Viva Carl Spitteler!

Nel mentre che l’Accademia di Svezia annuncia(va) i vincitori del Premio Nobel per la Letteratura 2018 e 2019, Olga Tokarczuk e Peter Handke, la Svizzera ricorda(va) l’unico suo autore che abbia vinto il Nobel per la Letteratura, Carl Spitteler, nel 1919 – lo fa infatti anche per via del centenario da quell’evento.

La cosa mi interessa particolarmente dacché di Spitteler, lucernese d’adozione (un po’ come me, se così posso dire), solo negli ultimi tempi rivalutato anche in patria come autore letterario – semmai ben più celebre per il suo Discorso sulla neutralità – ma quasi sconosciuto in Italia, ho letto di recente il suo Il Gottardo, opera bellissima pubblicata dall’editore ticinese Dadò della quale, sfruttando tale occasione, vi ripropongo qui le mie impressioni di lettura.
Peraltro, sempre in occasione del centenario, l’altro principale editore ticinese, Casagrande, ripubblica il Discorso sulla neutralità in un volume che contiene le riflessioni al riguardo di numerose autrici e autori elvetici riguardo un testo di grande valore politico e culturale anche al di fuori del contesto svizzero (anzi, forse soprattutto al di fuori), per certi versi profetico, la cui lettura risulta per questo attualissima e illuminante.
Cliccate sulla copertina qui sopra per saperne di più.
Insomma: viva Carl Spitteler!

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Dal nuovo libro

Cammino per la città a caso – smarrirsi è comunque impossibile, i punti di riferimento riconoscibili sono innumerevoli e ben visibili da qualsiasi parte della città – le guglie più alte delle chiese, ad esempio, oppure il mare, indicatore inequivocabile del Nord, qui. Di contro, motivi per tentare un piacevole smarrimento, pure intenso, la città ne offre a iosa: vicoli stretti e tortuosi che sovente paiono ciechi e invece trovano inopinate scappatoie entro pertugi ancor più angusti, slarghi e piazzette improvvise e impreviste, cortili interni entro archi ombrosi nei quali il tempo pare fermo a decenni addietro, rientranze tra palazzi e mura con piccoli portoni che farebbero pensare a chissà quali passaggi e percorsi segreti, oltre a minuscoli locali che mai hanno visto turisti varcare gli anonimi ingressi, bizzarre vetrine-discariche di oggettistica di era sovietica al servizio di negozi chissà quando aperti, fenomenali angoli nei quali in pochi decimetri quadri s’ammassano dettagli che incrociano storie distese su cinque secoli o forse più. E ingressi, e porte e portoni e cancelli e finestre a gogò entro le quali sbirciare, come per rubare un istante, un frammento o una rivelazione della reale vita di chi abita qui, della vita vera che altrimenti i residenti mai ti rivelerebbero, per propria riservatezza, per riserbo o per riguardo o perché semplicemente non gli va. Il tutto da scoprire per caso, e per questo da cui farsi genuinamente sorprendere, stupire o inquietare oppure allietare se non strabiliare se è il caso, appunto, camminando senza meta ovvero inseguendo infinite mete, ognuna delle quali è tale e dunque arrivo e immediata ripartenza verso la prossima – e quale sarà, la prossima? Lo stabilirà il Caso. Tutto torna, in questo modo, e ciò anche in senso lato, viaggiando per la città ovvero tornando continuamente ad essa anche senza mai lasciarla, tornando alla sua anima urbana particolare e unica in un costante processo di scoperta e riscoperta via via sempre più approfondita.

Sì, è un altro estratto del mio nuovo libro, in uscita a breve e del quale vi ho fornito nei giorni scorsi qualche altro brano e alcuni indizi fotografici riguardo il luogo che ne ospita la storia, da qui all’indietro. Se avete indovinato di che città si tratta, bravi! Altrimenti, nessun problema: manca ormai poco alla pubblicazione del libro e ogni “enigma”, così come la sua storia particolare e per certi versi metaletteraria – per come misceli strettamente realtà e fantasia ma una “fantasia” assolutamente reale e una realtà che, grazie alla città stessa, diventa per molti aspetti “fantastica” – sarà svelato!

Inutile rimarcare che a breve ne saprete ancora di più, qui sul blog. Stay in touch! – anzi, meglio: hoiame ühendust!

L’influenza (culturale)

Sulla propria pagina Twitter, World Index ha pubblicato di recente la graduatoria dei paesi del pianeta con maggior influenza culturale:

L’Italia è al primo posto. Posto che tali graduatorie sono sempre da prendere un po’ con le pinze ma che quelle ben fatte sono comunque significative circa lo stato di fatto delle tematiche che classificano, poniamo pure che l’Italia possa non essere prima ma che comunque si trovi nelle primissime posizioni – dacché è evidente che, col proprio inestimabile patrimonio culturale, l’Italia possa ben starci in testa a una tale graduatoria.

Be’, si conferma quanto vado affermando da tempo (non per mio particolare intuito ma per quanto sia una situazione del tutto evidente), ovvero che l’Italia potrebbe tranquillamente rappresentare la guida culturale dell’intero pianeta – ben più di qualsiasi altro paese, superpotenza o meno che sia – se sapesse mettere a frutto il tesoro di cultura che ha disposizione. Invece, a fronte di tale tesoro, è un paese che sembra aver dichiarato una sorta di guerra sadomasochistica al proprio patrimonio culturale, facendo quasi nulla da lustri per promuoverlo, salvaguardarlo, farne un volano economico, renderlo identificante in modo virtuoso di ciò che è il paese e la sua civiltà; ci vivacchia sopra, sfruttandolo parassitariamente con un turismo spesso mal organizzato e con poco altro, lasciando che vadano alla malora numerose istituzioni culturali di gran pregio, senza contare l’assenza istituzionale – in senso politico tanto quanto economico – a supporto di tutti quei comparti che sulla cultura si poggiano (scuola e istruzione, ricerca, sviluppo umanistico e non solo, arti visive, produzione culturale, tutela del paesaggio, eccetera) e che insieme ad altri rappresentano lo strumento di trasformazione della cultura in bene pubblico, progresso sociale, sviluppo economico, prestigio internazionale.

Eppure l’Italia è comunque lì, in testa o nelle prime posizioni della graduatoria, pur con tutti i suddetti problemi e con i tanti altri guai al seguito. Pensate se invece il paese promuovesse la cultura come dovrebbe, che potrebbe accadere! Ma, appunto, l’Italia è come una bellissima donna la cui avvenenza è pubblicamente riconosciuta da tutti, che tuttavia continua ad abbruttirsi nascondendo il proprio fascino dietro gli stupidi, spesso orribili mascheramenti che soprattutto la politica le mette addosso.

Dal nuovo libro

Raekoja plats, a nemmeno 100 metri dalla sede dell’ambasciata italiana, è una di quelle piazze che non c’è bisogno di visitare. Intendo dire, che non si debba esplorare a destra e a manca come si potrebbe fare con altri slarghi urbani similari, posti più o meno in centro alle proprie città e dunque di esse rappresentanti il cuore, architettonico, monumentale, sociale, antropologico pure.
Monumentale in senso classico non lo è, a parte (ma poi nemmeno così tanto, in tema di dimensioni) per il Municipio, edificio che pare uscito da un romanzo fantasy bizzarramente utopico – anzi, eutopico, per citare il noto gioco di parole originato da Tommaso Moro nel suo (quasi) omonimo romanzo, il quale incrociò le simili ma non analoghe etimologie greche οὐ (“non”) e τόπος (“luogo”) per utopia, con il significato di “non-luogo” (ben diverso dall’accezione contemporanea teorizzata da Marc Augé) e εὖ (“buono” o “bene”) e τόπος (“luogo”), per eutopia, che significa quindi “buon luogo”. Da cui si deriva che utopia ha il significato di “luogo bello ed irraggiungibile”, il che non può essere vero che per metà, tutt’al più, visto come dai selciati prospicienti il Municipio, ovvero da Raekoja plats, ci si finisca piuttosto inevitabilmente per passare, qualsiasi sia il peregrinare cittadino, qui.
Un edificio a metà tra un tipico palazzotto gotico teutonico e un astruso minareto, per via della sua esile torre che, si dice, venne realizzata proprio in base alle indicazioni di un viaggiatore locale appena tornato dall’Oriente, insomma. Per i restanti tre quarti della sua estensione più o meno trapezoidale, invece, Raekoja plats è contornata da edifici ordinariamente tipici e trasformati per la quasi totalità in ristoranti, a loro volta più o meno tipici, forse fin troppo turistici e quasi tutti eccessivamente cari per gli standard economici locali. Per questo, mi pare, la piazza non è di quelle da “visitare”, semmai c’è da mettersi più o meno nel suo centro e lì stare, osservando tutt’intorno la vita cittadina che scorre e fluisce, seppur piuttosto disturbata dai frangenti turistici.
Ma è bello starsene nel centro del centro della città – dacché se la parte vecchia sulla collina ne è il cuore, qui sono nel suo plesso solare, quello che le discipline orientali individuano come la sede di ciò che comunemente si definisce ego, cioè la percezione che abbiamo di noi stessi. Stando qui, posso percepire l’ego della città, ecco. E’ il centro spaziale ovvero geografico (abbastanza preciso) dunque bari-centro urbano ma anche centro temporale, centro storico – non solo nel senso di “antico” -, centro sociale e sociologico, centro vitale. Ho persino ipotizzato di starmene qui per una giornata intera, supponendo (ingenuamente, certo, non sfuggo da ciò e nemmeno voglio) che in questo centro cittadino “assoluto” inevitabilmente – anche solo per pura statistica – tutta la città prima o poi deve passare.
Per tale motivo, ma in fondo non solo per esso, me ne sto qui, più o meno nel centro della piazza, appunto, a guardarmi intorno, come se ne fossi il fulcro, il perno sul quale la piazza e la città tutt’intorno ruoti. Osservo ogni cosa: i profili dei tetti delle case che la contornano, il baluginio della luce sui vetri delle finestre, le insegne dei locali, la trama del selciato pietroso, le persone che transitano, le loro traiettorie random cercandovi algoritmi di moto, le loro movenze, espressioni, sguardi, atteggiamenti. Gioco con lo sguardo, ridefinisco ad ogni istante la dimensionalità esteriore del luogo e parimenti quella interiore, che mi si genera dentro in modo da rendere percepibile e comprensibile la mia presenza in essa.
Mi sembra di intuire che veramente il luogo sia eutopico: buono, gradevole e gradito, ameno, accogliente, rasserenante. Non giungo fino a pensare che sia questo l’ego autentico cittadino, tuttavia mi pare di capire che queste siano le peculiarità primarie della sua anima, almeno ora – ma non solo: in fondo c’è pure molto della sua pelle, della sua fisicità più concreta e pratica. L’edificio storico, le case tipiche tutt’intorno, i ristoranti che offrono cucina estone ma pure pizze o altro di meno locale e laggiù anche quello russo, a rivendicare orgoglioso la propria presenza, lo spandersi dei tavoli sul perimetro della piazza ad uso e consumo del turismo più ordinario, i soliti artisti di strada, l’altrettanto solita e turistica carrozza d’epoca trainata dai cavalli, un mendicante del tutto dignitoso. La storia passata, quella più recente e quella contemporanea, il turismo quale motore economico ormai fondamentale, i luoghi comuni e le mai del tutto celabili problematicità. Ma devo ammettere che il tutto è, per così dire, armonizzato, non stridente, plastico. Eutopico dacché eufonico. Almeno per chi si ritrovi a vivere la città nel modo in cui io la sto vivendo, almeno per chi di essa voglia cogliere gli aspetti più evidentemente identificanti ed edificanti – sarà perché sono qui per qualcosa di totalmente edificante per me, se s’avverasse.

Esatto, è un altro estratto del mio nuovo libro, in uscita a breve e del quale vi ho fornito nei giorni scorsi qualche altro brano e alcuni indizi fotografici riguardo il luogo che ne ospita la storia, da qui all’indietro. Peraltro in questo estratto c’è un indizio che vi renderà molto semplice intuire di che città si tratti!

Sì, è ancora una città la protagonista non solo scenografica del libro, che infatti coglie lo spunto e il mood narrativo di Lucerna, il cuore della Svizzera e lo sviluppa in una forma all’apparenza somigliante ma in effetti diversa nella sostanza, attraverso una storia che miscela strettamente realtà e fantasia – ma una “fantasia” assolutamente reale e una realtà che, grazie alla città stessa, diventa per molti aspetti “fantastica”.

Insomma: non manca molto, a breve il libro sarà pubblicato e, comunque, nei prossimi giorni ve ne parlerò ancora, qui sul blog.

Una cosa sempre e comunque inammissibile

È passato un paio di settimane e il cittadino medio se n’è già sostanzialmente dimenticato – sapete quanto molte persone abbiano la memoria corta se non cortissima, da queste parti – mentre io (e spero tanti altri) più passano i giorni e più mi diventa sconcertante e imbestialente che oggi, anno 2019, in Italia, paese che si considera tra i più “avanzati” del pianeta, vi siano individui, cittadini comuni e persone “normali”, di quelli che ti puoi trovare al fianco al bar la mattina o davanti a te in coda alle Poste, che apostrofano altri con espressioni come «ebreo di merda» e cose del genere.
E che lo possano fare senza minimamente subire conseguenze – ne loro e nemmeno quelli che gli ispirano comportamenti di questa risma.
Sconcertante. Spaventoso. Inammissibile. Almeno finché il paese voglia definirsi “civile” – sempre che, appunto, non sia che una vuota definizione, ormai.

L’avessero fatto in Germania, paese dalla storia totalitaristica recente e paragonabile a quella italiana, avrebbero passato guai serissimi. Qui invece, nonostante esistano delle norme giuridiche al riguardo con relative pene, ovviamente ci si gira dall’altra parte e si fa finta di nulla o quasi, salvo qualche solidarietà a chi quelle ingiurie le subisce che, nel concreto, valgono come il due di picche.

Io, a quei “cittadini comuni”, comminerei dieci anni di servizi sociali. D-i-e-c-i, non uno di meno. E a chi per essi rappresenti un palese ispiratore, decreterei l’interdizioni perenne dai pubblici uffici.
Perché va bene tutto, è diritto di chiunque manifestare il proprio dissenso a chicchessia anche in maniera dura ma sempre logica, educata, civile. Se tali condizioni elementari e basilari non vengono rispettate, se addirittura il loro riferimento ideologico più diretto è considerato un crimine punito dalla legge, si è nell’ambito della più alta pericolosità sociale: un pericolo che va eliminato nel modo più rapido e netto possibile prima che i danni cagionati diventino irreversibili.
Punto.

(L’immagine in testa all’articolo è tratta da https://www.ilpost.it/2019/09/15/gad-lerner-insultato-pontida-lega/)