Grüße aus Berlin

Berlino, 2017.
Visioni crepuscolari di una “città-mondo” che da tempo è insieme alba e tramonto dell’Europa, contraddizione e consequenzialità, definizione e dubbio. Luogo dal Genius Loci “bipolare”, il cui dialogo svela verità attraverso dilemmi mentre il tempo corre sempre un po’ di sbieco, come appesantito dalla storia.

P.S.: su altre mie “visioni” berlinesi, date un occhio pure qui (peraltro è “un’occhiata” assolutamente all’ordine del giorno, purtroppo) – e altre ne verranno, a breve.

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La “Topographie des Terrors” di Berlino e i conti con la storia della Germania (e non dell’Italia)

Se un giorno visiterete Berlino, o se ci siete già stati e vi manca quanto sto per dirvi, non potete esimervi dal visitare la Topographie des Terrors, il centro di documentazione sul terrore messo in atto e sui crimini perpetrati dalla dittatura nazista sorto proprio ove, dal 1933 al 1945, avevano sede i maggiori poteri politici e militari del nazismo, peraltro proprio di fronte a uno dei rari tratti del muro che divideva Berlino tra Ovest e Est rimasti in piedi (a sua volta altro storico esempio di follia criminale).
La visita della Topographie des Terrors (gratuita, chiaramente), con la sua esposizione interna oltre che esterna a ridosso delle rovine di quelle che erano le celle in cui la Gestapo rinchiudeva e torturava i prigionieri politici, è bellissima tanto quanto inquietante, sappiatelo, ma assolutamente necessaria, ancor più in questo nostro presente che per un drammatico paradosso pare aver già scordato la gran parte di quel periodo terrificante, preparandosi a commettere gli stessi spaventosi errori.

Ma un’altra cosa fondamentale va detta, riguardo la Topographie des Terrors: il centro dimostra come la Germania abbia saputo fare i conti con il proprio passato più oscuro (un passato di 70 anni fa, poi, mica di secoli addietro) e di averlo fatto con grande e schietto approfondimento, mettendosi di fronte allo specchio della storia, guardandosi dritto negli occhi per penetrare con lo sguardo fin nel più profondo del cuore e dell’animo e assolutamente togliendo di torno qualsiasi possibile scusante.
Un’azione culturale, politica, antropologia e sociologica fondamentale che, appunto, la Germania ha attuato e portato a compimento mentre l’Italia, con la sua coeva e altrettanto oscura storia, non ha mai veramente saputo compiere. Mai. Abbiamo preferito tralasciare, noi italiani, contando ingenuamente (ovvero stupidamente) che, come sovente accade, il tempo medicasse ogni ferita, ogni lacerazione anche ove incancrenita e non intuendo invece che “lesioni” del genere non guariscono affatto, nel giro di solo qualche decennio.

Posto ciò, non c’è affatto da sorprendersi nel leggere i dati che sanciscono l’Italia come uno dei paesi più xenofobi d’Europa, con percentuali quasi triple rispetto proprio alla Germania (cliccate sui link per accedere alle fonti dei dati suddetti). Posto ciò, non c’è ugualmente da stupirsi se la gran parte del dibattito politico, ideologico e a volte pure culturale presente nell’opinione pubblica italiana è quasi sempre basato sullo scontro e sulla più prepotente discriminazione vicendevole delle idee e quasi mai sul dialogo, sul confronto, sulla civiltà che un paese avanzato dovrebbe dimostrare di default. Di conseguenza, non è per un mero caso se la Germania, oggi e nonostante il suo terribile passato, possieda una società realmente civile, ovvero un senso di comunità nazionale, pur con tutti i distinguo del caso, che l’Italia mai ha avuto e tanto meno nel presente. Per di più con una sorte futura pressoché segnata dacché, posta tale italica situazione, ben difficilmente essa potrà migliorare. La memoria, una volta cancellata, non la si recupera più.

P.S.: cliccate sulle immagini per visitare il sito della Topographie des Terrors (in tedesco e inglese).

Se dio non c’è, l’ironia ci salverà (Bohumil Hrabal dixit)

L’ironia come abolizione di una soggettività che è giunta fino in fondo è la più alta libertà possibile nel mondo senza dio.

(Bohumil Hrabal intervistato da Sergio Corduas, in appendice a Treni strettamente sorvegliati, Edizioni E/O, Roma, ed.2003, traduzione di Sergio Corduas.)

Ho scritto “salverà” – salvezza, sì, mentre Hrabal parla di libertà. Ma cos’era, la libertà, per un grande scrittore e intellettuale che nella natia Cecoslovacchia venne sottoposto a censura totale e i cui libri vennero sovente mandati al macero?

Bohumil Hrabal, “Treni strettamente sorvegliati”

Se dobbiamo coltivare in maniera proficua un’idea concreta di Europa unita – e dobbiamo assolutamente farlo dacché viceversa, a mio modo di vedere, equivarrebbe a cancellarci dalla storia – sarebbe finalmente il caso di partire dalla sua anima culturale organica prima che dalla ricerca di qualsiasi unità economica, politica o d’altro genere molto “funzionale” alle istituzioni di potere e sovente poco sociale. Perché un’unica anima culturale l’Europa la possiede da millenni, nonostante una storia che è la più follemente insanguinata che il pianeta Terra possa proporre: solo le mere e bieche convenienze geopolitiche degli stati nazionali, dal Settecento in poi e ancor più che gli imperi precedenti, ha generato e imposto la parvenza di “differenze culturali” (e sociali) utili a conseguire le proprie mire di potere e dominanza, differenze invero assolutamente campate per aria – e, sia chiaro, la lingua non è affatto una differenza: lo dovremmo ben sapere proprio noi italiani, che di frequente conosciamo variazioni dialettali spesso assai marcate tra un paese e quello appena a fianco.
Posto ciò, ovvero la necessaria, indispensabile costruzione – anzi, riaffermazione – di un’unità culturale europea quale base nonché elemento prezioso per ogni altra pensabile e auspicabile unione, le espressioni artistiche ci offrono già bell’e pronti numerosi “kit” perfetti per tale costruzione, e tra di essi quello letterario è come sempre il più disponibile e facilmente utilizzabile. Bene, in questo kit cultural-letterario europeo credo proprio non possa affatto mancare Bohumil Hrabal, uno degli scrittori fondamentali del Novecento europeo in generale – e non solo centroeuropeo, dunque, come potrebbe far pensare la sua produzione all’apparenza “profondamente” ceca ovvero legata a quella terra e alla sua identità culturale e sociale. Ma la lettura dei suoi romanzi offre invece uno sguardo narrativo ben più ampio e certamente “continentale”, e tale peculiarità è ben dimostrata da Treni strettamente sorvegliati (Edizioni E/O, Roma, 1982/2014, traduzione, postfazione e intervista con l’autore di Sergio Corduas; orig. Ostře sledované vlaky, 1965) romanzo breve e assai intenso che, nel suo “piccolo”, è come se racchiudesse in sé diversi testi, una sorta di stratificazione letteraria, biografica, storica, sociologica che rappresenta una delle cifre peculiari dello stile del grande scrittore ceco (continua…)

(Leggete la recensione completa di Treni strettamente sorvegliati cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Una bottiglia di rum e due pacchetti di tabacco al giorno (Bohumil Hrabal dixit)

Il mio bisnonno era nato nel milleottocentotrenta e nel milleottocentoquarantotto era tamburino militare e come tale combatté sul Ponte Carlo, dove gli studenti gettavano sui soldati le pietre del selciato e presero il nonno al ginocchio e lo storpiarono fino alla morte. Da allora, prendeva un rendita, un fiorino al giorno, col quale acquistava ogni giorno una bottiglia di rum e due pacchetti di tabacco, e invece di starsene seduto a casa a fumare e bere arrancava per le strade e per i sentieri dei campi, di preferenza però dove la gente stava faticando, e lì si faceva beffe di quegli operai e beveva quel rum e fumava quel tabacco, e così ogni anno al bisnonno Lukáš gliene davano tante che il nonno lo riportava a casa sulla carriola.

(Bohumil Hrabal, Treni strettamente sorvegliati, Edizioni E/O, Roma, 1982/2014, traduzione di Sergio Corduas, pagg.9-10.)

Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la personale recensione di Treni strettamente sorvegliati… e non bevete né fumate troppo eh!