
Ciò significa che nei prossimi anni l’Italia destinerà ancora meno risorse di ora per la spesa sociale, aumenterà i tagli, ridurrà i servizi di base; di contro c’è da temere, visto il modus operandi ormai consolidato nei decenni dalla politica italiana, che non saprà (e non vorrà) ridurre gli sprechi, le spese inutili, le iniziative politiche strumentali e propagandistiche che consumano risorse altrimenti disponibili per quella spesa sociale sempre più ridotta e in generale per i bisogni delle comunità.
Ne scrivo perché di tale situazione, domani ancor più di oggi e di ieri, ne faranno le spese i territori montani e le aree interne, zone sempre più sottoposte a criticità di vario genere, sempre più fragili, precarie, indebolite ma già sostanzialmente abbandonate dalla politica oppure circuite e sfruttate per scopi che di vantaggioso alle comunità non portano pressoché nulla. Riguardo le nostre montagne, non posso non pensare (sono ripetitivo e noioso, lo so, ma ne vado fiero) alle centinaia di milioni di soldi pubblici spesi dagli enti pubblici per sostenere l’industria dello sci e molti comprensori già oggi destinati ad una prossima chiusura in forza della crisi climatica e per la loro insostenibilità economica, nel mentre che le scuole e gli ambulatori medici chiudono, i trasporti pubblici vengono ridotti, le strade di montagna subiscono dissesti crescenti, le economie locali non vengono adeguatamente sostenute e per di più sono ostaggio della folle burocrazia nostrana. Soldi inesorabilmente sottratti ad altre cose, tra le quali ci potrebbero e dovrebbero essere iniziative di autentico sostegno alla residenza, al lavoro e alla restanza delle genti di montagna.
Temo, insomma, che tanta parte del peso spaventoso del debito pubblico italiano venga di nuovo scaricato, volutamente o meno, sulle aree interne, sulle montagne e sulle comunità che le abitano e ancora lottano per mantenerle vive e vissute… quelle montagne sovente prive di vera rappresentatività politica e conseguente rappresentanza istituzionale, prive di voce e private di ascolto, prive di autonomia decisionale e anzi soggiogate a disposizioni e iniziative prese in sedi nelle quale la montagna non si quasi nemmeno cosa sia. E per di più – oltre al danno la beffa – costrette, le comunità di montagna, ad ascoltare tanti bla bla bla bla – «Lotta allo spopolamento!», «Sviluppo dei territori montani!», «Sostegno all’economia locale!», ora pure «Legacy olimpica!», eccetera – che, a fronte della realtà di fatto effettiva del nostro paese, appaiono sempre più parole vuote e ingannevoli, fatte apposta per zittire chi invece avrebbe più di ogni altro di che dire.
No, la montagna italiana merita molto di più e potrebbe veramente diventare quel laboratorio d’innovazione sociale, economica, culturale, demografica e politica che tanti auspicano e invocano, e il primo passo affinché ciò avvenga è che le comunità di montagna riacquisiscano coscienza di sé stesse, consapevolezza politica, coscienza di luogo, senso di comunità. Tutte cose che, credo, la politica non è in grado di dar loro e non vuole nemmeno dare. Dunque, è ora di trarne le debite conclusioni, prima che la situazione diventi irreversibile.


Buongiorno Dott. Rota. Da appassionato di montagna non posso che condividere le sue osservazioni ma così facendo si osserva il dito e non la luna. Il problema del debito e delle sue conseguenze sulla vita di tutti noi è molto complesso. Il debito pubblico stamane alle 7,30 ha raggiunto i 3.182 miliardi (e qualche “spicciolo”) e solo di interessi ci costa quasi 90 miliardi all’anno (3 volte una manovra economica di quelle pesanti). Molti economisti concordano nel dire che se il paese fosse una azienda avrebbe dovuto dichiarare fallimento anni orsono ma grazie alla resilienza dei ns imprenditori resistiamo anche se con molta fatica. Con un debito di questa entità solo gestire la normale amministrazione è un bel problema figuriamoci fare nuovi investimenti (ambiente alpino, salute, scuola, ….). Vero è che, proprio perché le risorse sono poche, bisognerebbe prestare grande attenzione a come investirle anziché fare impianti dove non c’è neve. Sebbene i Greci siano stati molto bravi (solo loro sanno cosa hanno patito) la loro situazione economica e sociale non è paragonabile a quella italiana per PIL (280 miliardi contro i ns 2.258) e per popolazione (10 milioni contro i ns 59). Quando si parla di debito bisogna anche valutare la capacità di farvi fronte e l’Italia con i suoi oltre 3.000 miliardi di patrimonio è messa “abbastanza” bene ma temo che il tempo sia scaduto. Ora, si dovranno prendere decisioni impopolari che ci permettano, come la Grecia, di far rientrare il debito entro valori più sostenibili. La domanda è : Ne saremo capaci ? Avremo la stessa forza di volontà dimostrata dai Greci o ci perderemo, ancora, in mille chiacchiere senza efficacia ?
Saluti e grazie
G Capppelletti