Niente sarà come prima?

[Foto di Gerd Altmann da Pixabay ]
Ha ragione Paolo Nori (lo cito spesso, sì, perché spesso è assai illuminante) a dire a modo suo di quelli che un po’ ovunque, a voce o per iscritto, adesso esclamano «niente sarà come prima!», che anche prima di adesso era così. Voglio dire: al di là della “frase fatta” adeguata al periodo in corso, dovrebbe essere sempre così, in un mondo che sia in costante evoluzione, ogni giorno dovrebbe essere diverso dal precedente e starebbe alla civiltà che abita quel mondo di dimostrarsi realmente tale facendo che ogni giorno possa essere diverso in meglio, e non in peggio, rispetto a quello precedente.
Purtroppo è difficile ammettere che vada sempre così, per come nel corso della sua storia, che pure è una storia di evoluzione, l’uomo abbia causato troppe catastrofi che hanno fatto “peggiori” tanti giorni rispetto ai precedenti.

Poi, certo, c’è il caso “speciale” (al solito!) dell’Italia: il paese dal quale provengono tanti di quei «niente sarà come prima!» ma che troppo spesso fa di invocazioni simili l’effetto di uno dei suoi principi fondamentali ed emblematici, il gattopardiano «tutto cambi affinché nulla cambi!». Quindi, anche stavolta niente sarà come prima perché alla fine tutto resterà uguale?

Vedremo. Basta non succeda che niente sarà come prima perché sarà peggio! In fondo anche l’immobilità permanente, il restare immoti in un costante presente (vedi qui) mentre il tempo corre avanti, è un peggioramento inequivocabile.

Vedremo, appunto. Vedremo.

Ozio e inattività

Nel nostro mondo l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca.

(Milan Kundera, La lentezza, Adelphi, 1995. L’immagine di Kundera è tratta da qui.)

Un “pregio” dell’emergenza

[Foto di Günther Simmermacher da Pixabay ]
Eppure, se non fosse per le conseguenze alquanto dolorose se non catastrofiche cagionate, le “emergenze” – quelle vere, non quelle strumentali e campare per aria che certa propaganda di vario genere oggi crea – servirebbero, ogni tanto, in un mondo così pieno di storture come il nostro. Fosse più equilibrato no, non servirebbero e probabilmente nemmeno si manifesterebbero ma qui, invece, l’emergenza ha il “pregio” di mettere a nudo e spogliare dai veli di ipocrisia normalmente indossati la nostra società civile, evidenziandone ed esaltandone gli estremi: le sue parti virtuose e nobili lo diventano ancora di più, quelle ignobili e meschine dimostrano ancor meglio di essere tali.

L’attuale emergenza coronavirus mi pare che confermi pienamente il principio sopra esposto. Non c’è bisogno di indicare riferimenti diretti, evitando così di finire nel pantano della mera polemica, e d’altro canto non ci vuole nulla per raccogliere numerosi e palesi riscontri, nella realtà di questi giorni, sia nell’ambito “nobile” che in quello “ignobile”, nella scala nazionale e nelle minime cose locali, nel pubblico così come nel privato. Per entrambi, la cronaca quotidiana sta registrando e registrerà di continuo episodi d’ogni genere: è il caso di fare buona memoria per tutti questi, che verrà assai preziosa quando tutto sarà passato e tornerà la “normalità”, quella in cui fin troppo spesso, nel nostro mondo pieno di storture, tiranneggia la parte più ignobile e meschina per poi nascondersi dietro la smemoratezza diffusa.

Lentezza e memoria

C’è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio. […] Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio.

(Milan Kundera, La lentezza, Adelphi, 1995, pag.45. L’immagine di Kundera è tratta da qui.)

E poi, i giorni della smemoratezza

[Foto di Monfocus da Pixabay.]
Comunque, passato anche per quest’anno il Giorno della Memoria, e passate tutte le commemorazioni nonché le strumentalizzazioni (in bene o in male) relative, resta forte in me l’impressione che a buona parte delle persone di questi pur fondamentali temi non interessi pressoché nulla. Tali giornate annuali di commemorazione “una tantum” vengono e passano in modo ormai automatico – e anch’io al riguardo, in senso generale, ho espresso più volte il mio scetticismo – ma i temi, le realtà della storia, le verità, la memoria restano sempre: se vengono trascurate o ignorate non è certo colpa di ciò che tramandano ma di chi non vuole tramandare, per scelta consapevole o per mera ignavia intellettuale.

Troppe persone di fonte a tali temi di valore imperituro fanno spallucce, non li sentono roba loro, li credono parte di un passato ormai lontano, si dicono «ok, ma io che c’entro?» girandosi dalla parte opposta, tutt’al più pubblicando il copia/incolla d’una bella frase al riguardo sui social (il che è già qualcosa, rispetto al menefreghismo assoluto di tanti, ma denota quanto sia deprimente la situazione) e così sentendosi sgravati dal dovere d’attenzione e di riflessione, agevolati in tutto ciò dal degrado culturale diffuso in una società sempre più incapace di fare i conti con la storia – passata e recente – e dalla virtualizzazione ormai totale (e totalitaria) che i media, web e no, fanno di quasi tutta la realtà, che fa svanire e cancella la memoria così come rapidamente svaniscono e si cancellano i post sui social, nascosti da nuovi contenuti – sovente ben più vacui e non di rado deliberatamente, temo – che a loro volta durano lo spazio d’una lettura superficiale e poi subiscono la stessa sorte. Tuttavia, ribadisco, la memoria storica è sempre lì, non si cancella: è la mente di chi non la coglie più a cancellarsi, inesorabilmente.

Fanno spallucce, in troppi, incapaci di comprendere che questo loro comportamento è perfettamente complice e funzionale al male che i temi di fondo di circostanze come il Giorno del Ricordo (a prescindere dalla sua mera cadenza annuale) cercano di mantenere vividi e comprensibili, che il loro sostanziale disinteresse è l’ambiente mentale ideale per consentire a quel male di potersi ripresentare, e di poterlo fare molto prima di quanto si possa credere.

Così, quelli che pensano e credono di non c’entrare nulla e che i cattivi sono sempre gli altri, in verità sono i primi ad esserlo, i primi a farsi complici di tutto ciò. E (quasi) nessuno, me compreso, può sentirsi esente da tale evidenza.