Il Vallone a quota 17.000

[Immagine tratta dalla pagina Facebook Varasc.it. In Val d’Ayas dal 2004.]
Gli ultimi giorni del 2022 hanno portato una bellissima “notizia”: la petizione per dire NO al folle progetto funiviario nel Vallone delle Cime Bianche in Valle d’Aosta, uno degli ultimi territori d’alta quota incontaminati e non ancora turistificati in questa parte delle Alpi, ha raggiunto e superato i 17.000 firmatari – al momento in cui scrivo questo post ne conta 17.136. E crescono continuamente, giorno dopo giorno: sempre più persone alle quali sta a cuore il meraviglioso Vallone così come ogni altro territorio naturale ancora intatto, sulle montagne e non solo, che decidono di manifestare la propria opinione e dimostrano come sia giunta inevitabilmente l’ora di cambiare certi paradigmi turistico-imprenditoriali con i quali ancora oggi, come fossimo fermi a cinquanta o sessant’anni fa, vorrebbero sfruttare e svendere il territorio naturale patrimonio di tutti per ricavarci meri tornaconti a vantaggio di pochi, in barba a qualsiasi considerazione sulla realtà che stiamo vivendo e che dovremo affrontare nel prossimo futuro.

Se non l’avete ancora fatto, vi invito a sottoscrivere la petizione (la raggiungete anche cliccando sull’immagine qui sotto): come ho scritto altre volte, non si tratta solo di salvaguardare “un” Vallone sui monti valdostani ma di mettere le basi per la protezione di tutte le nostre montagne da qualsiasi pericolosa speculazione e per sviluppare una frequentazione turistica consona, sensibile, rispettosa e pienamente consapevole della grande e delicata bellezza che lassù si trova e che, ribadisco, è un patrimonio di tutti noi.

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Cime Bianche e Pitztal, un confronto emblematico

[Veduta dei ghiacciai della Pitztal. Foto di annca da Pixabay.]

Mentre sulle Alpi italiane alcuni amministratori pubblici i quali sarebbero da definire con titoli che vanno oltre la pubblica decenza lessicale vogliono distruggere un territorio alpino incontaminato come il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta, piazzandoci devastanti impianti funiviari per lo sci, sulle Alpi austriache i progetti che avrebbero portato al più grande comprensorio sciistico su ghiacciaio del mondo, tra le valli Ötztal e Pitztal, a fine novembre sono stati respinti dall’Ufficio del Governo del Land del Tirolo, ente pubblico con potere decisionale al riguardo.

Ne riferisce, tra gli altri, questo articolo della CIPRA – la Commissione Internazionale per la Protezione delle Regioni Alpine – nel quale si legge che il progetto era stato presentato nel 2015 ma i Club alpini tedesco e austriaco si schierarono da subito pubblicamente contro di esso, lanciando la campagna “Le Nostre Alpi”. Intanto, durante il periodo di pianificazione tra il 2015 e il 2019, il ritiro dei ghiacciai dovuto ai cambiamenti climatici ha modificato a tal punto le condizioni ambientali, che le piste e gli itinerari sciistici originariamente previsti non sono più realizzabili. Tra i vari interventi, il progetto comprendeva 64 ettari di nuove piste da sci, superficie equivalente all’incirca a 90 campi da calcio. A ciò si sarebbero dovute aggiungere la costruzione di tre nuove cabinovie con un centro funiviario e un ristorante, oltre a un tunnel sciistico lungo più di mezzo chilometro, garage, strade di accesso e un bacino di accumulo per la produzione di neve artificiale. Inoltre, aveva suscitato forti polemiche la prevista rimozione di un picco del Fernerkogel per la costruzione di una stazione della funivia.

[Il Pitztal Gletscher. Foto di Christel da Pixabay.]

Peraltro, la vicenda austriaca presenta delle peculiarità che la rendono comparabile con la questione degli impianti nel Vallone delle Cime Bianche non solo nella forma ma pure nella sostanza: come i promotori del progetto italiano dovevano presentare da mesi lo studio di fattibilità aggiornato ma non l’hanno fatto, annunciando qualche giorno fa solo di averlo in mano ma senza renderlo pubblico e sottoporlo agli enti amministrativi locali (ne ho scritto di recente al riguardo qui), anche i promotori del progetto austriaco avrebbero dovuto presentare ulteriori documenti per il collegamento dei comprensori sciistici entro il termine di fine ottobre 2022. Poiché ciò non è avvenuto, l’Ufficio del Governo del Land del Tirolo ha concluso la procedura di valutazione dell’impatto ambientale con una decisione negativa.

Ecco.

Non credo che, nel confronto proposto tra l’Italia e il Vallone delle Cime Bianche (in rappresentanza dei tanti altri territori montani minacciati da nuovi impianti sciistici e infrastrutture turistiche – l’elenco è parecchio lungo, ahinoi) e l’Austria con i ghiacciai Ötztal e Pitztal, ci sia bisogno di aggiungere molto altro. Tirate voi le conclusioni del caso.

Sicuramente non esiste da nessuna parte il paradiso in Terra e ogni mondo è paese – anche l’Austria, senza dubbio – ma, in tema di turismi montani, diciamo che per molti versi l’Italia appare spesso un po’ più infernale e paesana degli altri stati alpini, già.

Titolomen omen!

Credo ci siano ottime probabilità che il titolo di “PEGGIOR GEOTITOLO GIORNALISTICO” del mese (che lo sia anche dell’anno non saprei dirlo, al momento) vada al seguente articolo de “Il Sole 24 Ore”:

“Cervinio”?! E cos’è, il fratello di Cervinia? Il figlio del Cervino? E “lo Zermatt” dunque è un monte, non un comune? Eppoi perché si dovrebbe andare – erroracci a parte – “dal Cervino a Zermatt” percorrendo 580 km, come verrebbe da pensare leggendo il titolo, se sono l’uno sopra l’altro?

Cari articolisti de “Il Sole 24 Ore”, complimentoni per l’accuratezza geografica e toponomastica, proprio! Non sapete forse che esiste una roba bellissima, si chiama “internet”, dove si può andare e rapidamente verificare se si stanno scrivendo corbellerie oppure no?

D’altro canto, Titolomen omen! L’articolo infatti è pieno di cose totalmente infondate e altamente opinabili (per non dire di autentiche stupidaggini). Da questo punto di vista, in effetti, non ci poteva essere titolo “migliore” per giudicare da subito la qualità dell’informazione fornita dal giornale!

Perché è fondamentale salvaguardare il Vallone delle Cime Bianche

Ogni qualvolta mi trovo davanti – in immagini fotografiche come quella di Annamaria Gremmo qui sopra, scattata di recente, e ancor più da vivo – un luogo come il Vallone delle Cime Bianche, nel quale qualcuno vorrebbe installare le ennesime infrastrutture turistiche, e sciistiche in particolare, come si trattasse di uno spazio qualsiasi, sfruttabile liberamente, monetizzabile e vendibile senza alcun limite, senza la minima considerazione del valore generale del luogo, resto tanto sgomento quanto indignato. Mi sembra qualcosa come la pretesa di piazzare un fast food nel bel mezzo d’un museo d’arte, fregandosene bellamente dei capolavori in esso conservati, patrimonio di tutti, che verrebbero inesorabilmente deturpati.

Mi chiedo da tempo come si possa sostenere il folle progetto di installazione di impianti funiviari attraverso il Vallone delle Cime Bianche, uno dei territori d’alta quota rimasti incontaminati dall’infrastrutturazione turistica altrimenti dilagante, in questa sezione valdostana delle Alpi, soltanto per mere ragioni di vanto sciistico relative a un comprensorio dalla fruibilità complessiva scarsa o nulla, senza considerare minimamente, come detto, le innumerevoli valenze del territorio in questione, la sua bellezza ambientale, le peculiarità naturalistiche e paesaggistiche, la cultura che ne deriva, per giunta pretendendo di spendere decine di milioni di Euro di soldi pubblici (se ne prevedevano 66 milioni nel 2020, ora chissà quanto aumentati in forza dei costi attuali delle materie prime – aggiornamento del 13/12: «La società Monterosa sarebbe in possesso dello studio di fattibilità per il collegamento funiviario di Cime Bianche, il cui costo lieviterebbe a 75 milioni di Euro» (fonte Ansa) – inesorabilmente tolti al sostegno dei bisogni e delle necessità autentiche delle genti che abitano queste valli alpine. Me lo chiedo da tempo e, invariabilmente, l’unica risposta che mi do è che i sostenitori di un tale scellerato progetto sono veri e propri nemici delle loro stesse montagne, nemici della loro storia, dell’identità, delle comunità che le vivono, del loro buon futuro. Perché a fronte di un tale assurdo progetto sul serio non si possono trovare benefici proporzionati, in nessun modo lo si guardi: dal punto di vista economico, turistico, sociale, ovviamente ambientale… in nessuna forma. Di contro, ribadisco, si vogliono spendere decine di milionate di Euro per ottenere immediatamente un effetto lampante: la distruzione del Vallone, della sua bellezza e del suo valore identitariamente alpino. Una follia, non c’è altro da poter dire.

Difendere il Vallone delle Cime Bianche da un tale esecrabile assalto degli impiantisti e dei loro sodali è un atto fondamentale. Lo sta facendo da tempo e con mirabile impegno il gruppo di “Varasc.it. Escursionismo, alpinismo, storia e cultura in Val d’Ayas”, con una petizione aperta su Change.org che ha superato i 16.000 firmatari (vi invito caldamente ad aggiungervi ad essi, se non l’avete ancora fatto) e con numerosi eventi di sensibilizzazione riguardo il tema sul campo e sugli organi di informazione. In particolar modo, il gruppo di lavoro sta tenendo sott’occhio lo studio di fattibilità dei promotori degli impianti, contenente il piano di spesa aggiornato, che doveva essere pubblicato entro fine ottobre scorso, poi rimandato a fine novembre ma non ancora pubblicato: se per palesi difficoltà di gestirne il peso complessivo o se per il tentativo (maldestro) di nasconderlo all’opinione pubblica non è dato sapersi, e ciò non fa che imporre occhi ancora più aperti e vigili sulla questione.

In ogni caso, è importante considerare che la difesa e la salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche rappresenta e rappresenterà comunque un precedente: se la mobilitazione a sua difesa verrà sconfitta e il devastante collegamento funiviario si realizzerà, anche in altre zone ancora libere da infrastrutturazioni turistiche amministratori locali di pari insensibilità e cinismo di sentiranno liberi di agire nello stesso modo, piazzando tralicci, cavi, tubi e quant’altro in luoghi d’alta quota al momento incontaminati e accessibili a chiunque voglia goderne la grande bellezza. Se invece la mobilitazione avrà successo e il Vallone delle Cime Bianche verrà salvato, anche altrove sulle montagne italiane iniziative similari di salvaguardia ambientale potranno godere della forza necessaria per salvare ulteriori spazi di incontaminata bellezza alpestre, consegnando ai residenti e alle future generazioni una montagna ancora vera, genuina, meravigliosa, ricca di potenzialità realmente sostenibili, in grado di conciliare economia con ecologia (parole “sorelle”, d’altro canto, anche se oggi appaiono nemiche) e di preservare un patrimonio culturale che è di tutti, dunque che tutti abbiamo il diritto e il dovere di pretendere ben conservato e giammai deturpato. Secondo voi, quale dei due precedenti è bene che si realizzi e diventi la fonte di relative buone o cattive conseguenze?

Ecco.

Lunga vita al Vallone delle Cime Bianche, dunque, e lunga vita a ogni territorio montano incontaminato ovvero antropizzato armonicamente: la loro salvaguardia nel presente è la garanzia del nostro miglior futuro, non dimentichiamocelo mai!

P.S.: nella pagina Facebook di Varasc.it potrete trovare innumerevoli immagini fotografiche del Vallone delle Cime Bianche. Fateci un “tour” e già così capirete quanta meraviglia alpestre è messa in pericolo, lassù, e quanto sia importante salvaguardarla. Qui sotto invece potete vedere (cliccateci sopra) il video di Beppe Busso Cime Bianche. Unicum, altrettanto significativo delle peculiarità del luogo e della sua bellezza.

Una gara di sci “storica” (per quanto è dissennata!)

Dal prossimo fine settimana, tra Zermatt e Cervinia lungo il Ghiacciaio di Ventina, sarebbe dovuta andare in scena la “Matterhorn Cervino Speed Opening”, la prima gara transfrontaliera della Coppa del Mondo di sci. Un evento che è già stato definito “storico”: verissimo, infatti non s’è mai vista una gara tanto dissennata nella storia dello sci. È da settimane che il ghiacciaio, in condizioni pessime dopo l’inverno avaro di neve e l’estate caldissima, viene letteralmente stuprato per poter creare le condizioni adatte alla gara: pendii rimodellati per farci passare il tracciato, crepacci tappati dalla neve trasportata dalle ruspe, cannoni in azione per cercare di innevare la parte bassa della pista nonostante le alte temperature, decine di mezzi inquinanti in azione a oltre 3000 m di quota… una roba sconcertante e indegna, vista la realtà climatica che stiamo affrontando, i dati scientifici inoppugnabili che la provano e la faticosa costruzione di una consapevolezza ambientale diffusa che ci possa far affrontare senza conseguenze troppo pesanti i cambiamenti climatici in corso. Evidenze peraltro rimarcate da molti addetti ai lavori dello sci, come ad esempio il discesista francese Johan Clarey che non usa mezzi termini al riguardo: «Penso che questa gara non abbia senso e sono convinto che questo appuntamento non abbia futuro. E’ sufficiente osservare le condizioni dei ghiacciai, che peggiorano ogni anno, e questa discesa richiede enormi risorse, dall’utilizzo degli elicotteri ai crepacci da tappare. Una manifestazione senza senso e contro ogni logica ambientale».

Peraltro, al momento in cui sto scrivendo queste mie osservazioni – sabato 22 ottobre, a una settimana dall’evento – le gare restano in dubbio, viste le condizioni climatiche e ambientali difficili che rendono facile l’annullamento completo: tanta allucinante distruzione per nulla, nel caso, ovvero la manifestazione paradosso ancora più grande, più folle e irritante. In ogni caso, vada come vada, risulta sconcertante constatare come, per inseguire mere chimere turistico-commerciali dai vantaggi assolutamente presunti e ben poco certi, si decida di calpestare bellamente qualsiasi buon senso ambientale, paesaggistico, culturale, civico, facendo d’un colpo carta straccia di tutte quelle belle parolone – “green”, “sostenibilità”, “difesa dell’ambiente”, “salvaguardia delle montagne”… – che con tanta frequenza vengono profuse dai media in queste occasioni e il cui senso concreto diventa sempre più evanescente e antitetico a se stesso.

[Mezzi assolutamente “green” e “ecosostenibili” al lavoro sul ghiacciaio, a oltre 3500 m di quota, per preparare la pista. Frame da un video pubblicato sulla pagina Instagram “L’occhio del Gigiàt“.]
Ma che senso ha una gara del genere tra ghiacciai sofferenti, crepacci aperti, temperature troppo alte? Perché l’interesse e il tornaconto di pochi deve essere sempre messo davanti all’interesse collettivo? Ovvero, perché un patrimonio di tutti noi come la montagna, così prezioso, delicato e sofferente, può essere bellamente messo a disposizione delle insensate pretese di pochi? Veramente la montagna è diventata tutto questo, uno scenografico luna park da utilizzare per siffatti biechi eventi mediatici utili solo a rivenderla poi con un bene di consumo (di lusso)?

Cosa vogliamo fare, dunque, delle nostre montagne?