Se questo è un editore…

E io, che sono il solito ingenuotto, quando vedo ‘ste cose penso sempre che sia un fake, dacché così di primo acchito mi sembra fin troppo grossa che una delle più “prestigiose” case editrici italiane metta sugli scaffali libri fondamentali, in senso letterario tanto quanto in senso storico-culturale, che se ne compri almeno due ricevi in regalo un telo mare.

Un telo mare, già.

Invece no, tutto vero. L’Einaudi targata Mondazzoli lo ha fatto, conseguendo così un nuovo e “prestigioso” (aggettivo con la stessa accezione del precedente, ovvio) record nell’affollata competizione a chi raschia di più e “meglio” il fondo del barile dell’editoria nostrana. Anche se – ci tiene a precisarlo, l’Einaudi – è “Un telo mare, del valore di 18 euro”: cioè, ha più valore di un singolo libro, eh! Mica roba da poco!

Beh, vista la stagione e le imminenti vacanze, non ci si può che “rallegrare”: ormai è chiaro che dalle nostre parti “Con la cultura non si mangia” (cit.), ma almeno si può prendere la tintarella. Attività che, a quanto rivelano le statistiche sullo stato della lettura nel nostro paese, è ben più gradita da tanti rispetto alla lettura di un capolavoro della letteratura.

P.S.: ma poi voi credete che “promozioni” del genere contribuiscano a vendere più libri e a creare più lettori? Io no. Anzi, credo che ottengano l’effetto opposto.

Nel “derby” dei saloni del libro Torino asfalta Milano e stravince la sfida!

Nel mio precedente articolo (anche qui) sulla “querelle” tra Milano e Torino in tema di saloni del libro, m’era venuto di allegorizzare il tutto immaginandolo come una specie di finale a doppio turno, andata e ritorno, d’un torneo di calcio tra le due “compagini”. Bene: l’andata – Tempo di Libri, a Milano – era finita con una bella vittoria della squadra ospite, Torino – un 3 a 0, ecco, – e tutto grazie ai demeriti della squadra di casa. La partita di ritorno – il Salone Internazionale del Libro di Torino – s’è appena conclusa, e alla fine ne è scaturita una sonora asfaltata dell’evento torinese su quello milanese: tipo un 7 a 0, una roba veramente clamorosa, insomma.

Ora qui è inutile che mi metta ad elencare, pure io, ciò che certamente leggerete in mille articoli circa i motivi – ovvero i pregi – per i quali dalla suddetta disfida il Salone del Libro sia uscito innegabilmente vincente; una cosa tuttavia la posso e voglio denotare, dato che a Torino ci sono stato e ho chiacchierato parecchio con editori, librai, scrittori e altri professionisti della filiera editoriale. Nonostante non è che nei padiglioni del Lingotto si vedesse qualcosa di completamente nuovo e inopinatamente rivoluzionario, rispetto ai precedenti saloni – alla fine ciò che spiccava di più, a mio modo di vedere, era l’assenza dei grandi editori che hanno voluto la fiera di Milano, e devo dire che da tale assenza il salone torinese ci ha assolutamente guadagnato, sotto ogni punto di vista -, la cosa veramente nuova e sorprendente rispetto alle edizioni precedenti è stata l’atmosfera generale: un mix di entusiasmo, spirito di rivalsa verso la cronica crisi del mercato editoriale nonché di “orgoglio anti-sistema”, per così dire, ovvero contro il sentore di oligopolio assolutista che si percepiva dietro Tempo di Libri e soprattutto dietro il modus operandi AIE (e dei grandi editori che la controllano, “Mondazzoli” in primis) che l’ha creata.

Sia chiaro, non è che ora ‘sto successone di Torino guarisca il mercato dei libri nostrano dal suo coma o faccia rinascere negli italiani la passione per la lettura forte (magari!), ma senza alcun dubbio contribuisce a rimettere le cose al proprio posto, almeno in tema di grandi eventi pubblici dedicati ai libri: il Salone torinese come manifestazione principale, sia per i lettori che per gli addetti ai lavori, e Milano che innanzi tutto deve mettersi davanti a uno specchio e farsi un bell’esame di coscienza, eppoi che deve profondamente ripensare la propria fiera, magari ripartendo da ciò che la città già da tempo sa fare bene – BookCity per prima cosa: ma perché creare (malissimo) un pastrocchio come Tempo di Libri e invece non potenziare al meglio un evento che già c’è da anni e che s’è conquistato la sua bella credibilità e un altrettanto bel pubblico? – senza più l’arroganza e la supponenza (nonché la concreta e sconcertante incapacità organizzativa) che ha contraddistinto la fiera milanese andata in scena ad aprile.

Il tutto, a prescindere da ciò che vado dicendo da tempo: due eventi “rivali” (o impostati come tali) di questa portata in un paese nel quale 2 italiani su 3 non leggono un libro all’anno, è qualcosa di francamente incomprensibile. In tal senso concordo perfettamente con Nicola Lagioia, direttore del salone torinese, quando afferma: “Ben vengano anche dieci saloni, purché non ci sia il rischio né della fotocopia né del rito cannibalico” Anche perché, come già qualcuno ha rimarcato, è ormai appurato che non sia il successone anche imponente di eventi del genere a fare di un paese una comunità di veri e forti lettori. I problemi di fondo del mercato dei libri italiano restano, e sono ancora sostanzialmente irrisolti; c’è solo da sperare che l’entusiasmo torinese diventi contagioso, e quanto prima.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Buon CompleAnno della Lepre!!!

Oggi, nell’ambito della prima giornata del 30° Salone del Libro di Torino, Iperborea festeggia in un evento dedicato – denominato “Il CompleAnno della Lepre” – la (coincidenza numerica!) 30a edizione del best seller del grande scrittore finlandese Arto Paasilinna, L’anno della lepre, appunto: il testo di maggior successo di sempre tra quelli pubblicati dalla casa editrice milanese, con oltre 120.000 copie vendute (che, per la cronaca, per un libro finlandese d’un autore altrimenti del tutto sconosciuto in Italia è veramente un’enormità).

A mia volta ho buoni motivi per festeggiare questo libro. Innanzi tutto anch’io posso vantare al riguardo una ricorrenza cronologica: lessi il romanzo esattamente 10 anni fa, nel gennaio 2007. E – motivo ancor più importante per il personale festeggiamento – quella lettura contribuì in modo fondamentale ad aprirmi le porte del piccolo/grande mondo letterario scandinavo, che negli anni successivi ho esplorato in lungo e in largo (date un occhio alle recensioni di testi degli autori del Nord Europa nella pagina delle recensioni e ve ne renderete conto) fino a maturare una convinzione nella quale tutt’oggi credo fermamente, ovvero che la produzione letteraria scandinava contemporanea sia nel complesso tra le migliori al mondo e forse, dal mero punto di vista geografico-territoriale del rapporto quantità/qualità, la migliore in senso assoluto.

In particolare sono rimasto molto legato alle opere di Arto Paasilinna, che considero il modello perfetto del peculiare stile letterario nordeuropeo e del quale ho poi letto tutto quanto è stato pubblicato in Italia – sempre con Iperborea, naturalmente. Non solo: il personale culto dell’autore finnico è arrivato al punto che, qualche anno fa, mi recai a Helsinki – durante un lungo viaggio esplorativo della Finlandia sovente guidato dai toponimi dei luoghi di cui ricordavo d’aver letto nei suoi romanzi – e andai allo shop della WSOY, da sempre la casa editrice “domestica” di Paasilinna, per acquistare alcuni suoi libri in edizione originale… ovvero in finlandese, certo: lingua che non conosco affatto, sia chiaro, ma lo feci giusto per il gusto di possederli. Una sorta di piccolo omaggio personale alla sua figura e alla relativa importanza nella mia “carriera” di lettore – e non solo di quella – che ora qui rinnovo, nell’occasione della celebrazione di Iperborea di un libro il quale, per quanto mi riguarda, è in assoluto tra i pochissimi a poter realmente meritare il titolo di capolavoro. E di ciò ne sono convinto ancor più oggi di quando lo lessi, dieci anni fa.

Ecco, a proposito, cosa ne scrissi allora. Oggi probabilmente scriverei moltissimo di più su L’anno della lepre, mentre quel 29 gennaio 2007…:

L’Anno della Lepre è uno dei maggiori best seller di Arto Paasilinna (se di “best seller” si può parlare per la letteratura scandinava) ed anche in Italia è stato uno dei suoi volumi più venduti. Appositamente ho scelto di leggerlo dopo Il bosco delle volpi, meno conosciuto, vuoi per gustarmelo meglio e vuoi per confrontare le due opere; anche il leggere di seguito due volumi dello stesso autore è una scelta che faccio raramente, ma la curiosità di addentrarmi nel mondo letterario scandinavo attraverso – come già detto – uno dei suoi autori più noti e apprezzati mi ha sollecitato questa “esperienza”. Dalla qual esperienza, in effetti, traggo molte indicazioni non solo su Paasilinna e sul suo stile letterario incredibile, leggero, a tratti distaccato quasi da parere freddo come il paesaggio sub-artico nel quale ambienta spesso le sue storie, ma anche sulla letteratura nord-europea, i cui modelli letterari lo scrittore lappone ha saputo rappresentare in maniera molto esplicativa.
De L’anno della Lepre si potrebbe dire molto di quanto già detto su Il bosco delle volpi: è la storia di una ennesima fuga dal mondo civilizzato, ovvero di una manifestazione di he solo nel distacco dalla civiltà, e nell’immersione più o meno profonda nel mondo naturale e nel contatto con i suoi abitanti, può trovare un considerabile soddisfacimento: quasi che Paasilinna, nei suoi libri, voglia rivelarci che l’evoluzione dell’uomo civilizzato, ovvero di colui che ha creato e plasmato la civiltà, sia in realtà al di fuori di essa, dove quella stessa evoluzione ritrova il contatto con la sua radice naturale, il solo ambito in cui riesca a vivificare la coscienza e lo sguardo critici sulle proprie azioni: è la proclamazione della sconfitta per il pretenzioso homo sapiens-dominatore del mondo, ma di contro è la vittoria dell’essere senziente che sa percepisce il fluire dell’energia vitale nel proprio spirito, e in quanto tale si armonizza con il mondo d’intorno.
Se possibile L’Anno della Lepre possiede uno stile narrativo più incalzante de Il Bosco delle volpi, anche per la scelta di addensare gli eventi della storia in numerosi capitoli di breve durata, nonché una più evidente presenza della Natura, e non intendo solo con il paesaggio e i suoi elementi ma anche in senso più antropologico, come una soffice custodia che avvolga tutta la storia narrata rivendicandone, in un certo senso, la proprietà e la responsabilità: cosa tanto più evidente nel finale, ove il frutto di quell’istinto di cui si è detto chiude la vicenda di Vatanen – il protagonista – nel modo più impulsivo e irrefrenabile possibile.
Insomma: nuovamente un libro godibilissimo, per molti versi veramente bello, rispetto alla letteratura sud-europea originale, particolare, quasi bizzarro, semplice e profondo, divertente e meditativo. Un ottimo esempio, lo ribadisco, del mondo letterario scandinavo, la cui esplorazione certamente continuerò a breve – e credo che diverrà sistematica!

Evviva la riscossa degli editori… ma quella dei lettori?

Sia chiarissimo – non fraintendetemi nemmeno per un istante: ai giovani editori vadano grandi onori, glorie imperiture, gratitudini illimitate (e magari – sarebbe il caso, come già in altri paesi avviene – particolari incentivi di stato, posto il lavoro di fondamentale importanza socioculturale che fanno)… ma, testardamente, vedendo quel titolo (cliccateci sopra per leggere l’articolo originario) ho subito pensato: beh, e una riscossa dei lettori (giovani o meno), quando? Ovvero, per dirla in altro modo: vi può essere autentica riscossa degli editori se nel contempo il numero dei lettori continua a diminuire? Ancora: non sarebbe finalmente il caso di incentivare in ogni modo possibile e (in)immaginabile una riscossa – cioè una rinascita, una rifioritura in primis numerica ma non solo – dei lettori?
Perché, lapalissiano affermarlo, vanno bene le fiere, gli eventi, i grandi scrittori, i bravi editori, i mai (a loro volta) troppo lodati librai indipendenti… ma se non ci sono lettori, e se non si attua a tutti i livelli una efficace strategia di (ri)promozione della lettura soprattutto a scapito di tutto ciò che vi è sostanzialmente avverso, al fine di frenare l’emorragia di lettori stessi e anzi aumentare da subito e in maniera cospicua il numero e i relativi acquisti, ecco… non si va da nessuna parte. Ahinoi!

Nel derby dei saloni Torino è in vantaggio su Milano, ma…

Volendo usare una metafora calcistica ovvero assolutamente nazional-popolare, e immaginando Tempo di Libri, la nuova fiera milanese andata in scena lo scorso mese, e il Salone del Libro di Torino, che partirà il prossimo giovedì 18, come due squadre di calcio, si potrebbe dire che stiano giocando una finale in due turni per il titolo di “miglior evento nazionale dedicato ai libri” e che la partita di andata sia finita con un risultato del tipo 0 a 3 o 0 a 4 per Torino, in trasferta.

Già, perché Tempo di Libri è stata un sostanziale fallimento, ormai tutti lo hanno rimarcato: inventata per fini del tutto politici e assai poco culturali, organizzata malissimo sotto ogni punto di vista e poi, una volta aperta, gestita ancora peggio. Sia chiaro: non che ci si potesse aspettare un successo sconvolgente fin dalla prima edizione, per un evento del genere; d’altro canto si può tranquillamente dire che nulla o quasi è stato fatto al fine di ottenere almeno un discreto successo, generando con tutto ciò gran risate e facce divertite in quel di Torino, che lo sgarbo di Milano l’ha subìto in maniera profonda e chissà quante macumbe ha tirato – la città sabauda, in senso lato – ai milanesi per favorire l’insuccesso di Tempo di Libri.

Fatto sta che, appunto, ora Torino ha guadagnato a suo favore un gran vantaggio su Milano, proprio come se avesse largamente vinto in trasferta un match sportivo. L’imminente Salone peraltro si presenta piuttosto bene, con un aumento di superficie, di editori, di eventi collaterali, una gran bella locandina e, in generale (pare) una verve parecchio diversa dal passato. Tuttavia, continuando nella metafora calcistica, vincere largamente la partita di andata non significa ancora portarsi a casa il “titolo” finale, e non di rado quelle squadre che lo pensano, sentendosi già forti di quanto conseguito nella prima partita e, di conseguenza, sedendosi su allori ancora virtuali, sovente piangono lacrime amare, alla fine di tutto. Ecco: Torino ha un gran vantaggio su Milano, lo ribadisco: di immagine, di prestigio del momento, di gioco – dacché ora può giocare totalmente all’attacco senza più dover pensare a difendersi – di potenziale gradimento del pubblico. Ma di contro ha un passato alquanto pesante da scrollarsi di dosso, un’immagine (propria) da ricostruire, svecchiare, rinnovare, la responsabilità di affermarsi come unico “vero” evento di promozione autenticamente culturale dei libri e della lettura in senso generale, senza legami con attori più o meno potenti del panorama editoriale nazionale e senza altri fini ben più “materiali”… Insomma: potrebbe conseguire una vittoria totale, da “cappotto” o quasi ma, se sbagliasse “partita”, potrebbe essere veramente l’ultima possibilità di poter “giocare” a così alto livello. Se Milano avesse toppato il proprio evento – e l’ha toppato – poteva campare mille scuse al riguardo, magari vacue ma tant’è – e le ha campate, in effetti; se toppa Torino, con trent’anni di storia alle spalle, lo “sporco” di passate polemiche e scandali da spazzare via, la necessità di rinnovarsi e riaffermare il proprio ruolo centrale e insostituibile per il mercato editoriale italiano, rischia veramente di non “giocare” più, lasciando paradossalmente il campo libero a un evento al momento perdente sotto ogni aspetto ma, nel caso, libero di poter agire in regime di monopolio o quasi (dipende dal futuro di Roma, evento certamente dotato di grandi potenzialità ma ancora incapace di sfruttarle al meglio) facendo ciò che vorrà a scapito di tutti.

Credo che Nicola Lagioia, direttore editoriale del Salone di Torino, e il suo staff siano ben consci di ciò e abbiano allestito l’evento di conseguenza, mettendoci tutto l’impegno del caso e pure di più. Hanno la vittoria in tasca, lo ripeto, ma come dice un vecchio proverbio, “Non convien cantare il trionfo prima della vittoria”.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.