Tra lettore e scrittore nessuno può uscirne indenne (Björn Larsson dixit)

La letteratura deve essere un viaggio da cui non si ritorna gli stessi di quando si è partiti. Il lettore che va a comprare il biglietto allo sportello della letteratura, deve osare prendere la sola andata. Lo scrittore, da parte sua, deve rifiutarsi di vendere biglietti di andata o ritorno o viaggi organizzati. Se la letteratura va in crociera non è per fare il giro del mondo e per mostrare al ritorno le diapositive. E’ il contrario che girare in tondo. E’ fare cabotaggio e non trasporto merci di linea. (…) La letteratura, come il vero viaggio d’avventura, deve essere un incontro con l’altro da cui non si esce indenni. Sia il lettore che lo scrittore devono mettersi nei panni altrui e rischiare di diventare altro, esattamente ciò che rifiutano di fare i fanatici e gli integralisti di tutte le specie. Non può essere una fuga: fuggire significa comunque approdare da qualche parte, dove bisogna anche cercare di vivere. L’identità della letteratura non è basata né sul diritto di sangue né su quello della terra, ma su quello del cuore.

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, Milano, 2007, pag.198)

Ha ragione, Larsson: leggere un buon libro è come affrontare un bel viaggio, e i viaggiatori autentici non sono tanto quelli che visitano i luoghi in cui giungono, semmai quelli che si fanno visitare da quei luoghi. Ugualmente, il lettore autentico è colui che nel libro vi penetra dentro al punto da far che il libro entri dentro lui. Solo in tale condizione la lettura può dirsi compiuta, il lettore definirsi veramente tale e lo scrittore ritenere raggiunto il fine massimo per cui scrivere un libro. Nessuno dei due può uscirne indenne, appunto; entrambi devono venirne fuori cambiati da come erano prima – della scrittura e della lettura. Altrimenti leggere libri diventa un meraviglioso esercizio fine a sé stesso, infinitamente migliore di tante altre attività ma mai totalmente compiuto e dunque potenzialmente sterile.

P.S.: cliccate sulla copertina per libro per leggere la personale recensione di Bisogno di libertà.

Lo scrittore è un “accrescitore” della realtà (Davide Sapienza dixit)

La relazione tra immagina­zione e territorio è l’esplorazione della poetica di una vita da scrittore, l’atto di scrutare dove tutti gli altri sono passati senza notare altro che spazio o oggetti.

(Davide Sapienza, I Diari di Rubha Hunish (Redux), Lubrina Editore, Bergamo, 2017, pag.205.)

Trovo molto bella questa definizione di Davide Sapienza sull’atto della scrittura letteraria. Lo scrittore è un autore, e l’accezione originaria di tale vocabolo è “accrescitore”: lo scrittore deve essere colui che nota ciò che gli altri non constatano, dunque colui che attraverso la propria scrittura, e la narrazione che vi scaturisce, accresce la realtà a cui fa riferimento ovvero il citato “territorio” – sia esso spazio fisico o ambito immateriale, ne arricchisce il senso, il valore, la sostanza, lo spettro dei significati, mettendo il tutto a disposizione del lettore e da esso tutto fruibile.
Ciò rimette al centro della questione “scrittura letteraria” qualcosa che io ritengo del tutto fondamentale: bisogna scrivere quando si ha qualcosa da dire e da comunicare, e qualcosa che sia nuovo dacché frutto del proprio ingegno (“L’arte o è plagio o è rivoluzione”, diceva Gauguin), dunque che possa accrescere il bagaglio culturale e/o emozionale del lettore, accrescendone la conoscenza della realtà che ha intorno – anche in riferimento a opere di fantasia, ribadisco. D’altro canto anche la fantasia è un territorio da esplorare, esattamente come lo spazio fisico – anzi, le due esplorazioni devono procedere in consonanza. Da qui nasce la poetica, da qui si genera quella visione aumentata del mondo che ogni autore, ma in fondo qualsiasi individuo, dovrebbe sapientemente coltivare.

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Se non esistessero librerie e biblioteche, dove li metteremmo i libri? (Eric Chevillard dixit)

Dopo due mesi, quando gli scavatori avevano ormai fatto piazza pulita e le squadre ingaggiate per i lavori strutturali erano appena subentrate, la costruzione della biblioteca fu interrotta per ordine dei pubblici poteri e, simultaneamente, suppongo, mi auguro, tutti i lavori di scrittura in corso – perché, in queste condizioni, che fare delle opere pubblicate di recente, dove sistemarle, classificarle, catalogarle, schedarle e poi fregarsene, dove stoccarle, come disfarsene? A meno che ovviamente non sia l’improvvisa e generale resa degli scrittori – a che pro scrivere? – ad aver provocato la chiusura del cantiere.

(Éric Chevillard, Sul Soffitto, Del Vecchio Editore, 2015, collana “Formelunghe”, traduzione di Gianmaria Finardi, pagg.22-23.)

Nel suo particolare stile razionalmente assurdo, Chevillard ripropone una questione “sotterranea” per tutte le forme espressive artistiche ma che nella letteratura – contemporanea, soprattutto – è forse più evidente: se per assurdo (appunto) i libri non fossero letti da nessuno, se non esistessero scaffali di librerie o di biblioteche che li esponessero, verrebbero comunque scritti? O la scrittura – e gli scrittori – svanirebbero di colpo?
È questione nascosta, come detto, ma a dir poco fondamentale, dacché punta direttamente al senso dello scrivere (nell’epoca contemporanea dell’immagine imperante e della social-visibilità come ragione di vita ancor più, ribadisco) anche al di là della mera evidenza primigenia dell’arte come trasmissione di un messaggio, una storia, una narrazione o che altro.
Oggi, sembrerebbe avvenire qualcosa di opposto: le librerie chiudono perché calano i lettori ma di libri se ne pubblicano sempre di più. E se invece non fosse così opposta, tale situazione? Se l’estinzione (drammatizzo, sì) dei lettori fosse tragicamente propedeutica a quella degli scrittori ovvero, cosa in verità più importante, della scrittura?
È un ragionamento assurdo, lo ribadisco. Ma spesso ragionare per assurdità permette di prevedere e capire la (futura, ma non solo) realtà delle cose meglio di molti altri metodi.

La politica è il panno rosso del torero (William Burroughs dixit)

I conflitti politici sono solo manifestazioni esteriori. Alcune forze, se sorgono conflitti, mirano a mantenere il conflitto in atto perché sperano di trarre profitto dalla situazione. Starsi a preoccupare della manifestazione esteriore dei conflitti politici vuol dire commettere l’errore del toro nell’arena quando carica il panno rosso. Questo è il ruolo della politica, ti insegna a riconoscere il panno proprio come il torero lo insegna al toro, gli insegna a seguire, a ubbidire al panno.

(William S. Burroughs, WSB Interview 1961, intervista condotta da Gregory Corso e Allen Ginsberg, traduzione di Monica Miotti, pag.9; citato in William Burroughs, Geografie del controllo. Saperi, corpi, territori, a cura di Tiziana Villani, Millepiani, Milano, 2001.)

william-burroughs-in-suitOsservazione ineccepibile, quella di Burroughs, e sempre più col passare del tempo: ormai lo scopo della politica non è più la buona gestione della cosa pubblica comune – ovvero “la tecnica di governo della società“, come da sua definizione e missione originarie, ma il sistema di mantenimento d’una ingestibilità controllata, un caos funzionale a (paradossalmente) rendere necessaria la politica stessa la quale, non praticando più alcuna tecnica di governo, sta ben attenta a non risolvere i problemi per convincere dunque la società che ci sia bisogno della politica per risolverli.
Un sistema diabolico, che gira a proprio favore qualsiasi potenziale vantaggio a favore della società e di chi la compone – tutti noi cittadini, tanti tori rincretiniti che impiegano e sprecano tutta la loro prestanza fisica per rincorrere uno stupido panno rosso.

Andy Warhol, 30 anni dopo

Se raccogliessero tutte le frasi che ho detto capirebbero che sono un idiota e la smetterebbero di farmi domande.

andy-warhol-fun-facts-1200x970Andy Warhol moriva a New York il 22 febbraio 1987. Esattamente trent’anni fa se ne andava uno che aveva capito moltissimo – più e prima di innumerevoli altri – di come andava il mondo e di come sarebbe andato nel futuro. Un “idiota” senza la cui visione di quel mondo – il nostro mondo – probabilmente saremmo (noi sì) ben più idioti di quanto siamo.

P.S.: citazione tratta da La cosa più bella di Firenze è McDonald’s: aforismi mai scritti, a cura di Matteo B. Bianchi, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo, 2006. Cliccate invece qui per visitare il sito web della Andy Warhol Foundation for the Visual Arts.