Un certo dissenso

I redattori del sito MountCity.it, con questo articolo, osano esprimere la loro “disapprovazione” (vedi qui sopra) nei riguardi di quanto ho scritto nel mio post Piove? Evviva! nel quale ho sostenuto con la consueta passione la necessità di non farsi più condizionare dalle condizioni meteo quando si è in Natura dacché, se un acquazzone dovesse sorprenderci, alla peggio ci bagneremmo ma alla meglio ci godremmo una messe di percezioni che la pur gradita meteo favorevole nel caso ci farebbe sfuggire – ciò che in pratica ho raccontato dell’avventura montana narrata in quel mio post, vissuta con il mai abbastanza lodabile Michele Comi. «Non se la prenda dunque se una volta tanto da questo sito si leva un certo dissenso» dice (scrive) a me MountCity, riportando esempi di grandi personaggi delle avventure in Natura come ad esempio Beppe Tenti, il leggendario “camminatore con l’ombrello” (poi inventore di “Overland”), o un Riccardo Cassin particolarmente attento ad evitare le condizioni meteorologiche più avverse.

Be’, rivolto ai redattori di MountCity, dico: avercene di dissenzienti come loro! Non posso che essere onorato dell’attenzione che così spesso riservano alle cose che scrivo, e parimenti ben contento che, se debbano dissentirne, possano aggiungere interessanti e argute osservazioni sui temi disquisiti – come è loro abitudine – che per il sottoscritto in primis e poi per chi legge i nostri articoli ne ampliano, sviluppano e completano i contenuti. La citazione di quella vecchia canzone di Renato Rascel, «È arrivato il temporale, chi sta bene e chi sta male, e chi sta come gli par» proposta loro articolo è in effetti quanto mai sublime nell’evidenziare ciò che veramente conta, al riguardo, così come può venire ben utile, sotto forma di consiglio indiretto, il ricordo del citato Beppe Tenti che «si vantava di usare l’ombrello anche per prendere a legnate bovini e yak che ostruivano i sentieri impedendo alla comitiva di passare», durante le sue avventure himalayane.

Insomma: che piova o che faccia bello, ognuno sia libero di infradiciarsi oppure di ripararsi al caldo nel rifugio più vicino! L’importante, come in ogni cosa umana, è che non venga mai meno il buon senso e la consapevolezza delle proprie azioni e del contesto in cui si svolgono. Allora sì, delle previsioni meteo ce ne possiamo tranquillamente fare un baffo. Anche perché con la (non) accuratezza che offrono…

25 aprile, 70 anni. Una significativa testimonianza.

Il personale, piccolo ma spero significativo contributo all’importante ricorrenza di oggi lo traggo dalla biografia di uno dei più grandi alpinisti della storia, Riccardo Cassin. Autore di imprese leggendarie sui monti e parimenti grandissimo uomo, capace di mostrare doti di umanità a dir poco rare in ogni frangente della sua vita, non di meno durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando si distinse tra le fila dei volontari combattenti per la liberazione dall’oppressione nazifascista nella sua Lecco. Il brano è tratto dal capitolo 10 di Cento anni in vetta. Riccardo Cassin: romanzo di Vita e Alpinismo, di Daniele Redaelli – capitolo intitolato Cartine per sigarette. La guerra partigiana che potete leggere nella sua interezza qui (in pdf).
Non vi è molto da aggiungere, solo da leggere. Ricorrenze come questa abbisognano di poche parole, quelle giuste e niente altro, semmai ben più di riflessione e meditazione. Settant’anni sembrano tantissimi, per questa nostra epoca contemporanea così “live fast” al punto che qualcosa accaduto un mese fa sembra far parte della preistoria; invece sono pochi, 70 anni, pochissimi. E’ storia che abbiamo appena dietro l’angolo del tempo, e che se non sappiamo più considerare nel modo migliore e più ponderato possibile solo perché non la “vediamo” più, si ripeterà quanto prima. E, temo, con esiti pure peggiori.

Riccardo Cassin e la sua Brigata Rocciatori sfilano nel centro di Lecco.
Riccardo Cassin e la sua Brigata Rocciatori sfilano nel centro di Lecco.

E’ il 27 aprile. Cassin e i suoi uomini sono schierati lungo la massicciata della ferrovia. Da lì tengono d’occhio le case dove ci sono i fascisti e Riccardo conta di mettere fuori uso, a colpi di bazooka, il cannoncino anticarro che sta causando molte perdite fra gli assedianti. Qualche scambio di colpi isolati poi, ogni tanto, la battaglia riprende furiosa. Alle 9 cadono Italo Casella e Angelo Negri.
Alle 11 Alberto Picco, uno studente del liceo classico, allievo di don Ticozzi che aiutava nel far fuggire ebrei in Svizzera, sale sul ponte di via Previati per installare una mitragliatrice. Lo fulminano prima che ci riesca. E’ il morto più giovane.
Intanto sono cominciati ad arrivare gli altri gruppi partigiani, scesi dalle montagne. Tutte le strade di Pescarenico sono bloccate.
Per i brigatisti non ci sono più speranze di fuga. Ma sono bene armati e ben protetti. Cassin non riesce a far tacere il loro cannoncino. Anzi, a un certo punto, è lui stesso ad essere inquadrato. Il proiettile lo sfiora e s’infrange sulla massicciata, causando un nugolo di schegge e pietrisco. Riccardo è colpito al volto e al braccio destro. Perde molto sangue. Alcuni cercano di avvicinarsi, preoccupati, demoralizzati e spaventati dal timore di aver perso anche il loro leader, dopo tanti amici. «Cosa fate? Non sono mica morto, forza, non è niente», tuona il ferito.

La tessera dei "Volontari della Libertà" di Cassin.
La tessera dei “Volontari della Libertà” di Cassin.

Tutti tornano ad appostarsi. Il Pina, macchinista di treni, era sparito da un po’ dalla linea di fuoco. Era andato a mettere in pressione una locomotiva, poi vi aveva montato una mitragliera a quattro canne. Adesso è lì, sopra la massicciata, che va avanti e indietro con la vaporiera mentre un compagno rovescia proiettili sulle postazioni dei brigatisti. E’ devastante.
Cassin, bendato in qualche modo, ha rifiutato il ricovero: «C’è tempo per questo..»
Inquadra con il bazooka l’autoblindo e lo centra. E’ la fine. Da una finestra spunta una bandiera bianca. Farfallino Giudici salta subito in piedi per esultare, insieme a Silvano Rigamonti, Antonio Polvara ed Ettore Riva. «Fermi, fermi, giù», urla Cassin. Da una finestra più lontana una raffica li falcia. Giudici e Riva muoiono sul colpo, gli altri sono feriti. Probabilmente un brigatista non si era accorto che i suoi comandanti avevano esposto la bandiera della resa.
La reazione è rabbiosa, gli uomini vanno all’assalto allo scoperto per vendicare gli amici. Cassin finisce i colpi mettendo a tacere anche l’anticarro. Lo raggiunge un capo partigiano di Pescarenico. Sul portone si affacciano due ufficiali con una bandiera bianca. Si riesce a far cessare il fuoco. Riccardo e l’altro partigiano scendono a trattare la resa.
«Sono ancora tanti e bene armati», dice al compagno.
«Sì, forse hanno ancora più munizioni di noi, però non possono andare da nessuna parte. Hai paura?» chiede a Riccardo.
«Un po’ sì.»
«Anch’io.»
Il colloquio è rapido, gli ufficiali chiedono di aver salva la vita e l’onore delle armi.
«Per la vita vi do la mia parola», risponde Cassin. «E anche per le armi, però voglio che venite fuori uno alla volta e, uscendo, tutti devono depositare gli otturatori ai nostri piedi. Così evitiamo colpi di testa, altrimenti qui finisce in un massacro peggio di quello che è già avvenuto.»

Cassin nel 1938, di ritorno dalla via sulla parete Nord delle Grandes Jorasses salita con con Ugo Tizzoni e Gino Esposito, una delle più grandi imprese alpinistiche di sempre.
Cassin nel 1938, di ritorno dalla via sulla parete Nord delle Grandes Jorasses salita con con Ugo Tizzoni e Gino Esposito, una delle più grandi imprese alpinistiche di sempre.
I brigatisti sfilano, sono 153, davanti ai piedi di Riccardo si forma una montagnola di otturatori.
Cassin viene ricoverato in ospedale. Il comando di piazza si consulta con Milano: la morte di Giudici e Riva, colpiti mentre era esposta la bandiera bianca, va punita con la fucilazione degli ufficiali. La sera del 28, al campo di calcio, in 16 sono passati per le armi, nell’elenco degli ufficiali della Leonessa e della Perugia viene infilato anche qualche civile. Conti personali da regolare!
L’impegno di Riccardo non viene tenuto in alcuna considerazione. Quando gli annunciano l’avvenuta esecuzione è addolorato e deluso: «Siamo noi che abbiamo combattuto e altri, arrivati a cose fatte, hanno deciso per la fucilazione. Noi abbiamo avuto i morti e, per noi, la guerra è finita con quel mucchio di otturatori per terra.»

Riccardo Cassin con Reinhold Messner e Walter Bonatti, durante i festeggiamenti per i 100 anni.
Riccardo Cassin con Reinhold Messner e Walter Bonatti, durante i festeggiamenti per i 100 anni.