Paolo Rumiz, “Trans Europa Express”

Quello della “frontiera” è un concetto, e una relativa realtà, che nel mondo contemporaneo abbiamo ormai assimilato come ordinario quando non “giusto” ovvero necessario, al fine di sancire dominanze territoriali, politiche, ideologiche, culturali nonché, in maniera nemmeno così indiretta, per delineare l’identità (in varie accezioni del termine, sovente non troppo comprese) dalla quale ci facciamo rappresentare. D’altro canto, la storia ci insegna che le frontiere da noi oggi riconosciute sono quasi sempre il frutto del volere di pochi potenti (non sempre rappresentanti in senso democratico i propri connazionali) ovvero di guerre a volte fratricide, mentre quasi mai lo sono della geografia sociale dei popoli – quella geografia sociale che il grande geografo francese Élisée Reclus rivelò come fondamentale nella generazione della struttura geopolitica del mondo moderno. Così, è successo ad esempio che territori come le catene montuose, da sempre oggetto di costanti scambi di persone e merci e di cerniera culturale e antropologica tra i diversi versanti, sono state rese muraglie politiche divisive naturali, al fine di rendere evidente quanto di più immateriale e imposto dall’alto vi sia – i confini e le frontiere, appunto. Il che, per conseguenza, ha diviso e contrapposto genti e culture della stessa comunità sociale, che per il volere di quel regnante o d’una scellerata guerra scatenata da altri si sono ritrovati di colpo, o quasi, in due stati diversi.
Questo discorso vale anche per la più evidente frontiera europea, in realtà il “non confine” in senso assoluto tra Europa occidentale e orientale: quello che ha percorso (nell’estate del 2008) Paolo Rumiz e poi narrato in Trans Europa Express (Feltrinelli, Milano, 2011). Dall’estremo Nord del Mare di Barents, tra Norvegia, Finlandia e Russia, fino al Mar Nero, tra ex repubbliche del Patto di Varsavia ora nella UE e Ucraina: quella che è stata la frontiera per tanti anni tra due concetti di “Europa”, due mondi contrapposti politicamente e militarmente, due ideologie, due visioni del mondo… (continua)

(Leggete la recensione completa di Trans Europa Express cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Bye bye, Turchia!


Arrivederci, Turchia! È stato bello “conoscerti” – conoscere ciò che saresti potuta diventare e in parte già eri: uno dei paesi più avanzati dell’Occidente, vero e proprio laboratorio socio-culturale tra Europa e Asia nel quale cogliere e sviluppare il meglio delle culture in contatto e in transito, oltre che una cerniera politica (in senso profondamente storico) fondamentale… È stato bello, già, prima che un clan politico tra i più biechi e pericolosi, capeggiato da un personaggio di raro viscidume, ti soggiogasse, soffocasse tanta della tua parte migliore, di quella più libera, aperta, emancipata, culturalmente viva, e ti costringesse con la forza e l’inganno a dirigerti verso la più tenebrosa e letale dittatura teocratica – proprio tu che eri tra i pochi stati ad avere sancito il principio della laicità delle istituzioni direttamente nella carta costituzionale, nonché “(…) Il divieto di esercitare diritti che rappresentino un attentato all’integrità indivisibile dello Stato, o al fine di sopprimere la Repubblica democratica e laica fondata sul rispetto dei diritti dell’uomo”!

Se, da un lato, la Turchia post referendum merita un addio definitivo e al contempo la più dura e determinata reazione delle diplomazie del mondo libero – tra le quali evidentemente non devono più essere iscritti gli USA, almeno riguardo alla leadership politica corrente; ma temo che pure da parte europea non ci si possa aspettare granché di “determinato” – dall’altro mi auguro di tutto cuore che invece possa e debba essere un arrivederci. Mi auguro, ovvero, che la parte (preponderante) della società civile turca che non appoggia e contrasta la dittatura montante – e che non a caso è stata oggetto di censure, arresti, detenzioni di massa e moltissimi altri episodi di repressione – riesca a ribaltare le sorti del paese, altrimenti segnate definitivamente. In ciò deve e dovrà essere sostenuta con forza e in ogni modo possibile: perché sostenere la democrazia turca – il che ovviamente implica di contro l’eliminare politicamente qualsiasi elemento che la sta distruggendo – significa sostenere i valori democratici dell’intera società civile europea nonché di tutta quella parte di mondo, così importante, così culturalmente rilevante e così drammaticamente martoriata da una politica folle e criminale.

Addio, dunque… anzi no: arrivederci, Turchia. Speriamo di rivederti ancora, nuovamente libera, democratica, colta, emancipata, quanto prima.

P.S.: immagine tratta da qui.