Un vademecum di “micosofia” che parla di funghi ma racconta della vita: “Lo Zen e l’arte di andare a funghi” di Matteo Righetto

Non ho mai goduto del talento di trovare i funghi, a differenza di mio padre al quale invece bastava fare qualche passo nel bosco per trovare subito qualcosa di notevole – un porcino di bella taglia, ad esempio – nemmeno avesse in corpo un radar fatto apposta per intercettarli. E, avendo passato tutte le mie estati dagli 1 ai 20 e più anni in montagna, in alta Valle Spluga, a funghi ci si andava spessissimo e a me piaceva un sacco vagare senza apparente meta (dal mio punto di vista, dato che di funghi non ne sapevo trovare) nel bosco: credo sia stata una delle attività che più mi ha introiettato la montagna dentro, nella mente, nel cuore e nell’animo, prima che col passare del tempo l’andare per monti diventasse una pratica più mirata e consapevole. E mi piaceva un sacco che ci si disperdesse nel bosco, gli altri per trovare i funghi, io per approfondire la relazione crescente con l’ambiente naturale, per la quale il perdersi tra gli alberi, e in ogni altro contesto, diventa(va) un metodo sorprendentemente efficace per trovare se stessi, a volte anche ritrovarsi dopo smarrimenti d’altro genere in ambiti differenti.

D’altro canto «Il bosco, come ogni grande esperienza spirituale, non cambia ciò che facciamo, cambia come lo facciamo. Il ritorno alla casa interiore è riconoscere che la quiete non sta tra gli alberi, ma nella consapevolezza di esserci.» Lo scrive Matteo Righetto a pagina 117 del suo nuovo libro, Lo Zen e l’arte di andare a funghi (Feltrinelli, 2026) e afferma una cosa illuminante: il bosco, dimensione tra le maggiormente affascinanti e assolute del mondo naturale, e di quello montano ancora di più, dona a chi ci vaga attraverso la consapevolezza di esserci. Che è duplice, peraltro: «essere» come manifestazione di vita consapevole – il «cogito ergo sum» cartesiano – e «essere» come stare in un dato luogo con altrettanta consapevolezza. Non cito per caso quel principio di Cartesio che è considerato il fondamento della filosofia moderna, perché il nuovo libro di Righetto è un saggio pienamente filosofico, oltre che poetico, sulla libertà, sull’attenzione, sull’inutile necessario, che si rifà al pensiero Zen, tanto da averlo citato nel titolo, ma non solo. Anzi: l’andare a funghi come pratica filosofica, meditativa e profondamente umana che racconta Righetto nel libro, in qualche modo amplia la stessa idea classica di “filosofia”, la trasferisce dall’immateriale della teoria intellettuale al materiale della pratica nella realtà, e genera una correlazione niente affatto bizzarra, come forse si potrebbe inizialmente pensare, tra l’«amore per la sapienza» – ciò che letteralmente significa il termine “filosofia” – e la ricerca della verità che è il fine ultimo del pensiero filosofico, alla ricerca dei funghi e all’amore per la Natura che a sua volta potrebbe e dovrebbe essere uno dei fini fondamentali di noi abitanti del mondo, ancor più essendo Sapiens, per poterlo vivere nel modo migliore e più benefico possibile.

E se al mondo non c’è (o quasi) ambito “filosofico” come il bosco, nel quale «il primo uomo che cercava per vivere e l’uomo contemporaneo che vive per cercare tornano a essere uno» (pag.16) e dove «più ci si immerge in esso, più ci si sente parte di qualcosa» (pag.56), un qualcosa che si potrebbe anche identificare come una “verità” in senso filosofico – e dal punto di vista biologico e ecosistemico il bosco una verità lo è un senso assoluto – poche altre cose nel bosco come i funghi rappresentano a loro volta qualcosa di filosofico: organismi misteriosi, sfuggenti, né piante e né animali, nascosti tanto nelle loro posizioni, il che rende così intrigante la loro ricerca e il trovarli, quanto nella loro essenza, visto che quello fuori terra è solo il frutto mentre l’organismo principale, il micelio, vive sotto il terreno o nel legno ed è formato da una fitta rete di filamenti grazie ai quali crea simbiosi con altri organismi, come alberi e piante. Eppoi protagonisti di un florilegio di leggende antiche e moderne ma che richiedono una conoscenza quasi scientifica e una consolidata esperienza per essere riconosciuti e raccolti, tanto gustose alcune specie quanto letali altre anche quando del tutto simili alle prime… «Il fungo non è un oggetto, è un incontro. Nasce quando smetti di volerlo, si mostra quando non lo pretendi più» scrive Righetto a pagina 30, aggiungendo – tornando alla filosofia Zen – che la sua ricerca si basa sul «cercare senza desiderare di trovare».

Righetto nel libro racconta come trasformare l’esperienza del bosco e della raccolta dei funghi in una via di conoscenza, un esercizio spirituale laico, una meditazione in movimento. D’altro canto la ricerca dei funghi è una pratica sostanzialmente solitaria e «Andare da soli nel bosco è una forma di meditazione con le gambe» (pag.53) che fa rinascere il “raccoglitore ancestrale” che vive in ciascuno di noi (e c’è in chiunque: siamo “Sapiens” e tecnologici da pochissimo tempo rispetto alla storia umana, la grandissima parte della nostra memoria genetica è fatta ancora di ciò che abbiamo appreso millenni fa da cavernicoli, solo che non sappiamo più percepirla), e rigenera quella parte dimenticata di noi che sa attendere, osservare, perdersi, rinunciare al controllo. Nel bosco – dove non esistono mappe affidabili, orologi, notifiche o risultati garantiti – si impara che la ricerca conta più della scoperta, che la lentezza è una forma di saggezza, che il limite non è una privazione ma una misura e che solo chi accetta di perdersi può davvero ritrovarsi.

[Immagine tratta da www.ilgazzettino.it.]
Tuttavia Lo Zen e l’arte di andare a funghi non insegna a diventare “fungaioli”, Righetto lo precisa fin dalle prime pagine del libro: «In questo saggio […] mi rivolgo ai cercatori-raccoglitori o aspiranti tali. Coloro i quali vogliono iniziare a cercar funghi come forma di meditazione laica, pratica di ritorno allo spirito selvatico originario. Coloro i quali vogliono imparare a guardare, ma anche a non pretendere, a fidarsi del caso, a lasciarsi condurre, a rispettare la Natura intorno a sé trasformandosi in essa» (pag.27). E poco più avanti: «Lo Zen e l’arte di andare a funghi non insegna come trovarli, ma come esserci mentre si cercano. Perché la ricerca è la forma più alta del vivere» (pagg.33-34). La “ricerca” che di nuovo rimanda direttamente al senso della pratica filosofica ma che ricorda pure il Dante celeberrimo del «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza»: ma se ai tempi del Sommo Poeta le virtute e canoscenza seguite, ricercate e trovate rappresentavano la superiorità dell’uomo sul resto del mondo e sugli altri esseri viventi, oggi, al contrario, l’uomo si mostra superiore quando sa conseguire il migliore equilibrio vitale con l’intero mondo e in particolar modo con la Natura, la parte mondana fondamentale per la vita di qualsiasi organismo anche perché ogni vivente ne è parte. Ecco perché è così importante «esserci mentre si cercano» (i funghi, o altro), avere coscienza piena della propria appartenenza all’ambiente naturale e della conseguente relazione con ogni altro elemento vivente e non, avere consapevolezza della matrice assolutamente culturale di questa relazione nonché della doppia valenza del termine “essere”: come manifestazione cosciente dell’io e della presenza interattiva nel mondo – lo stare consapevole nel bosco, in pratica. «Entro nel bosco immergendomi in un’esperienza estetica, ma a poco a poco questa si tramuta in un’esperienza etica e, infine, spirituale» (pag.101).

Dunque è grazie al bosco, al suo vagare in esso, al perdersi nei suoi meravigliosi meandri virenti, alla relazione che elaboriamo e intessiamo con una tale dimensione naturale così potente e viva, e grazie alla ricerca dei funghi, se possiamo vivere un’esperienza profonda e piena che per molti aspetti rimanda al senso stesso della vita – dunque, di nuovo, a una dimensione compiutamente filosofica. Formalmente quello che scrive Righetto del suo libro è vero: Lo Zen e l’arte di andare a funghi non è un manuale per apprendisti cercatori di porcini e finferli, né un libro escursionistico; sostanzialmente, però, lo è: un vademecum di micosofia, per come ritorni al senso primigenio e più profondo della pratica della ricerca dell’uomo che esplora e scopre il mondo. Un senso che, prima di riferirsi alla mera sussistenza, al trovare cibo da mangiare per sopravvivere, è un metodo di conoscenza del mondo e riconoscenza di sé nel mondo, di identificazione del primo e di se stessi in esso, di determinazione compiuta dell’essenza della vita, nella doppia accezione prima rimarcata. E tutto ciò grazie a degli strani organismi in fondo inutili per l’uomo, il quale sopravvivrebbe benissimo anche senza cibarsene ma che egli cerca da sempre con passione a volte quasi insensata senza mai avere la certezza di trovarli, che anzi può succedere che lo “ingannino” e gli provochino conseguenze letali. «Cogito ergo sum» diventa  quaero, ergo sum – cerco, dunque sono. Perché per trovare bisogna prima cercare e per fare ciò bisogna essere, “io” nel “qui-e-ora”. «La consapevolezza di esserci», appunto, nella sua forma piena e compiuta: esserci nel bosco, nel mondo, nel tempo che viviamo, nelle relazioni che intratteniamo, nel pensiero, nell’animo. Esserci in noi stessi.

Lo Zen e l’arte di andare a funghi è un libro bellissimo e emozionante, profondo e delicato, sovente illuminante. Profuma di sottobosco, di resine, di terra umida, di aria pura, di saggezza senza tempo e, parimenti, di umanità profonda. Ve ne consiglio caldamente la lettura, vi piacerà sicuramente. Anche se, come me, i funghi non li trovate nemmeno se vi inciampate contro.

Come navicelle spaziali in viaggio tra le vette: “I bivacchi delle Alpi. 100 anni di emozioni in scatola” di Luca Gibello

[Il Bivacco Gervasutti (2835 m) al Ghiacciaio di Fréboudze sopra Courmayeur, nel gruppo del Monte Bianco.]

Ai tempi della società liquida, i bivacchi vanno di moda. Se, da un lato, le nuove installazioni in zone accessibili consentono magari di avvicinare nuovi appassionati alla montagna, dall’altro rappresentano un ulteriore carico antropico per le terre alte. Le stime attuali parlano di un numero poco inferiore ai 350 bivacchi sull’intero arco alpino internazionale, di cui oltre 250 solo sul versante italiano. I bivacchi spopolano tra le giovani generazioni come fotogeniche icone social e come inconsuete mete attraenti, oggi più di ieri, per via della prospettiva del bagordo incontrollato e del pernotto a sbafo; talvolta, lasciando per souvenir rifiuti abbandonati e strutture danneggiate. I bivacchi si sono guadagnati l’attenzione dei media, occhieggiando dalle web gallery. Complici forme di comunicazione superficiale e acritica, che mescolano alto e basso, originalità e banalità, essi sono assurti a modelli alternativi di lifestyle. Di qui 1’accostamento ad altre forme di ricoveri e shelter che, in ossequio alle tendenze del cool, glam e smart, nonché di un ambiguo concetto di naturalità – ovvero sempre mediato da un filtro artificiale -, stanno dilagando in ogni angolo, magari prima intonso o quasi, del pianeta: cabin, case sugli alberi, starbox, stanze emozionali e bolle varie. [Pagg.239-240.]

Così si legge quasi alla fine del libro di Luca Gibello (CAI Edizioni, 2025, con prefazione di Irene Borgna e postfazione di Riccardo Giacomelli), giornalista, storico e critico di architettura contemporanea, alpinista (salitore di tutti i Quattromila delle Alpi), presidente dell’Associazione “Cantieri d’Alta Quota” e autore di un testo meraviglioso sulla storia passata nonché, per molti aspetti, sul presente e sul futuro prossimo (come la citazione dimostra bene) dei bivacchi, rivoluzionarie capsule di sopravvivenza in alta montagna che, nati cent’anni fa, rappresentano ancora oggi qualcosa di emblematico riguardo la frequentazione antropica delle montagne nonché di costantemente innovativo, anzi, di una sorta di tradizione che rappresenta fin dall’inizio un’innovazione ben riuscita (per citare il famoso aforisma attribuiti a Oscar Wilde) e in costante progresso al fine di potersi realmente consolidare in “tradizione”.

In effetti, ancora più dei rifugi, i bivacchi rappresentano l’avanguardia “sopravvivenziale” della presenza umana alle alte quote montane, vere e proprie capsule di salvataggio nelle quali c’è quello che serve e nulla di più (salvo quale caso contemporaneo tuttavia poco filologico) in territori dalle condizioni a volte così difficili e repulsive da ricordare quelle di altri mondi – e non caso, per qualche tempo, le forme dei bivacchi hanno assunto sembianze direttamente riconducibili a quelle di capsule spaziali quando non di astronavi aliene, seguendone anche per certi versi l’evoluzione formale (prima molto piccoli, poi più grandi e capienti nonché più tecnologici). Ciò per rimarcare come, anche al netto delle loro funzioni alpinistiche primarie, i bivacchi fin dalla loro comparsa hanno affascinato i frequentatori delle vette, “atterrando” sempre più spesso su vette, cenge, altipiani e selle e viaggiando nel tempo ovvero lungo un secolo che, se si considera quanto siano evoluti i bivacchi, sembra ben più lungo degli ordinari cento anni.

D’altro canto l’evoluzione che i bivacchi hanno subìto è stata fin troppo spinta, per alcuni aspetti: a volte, negli ultimi anni, la loro spartanità è stata dimenticata così come il concetto di modularità ripetibile e adattabile a ogni sito, le forme hanno più badato all’estetica che alla funzionalità, la loro collocazione è sembrata dettata più da scopi simbolici che pratici, fino a che negli ultimi anni la frequentazione è cambiata tanto quanto la percezione della loro presenza, divenute entrambe modaiole, superficiali e deviate all’imperante visione artificiale del mondo imposta dai social – proprio come dice Gibello nel passo citato. Al punto che qualcuno, in presenza di un nuovo bivacco ultramoderno e superconfortevole che ne ha sostituito uno vecchio e ormai malandato, invoca lo smontaggio del nuovo e il ripristino di quello vecchio così che induca avversione all’influencer di turno o all’escursionista sprovveduto, sollecitando al contempo una ben più razionale, misurata e consapevole frequentazione delle alte quote.

Ma se tralasciamo di considerare tali eccessi contemporanei (stendendoci numerosi veli pietosi sopra), è indubbio che ancora oggi, a più di un secolo dalla loro concezione e installazione sulle Alpi, i bivacchi non solo conservano un fascino peculiare mantenendo vive suggestioni da alpinismi d’antan altrimenti estinte o quasi, nell’era prestazionale in cui viviamo, ma rapprendono e raccontano ancora una parte importante della storia della presenza umana sulle montagne, dell’appropriazione culturale di territori altrimenti “alieni” alla civiltà, della frequentazione più consapevole e equilibrata delle alte vette, possenti eppure delicate. E per tali motivi sanno ancora pure “insegnare”, o permettono di ripassare, i princìpi della nostra relazione con quella parte del mondo abitato così affascinante e repulsiva nella quale nemmeno oggi noi Sapiens possiamo dirci dominatori, dove ancora la Natura può dettare regole e sorti e dove i bivacchi, queste piccole e semplici scatole che intaccano sì il paesaggio ma non più tanto e non come altri più voluminosi manufatti umani, ci consentono di restare lassù senza risultare troppo invadenti e al contempo regalandoci un’armonia con quei luoghi elevati e potenti quasi ancestrale, tutto sommato equilibrata, sicuramente affascinante.

I bivacchi delle Alpi è un libro veramente molto bello, di lettura estremamente gradevole, sorprendente per come, ne sono certo, pur dissertando di un tema molto specifico che si direbbe riservato ai soli alpinisti e frequentatori dell’alta montagna, saprà affascinare chiunque accompagnando i lettori in un viaggio nella catena alpina lungo più di un secolo a bordo di tali piccole e spartane “alpinavi”, immobili nei loro siti alpestri eppure ancora ben naviganti tra la Terra, il cielo e la storia che unisce gli uomini alle montagne.

P.S.: su cosa sono oggi i bivacchi ho conversato con Luca Gibello di recente, qui.

Il selvatico da (ri)scoprire e (ri)vivere: “Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste” di Robert Macfarlane

[Veduta di Rannoch Moor, in Scozia, una delle più vaste aree di brughiera “selvaggia” della Gran Bretagna. Foto di Iolaire McKinnon, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Un luogo selvaggio ha un valore ben più alto di quello deducibile sulla base di un’analisi costi-benefici del potenziale ricreativo, dei minerali o delle risorse. No, i luoghi selvaggi ci sono necessari perché ci ricordano di un mondo al di là dell’umano. Foreste, pianure, praterie, deserti, montagne: l’esperienza di questi paesaggi può ispirare alla gente «il sentimento di una grandezza esterna all’uomo, un sentimento che oggi è in qualche modo andato perduto.» [Pag.84.]*

Quando sentiamo la definizione “luogo selvaggio”, probabilmente pensiamo a posti lontani, esotici, sperduti, dove la natura regna incontrastata senza tracce umane anche perché le condizioni ambientali sono difficili quando non proibitive. Ovviamente non è un pensiero sbagliato, tuttavia è molto legato alla nostra concezione occidentale del mondo, di noi conquistatori e antropizzatori di terre che da “Sapiens” ci sentiamo superiori, anzi, ormai avulsi da ciò che è definibile come “selvaggio” o “selvatico”. Dunque quel pensare a certi “luoghi selvaggi” non è sbagliato per convenzione ma lo è per principio o, per meglio dire, per miopia, tanto sensitiva quanto intellettuale. Perché i luoghi selvaggi sono spesso ben più vicini di quanto crediamo, a volte sono appena fuori le nostre case e le città in cui viviamo, solo che non sappiamo più vederli, percepirli, comprenderli. Ecco qui l’errore di principio.

In Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste (Einaudi, 2011/2019, pagg.328; ed.orig. The Wild Places, 2007) Robert Macfarlane, alpinista, esploratore, docente a Cambridge, critico letterario e naturalmente scrittore, racconta il suo lungo viaggio alla ricerca degli ultimi (o quasi) “luoghi selvaggi” dell’arcipelago britannico, al fine di creare una rete di territori dove ancora la Natura riesce a resistere agli assalti della civiltà umana e dona ai loro visitatori non solo una bellezza primordiale e primigenia ma pure, e soprattutto, il contatto con il Genius Loci ancestrale di quei luoghi e di tutta quella parte di mondo – non così diversa dal resto del nostro continente europeo, soprattutto dalle Alpi in su – dunque con l’anima originale di essi prima che l’uomo la intaccasse più o meno pesantemente ovvero dove la trasformazione antropica del paesaggio non è avvenuta.

E nonostante «In un paese densamente popolato come la Gran Bretagna trovare spazi aperti può essere un’impresa. È difficile raggiungere luoghi dove l’orizzonte sia percepibile come una lunga linea ininterrotta, o dove si offra allo sguardo l’azzurro delle grandi distanze» (pag.78 – ne ho scritto anche qui), questi spazi ci sono, sono rari e preziosi in proporzione anche perché rappresentano «un’adeguata metafora di libertà e apertura mentale». Macfarlane nel libro racconta in modo affascinante le proprie esplorazioni di questi luoghi – a piedi, con tenda e sacco a pelo, spesso di notte o dormendo sotto le stelle e tra le tempeste -, le loro geografie e gli ambienti spettacolari, la loro importanza fondamentale per qualsiasi creatura vivente e ancor più per noi umani antropizzatori e spesso distruttori di essi. E fa capire, come accennavo all’inizio, che il “selvatico” è ancora presente ovunque, anche appena fuori le distese di asfalto e cemento dei più grandi conglomerati urbani, che non c’è bisogno di andare chissà dove per scoprirlo e esplorarlo ma spesso è lì dove lo vediamo ma non riusciamo a osservarlo veramente. Anche un faggio al margine di un’arteria stradale trafficata, a ben vedere, è un luogo selvatico: basta salirci sopra e infilarsi nella sua chioma per sentirsi altrove, “dentro” una Natura selvatica ancora formalmente originaria nonostante sia circondata dalla civiltà umana soverchiante. Ma pure solo la sua presenza, come anche quella di certi spazi urbani o periurbani che rimandano al concetto clémentiano di “terzo paesaggio”, sanno ancora conservare il senso antico del “selvatico” ne più ne meno che territori lontani e sperduti: Macfarlane invita a riscoprire la capacità di osservarli, comprenderli e riattivare la relazione con essi rigenerando al contempo quella parte “selvatica” che anche da Sapiens ipertecnologici noi abbiamo dentro – trascurata, ignorata, dimenticata ma c’è.

[Un “terzo paesaggio” periurbano, inatesso luogo “selvatico” nella città. Foto tratta da www.errenelbosco.it.]
Per questo, se Luoghi selvaggi è una sorta di “romanzo di formazione” per Macfarlane – a detta dell’autore stesso -, lo diventa senza dubbio anche per il lettore, di riformazione del legame con la Natura e con la comune componente selvaggia, di rigenerazione della relazione culturale che dobbiamo avere e salvaguardare con il mondo nel quale viviamo, di riattivazione dei sensi e dei pensieri verso di esso e dunque, di rimando, anche verso di noi.

Luoghi selvaggi è un libro veramente molto bello e importante da leggere. Per tornare selvatici abbastanza da poterci di nuovo – e/o finalmente – dire in maniera compiuta “umani”.

*: in realtà in questo passo Macfarlane sta citando Wallace Stegner e la sua celebre Wilderness Letter (da noi forse conosciuta come La lettera del deserto), del 1960.

Attaversare e (ri)scoprire Milano a piedi con Gianni Biondillo

[Alessandro Busci, Milano, olio e smalto su carta, 2008. Courtesy Galleria Antonia Iannone, Milano.]

Milano non è mai stata una brutta città, ha smesso d’essere bella quando i suoi cittadini hanno smesso di guardarla. Io per storia personale, per studi, per passione l’ho sempre saputo. Anni e anni a perdermi nelle sue strade, alla deriva, dandomi come imperativo morale quello di cambiare itinerario ogni volta che incrociavo una strada conosciuta. Come una specie di esploratore istintivo, alla ricerca di nuovi sentieri nel paesaggio pietrificato. Questo dovevo fare con le mie figlie, m’era evidente ormai: proporre un nuovo sguardo, una nuova narrazione. In fondo Milano – e questa la sua peculiarità – ti permette di vivere senza macchina; i mezzi pubblici bene o male funzionano come in buona parte delle città europee e poi è una città senza insormontabili problemi orografici da affrontare. Durante l’intero Novecento, invece, s’è fatto di tutto per trasformare gli abitanti e i fruitori di questa metropoli in automobilisti ammaliati dal mito della libertà di movimento assoluta. Mito falso, che blocca sia la mobilità pubblica che quella privata, con ricadute sulla salute generale preoccupanti. […] Ad oggi gli abitanti di questa metropoli sono semplicemente dei city users, hanno cioè perduto la capacità di rendere significativi gli spazi che attraversano quotidianamente e di entrarvi in relazione. Ma senza relazione non c’è coesione sociale. Non c’è identità. E l’identità, per come ho sempre inteso questo concetto mobile, cangiante, si ricostruisce, politicamente (da polis, città) nel cammino.

[Gianni Biondillo, Passaggio a nord-ovest. Milano a piedi, dal Duomo alla nuova Fiera, Terre di Mezzo Editore, 2016, pagg.12-13.]

Questo libretto (94 pagine di testo vero e proprio, Terre di Mezzo Editore) di Biondillo – architetto, scrittore, docente universitario, psicogeografo – credo sia uno dei più bei libri sulla città di Milano che si possano leggere ancora oggi, nonostante in origine sia stato pubblicato nel 2016. Perché il viaggio a piedi attraverso la città, dal Duomo alla fiera di Rho – ovvero dal cuore storico a quello contemporaneo della metropoli lombarda, che non a caso oggi è fuori dal centro – esplora il luogo e il paesaggio metropolitano attraverso lo sguardo della psicogeografia, metodo multidisciplinare di indagine e (ri)conoscenza del territorio del quale Biondillo è docente all’Accademia di Architettura di Mendrisio, con il quale si possono vedere cose, della città e della sua anima altrimenti invisibili. Metodo che io peraltro uso moltissimo, nei miei vagabondaggi esplorativi sia in montagna che altrove.

E non solo la psicogeografia consente questo: grazie ad essa, cioè grazie all’attitudine esplorativa psicogeografica dei luoghi, si può ritornare a connettersi con la loro identità peculiare, con il Genius Loci, restituendo ad essi dignità e identità mediante l’indagine e la conseguente narrazione: identità e dignità che molto spesso vengono ignorate e degradate, quando non proprio calpestate, dall’urbanistica contemporanea assoggettata alla finanza speculativa e a chi considera la città soltanto un luogo dal quale ricavare immagine e tornaconti, non più al quale donare vivibilità, socialità, abitabilità, anima civica… un luogo dove si viva, insomma, e possibilmente in modo gradevole.

D’altro canto Milano, nonostante la scellerata gestione amministrativa degli ultimi anni, dall’Expo in poi, di vie, piazze, angoli e quartieri – o quanto meno lembi di essi – nei quali sembra ancora e veramente una città ne ha ancora. Solo che bisogna restarsene ben lontani dalle rotte turistiche, dalle zone più gentrificate, dalla Milano-contenitore vuota di contenuti urbani, e percorrerla a piedi, alla deriva, magari dandosi una meta ma non un percorso utilizzando la psicogeografia, e la relazione costante che si attiva in ogni momento nel luogo con il quale interagiamo, per vedere e capire ciò che altrimenti non si vede e capisce, appunto. Alla ricerca di un ritmo più umano, di uno sguardo più nitido, di una città che è ancora città e non qualcosa di inventato (cit. Lucia Tozzi) per interessi altrui e a discapito dei suoi abitanti.

Libro da leggere, questo di Biondillo, prima, durante e dopo il cammino, la deriva psicogeografica, la riconnessione con i luoghi, il loro spazio, il loro tempo, che si tratti di Milano o di qualsiasi altro lembo del mondo vissuto.

Il Reno, il grande fiume germanico – ma pure un po’ italiano!

Il castello di Katz e la rocca di Loreley visti dal Dreiburgenblick vicino a Patersberg, Renania-Palatinato (Germania). Foto di Alexander Hoernigk, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Il Reno è senza dubbio il più importante fiume dell’Europa Occidentale [1], oltre a essere con i suoi 1326 km il più lungo. Nasce dalle Alpi svizzere, scorre lungo il cuore del continente europeo fino al Mare del Nord, e generalmente lo associamo ai territori e ai paesaggi alpini svizzeri o della Germania centrale oppure a città come Basilea, Colonia o Rotterdam. Insomma, un fiume che sta dall’altra parte delle Alpi, scorre verso settentrione e dunque non c’entra nulla con l’Italia.

Invece no. Infatti non tutti sanno che una parte delle acque del grande fiume europeo nasce in Italia, anche se con un… “inganno”. Sono le acque del Reno di Lei, che scorrono nell’omonima valle la quale rappresenta uno dei pochissimi territori italiani (in comune di Piuro, provincia di Sondrio) che si trova oltre lo spartiacque alpino e dunque al di là della linea di displuvio costituita dalle Alpi (è questo l’inganno!) Ciò fa del Reno di Lei (lungo poco più di 17 km) l’unico corso d’acqua italiano appartenente al bacino idrografico del Mare del Nord. Quindi, un po’ dell’acqua che bagna Basilea o Colonia o Rotterdam (e pure Amsterdam, grazie al sistema di canali olandese) e poi sfocia nel Mare del Nord – magari finendo pure, spinta dalle correnti oceaniche, a bagnare le coste orientali inglesi, che dal delta del Reno distano soltanto poco più di 150 km – è italiana.

La Valle di Lei è famosa soprattutto per ospitare una delle più grandi dighe delle Alpi, alta 141 metri e lunga 690, per la quale si dovette ridisegnare la linea di confine tra Italia e Svizzera – l’ho raccontata nel mio libro “Il Miracolo delle dighe”. Nel 1955, dopo una elaborata trattativa, i due paesi firmarono un accordo che determinò una permuta reciproca di territorio: la striscia di terreno italiana sulla quale è stata costruita la diga (dall’Edison, con progetto e maestranze interamente italiane) passò in territorio elvetico, mentre un’analoga porzione di terreno svizzero, collocata poco più a nord, compensò la perdita e divenne italiano. La linea di confine così ottenuta è molto curiosa: il lago artificiale alimentato dal Reno di Lei (oltre che da condotte sotterranee che vi pompano le acque delle valli svizzere vicine) è in territorio italiano, poi il confine disegna un’ansa squadrata per rendere svizzera la diga e quindi la valle torna italiana [2]. Così lo stesso Reno di Lei nasce italiano, in prossimità della diga diventa svizzero, a valle di essa torna italiano per 2,5 km ancora e poi diventa definitivamente svizzero confluendo nel Reno di Avers, affluente del Reno Posteriore ovvero uno dei due rami originari del grande fiume europeo.

[Immagine di Holapaco77, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Insomma, il Reno (sulle cui storie ho letto proprio di recente il bel libro di Mathijs Deen Il fiume infinito, trovate la mia recensione qui) è un fiume che, fin dalla sua nascita, sembra voler fare propria l’anima europea fatta di popoli diversi ma uguali, di culture differenti eppure analoghe, attraversando stati, nazioni, territori ai quali apparentemente marca il confine ma in realtà unisce, un po’ come fanno le montagne che non hanno mai diviso le genti dei versanti contrapposti le quali viceversa, avevano la curiosità di conoscere cosa ci fosse oltre. Così fa il Reno con le sue rive, dove certamente nel corso dei secoli sono state combattute molte battaglie ma, a ben vedere, è successo quando i potenti di turno, assordati dalla loro rumorosa volontà di dominio, non hanno voluto ascoltare la voce delle sue acque ricche di accenti di buona parte dell’Europa, unite armoniosamente in un unico dialogo fluido, fluente, narrante, evocante l’anima autentica del continente.

Come scrisse il grande drammaturgo tedesco Carl Zuckmayer in Des Teufels General. Drama in drei Akten (“Il Generale del Diavolo. Dramma in tre atti”, 1946):

Dal Reno, nientemeno. Dal Reno. Dal grande crogiolo di nazioni. Dal torchio d’Europa! […] Il migliore del mondo! E perché? Perché i popoli lì si mescolavano. Si mescolavano – come le acque di sorgenti, ruscelli e fiumi, in modo che potessero confluire in un unico grande, vivo fiume.

[1] Ovviamente, se si considera l’intero continente europeo (al netto della Russia), il Danubio è molto più lungo (2858 km) ma scorre in buona parte nell’Europa Orientale.

[2] In base all’accordo stipulato nel 1955, alle specificità del territorio interessato e alle modalità di produzione idroelettrica, l’energia ricavata dalle acque del Reno di Lei spetta per il 70% alla Svizzera e per il 30% all’Italia.