Il Lago di Cavloccio, protetto da un bastione di montagne e circondato su tre lati da un magnifico bosco di larici, è completamente immerso nella natura. Ci appare come un autentico eremita del bosco e nella sua compiutezza esprime qualcosa di profondamente solenne. Fermarsi è d’obbligo: non c’è posto migliore dove fare una sosta e riflettere, ascoltando il lieve movimento delle onde, tranquillamente seduti su una delle rocce sporgenti dall’acqua verde. Intrattenersi alcune ore in riva a questo laghetto, lasciandosi ammaliare dalla magia del luogo appartato e cullare dal flusso dei pensieri, farebbe bene anche al più mondano dei mondani.
[Il Lago in una fotografia scattata tra il 1890 e il 1900, quindi coeva al testo di Silvia Andrea.]Non me ne vogliano coloro i quali – giustamente per molte ragioni – sostengono che non si debba scrivere di luoghi naturali belli e accessibili al fine di non renderli mete del turismo più massificato e superficiale, che facilmente ne degraderebbe la bellezza e il suo godimento consapevole. Per questo lascio “dire” del bellissimo lago nei presso del Passo del Maloja a Silvia Andrea, che con poche e perfette parole sa trasmetterne la geopoesia per di più rimarcando la necessità della visita contemplativa (lo faceva già un secolo fa, visto che il libro è del 1920 ma la stesura è antecedente!) del luogo, anche per i «più mondani».
[Immagine tratta da www.maps.engadin.ch.]Purtroppo oggi, troppo spesso, la “mondanità” del turismo preferisce cancellare la poesia dei luoghi per lasciare l’intero spazio al più prosaico consumo di essi. Ma i luoghi come il Lägh da Cavloc restano ciò che sono: solenni, magici, meravigliosi. Se alcuni che li visitano non lo capiscono, be’, sono affari loro, non certo del Cavloccio!
La Val Bregaglia, pur essendo conosciuta, non è certamente tra le valli più celebri e celebrate delle Alpi, nonostante nei suoi 25 chilometri circa di lunghezza sappia condensare geografie e storie notevolissime. Ma nel suo essere un corridoio di giunzione tra l’alta Lombardia e la Svizzera tedesca, Engadina e Grigioni in primis, è da millenni “fruita” come territorio di transito: un tempo da mercanti, soldati, migranti e viandanti d’ogni sorta, oggi principalmente da turisti e viaggiatori. Non è un caso che la Biennale d’Arte della Bregaglia, giunta alla sua quarta edizione e che si svolgerà la prossima estate 2026, abbiamo scelto come tema proprio il «Transito», ma se, come rimarca la presentazione della Biennale, quella di transito è una condizione sostanzialmente passiva che non di rado estrae valore dal territorio e ne rende secondarie (rispetto al viaggio di chi transita) le peculiarità, la “piccola” Bregaglia ha saputo sovvertire questa condizione facendone uno mezzo di ulteriore presa di coscienza di luogo e di rafforzamento delle proprie specificità, così che viaggiando nel suo territorio in maniera non svagata (come purtroppo molti fanno, distratti dalle loro mire ludico-ricreative) ma consapevole, ci si può rendere rapidamente conto di quanto la Bregaglia offra, di come chiara e viva sia la sua anima, di quante narrazioni sappia raccontare ai suoi visitatori.
[Castasegna ad inizio Novecento. Immagine tratta da qui.]Posto ciò, a una zona alpina così peculiare sono stati dedicati molti libri, soprattutto in lingua tedesca, ma tra i più belli in assoluto, assolutamente attinente al tema del «transito», è senza dubbio La Bregaglia. Escursioni nel paesaggio e nella sua storia di Silvia Andrea (Edizioni Casagrande, 2016, pagg.176; orig. Das Bergell, Wanderungen in der Landschaft und ihrer Geschichte, 1920). Silvia Andrea è lo pseudonimo di Johanna Garbald-Gredig, nata e cresciuta a Zuoz, in Engadina, nel 1840, un secolo fa considerata una delle principali autrici letterarie svizzere e poi quasi dimenticata, che ha legato la seconda parte della sua vita alla Val Bregaglia nella quale morì nel 1935, a Castasegna, il villaggio nel cui mezzo c’è il confine con l’Italia (per la cronaca la prima parte della valle è in territorio italiano) e dove oggi ha sede una prestigiosa e assai attiva Fondazione culturale a lei intitolata.
[Veduta della Val Bregaglia da sopra il Passo del Maloja in direzione Italia, come nello sguardo narrativo di Silvia Andrea. Immagine tratta da https://blog.nationalmuseum.ch.]Il libro di Silvia Andrea offre un meraviglioso racconto della Bregaglia e del suo paesaggio – inteso nell’accezione moderna del termine, quella poi fissata dal 2000 nella Convenzione Europea del Paesaggio e che l’autrice svizzera anticipa, per così dire, nella propria narrazione in cui si intrecciano continuamente gli elementi naturali e la storia antropica della valle. E meraviglioso lo è, a mio modo di vedere, per tre aspetti principali […]
[Due immagini di Silvia Andrea, tratte da qui.](Potete leggere la recensione completa di La Bregagliacliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
[Maloja, vista d’insieme del paese da una collina che domina il lago di Sils con l’Hotel Palace (ex Hotel Kursaal), in primo piano la strada lungo la riva del lago fino a Maloja, anno 1906, pubblico dominio. Fonte: Swiss National Library.]
Maloja si trova a 1810 metri sul livello del mare ed è un’incantevole oasi verde circondata da alte montagne. A sinistra ci guarda dall’alto la piramide di roccia scura del Lunghin, a destra si alzano le cime della Margna e del Forno. Al di là della valle ci salutano le gigantesche montagne della Bregaglia, mentre verso l’Engadina si allunga armoniosamente il Lago di Sils. È un tranquillo angolo di paradiso dove si ha l’impressione che nell’aria aleggi il ricordo dei milioni d’anni trascorsi dai tempi degli sconvolgimenti post-glaciali. È come se, sopra quell’altopiano derubato delle sue acque e intorno a quelle cime, si celebrasse il creato. Solo il silenzio dell’alta montagna, meglio di qualsiasi idioma, riesce a parlare alle persone in maniera così penetrante. Ma fino a quando sarà in grado Maloja di preservare questa sua solennità? In parte è già andata perduta per colpa del turismo e della speculazione che pare abbia scoperto le potenzialità economiche dell’immensa riserva d’acqua del Lago di Sils.
[Silvia Andrea (Johanna Garbald-Gredig), La Val Bregaglia. Escursioni nel paesaggio e nella sua storia, Edizioni Casagrande, 2016, pagg.17-18. Orig. Das Bergell. Wanderungen in der Lansdchaft und ihrer Geschichte, 1901-1920. A breve vi racconterò di più di questo meraviglioso volumetto scritto a inizio Novecento da un’autrice engadinese tanto mirabile quanto pressoché sconosciuta, almeno al di qua del confine elvetico.]
Sì, perché se le montagne sono luoghi dell’anima, se abbiamo contezza di ciò e possiamo goderne la sensazione vivida e unica, è perché sono anche luoghi della mente che suscitano e richiedono consapevolezza verso la loro realtà. E la consapevolezza si basa sulla conoscenza, dunque ecco a voi una nuova mini-rassegna stampa di notizie interessanti relative a cose di montagna pubblicate in rete e sulla stampa durante la scorsa settimana, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento. È una piccola ma spero stimolante selezione utile a non perdere alcune delle notizie più significative, quelle che, appunto, possono ben coltivare la conoscenza, la consapevolezza, la riflessione su quei luoghi della mente e dell’anima che sono le montagne.Durante la settimana le più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.
Buone letture!
LE MONTAGNE CHE SANNO FARE CULTURA
Il Centro Seminari Villa Garbald di Castasegna (in Svizzera ma a pochi km da Chiavenna) sabato 14/02 ospiterà la prima di un ciclo di serate finalizzate «a condividere il sapere dei suoi ospiti con chi abita in Valle. Per questo motivo la Fondazione Garbald invita per due o più incontri all’anno durante i quali la voce di uno studioso si unirà a quella di un rappresentante del territorio per discutere di un tema sia in linea teorica che in modo pragmatico». Trovo che sia un’iniziativa pregevole e da imitare ovunque, sulle montagne: l’osmosi dei saperi culturali è stata per secoli alla base della grande civiltà alpina, per poi smarrirsi (per vari motivi) con l’avvento della modernità. Perché non riattivarla facendo tornare le montagne a essere produttrici di cultura?
Ovvero: finalmente si concretizzerà quel progetto vecchio di almeno un secolo di collegamento ferroviario tra Tirano e l’alta Valtellina? Bè, è presto per dirlo ma, quanto meno, la Provincia di Sondrio ha avviato la gara per il “masterplan”, primo passo per valutare la sostenibilità generale dell’opera. Certo da qui al vedere correre i treni verso Bormio passeranno ancora decenni (in Italia, poi…) ma, come si dice, la speranza è l’ultima a morire. Anche quella di vedere togliere traffico dalle strade valtellinesi invece di aggiungerne altre, di strade, che non farebbero altro che peggiorare la situazione e rappresenterebbero un netto controsenso rispetto al progetto ferroviario. Chi vivrà vedrà, insomma.
«EPPURE ERANO ESPERTI!»
Quante volte lo sentiamo affermare nel caso di incidenti in montagna? Oppure «erano ben equipaggiati», «conoscevano bene la zona», eccetera. Tuttavia, nelle circostanze assai comuni con le quali vengono frequentati i territori in quota, sono numerose le trappole, percettive e psicologiche, dalle quali bisogna guardarsi. Su “Montagna.tv” Michele Comi ci riflette sopra, e sono considerazioni, le sue, che non concernono solo la frequentazione prettamente alpinistica delle montagne ma pure, in generale, la relazione culturale che intessiamo con i monti nel mentre che ci stiamo, il valore esperienziale della pratica, il senso del contesto, la sua presa di coscienza.
[La seggiovia quadriposto della stazione sciistica di Monna dell’Orso a Monte Livata, inaugurata il 22 dicembre 2013 alla presenza dell’allora presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. Fonte: Ansa/ Ufficio stampa Regione Lazio, tratta da “Il Post“.]LE «ASPIRANTI CORTINE» IN DECLINO DEGLI APPENNINI
Su “Il Post” Christian Raimo – uno dei più rinomati scrittori italiani contemporanei – racconta il suo ritorno dopo anni a Monte Livata, piccolo comprensorio sciistico dei Monti Simbruini e unico della provincia di Roma (per ciò detto “La montagna della Capitale”), e la sua lenta, inesorabile agonia turistica. «Di fronte alle Olimpiadi che si stanno per aprire a Cortina, il declino delle aspiranti Cortine degli Appennini pone una domanda che riguarda molte aree montane: ha ancora senso investire in modelli turistici ad alto consumo idrico in territori che l’acqua non l’hanno mai avuta in abbondanza?» Un racconto bello e eloquente, quello di Raimo, che riprenderò a breve per alcune mie considerazioni conseguenti.
[Foto: @ IDM Alto Adige – Benjamin Pfitscher.]IL SUCCESSO DELLA VAL MARTELLO SENZA IMPIANTI SCIISTICI
Anche la Val Martello/Martelltal, nella parte altoatesina del Parco Nazionale dello Stelvio, è uno di quei luoghi sulle Alpi privi di comprensori sciistici, e dunque del turismo relativo, che nel tempo ha preferito puntare sugli sport invernali meno invasivi e più rispettosi del suo paesaggio montano, come si racconta su “Montagna.tv”. Sci di fondo, ciaspole, sci alpinismo, slittino e biathlon d’inverno, escursioni e attività d’ogni genere d’estate nonché la produzione più alta d’Europa di fragole e piccoli frutti come i lamponi. Niente impianti e piste ma presenze in costante aumento, insomma: una strategia turistica che anche in Val Martello si rivela sempre più apprezzata dagli amanti della montagna.
LE OLIMPIADI PIÙ INQUINANTI DI SEMPRE?
Milano Cortina 2026, le «Olimpiadi più sostenibili di sempre», causeranno emissioni di gas climalteranti pari a circa 930mila tonnellate di anidride carbonica equivalente. Un simile contributo porterà a una perdita stimata di 2,3 chilometri quadrati di manto nevoso – ovvero circa 1.300 piste olimpiche di hockey su ghiaccio – e di oltre 14 milioni di tonnellate di ghiaccio glaciale. Sono questi i calcoli di una nuova ricerca realizzata dai think tank Scientists for global responsibility e dal New weather institute che evidenziano come l’impatto climatico delle Olimpiadi invernali potrebbe mettere a rischio nel futuro gli stessi Giochi: ne scrive “Altreconomia”, qui.