Polonia? Per ora no, grazie.

A proposito di “Medio Evo“… Mi piacerebbe molto visitare la Polonia, un paese nel quale non sono mai stato con città bellissime, gente altrettanto bella, una Natura meravigliosa… anzi, mi sarebbe piaciuto, devo dire. Perché al momento, ovvero finché la Polonia sarà comandata da una classe politica tanto bigotta, ignorante, reazionaria e illiberale al punto da promulgare leggi antistoriche come quella di ieri sui campi di sterminio (vedi sopra, cliccando sull’immagine oppure, qui, l’opinione di Marcello Pezzetti, direttore del Museo della Shoah di Roma), ultima di una lunga serie che si è già palesemente contraddistinta per provvedimenti retrivi e in-civili (questo, ad esempio), be’, mi spiace molto ma io in Polonia non ci andrò.

Con buona pace dei suoi capi politici i quali sostengono, riguardo la nuova legge, che serva a difendere il “buon nome” della Polonia nel mondo, quando invece non solo non ottiene affatto ciò ma diviene strumento di inesorabile affondamento dell’immagine del paese nel fango.
Ma, in fondo, formalmente è “democrazia” anche questa. Oppure no?

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Il Giorno della Memoria

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, è probabilmente l’unica delle tante “giornate-per-qualcosa” a cui conferisco pieno valore. Perché ricorda qualcosa di veramente e drammaticamente fondamentale, per la storia di noi come “civiltà umana” (o di inciviltà, se vista all’opposto) e perché contribuisce a tenere in costante evidenza l’importanza della memoria come dote umana altrettanto fondamentale ovvero – anche in tal caso se vista la questione dalla parte opposta – il dramma di non avere memoria della storia e del passato.

A tal riguardo, come contributo sul tema e come testimonianza “non convenzionale” ma profondamente emblematica sulla giornata in questione e sul suo valore, voglio segnalare il progetto-denuncia messo in atto lo scorso anno dallo scrittore satirico israeliano Shahak Shapira, berlinese d’adozione: Yolocaust, nome che deriva dalla crasi tra Holocaust e l’acronimo YOLO, ovvero “you only live once”, hashtag ricorrente nelle foto postate online, tra gente che si gode una bella situazione. Come si può leggere in questo ottimo articolo di Artribune, il progetto Yolocaust, col suo chiaro taglio educativo-morale tanto quanto sarcastico, punta a colpire chi non conosce il rispetto di certi luoghi sacri – come una chiesa, un cimitero o un ospedale – ma apre anche una doppia riflessione: sul ruolo delle immagini oggi, nel consueto mix di cinismo, ipertrofia tecnologica e vuota proliferazione, e su quello dell’arte pubblica (e non solo di quella aggiungo io) rispetto al tema della memoria, fra naturale calo emotivo, elaborazione e superamento del dramma, e una necessità di presa in cura, di custodia, di permanenza dell’exemplum. Quella in testa al post fa parte della serie di 12 immagini che ha composto il progetto; l’originale modificata da Shapira (scattata dai suoi protagonisti nel Memoriale della Shoah di Berlino, un luogo che chiunque nella vita dovrebbe visitare almeno una volta) la potete vedere qui sopra. Nell’articolo di Artribune potete vedere anche le altre immagini della serie.

La domanda che dunque sorge inesorabile, per l’ennesima volta, è: perché, noi uomini contemporanei, per di più (apparentemente) “ipertecnologici” e “superinformati”, non abbiamo memoria?

Racconta al proposito Alessandro Ghebreigziabiher in uno dei suoi spettacoli teatrali:

Il mio nome è memoria. Sono la vostra più preziosa amica. Sono la buca in cui non ricadere e la strada sbagliata da non imboccare la seconda volta. Posso essere la vostra più temibile nemica. Perché sono l’occhio che fotografa la vostra vergogna nel buio di una stanza.

Ecco, la verità, forse, non è che non abbiamo memoria o che ci dimentichiamo del passato: è che la ignoriamo. La memoria – e la storia da cui proviene e di cui in qualche modo diventa parte e rappresentazione – è sempre presente, permane sempre “visibile”, percepibile: se non la cogliamo è perché non vogliamo farlo, e non lo vogliamo fare, io temo, proprio per ciò che dice Ghebreigziabiher: perché troppo spesso nella memoria si conserva in modo inesorabile e indubitabile la vergogna del nostro agire. Quello che dichiariamo di non voler più far accadere ma del quale sappiamo – anche solo solo inconsciamente, temo – tutta la gravità, il che ci rende ad esso meschinamente sfuggenti e per questo, per drammatico paradosso, fautori del suo inevitabile ritorno.

In fondo, viene normalmente da associare il termine e il concetto di “memoria” al passato, ma credo sia parimenti associato al futuro e stavolta in modo niente affatto paradossale: perché la mancanza di memoria del passato facilmente (e drammaticamente) diventerà la preveggente visione del futuro. Un futuro nel quale torneranno gli errori già commessi, inesorabilmente, senza che ce ne renderemo nemmeno conto.

Il paese delle seconde “possibilità” – e delle terze, delle quarte…

Tranquilli!
State pure tranquilli, voi politici, voi funzionari pubblici e pure voi, docenti universitari imbroglioni e corrotti! Ora si sta alzando un certo polverone sulle vostre malefatte ma presto, vedrete, le notizie spariranno dai media, la gente si dimenticherà e voi avrete tutto il tempo di aggiustare al meglio indagini e processi e uscire dai vostri guai sostanzialmente puliti, prescritti o, tutt’al più, con condanne irrisorie. Perché lo sapete: l’ItaGlia è quel “grande” paese ove viene sempre offerta una seconda possibilità – di compiere reati impunemente. E una terza, una quarta, una quinta… senza contare che, se si mette proprio male, c’è il Parlamento sempre pronto ad accogliervi.
Amen.

Il vuoto dell’ignoranza e il pieno della tracotanza (Claudio Vercelli dixit)

[…] Oggi ci troviamo dinanzi non solo ad una disinvolta riscrittura della storia, tale poiché piegata alle esigenze di certe letture personaliste, identitarie e, quindi, nettamente faziose, ma anche alla convinzione che così facendo ci si comporti in omaggio ad una non meglio precisata “libertà”. Il pessimo uso dell’idea del passato, infatti, non ha molto a che fare con l’indifferenza in quanto tale verso i trascorsi. Semmai è una licenza di rilettura che, simulando la novità, il clamore, il rimando al sensazionalismo, disintegra il significato condiviso e l’accordo su come interpretare i segni e le tracce che ci sono pervenute da chi ci ha preceduti. La non comprensione, allora, non corrisponde ad un rifiuto o ad una rimozione. Non è il vuoto dell’ignoranza ma il pieno della tracotanza. Poiché chi non comprende ha in genere la presunzione di già sapere, non necessitandogli nessuna verifica. La storia diventa allora un bricolage, dove si tolgono e si mettono a proprio piacere tasselli di un castello immaginario. La presunzione, in questo caso, cancella non solo la complessità di quello che è stato ma anche le difficoltà del presente, contrapponendo all’una e alle altre i semplicismi intollerabili delle banalizzazioni e degli schematismi. Una falsa rassicurazione è, quasi sempre, il timbro prevalente nella melodia dei pifferai magici di ogni tempo e di qualsiasi dove. La meta è però una sola, e coincide con l’abisso della ragione.

È l’estratto di un articolo di Claudio Vercelli – intitolato Il vuoto e il pieno – pubblicato da Moked qualche giorno fa, al solito assai brillante ergo illuminante. Il vuoto dell’ignoranza non genera solo la tracotanza più piena ma pure – come ad esempio scrisse Hermann Melville in Moby Dick riguardo il “suo” capitano Achab – la più illogica paura ovvero l’abisso della ragione, appunto. Paura che ottenebra la mente, rendendola incapace di comprendere un verità fondamentale tanto quanto elementare: la memoria è un diritto, non un dovere. Invece come tale, un “dovere”, ci è stata fatta credere e, di conseguenza, è stata resa uno sforzo, un sacrificio del quale per vivere più “comodamente” il presente si può anche fare a meno. Eh, peccato però che senza memoria non si può costruire alcun futuro, relegando il presente a una provvisorietà irrimediabilmente stagnante e dunque inevitabilmente sottoposta a un costante processo di degrado, di autoconsumo, di abbandono da parte del tempo il quale, invece, non si ferma affatto, continuando a muoversi verso un futuro che, senza una consapevole cultura della memoria, non potrà mai essere veramente raggiunto.

2 agosto 1980, Bologna, Italia.

Nei tempi odierni siamo molto spesso portati a spendere parole a sostegno di “opinioni” sulla realtà dei fatti il cui peso non percepiamo totalmente, ovvero lo crediamo gravare altrove, come se quelle parole indicassero cose, fatti e oggettività estranee alla nostra quotidianità e solo incidentalmente capitate tra di noi. Quindi, per via di questa in-coscienza indotta circa il reale senso (storico e culturale) di quelle parole, le utilizziamo – a volte anche in buona fede – come strumenti sovente impropri di presunte fattualità, a cui poi il vox populi vox dei conferisce valori e credibilità non consoni alla loro reale tangibilità, quando invece di contro, per esserne coscienti, sarebbe sufficiente una rapidissima riflessione storica, agevolata da una memoria collettiva funzionante e non narcotizzata come troppe volte appare, ahinoi, quella della nostra società.

Terrorismo”, ad esempio: quante innumerevoli volte sentiamo questo termine, quante volte ci viene proferito dai media e quant’altre volte, inevitabilmente, lo proferiamo noi, senza troppo far caso alla relativa cognizione di causa e, ancor meno, alla storia anche recente a cui esso può far riferimento?
E quanti, di contro, sono ancora (almeno sufficientemente) consapevoli del nostro terrorismo, e di come la storia recente del nostro paese sia costellata di attentati terroristici tra i più spaventosi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale?

Bologna è (attenzione: non “era”, è) forse il caso più eclatante, in tal senso. E – mi viene inesorabilmente da riflettere – quello fu un terrorismo se possibile ancora più bieco di questo che oggi dobbiamo fronteggiare, un terrorismo di cittadini italiani contro altri cittadini italiani perpetrato per immondi tornaconti di potere politico, ampiamente agevolato da parti deviate (ma “deviate” quanto? E “deviate” sul serio, poi?) delle istituzioni. Una stagione terribile, molto “italiana” nelle sue modalità (basti pensare che dopo 37 anni il processo sulla strage di Bologna non è ancora stato definitivamente chiuso e, anzi, ancora si tentano risoluzioni palesemente atte a tenere ben nascosta la realtà effettiva – vedi qui) ma dalla cui storia è possibile tutt’oggi trarre numerose consapevolezze di valore assoluto, senza alcun dubbio, fondamentali per osservare e comprendere al meglio pure molte cose del mondo contemporaneo. Avendo cura di preservarne la memoria più piena e lucida, però.

P.S.: qui potete visitare il sito dell’Associazione 2 agosto 1980, che riunisce i parenti delle vittime della strage di Bologna, e che contiene un’ampia documentazione sulla vicenda.