territorio attrattivo… e ovviamente non mancano parole come «destagionalizzazione» e «sostenibile», che bisogna pur infilare da qualche parte sennò fa brutto anche se mai una volta si spiega cosa si debba concretamente intendere con esse. E questo «risultato di grande importanza per la montagna bergamasca e per l’intero sistema turistico lombardo» – sono sempre parole del Mascetti-Assessore – lo si vorrebbe ottenere con cosa? Con iniziative che, a quanto viene da pensare e temere leggendo gli articoli della stampa, arrivano direttamente dal secolo scorso, obsolete, superate, che dimostrano una visione della montagna completamente distaccata dalla sua realtà effettiva e appare funzionale alla consueta mera propaganda politica. Non c’entra di quale parte politica, sia chiaro: il sopra citato “Manualetto” ce l’hanno in mano tutti, nelle stanze del potere.

E se si può ammettere che le azioni derivanti da tale «risultato di grande importanza» dovranno essere delineate nell’eventuale Accordo di Programma territoriale, non accennare a nulla e nascondere le reali intenzioni dietro quel profluvio di parole vuote non solo è cosa sospetta ma pure irrispettosa delle comunità dei territori coinvolti nonché dei cittadini lombardi, visto che si tratta di un’iniziativa istituzionale per la quale, se sarà realizzata, si spenderanno soldi pubblici, di tutti i contribuenti lombardi. Posto ciò, ribadisco, che motivo ci sarebbe per presentare tutto quanto con siffatta pompa magna? Forse per buttare in giro tanto fumo e così nascondere l’arrosto bruciato che si pensa di mettervi sotto?

[Il Monte Pora senza già più neve a metà marzo 2023.]
Ok, sarò fin troppo diffidente, critico, polemico, colpevolizzante prima del tempo: ma avendo a che fare con la politica che ci ritroviamo, e soprattutto constatando il suo frequente, opinabile operato sulle nostre montagne, il buon senso civico che ogni cittadino dovrebbe manifestare richiede espressamente di esserlo.

A meno che tutto quanto non sia veramente stato soltanto una gran zingarata del Conte Mascetti, nei panni dell’Assessore suddetto, ai danni delle comunità alto-seriane!