Fretta leggendaria

Leggendario era il modo dei Mohicani di orientarsi nelle più intricate foreste, anche al buio. Del resto non molti anni fa un pellerossa di Springs, Steve Talkhouse, a un bianco in automobile che gli offriva un passaggio, rispose «No, grazie, vado di fretta»; intendendo che, lungo sentieri attraverso boschi e campi che solo l’indiano riconosce, era sicuro di arrivare a destinazione prima dell’automobilista.

(Aldo Buzzi, L’uovo alla kok, Adelphi Edizioni, 1979-2002, pag.77-78.)

Persi nel nulla

Siamo sempre più persi nel “nulla” che ci circonda, un nulla fatto anche di innumerevoli falsi riferimenti di posizione e direzione che nulla indicano, appunto, come miraggi in un deserto piatto e arido senza nemmeno un Sole o un cielo stellato che ci indichi un Nord. D’altro canto, se non sappiamo nemmeno dove vogliamo andare, come facciamo a percorrere “giuste” direzioni, a sapere che siano realmente tali? E verso cosa, verso quale meta? Con quale logica?

Così ci arroghiamo il diritto e la libertà di tracciare “vie” che crediamo corrette, ben dirette e orientate, sicure, e non ci chiediamo nemmeno verso dove conducano – o se una qualche meta la raggiungano, poi, oppure se si avviluppino inesorabilmente e c’ingannino in un costante moto circolare attorno a un punto fermo, incapaci di capirlo perché, appunto, privi e privati di ogni buon riferimento. E non c’entra che sovente ci mettano una bussola in mano che indichi il “Nord”, se poi non sappiamo cosa ciò significhi, cosa possa comportare, a cosa possa servire un’indicazione del genere – sempre che sia corretta, e che quella bussola messaci in mano non sia in qualche modo contraffatta.

Eppure, quel nulla di cui dicevo in verità non esiste: altro non è che l’effetto di una ormai cronica incapacità di navigare, di viaggiare, di muoverci in quello che sarebbe il nostro spazio vitale ma nel quale siamo realmente come naufraghi in un deserto infinito. Potremmo anche essere circondati di innumerevoli riferimenti di direzione e orientamento, di cartelli, indicatori, frecce, segnali, potremmo anche avere la mappa più dettagliata tra le mani: ma se abbiamo perso la facoltà di leggere le informazioni che essa rivela, nessun moto e nessuna direzione avranno alcuna meta, e il paesaggio non avrà orizzonte che non sia una indefinita linea piatta. Continueremo a convincerci di sapere perfettamente dove siamo e dove stiamo andando, continueremo a restare sperduti e confusi in una dimensione sempre più priva di riferimenti, sempre più ristretta e limitata, sempre più imprigionante.

La nebbia (dentro)

Ci riteniamo – e vantiamo di essere – la razza più intelligente del pianeta, quella che lo domina, che signoreggia su ogni cosa, eppoi ci lamentiamo se piove, se fa caldo o fa freddo, se c’è nebbia e non vediamo più nulla. Cronicamente viziati alle agiatezze anche ove non ve ne debbano essere, stiamo perdendo sempre più la capacità di mantenerci interattivi con il mondo che abbiamo intorno, in ogni sua condizione e soprattutto in quelle più avverse, come fossimo creature fragili e bisognose di aiuto continuo piuttosto dei potenti esseri dominanti che millantiamo di essere – e, chiaramente, siamo più la prima cosa che la seconda. I nostri sensi si stanno atrofizzando, le capacità cognitive pure, la consapevolezza di noi stessi nello spazio e nel tempo viene sempre più sostituita da informazioni preconfezionate alle quali ci adeguiamo acriticamente, senza più nemmeno sforzarci di comprendere se ciò possa esserci proficuo oppure noi. Non sappiamo più orientarci e muoverci nella nebbia ma nel frattempo abbiamo portato la nebbia dentro di noi, offuscandoci lo spirito.

Qualche giorno fa vagavo sui monti sopra casa in un nebbione a tratti estremamente fitto. Certo, quei luoghi li conosco perfettamente, eppure l’assenza di visibilità dei consueti punti di riferimento rendeva il paesaggio del tutto indefinito e incerto. Ma era una condizione perfetta: per affinare i sensi, per percepirsi nello spazio anche senza riferimenti, per allenare la capacità di restare “collegati” con il mondo d’intorno, con il territorio, con il paesaggio, con la sua geografia spaziale che è sempre formativa per la nostra geografia interiore, per mantenere ben visibile e chiara la personale mappa geomentale – la stessa utile, in fondo, a non farmi perdere nello spazio geografico privo di punti di riferimento così come nello spazio antropico e sociale, sovente ben più periglioso pur senza apparenti problemi di “visibilità”.

Per una bella coincidenza, negli stessi giorni l’amico Michele Comi, prestigiosa guida alpina malenca, scriveva le sotto citate parole dopo un’uscita montana “nebbiosa” come la mia:

Non esiste tempo brutto o cattivo, semmai tempo diverso. Ci infiliamo nella perturbazione annunciata sprovvisti d’ogni strumento, per allenare l’esperienza,  i sensi, percepire la neve e l’inclinazione del pendio in condizioni di scarsa visibilità e ritrovare la via del ritorno.

Ecco: noi uomini contemporanei, viziati, capricciosi, abituati alle comodità, al tutto-pronto-sempre-e-comunque, sempre più fobici (soprattutto di tutto quanto sia “diverso”… ma diverso da cosa?), sempre più racchiusi in noi stessi e sempre meno in contatto con il “mondo di fuori” e con la Natura in particolare (ambito primordiale e ineluttabilmente formante ancora oggi, nell’era della ipertecnologia, checché ne pensiamo) dovremmo ritrovarci più spesso nella nebbia, anzi, dovremmo infilarci in essa di proposito, perdercisi dentro. Lì certamente, più che altrove e in altre condizioni, possiamo capire se siamo ancora in grado di ritrovare noi stessi (perderci per poterci ritrovare [1], in pratica), di non smarrirci nel mondo, di cavarcela sul serio e, nel caso, possiamo allenarci all’uopo. Oppure, al contrario, possiamo perdere l’orientamento, andare in confusione, smarrirci veramente: ma, in tal caso, succederà perché probabilmente ci siamo già smarriti nell’ordinaria vita quotidiana.

[1] Come ha ben spiegato Franco Michieli, qui.