Una mappa per non perdersi tra ciò che altrimenti si sta perdendo

Ma quant’è bella la mappa della Valmalenco installata di recente all’imbocco della valle, nell’area di sosta del Valdone, lungo il sentiero pedonale – già Cavallera del Muretto, oggi “Sentiero Rusca” – che risale da Sondrio, della quale qui sopra vedete una porzione?

È opera di Michele Comi, rinomata Guida Alpina e, per così dire, “nume tutelare” della Valmalenco, e come vedete non è una mappa ordinariamente geografica ma geotoponomastica: riporta molti dei nomi dei luoghi della valle nel dialetto locale e questo non per una mera operazione nostalgica, anzi: per molti versi è il contrario.

L’italianizzazione dei toponimi vernacolari, un po’ ovunque ma sulle montagne in modo più evidente, se pur naturale e legittima, ha spesso svuotato di senso storico, geografico e variamente culturale l’anima di quei luoghi denominati [1]. Invece il dialetto, come rimarca Michele, «non traduce ma mostra. Dentro ogni nome c’è una forma, un uso, una memoria, un modo di stare al mondo». Già, perché i toponimi dialettali, quasi sempre i primi nati per denominare i luoghi e riconoscerli a chi li viveva o li attraversava, non identificano solo i luoghi stessi ma le storie di chi li viveva e le relazioni che in essi si intessevano e sviluppavano. Contengono insieme geografia e storia, sociologia e antropologia, cultura e saperi tradizionali, uomini e Natura: sono scrigni lessicali che in poche lettere contengono e raccontano innumerevoli nozioni, narrazioni, suggestioni, a volte misteri e rivelazioni.

Come ha ben scritto Paolo Rumiz ne La leggenda dei monti naviganti «Finché ci saranno i nomi ci saranno i luoghi»: è il toponimo, infatti, che innanzi tutto identifica e rende vivo (cioè vissuto) uno spazio, consentendo di relazionarci ad esso e di frequente raccontandoci la sua storia. Senza il toponimo, e pur in presenza di segni antropici anche importanti che peraltro col tempo tenderanno inesorabilmente a scomparire, il luogo non è più compiutamente tale: diventa un mero elemento geografico, reminiscenza di una geografia umana che, senza più referenza toponomastica, smarrisce la propria identità e svanisce nel tempo.

[Panorama estivo dell’alta Valmalenco, con sullo sfondo il Gruppo del Bernina. Immagine tratta da www.montagnaestate.it.]

Ecco perché la mappa della Valmalenco di Michele Comi non è affatto un’operazione nostalgica ma, viceversa, un’azione culturale rivolta al futuro: perché quei toponimi dialettali rappresentano un’eredità che chiunque vi abbia a che fare – tanto da abitante della valle quanto da visitatore occasionale – ha il diritto/dovere di salvaguardare e portare con sé nel futuro, salvaguardando di conseguenza i luoghi denominati e il patrimonio di cultura e conoscenze che rappresentano e in essi si rapprende.

Un patrimonio che, fatto mappa, a ben vedere può aiutare a orientarsi nel territorio e nel paesaggio della Valmalenco anche più di una classica carta dei sentieri – senza parlare poi delle applicazioni cartografiche che oggi molti usano sui propri smartphone per le escursioni in montagna, che non fanno perdere lungo i sentieri ma fanno perdere tutto ciò che intorno ai sentieri si trova. Tuttavia, come ricordo spesso, non si può dire di essere stati in un certo luogo se con esso non si è intessuta una relazione, anche se ci si sta solo per poche ore: è una relazione prettamente culturale che, nei territori montani più che altrove, trova il primo e fondamentale patrimonio di conoscenza proprio nella cultura vernacolare, quella che per molti versi emana direttamente dal territorio e dal paesaggio sui quali lungo i secoli vi è rimasta impressa la storia della loro frequentazione umana, delle genti vissute e transitate, delle vicende che a vario titolo ne hanno caratterizzato la quotidianità nel tempo. La cultura primaria del luogo che, appunto, nei toponimi si addensa e conserva pronta per poter essere riletta, riconosciuta, studiata e amata.

Dunque d’ora in poi, quando avrete l’occasione di salire in Valmalenco, fermatevi a consultare la mappa geotoponomastica di Michele Comi – si trova qui. Sono certo che poi osserverete la valle e camminerete lungo i suoi sentieri in modo diverso, più profondo, più attendo e sensibile, più umano.


[1] Proprio in Valmalenco si trova uno dei casi più evidenti e buffi di questo svuotamento di senso toponomastico originario: a Chiareggio esiste la località Pian del Lupo, italianizzazione di “Pian de la lopa”: lopa nel dialetto locale indica lo scarto della lavorazione del ferro che veniva effettuata in questa zona, dunque nulla a che fare il lupo, che invece molti oggi pensano frequenti (o abbia frequentato) il posto perché così farebbe credere il toponimo italiano.

Seguendo “La via dell’Orso”, sabato 17 ottobre con Andrea Cassini al Rifugio SEV Pianezzo

[Foto di Daniel Diesenreither su Unsplash.]

C’è qualcosa di nobile in questa grossa bestia, qualcosa che fa pensare ad un barlume di sentimento umano, sparare ad un orso è come sparare ad un fratello.

Così scrisse Ernest Hemingway di quello che, con ben rare eccezioni, è tra gli animali più ammirati, amati, temuti, odiati, simbolizzati, mitizzati, divinizzati dall’uomo: l’orso. Ciò accade ancora oggi, basti pensare ai tanti dibattiti – spesso terribilmente superficiali e ovviamente strumentalizzati, purtroppo – relativi al ritorno dell’orso sulle Alpi. Ma il legame che, nel bene e nel male, lega l’uomo all’orso nasce nella notte dei tempi ed è per tanti versi affascinante, emozionante, emblematico, a volte terribile e inquietante: lo racconta Andrea Cassini in un bellissimo e originale libro, “Sulla via dell’Orso” (Edizioni Nottetempo, 2026), sul quale avrò il privilegio di discuterne con l’autore, e di porgergli le innumerevoli domande che la lettura mi ha fatto sorgere, sabato prossimo 17 ottobre, alle ore 17.00, presso il Rifugio SEV di Pianezzo ai piedi dei Corni di Canzo, montagne iconiche del Triangolo Lariano, per il sesto appuntamento della rassegna “Raccontami la Montagna”.

E il libro di Cassini è assolutamente consono a una rassegna con questo titolo: perché la storia dell’orso è quella delle montagne del mondo sulle quali vive da milioni di anni – un «anacronismo indomabile e invincibile uscito da un tempo antico» scrisse William Faulkner al riguardo – e di buona parte delle culture umane che tra i monti si sono sviluppate. Indagare e riflettere sul legame che ancora oggi ci lega all’orso, dunque, significa interrogarci su noi stessi, sulla nostra civiltà e sul nostro rapporto con il mondo animale. Del quale facciamo parte, dimenticandocene troppo spesso.

Un libro bellissimo – anche per il puro piacere che offre la sua lettura – in un posto di montagna bellissimo: un’occasione da non perdere, insomma, e alla quale mi auguro vorrete e potrete partecipare.

Trovate tutte le informazioni sull’incontro e su come raggiungere il Rifugio SEV sulla locandina.

Calolziocorte (Lecco), 1° ottobre: una “camminata narrativa” alla scoperta della meravigliosa e poco conosciuta Val San Martino

La Valle S.Martino all’estremo occidentale della provincia di Bergamo, non è valle propriamente ma costiera degradante dalle cime di Serada, Ocù, Campiabona, Linsù, Albensa…

Così scriveva nella seconda metà dell’Ottocento Gabriele Rosa per descrivere il territorio della Val San Martino, tra Lecco e il suo ramo del Lago di Como, il corso dell’Adda, la Brianza e Bergamo: una “valle” che in realtà non è un valle ovvero lo è ma solo un po’ in senso geografico ma non in senso amministrativo e comunque sempre in modo apparentemente indefinito… Un luogo per molti versi speciale, insomma, la cui geografia “sfuggente” determina un paesaggio tra i più peculiari e affascinanti delle Prealpi Lombarde, attraverso il quale sono transitate tante storie, genti d’ogni sorta, vicende umane, culture, saperi che vi hanno determinato un’anima e un Genius Loci altrettanto peculiari.

D’altro canto quello della Val San Martino è un paesaggio che si vede, apprezza e comprende al meglio dall’alto, dai sentieri che corrono sulle dorsali montuose che sovrastano la valle a occidente, a loro volta sempre spettacolari per come mantengano i viandanti continuamente sospesi tra versanti diversi e orizzonti vastissimi, e sorprendenti per le tante bellezze naturalistiche e per i numerosi segni antropici che possono rivelare quasi a ogni passo: panorami meravigliosi, boschi maestosi, nuclei rurali affascinanti, luoghi spesso sconosciuti o quasi eppure ricchi di sorprese intriganti.

Un paesaggio di rara bellezza e di grande valore culturale lungo il quale vi guiderò giovedì 1° ottobre a Calolziocorte, alle ore 20.45 presso la Villa De Ponti, in una camminata narrativa dal titolo “Com’è bella la mia valle! Sui sentieri della Valle San Martino tra antiche contrade e paesaggi”. Con racconti, narrazioni, curiosità, aneddoti e una messe di stupende immagini fotografiche, vi porterò alla scoperta di questo incantevole angolo prealpino lombardo, meno conosciuto di quanto meriti, forse troppo poco considerato da chi lo attraversa eppure, come detto, per tanti motivi affascinante e sorprendente.

Se siete della zona o sarete nei paraggi, vi invito caldamente a partecipare alla serata: sono certo che – non tanto per merito mio ma per la grande bellezza della Val San Martino che spero di sapervi raccontare al meglio – ne rimarrete sicuramente soddisfatti.

Torre de’ Busi, sabato 26 settembre: la sensazionale funivia di Valcava e l’affascinante storia di un territorio montano «appeso a un filo»

«Restare appesi a un filo» è un’espressione comune che indica una situazione delicata, di estrema precarietà e incertezza, con poche e fragili speranze di salvezza. Tuttavia, in certe altre occasioni, restare appesi a un filo ha invece comportato grandi possibilità, speranze, “salvezze”: quando a restare appeso è stato un intero territorio montano e il filo era in realtà la fune di una funivia, sulle cui cabine hanno viaggiato migliaia di escursionisti, villeggianti, turisti, sciatori e con loro il futuro della comunità che abitava quel territorio. Che era, ed è, il versante occidentale dell’Albenza, sui monti tra il lecchese e le valli bergamasche, fino a quasi cinquant’anni fa risalito dalla funivia che univa Torre de’ Busi a Valcava, la terza in assoluto in Italia e prima in Lombardia: un gioiello ingegneristico per l’epoca, detentrice di vari primati tecnici mondiali, che permise a Valcava di diventare una delle prime stazioni sciistiche lombarde, a solo un’ora dal centro di Milano, e regalò al territorio di Torre de’ Busi uno sviluppo – e una notorietà turistica – che pochi altri comuni prealpini si potevano permettere.

La storia della funivia di Valcava è estremamente affascinante e coinvolgente così come lo è quella delle montagne che godettero il va-e-vieni delle sue cabine e dei gitanti trasportati per mezzo secolo, sviluppando un’economia turistica tutt’oggi di sorprendente modernità e ancora emblematica per il turismo di montagna contemporaneo. Dopo alcune precedenti serate di grande successo, torneremo a raccontarvela sabato prossimo 26 settembre alle ore 21.00 proprio a Torre de’ Busi, a pochi metri da quella che era la stazione di partenza della funivia, in “C’era una volta… una storia appesa a un filo”. Trovate le informazioni basilari sulla serata nella locandina lì sopra.

Sarà un racconto fatto di immagini spesso rare, storie e aneddoti suggestivi, curiosità, memorie ma anche visioni nel futuro prossimo di un territorio di grande bellezza paesaggistica e di altrettanto valore culturale per il quale il ricordo della funivia di Valcava non è una fonte di mera nostalgia ma, viceversa, uno stimolo coinvolgente alla salvaguardia e alla vitalità tanto del luogo e della sua comunità quanto del piacere di chiunque da turista o gitante goda della sua bellezza montana.

Dunque, se siete della zona o sarete nei paraggi, vi invito caldamente a partecipare alla serata: vi divertirete e potrete (ri)scoprire una storia veramente speciale, come il filo alla quale era – e per certi versi è ancora – appesa!

Un breviario di coesistenza consapevole per vivere il mondo in armonia: “Relazioni naturali” di Anna Sustersic

[Acquerello di Nicola Magrin, immagine tratta dalla sua pagina Facebook.]

Il beneficio del bosco, della montagna e della natura risiede nella vasta gamma di reazioni a cui ci addestrano, nei molti modi diversi in cui, attraverso i loro stimoli, ci permettono di diventare uomini. Questa grave amnesia, dicono i ricercatori, ci ammala progressivamente e ci rende sempre più dipendenti da tutto ciò che di fatto ci allontana dal mondo e dalle sue leggi di realtà, mantenendoci bambini bisognosi. [Pag.37]

«Coesistenza»: dal latino tardo coëxsistĕre, cioè “esistere insieme con altri” in una relazione reciproca contestuale allo spazio vissuto congiuntamente. È questa, con tutta probabilità, la condizione ideale con la quale vivere il mondo tutti insieme – e intendo tutti noi esseri viventi, di qualsiasi specie facciamo parte.

Più della convivenza o della coabitazione, la coesistenza è ciò che alimenta e genera la relazione necessaria che dà la vita al mondo e grazie alla quale ogni essere esiste in presenza di e per l’interazione con tutti gli altri. Il che per giunta rappresenta un’ottima descrizione di “Natura” e fa di quelle citate “relazioni naturali” che la rendono pienamente e compiutamente vitale.

Lo racconta molto bene Anna Sustersic in un libro bellissimo che si intitola proprio così, “Relazioni naturali. Piccolo breviario di coesistenza” (CAI Edizioni, 2025, pag.112), la cui lettura, oltre che affascinare, invita alla riflessione sul nostro stare al mondo e sulla relazione che vi intratteniamo, che negli ultimi due secoli noi Sapiens abbiamo così sbilanciato e distorto con conseguenze gravi non solo per l’ambiente naturale ma pure per la cultura umanistica – e umana in senso assoluto, cioè di noi animali per molti versi più “sviluppati” di altri ma non per questo più equilibrati e assennati, appunto.

Ma, come detto, una delle modalità atte a costruire il miglior futuro possibile per il mondo in cui viviamo sta nel recupero della comprensione del valore imprescindibile della coesistenza, dell’essere/stare al mondo tutti insieme e nessuno da solo proprio perché ognuno parte integrante e ineludibile dell’ambiente naturale. Noi siamo Natura al pari di ogni altra creatura vivente, anche di quelle con le quali nel tempo abbiamo sviluppato una contrapposizione poco o tanto marcata: che se da una parte è inevitabile e pure necessaria (quando su di essa si basa la sicurezza ecosistemica reciproca) dall’altra abbisogna di consapevolezza profonda, compiutamente articolata, pienamente culturale cioè parte del bagaglio di nozioni e saperi che ci aiutano – e aiutano ogni essere vivente, nel proprio ambito – a stare al mondo.

È la consapevolezza che noi Sapiens, proprio in quanto tali, dovremmo manifestare di default: be’, Sustersic ci aiuta a salvaguardare ovvero rigenerare questa nostra fondamentale dote con un “breviario” coinvolgente, quasi panteista, che contiene moltissime riflessioni importanti, spesso illuminanti, da leggere e meditare come merita e magari proprio camminando tra boschi, prati, monti, in quello stato di benessere che la Natura come nessun altra cosa ci sa donare e ciò grazie alla relazione che nei suoi ambienti, nei suoi spazi di coesistenza assoluta, intessiamo ogni altro elemento – vivente e non – che li compone. Relazioni assolutamente naturali, appunto, per una coesistenza finalmente (ri)equilibrata e compiuta che ci rende naturalmente umani.

L’ho già scritto e lo ribadisco di nuovo: “Relazioni naturali” è un gran bel libro da leggere e poi praticare in ambiente, ogni qualvolta torneremo – sapremo tornare – a essere Natura, ciò che siamo da sempre e saremo per sempre.