Fondazione Prada, Milano

Mi mancava ancora, deprecabilmente, la visita ad un’altra eccellenza del panorama artistico-culturale (e architettonico e ovviamente espositivo) di Milano, frequentemente citata tra i “valori aggiunti” che rendono la metropoli lombarda la più avanti in Italia nonché l’unica a poter gareggiare con città straniere di altrettanto elevato lignaggio, e qualche giorno fa ho finalmente risolto tale mancanza.

Fondazione Prada, già. Ottimo recupero di un ennesimo impianto industriale dismesso da tempo (prima una distilleria, poi il deposito di uno zuccherificio) e dallo scorso aprile in piena potenza ed efficienza d’uso grazie all’apertura della Torre che completa la riqualificazione progettata da Rem Koolhaas e dal suo studio OMA, la quale gioca con indubitabile fascino e senza generare impatti visivi troppo ostici sull’innesto di nuovi elementi architettonici tra i vecchi capannoni mantenuti nelle forme e nell’aspetto originario e ovviamente ristrutturati all’interno – fatta eccezione per la Haunted House, ricoperta di foglia d’oro così da renderla sfolgorante. Suggestivo il Bar Luce, progettato da Wes Anderson ma forse sottodimensionato negli spazi per il servizio che deve offrire, notevole il Podium, uno dei nuovi edifici inseriti nello spazio della sede milanese, rivestito di pannelli alveolati di alluminio aeronautico, così come il cinema, spazio multiforme e poliedrico dalle pareti esterne specchiate che nella bella stagione si possono aprire trasformando lo spazio in un teatro all’aperto.

Le esposizioni: molto bella Atlas, mostra permanente “statutaria” curata da Germano Celant che negli ampi spazi della Torre espone alcuni delle opere più note e affascinanti della collezione Prada, con lavori (ad esempio) di Jeff Koons, Mona Hatoum, Edward Kienholz e Nancy Reddin Kienholz, Michael Heizer e Pino Pascali, William N. Copley, Damien Hirst, John Baldessari, Carsten Höller. L’aurea Haunted House ospita invece alcuni trascurabili lavori di Louise Bourgeois ed altri più interessanti di Robert Gober – anche se solo Untitled, all’ultimo piano, mi è parsa degna di emozione e menzione.

Spiazzante e bizzarra è Progetto Grottesco, di Thomas Demand, ospitata nello spazio sotterraneo del cinema, la riproduzione di una cavità ipogea (con tanto di stalattiti e stalagmiti) composta da 990.000 strati di cartone sagomati mediante lavorazioni 3D: un lavoro veramente “grottesco” ma, in fondo per questo, curioso, nonostante il suo senso concettuale rischi di non uscire troppo (alla luce della ragione, se così posso dire) dalla irreale “sotterraneità” nella quale l’artista lo ha disposto.

Ultima ma non ultima, dacché veramente molto bella e intrigante, è la mostra temporanea Sanguine. Luc Tuymans on Baroque, che occupa l’ala Nord e l’intero Podium, con la quale l’artista belga mette in relazione e dialogo alcuni lavori emblematici dell’arte barocca europea – con Caravaggio quale guida artistica fondamentale del periodo e con Rubens, Van Dick, Cagnacci e Jordaens a far da ottimi sodali con proprie opere – ad altri moderni e contemporanei (John Armleder, Michaël Borremans, Jake e Dinos Chapman, Roberto Cuoghi, Marlene Dumas, Luciano Fabro, Isa Genzken, Bruce Nauman, Tobias Rehberger, per citarne alcuni), generando inusitati parallelismi di forme e sostanze, di concetti e significati, di sensazioni e percezioni. Il tutto con notevole dinamismo intellettual-curatoriale e un’altrettanto notevole capacità di “specchiare” opere e relativi messaggi artistici all’apparenza lontanissimi e divergenti, generando invece “immagini riflesse” ricche di contatti, di aderenze, di relazioni, così in fondo riaffermando quanto sostenuto da Walter Benjamin sul Barocco quale “culla della modernità”, non solo in senso artistico, e sul suo valore emblematico anche ai giorni nostri – pure per l’attuale produzione artistica nonché, in parte, per quella culturale. Ribadisco: mostra molto bella che farebbe da sola da buonissimo motivo per un’esplorazione della Fondazione, ancor più se illustrata durante una ben condotta visita guidata (gratuita, solo da prenotare).

Visita che tuttavia, inutile rimarcarlo, l’intera Fondazione Prada merita: mi fa molto piacere che gli stranieri lo sappiano – nel senso che larga parte del pubblico presente non era italiano, quando ci sono stato – e mi auguro che lo tengano sempre ben presente anche gli italiani. Che di tali luoghi non possono che farsene gran vanto, ben più che di altre italiche cose molto, mooooolto meno onorevoli.

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Oggi, 14 febbraio, si festeggia…

Suvvia, inutile girarci intorno o fare finta di nulla, quando tutto il mondo festeggia una ben precisa ricorrenza, oggi 14 febbraio! Non si può fare gli gnorri, fare quelli a cui non frega nulla, i superiori, gli snob o che altro, perché è qualcosa che interessa chiunque e tutti accomuna, con rarissime eccezioni.
Insomma: oggi, 14 febbraio, si festeggia il deposito della prima domanda in assoluto di brevetto del telefono da parte di Alexander Graham Bell, nel 1876 a Boston. Già.

Senza il qual deposito magari oggi non potremmo inviare i messaggi ricolmi di cuoricini rossi all’amato o all’amata con i nostri scintillanti smartphone – i bis-bis-bis-nipoti de «l’apparato per trasmettere la voce o altri suoni telegraficamente per mezzo di ondulazioni elettriche, simili, in forma, a quelle che accompagnano l’emissione della voce e dei suoni nell’aria» che Bell così descrisse e brevettò. Ecco.

Altro che “San Valentino”! Tsk!

La passione amorosa e l’impasto della pizza

“Io P. e A, quelli che hanno preso l’appartamento all’ottavo piano, li ammiro moltissimo. Vivono una storia d’amore travolgente, ma lo fanno con il massimo raziocinio. Niente colpi di testa, impulsi istintivi post-adolescenziali o scriteriate follie passionali, no.
Addirittura pare che, quando facciano sesso ovvero nel mentre della copula, lui, che è commercialista, detti al telefono ai collaboratori del suo studio i dati di correzione dei bilanci delle aziende seguite, discutendone poi i saldi ottenuti. E lei non se la prende affatto per questo, anzi: ne approfitta per raccontare al telefono a qualche amica quanto è successo nell’ultima puntata della soap opera preferita (quella in cui il protagonista principale muore dissanguato e tra atroci sofferenze in conseguenza di un incidente stradale).
Non solo, vi dirò di più: mi raccontava G., quello del nono piano, che qualche sera fa stava facendo la pizza ma la farina non gli bastava ed è sceso al piano sotto a chiederla a P. e A.: be’, A., durante l’atto sessuale, è andata in cucina a prendere la farina e gliel’ha prestata. Con P. “al seguito”, ovviamente, il quale già che c’era non ha mancato di consigliare a G. di mettere pure un po’ di zucchero nell’impasto, per migliorare la lievitazione.
Non trovate sia una cosa incredibile? Sì, insomma, voglio dire: proprio non lo sapevo che nell’impasto della pizza ci andasse pure lo zucchero!
Come dite? «E G. cosa ha detto?» Oh, ha detto che la pizza in effetti viene buonissima. Già.”

Dove diavolo è?

Poste le recenti e “considerevolissime” (!) dissertazioni polemiche che stanno impegnando a fondo l’opinione pubblica itaGliana e le “migliori” menti del paese – dissertazioni assolutamente significative dello stato psichico di esso (peraltro delle quali, noterete, colgo notizia da un sito di informazione estero), mi sovviene di riproporre il seguente raccontino inedito, che farà parte di una raccolta molto e dico mooooolto – particolare di futura pubblicazione editoriale, il quale mi pare assai consono alla situazione.
Nota a margine (ma non troppo): nuovamente certi itaGliani si dimostrano bravissimi non solo a mostrarsi ridicoli ma pure a impegnarsi a fondo per fornire prove indubitabili di esserlo veramente. Ecco.
Buona lettura, e siate sempre assennati!

Dove (diavolo) è?

L’esorcista arrivò nel piccolo borgo tra i monti una mattina di vento teso, parandosi in centro all’unica vera strada del luogo come un cowboy che si preparasse ad un duello all’ultimo sangue, alla maniera resa da tanti classici film western. E in effetti era giusto qualcosa del genere, per il prete, una sfida temibile da affrontare e vincere: in quel minuscolo paese c’era il demonio! – questa era la sua certezza, suffragata da “plausibili” testimonianze di pii visitatori del posto che, tra l’altro, riferivano di aver trovato la chiesetta del paese chiusa, inequivocabile segno della temporanea vittoria del male su quelle povere anime, miserrimi senzadio circuiti da chissà quali incantesimi satanici.
Proprio in quella chiesa l’esorcista si installò, facendone la base delle proprie indagini alla ricerca del covo del maligno – perché di certo aveva scelto una delle case del borgo come suo nascondiglio, infestandone i locali e possedendone i residenti come da consueto modus operandi infernale.
Su tale piano d’azione il prete basò la sua urgente opera redentrice: dal giorno successivo sottopose tutti gli abitanti del paese – lattanti inclusi – ad un “terzo grado” inquisitorio, ingiungendovi professioni di fede a raffica e ostentando ad ognuno i più potenti simboli del sacro per indurne il demoniaco rigetto. Dovette tuttavia concludere, dopo poco, che nessun abitante del paese risultava posseduto.
Certo il demonio era assai astuto – pensò il prete – e lì aveva “lavorato” veramente bene: se non era nelle persone, inesorabilmente doveva essere nelle cose! Dunque egli passò al sacro setaccio ogni caseggiato civile del borgo – stalle e baracche comprese – mitragliando una vastissima scelta di invocazioni e benedizioni celesti, convinto di veder emergere e fuggire da qualche crepa d’un muro il demonio da un momento all’altro. Ma non accadde nulla, il che lo lasciò non poco perplesso.
Fece un tentativo anche con gli animali – non scordando canarini, criceti e pesci rossi – ma ancora niente. Eppure c’era, il maledetto, lo sapeva, ne era certo, ne sentiva l’infernale afflato, aveva controllato ogni cosa in paese, persone, animali, case, stalle, tutto! Che accidenti restava ancora da ispezionare? Prese a pregare fervidamente e levare le mani al cielo, colto da un evidente sconcerto, invocando a gran voce una divina illuminazione redentrice.
«Beh, non avrebbe esaminato la chiesa!» gli fecero notare quelli del paese. Il prete-esorcista, a sentirsi obiettare tale palese evidenza, restò prima di sasso, poi si fece paonazzo e prese a inveire nella maniera più impensabilmente turpe contro i locali, con una tale crescente furia che quelli dovettero infine chiamare il medico del paese il quale a sua volta allertò l’ospedale più vicino che invio subito un’ambulanza, il cui personale prese in consegna l’uomo tra le sue irripetibili ingiurie e non prima di costringerlo a una inevitabile sedazione.
Il villaggio tornò così alla propria abituale tranquillità, senza alcun diavolo di sorta a turbare di nuovo la quotidianità dei suoi abitanti.

(P.S.: cliccate sull’immagine lì sopra per sapere di che si tratta.)

Oppressori e ribelli / ribelli e oppressori

Vi sono dei partiti, trionfatori o sconfitti, delle maggioranze e delle minoranze in conflitto permanente, e il loro ardore per l’ideale è direttamente proporzionale alla confusione delle loro idee. Gli uni opprimono in nome del diritto, gli altri si ribellano in nome della libertà, per divenire poi, a loro volta, oppressori, quando se ne presenti il caso.

(Paul Émile de Puydt, Panarchie, 1860, in Gian Piero De Bellis (a cura di), Panarchia. Un paradigma per la società multiculturale, D Editore, 2017, pag.66.)

P.E. de Puydt, primo teorizzatore del panarchismo (il cui simbolo “innografico” vedete nell’immagine lì sopra, cliccatelo per saperne di più), scrisse quelle parole quasi 160 anni fa – non c’era nemmeno nata l’Italia attuale! – ma aveva già perfettamente individuato il “male oscuro” della politica nelle mani dei partiti. Male oscuro e cronico, dacché dopo così tanto tempo siamo ancora impantanati lì, in tale eterna dicotomia che, forse, dovremmo cominciare a non pensare più come a un’autentica e virtuosa condizione di “democrazia” ma come a un simulacro di essa, funzionale ai soliti, persistenti giochetti di potere e alla salvaguardia dei relativi tornaconti.