Bye bye, ebook!

[…] Con la fine dei libri di carta si era profetizzata anche la progressiva chiusura delle librerie, soprattutto quelle indipendenti. Anche in questo caso, dopo gli anni bui della crisi (non solo economica ma anche culturale) stiamo assistendo a una rinascita delle librerie indipendenti. Non solo un negozio in cui acquistare libri ma uno spazio in cui organizzare eventi, presentazioni e reading, dove chiacchierare con il libraio, lasciarsi consigliare, entrare in contatto con altri lettori e fare parte di una vera e propria comunità di amanti dei libri.Anche secondo Brian Murray, numero uno di HarperCollins Publishing, secondo gruppo editoriale al mondo, “il futuro dell’industria del libro riparte dal suo passato”. Come spiega in un’intervista a Ettore Livini pubblicata oggi su “la Repubblica”, stiamo assistendo a un ritorno “dei volumi di carta e delle piccole librerie di quartiere”. Non solo un’impressione o una suggestione ma un dato di fatto suggellato dai dati che nel mercato anglofono hanno portato a un incremento tra il 3 e il 5% delle vendite dei libri cartacei: “c’è stato un innamoramento per gli e-book, ma ora il vento è cambiato. La gente si è stancata di passare le giornate sul computer e smartphone per lavoro e per navigare sui social media. Il libro fisico è un’altra cosa”. […]

Così scrive Francesco Giubilei, su Cultora lo scorso 18 luglio.

Ora io non so se effettivamente quella posta sugli ebook sia una “pietra tombale” oppure no, magari è solo un cippo o una stele con sopra scritto «Ci vediamo tra qualche generazione (forse)!» Fatto sta che – è brutto dirlo, lo so, ma ora è pure bello dirlo – è da qualche anno che la sostenevo, questa cosa (ad esempio, questo è un articolo al riguardo di quasi 3 anni fa). Sostenevo che gli ebook erano niente più che un fenomeno di moda e in quanto tale come tutte le mode sarebbero passati rapidamente, lasciando solo qui e là qualche appassionato e stop. Forse tra qualche anno si cercherà di nuovo di imporli, di dichiarare che sono il futuro dei libri e della lettura, ma resto convinto che ancora per qualche generazione, appunto, rimarranno sostanzialmente una curiosità. O forse lo rimarranno per sempre, vinti da un ordinario, vetusto “oggetto” fatto di pagine di carta e di inchiostro che pensavano di togliere rapidamente di mezzo ma del quale avevano irrimediabilmente sottovalutato il fascino in verità ancora insuperabile.

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Di nuove riviste, e del piacere di leggerle

Se c’è una cosa che mi genera lo stesso sublime piacere del ricevere libri – per acquisto personale o dono altrui – probabilmente è il ricevere riviste di pregio, al punto che la stessa irrefrenabile bulimia letteraria che manifesto acquistando di continuo libri, la paleso pure nella forma del continuo abbonarmi a tali riviste. E di esse in circolazione ce ne sono parecchie, anzi: per certi aspetti, non ultimo quello letterario, la produzione editoriale di periodici culturali è molto più attiva e di qualità rispetto a quella di libri – ad esempio ne parla al riguardo questo interessante articolo de Il Libraio.

Ecco, lì sopra di belle riviste ne potete vedere due, ricevute dal sottoscritto in tempi recenti: a destra il nuovo numero di Walden, magazine dal nome assolutamente programmatico del quale vi ho già detto altre volte; a sinistra l’ultimo numero di Nuun, rivista che ha come sottotitolo un altro ben programmatico slogan: Stile glocale.

Sono entrambe ottimi esempi della notevole creatività editoriale, tematica, letteraria, narrativa che sovente (e con le solite, dovute eccezioni) si può trovare tra le produzioni indipendenti italiane (rispetto poi alla sempre più degradata e demenziale produzione mainstream), e delle quali vi dirò prossimamente, quando al sublime piacere dato dalla loro ricezione nella mia cassetta della posta seguirà quello, primario e imprescindibile, della relativa lettura.

Del “dare” libri a chi non li vuol leggere

E se in fondo l’unico sistema per convertire alla lettura quelli che non leggono perché non hanno voglia di farlo non sia tanto quello di rieducarli al proposito ma, più semplicemente, di prenderli a sonore mazzate? Voglio dire, nel senso di offrire, portare, recare direttamente loro i libri da leggere ma di spigolo, per quelli brossurati, o di punta per quelli con la copertina rigida. E facendogli sentire tutto il peso della cultura, quando non goduta nel miglior modo possibile. Ecco.

P.S.: certamente, io sono contro la violenza. Almeno quanto sono contro quelli (e sono tanti, troppi) che non leggono libri adducendo motivi futili e obiettivamente indegni – soprattutto per quanto, palesemente, leggere buoni libri farebbe loro soltanto del gran bene, molto più che ad altri. E all’intera società civile di cui fanno parte, pure.

Se lo scrittore, oggi, non è che una “simpatica emorroide” (Christian Frascella dixit)

Non posso non condividere – in senso intellettual-emotivo, prima che nel senso di riportarla qui sotto – la riflessione che Christian Frascella (uno dei migliori scrittori italiani, per la cronaca, e lo ribadisco) ha postato sulla propria pagina facebook sull’essere scrittore, oggi. Ovvero sulla realtà della produzione editoriale, sul fare (e far leggere) libri, forse pure sul senso stesso dello scrivere. Anzi, sul dubbio che “scrivere”, in fin dei conti, rappresenti un’attività sensata oppure la manifestazione d’una bizzarra devianza mentale e psico-sociale. Almeno qui, dalle nostre italiche parti, dove i libri e la lettura, per dire, troppe volte ricordano inversamente il Festival di Sanremo: dove questo tutti lo disprezzano ma poi – vedi l’Auditel – lo guardano in TV, quelli tutti dicono di apprezzarli ma più nessuno o quasi legge – vedi le statistiche sul mercato editoriale.

Resta una speranza, quanto meno: che tale stato desolato (ovvero desolante) dell’editoria italiana finisca alla fine per sfoltire la massa di quelli che ancora “sognano” di fare gli scrittori e pubblicare libri – che abbiano un qualche valore letterario, intendo dire – tornando a lasciare spazio a chi i libri con siffatto valore li sa scrivere sul serio. Possibilmente, però, prima che i buoni scrittori siano morti, sepolti ed estinti, appunto (oppure, alternativa parecchio auspicabile, dopo che certe figure che infestano le direzioni editoriali delle case editrici cambino finalmente mestiere!)

Ringrazio molto Christian Frascella per il consenso alla pubblicazione del suo testo, e vi segnalo che il 29 maggio prossimo uscirà il suo nuovo romanzo, Fa troppo freddo per morire (Einaudi), che volendo è già prenotabile (ad esempio qui, ma immagino che lo sia pure altrove) e per la cui lettura credo che il testo qui sotto riprodotto rappresenti un’ottima promozione. Almeno per me lo sarebbe – dacché non ce n’era bisogno, a dire il vero.
Buona lettura!

È sempre più difficile essere il miglior scrittore non ancora sepolto della nostra epoca. La gente non si aspetta nulla da te, e tu ti aspetti troppo dalla gente. Poi, la gente! I lettori, quei quattro rimbambiti che ancora leggono romanzi invece di dedicarsi a cose più stimolanti e proficue, tipo la samba e la bamba.
Ti aggiri nel mondo compreso del tuo ruolo di rivalutabile-solo-da-morto e gli amici più cari, proprio quelli che non hanno mai letto un tuo libro, ti chiedono se scrivi ancora. Non aggiungono la parola Coglione, ma la senti lì che vibra come un fuscello al vento di ottobre.
«Sì, scrivo ancora, ahimé» rispondi.
E loro: «Ma com’è che t’è venuta ‘sta cosa? Non puoi guarire? Non puoi dedicarti a un lavoro serio?»
Loro sono ingegneri e amministratori di condominio.
«Non so fare altro.»
«Che sfiga!»
Una volta la moglie di uno di questi amici di vecchia data ha detto che aveva finito di leggere un tuo libro. L’ha definito «simpatico». E basta. Da allora, ogni volta che termini un paragrafo, ti domandi se sia «buono» o solo «simpatico», e pensi di procurarti una corda.
Un’altra volta due tuoi amici, sempre di vecchissima data, sono venuti a una tua presentazione: dopo i primi minuti e ascoltando le cazzate che eri costretto a dire, han preso a sbadigliare, cincischiare col telefono, darsi di gomito ogni volta che dicevi: «Ehm…», e sghignazzare apertamente quando ti hanno obbligato a leggere un passo del libro. Era Il panico quotidiano, il mémoire più bello e toccante che sia mai stato scritto dopo quello di Michelle Hunziker.
E l’altro giorno, al telefono, tua madre ti ha detto: «Dice tuo fratello che i tuoi libri non li trova mai all’autogrill. Perché non li vendono all’autogrill? Lo sai quanta gente passa all’autogrill? Devi dire a Einaudi di metterli all’autogrill. E a Natale, non a maggio, che così lo regalano!»
Quindi sei un grande scrittore – forse il migliore – non ancora sepolto.
Ti aggiri nel mondo. Senza proiettare ombre. Attendendo la tua dipartita per essere consegnato alla gloria eterna dei secoli a venire…
Ma attualmente non sei più significativo di un’emorroide.
Scrivi solo roba «simpatica».
(‘tacci sua).

Tempo (nuvoloso?) di Libri

Ah.
Dunque questo giovedì comincia la seconda edizione di Tempo di Libri, la fiera dell’editoria di Milano “avversaria” del Salone del Libro di Torino?

M-mm.
E com’è che non ne sta parlando quasi nessuno?

Che i “milanesi” stiano preparando un altro bel buco nell’acqua, a tutto (e rinnovato) vantaggio del Salone torinese?
Uhm…

In ogni caso, continuo a pensare che due saloni dell’editoria pressoché speculari, in Italia, hanno lo stesso “senso” di due motoscafi lunghi 50 metri in un piccolo lago di montagna. Uno è già troppo o quasi, insomma, visto pure la tendenza costante di quel laghetto a perdere acqua, quando invece dovrebbe colmarsene ben di più… figuriamoci due!