Sabato scorso alla Costa del Palio, sospesi sullo spazio e sul tempo

Sabato scorso ho avuto il grande privilegio di poter raccontare uno dei luoghi più sensazionali delle Prealpi orobiche, la Costa del Palio, e di farlo in un evento altrettanto foriero di grandi e intense sensazioni: il concerto del Quintetto d’Ottoni della classe condotta del Professor Massimo Capelli presso il Conservatorio “Gaetano Donizetti” di Bergamo, primo appuntamento di “Orizzonti Sonori. Festival tra Musica e Natura sul periplo della Valle Imagna” con la direzione artistica di Giuseppe Capoferri e Damiano Rota per l’Associazione Filodrammatica “Oltre Confine”.

Ho raccontato la geografia e la storia della Costa del Palio, il nodo orografico e antropologico che rappresenta e la rende una zona di secolare e fondamentale importanza per le genti delle valli circostanti, il rappresentare in tal senso una cerniera di giunzione tra persone, culture, tradizioni, saperi nonostante la sua antica funzione di confine, il Genius Loci che lo abita, i vastissimi orizzonti che fanno sembrare il Palio ben più elevato di quanto in realtà sia, le sue peculiarità ambientali, gli affascinanti nuclei abitati sulle sue pendici, l’epopea dei Bergamini che lo “colonizzarono” e ne hanno influenzato l’anima, i suoi celebri “monumenti arborei” e la foresta regionale gestita da ERSAF che annovera alcuni dei faggi più grandi della Lombardia nonché, ultimo ma non ultimo, il valore fondamentale di un luogo del genere per il presente, il futuro e per chiunque vi ci relazioni, tanto da abitante e residente quanto da turista e viandante occasionale.

Per tutto questo, definire “sensazionale” la Costa del Palio non è affatto un’esagerazione ma descrive in modo immediato e profondo – che coinvolge intensamente i sensi, appunto – il luogo: coglierne l’anima in un evento così bello come quello di sabato, “sospeso” insieme alle meravigliose note effuse dagli Ottoni del Quintetto tanto nello spazio, tra le valli che adducono al Palio, quanto nel tempo ovvero tra il giorno che nel tramonto lascia spazio alla notte, mi auguro abbia rappresentato per i tantissimi presenti come per me un’esperienza emozionante e arricchente.

Ringrazio di cuore Giuseppe Capoferri, Baritono e solista del Coro del Teatro alla Scala di Milano nonché appassionato animatore culturale e organizzatore di eventi sempre prestigiosi e affascinanti, per avermi coinvolto nella serata insieme ai ragazzi del Quintetto d’Ottoni e a Pio Rota, fotografo ufficiale del festival.

Incendi boschivi dolosi e fuochi d’artificio colposi

[Foto di Eros Maggi, tratta da www.leccotoday.it.]
Dalle mie parti, ovvero nelle località che si affacciano sulle rive del Lago di Como, è periodo di spettacoli pirotecnici: d’estate quasi ogni paese ne offre uno, in occasione di sagre, feste patronali, ricorrenze locali o semplicemente per il sollazzo dei turisti presenti. Peccato che pure qui ogni anno, e in maniera crescente, i boschi e le montagne sovrastanti quelle località sono sempre più in preda agli incendi, sovente colposi se non dolosi, che distruggono centinaia di ettari di patrimonio forestale, ne uccidono la fauna selvatica e degradano il paesaggio. D’altro canto è una situazione diffusa un po’ ovunque in Italia, inutile rimarcarlo.

Ora, so bene che andare contro a certe consolidate tradizioni paesane, dalle nostre parti, sia come bestemmiare in chiesa, ma la contraddizione tra la situazione sempre più grave degli incendi boschivi, con i relativi ovvi divieti assoluti di accensione di qualsiasi cosa che possa ardere, e lo sparare in aria dai dardi infuocati che poi rischiano di cadere in qualche area boscata è evidente, così come lo sia il fatto che, pur tra le mille garanzie che si possono prendere al riguardo, il pericolo di nuovi inneschi incendiari resta forte. Così, leggere in occasione di uno di questi spettacoli pirotecnici da parte delle istituzioni locali di un luogo il cui territorio montano è stato recentemente devastato da un grande incendio che «Si terranno quindi regolarmente anche i tradizionali e attesissimi fuochi d’artificio, da sempre punto di forza della festa e appuntamento simbolo profondamente sentito dall’intera comunità e dai tanti turisti presenti», cioè dando molta più importanza al mero svago di residenti e turisti invece che alla tutela dei propri boschi e di chi vi abita appresso, a me lascia parecchio perplesso. Non tanto per l’evento in sé ma, appunto, per la superficialità che si coglie in quell’affermazione e per la mancanza di coscienza civica e ambientale che invece qualsiasi amministrazione pubblica per prima dovrebbe manifestare, dando il buon esempio a residenti e turisti: una cosa che peraltro rappresenterebbe, di questi tempi, motivo di lustro per il luogo (qualsiasi esso sia) con relativo ritorno d’immagine sui media. Ma temo che la nostra politica, ormai troppo tronfia e piena di sé, a elaborare queste considerazioni non ci arrivi proprio.

Insomma, anche qui io ci vedo un’ennesima manifestazione della scarsa considerazione che in Italia abbiamo verso l’ambiente naturale e i suoi molteplici problemi legati al peggiorare della crisi climatica e ad altre criticità ecologiche contemporanee. Non a caso Regione Lombardia destina per tutto il proprio territorio solo 1,3 milioni di Euro per la manutenzione preventiva delle aree boschive dal rischio incendi: prova evidente di quanto poco il tema interessi alla politica e quanta considerazione autentica destini al patrimonio naturale governato.

Se una volta, quando di cose così suggestive e insolite a cui assistere non ce n’erano molte, i fuochi d’artificio potevano sicuramente rappresentare un «appuntamento simbolo profondamente sentito» dalle comunità e dai luoghi con vocazioni turistiche, oggi, nel mondo in cui viviamo con tutto quanto d’altro ha da offrire (anche in alternativa agli spettacoli pirotecnici: droni, luci laser, coreografie luminose, eccetera), con le criticità ambientali che dobbiamo affrontare e con la necessaria elaborazione di una coscienza ecologica collettiva atta a contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici, be’, con  tutto il rispetto per le “tradizioni simboliche e profondamente sentite” una bella e articolata riflessione sull’opportunità di bandire gli spettacoli pirotecnici – almeno in certe situazioni – la farei. Anche perché, forse, è giunto il momento di innovare certe usanze tradizionali obiettivamente ormai monotone e stantie quando non anacronistiche: in fondo non è vero che «La tradizione è un’innovazione ben riuscita»?

(Tutte le foto presenti nell’articolo sono tratte da www.leccotoday.it.]

Venerdì scorso, con la comunità di Valcava

Venerdì scorso, 7 agosto, sono stato a Valcava, sulla dorsale prealpina dell’Albenza, per portare ai presenti storie, geografie, aneddoti, curiosità, racconti, riflessioni sul luogo, e di contro mi è stata portata davanti una comunità viva che ho potuto incontrare, ascoltare, ammirare. Una comunità animata dalle tante persone che amano il luogo da indigeni, residenti o villeggianti, riunite per l’occasione in quantità che lassù raramente prima (così mi hanno detto) s’era vista per riscoprire la propria storia ascoltando quella della “loro” Valcava, per ri-conoscere la propria identità culturale in quella del luogo, per riaffermare la relazione che le lega ad esso in quel reciproco, fondamentale scambio che “fa” il paesaggio e lo rende interessante, accogliente, affascinante… Autenticamente e profondamente vivo, insomma, al punto da alimentare scambi culturali, sociali e umani di valore inestimabile come quello che ho appena descritto.

Per questo, in una serata nella quale io e gli altri relatori abbiamo parlato molto di storie del passato, ho chiesto ai presenti – così numerosi da traboccare dalla sala che ci ospitava – di salvaguardare quelle storie, le memorie conseguenti, il bagaglio culturale che vi scaturisce, e portarsele appreso verso il futuro facendo di esse la base per continuare e, se possibile, per sviluppare ancora di più la relazione con il luogo. Vivere di memorie, come spesso accade nelle comunità di montagna, è tanto suggestivo e rassicurante quanto pericoloso: il rischio è quello di autoalimentare un’alienazione collettiva verso il tempo, prima, poi lo spazio, il luogo stesso, e infine verso sé stessi. Di contro, comprendere che quel bagaglio esperienziale secolare possiede un valore atemporale, un valore importante ieri come oggi e probabilmente ancor più domani, è imprescindibile. Ma non per reiterare un passato che ormai è tale, è andato e non tornerà più, ma per trarne gli aspetti migliori da porre alla base del presente e del futuro: a partire da quello forse più importante, il senso di comunità – e la coscienza condivisa di essere tale – che ho constatato ieri, che magari a volte presenterà attriti e discordie (e dove non ci sono, d’altro canto?) ma che è veramente il centro, il fulcro, il nocciolo di energia che tiene vivi e non solo sopravviventi i luoghi come Valcava.

Ecco, nel corso della mio intervento (alcune delle slide che ho mostrato le vedete qui sopra) ho cercato anche di trasmettere queste riflessioni al pubblico presente, non certo pensando di poter insegnare qualcosa ai valcavesi, ma soprattutto quale forma di gratitudine e riconoscenza per la loro partecipazione alla serata, e per quello che mi hanno saputo raccontare e rivelare di Valcava e di loro stessi semplicemente stando lì in sala e così raccontandosi – loro a me – in un modo bello e profondo come pochi altri.

(La foto in testa al post è di Alessia Scaglia, quelle della serata di Irene Calderoli: le ringrazio molto per avermele concesse.)

Il “Patto del non racconto” da (ri)sottoscrivere oggi – anche contro l’overtourism

[Foto di Karl Egger da Pixabay.]
Michele Comi, rinomata guida alpina della Valmalenco, prezioso educatore ambientale soprattutto negli ambiti montani e caro amico, già lo aveva proposto cinque estati fa – nel 2021 – sul sito web del Collettivo Vendül, denominandolo il “Patto del non racconto”: visitare un luogo di pregio ambientale, naturalistico e paesaggistico notevole, sia esso una montagna, una vetta, un bosco, una valle, un paese, qualsiasi ambito (ovviamente non solo alpestre) che ci doni belle sensazioni e esperienze profonde, ma poi evitando di raccontarlo sul web e sui social perché «Vi sono luoghi così rari e preziosi che meritano di non essere raccontati, se non per quello che suscitano in noi quando li attraversiamo».

E il “Patto” concerneva proprio nell’impegno formale di «non rivelare dettagli, descrizioni e informazioni dell’accesso e del percorso e di non divulgare e pubblicare alcuna immagine e/o video che ritraggono i luoghi attraversati. Pena l’esclusione con disonore e ignominia dal gruppo di esploratori erranti». L’obiettivo era (è) di privilegiare ad altro di più superficiale le emozioni percepite e le esperienze personali elaborate durante la permanenza (più o meno ludica e ricreativa) nei luoghi visitati perché «Più cediamo alla spettacolarizzazione, più rinunciamo a conoscere per davvero questi ultimi spazi selvaggi, ormai ridotti a piccoli scenari di “imprese” umane, troppo umane».

Allora l’interno del “Patto” era appunto quello di non cadere nella banalizzazione delle esperienze importanti vissute in luoghi psicogeograficamente capaci di favorirle al fine di ricavarci il più compiuto e consapevole arricchimento del proprio bagaglio culturale e emotivo. Ma nel 2021 si era ancora in tempi di Covid e non era del tutto esploso il fenomeno dei travel influencers e dei content creator che hanno preso a sollecitare più o meno direttamente – ovvero più o meno consapevolmente – il turismo in certi luoghi resi sfondo dei loro contenuti social. Fenomeno che, appunto, oggi è deflagrato in tutta la sua virulenza con risultati viepiù negativi ormai stigmatizzati da molti anche perché ritenuti una delle cause principali del sovraturismo, o overtourism, nei luoghi montani.

Quanto sarebbe dunque importante sottoscrivere e osservare il “Patto del non racconto” oggi, quando milioni di persone decidono di spostarsi in base a ciò che vedono sui social e che li solletica (per come sanno solleticare, e sollecitare, gli algoritmi social) con, obiettivamente, molta ingenuità e un po’ di ottusità, finendo inesorabilmente per degradare tanto i luoghi che visitano quanto la loro stessa esperienza di visita? E come sarebbe bello se tutti questi turisti, viceversa, usassero sì il web e i suoi strumenti di ricerca sempre più avanzati ma in forza della propria curiosità, non di quella altrui – peraltro spesso ben finanziata dagli enti turistici e dai tour operator – ovvero per scoprire posti nuovi da visitare senza così finire ad ingolfare sempre gli stessi, come mandrie che cercano di stare tutte insieme in un recinto troppo stretto il quale finirà per esplodere, e magari scoprirne persino di più belli e affascinanti di quelli tanto rinomati e instagrammati (spoiler: ce ne sono a bizzeffe ovunque, in montagna, al mare, nelle aree interne, a volte in zone che nemmeno avrete mai sentito nominare).

E poi, coerentemente a questo “stile” di viaggio e di turismo, evitando di raccontare dove si è stati oppure facendolo senza troppi dettagli, come forma di salvaguardia sia dei luoghi tanto belli, rari e preziosi che si è scoperto e visitato, e sia della propria esperienza di visita in essi, per fare che le nozioni, le emozioni, le sensazioni, le percezioni raccolte durante il viaggio possano decantare al meglio nella propria mente e nell’animo e diventare conoscenza, cultura, relazione, senza nessuna banalizzazione o spettacolarizzazione social che invece inevitabilmente degraderebbe l’esperienza vissuta smaterializzandola in meri “oggetti virtuali di consumo” (foto, video, reel, post, eccetera) che, “deputati” a determinare l’unico valore riconosciuto di quell’esperienza, cioè quello misurato in visualizzazioni, condivisioni e “like”, durerebbero quanto possono durare sui social e nella mente di molti utenti, cioè qualche attimo e non di più.

Dunque, ora che siamo nel mese clou delle vacanze e la gran parte di noi se ne andrà per pochi o tanti giorni in viaggio verso mete vicine o lontane: se lo riscoprissimo e sottoscrivessimo, il “Patto del non racconto”? Se almeno stavolta, mentre andiamo a divertirci spensieratamente (non troppo, mi auguro) per mari e monti, provassimo a evitare «la riprovazione di nostra madre Terra» al contempo facendo del bene, in modo semplice ma efficace, ai luoghi visitati?

La “libertà” di credere che i passi dolomitici siano autodromi

Questa incredibile sensazione di libertà!

La vignetta, che vi ho tradotto qui sopra, è di Lars Klauser, è tratta da “Salto.bz” – ottima testata d’informazione bilingue altoatesina/sudtirolese – e dice tutto sulla “libertà” di chi pensa di poter godere dei panorami dolomitici guidando auto e moto lungo le strade dei passi come fossero in pista a Monza. È la libertà prepotente che deriva dalla sottomissione di ogni altra cosa: montagne, luoghi, paesaggi, animali, altre persone, tutti costretti a subire la libera manifestazione di idiozia dei più scalmanati turisti motorizzati.

E la questione non si ferma al solo impatto ambientale dei mezzi generato dal rumore, dai gas di scarico, dal traffico lungo le strade e dai parcheggi ingolfati ovvero al pericolo al quale sono sottoposti tutti gli altri utenti delle strade dolomitiche. Diventa anche una questione più ampiamente paesaggistica, di degrado culturale dei luoghi, di svilimento della loro bellezza naturale, di benessere nella loro frequentazione. Questione dalle implicazioni e dalle ricadute a loro volta ampie e variamente gravi la cui colpa, purtroppo, non di rado va imputata agli stessi locali, incapaci di rinunciare ai propri tornaconti commerciali e, per salvaguardarli e ove possibile incrementarli, pronti a svendere e consumare le loro stesse montagne. Quelle che nel loro paesaggio dovrebbero avere impresse l’identità culturale e l’anima delle comunità che le abitano… e forse è proprio così, l’impronta è quella che ho appena descritto, purtroppo.

Sul tema del traffico infernale lungo i passi dolomitici è tornato a esprimersi di recente su “L’AltraMontagna” Michil Costa, rinomato albergatore della Val Badia, autore di un bellissimo e consigliatissimo libro sul senso del turismo contemporaneo sulle montagne, “FuTurismo. Un accorato appello contro la monocultura turistica”. Vi invito a leggere la sua intervista cliccando sull’immagine qui sopra.