Il Mottarone e la pornografia del dolore

Io sono assolutamente tra quelli che il video dell’impianto di sorveglianza della Funivia del Mottarone non lo avrei mai diffuso, come invece ha deciso di fare la redazione del TG3 Rai.

Ragioniamoci sopra un attimo: a cosa serve diffonderlo pubblicamente, ora, peraltro con l’indagine sulle cause della tragedia ancora in corso?

A promuovere le indagini? Certamente no, visto che gli inquirenti lo hanno già visionato – è materiale facente parte del dossier aperto presso la Procura di Verbania – e chiunque altro lavori nel settore funiviario attende le risultanze dell’indagine e delle perizie tecniche, non i servizi di un telegiornale e i commenti dei suoi “giornalisti”.

A “commemorare” i quattordici morti? Personalmente non vedo come lo potrebbe fare dacché mi pare che faccia il contrario, promuovendo un presunto “scoop” attraverso le immagini di una tragedia con così tanti morti.

A fare un scoop, appunto? Vedi sopra: nel caso, è un’esclusiva che sfrutta la morte di quattordici persone.

A fare informazione? No, perché non aggiunge nulla a quanto si conosce al momento sull’accaduto. E poi è informazione quella che mostra – ribadisco – la morte di quattordici persone?

A fare cronaca? Niente affatto, visto che mostra un evento ma non spiega nulla delle sue cause, dunque sarebbe (è) comunque una cronaca parziale e per ciò quanto meno azzardata, deontologicamente, se non proprio pericolosa.

Quindi, a cosa serve quel filmato del TG3? Be’, dal mio punto di vista, serve soltanto a produrre pornografia del dolore. O dei sentimenti, delle emozioni, ovvero voyeurismo della morte, quello che piace alla parte più volgare e ignorante dell’utenza web. Serve pure a oltraggiare in modo inaccettabile la memoria delle persone decedute e dei loro cari, e serve a renderci evidente, una volta ancora, quanto possa essere bieco e spregevole certo giornalismo televisivo contemporaneo – italiano, di frequente. Infine, serve a sottolineare la necessità (ineluttabile, secondo me) di spegnere il televisore, quando sia sintonizzato sui canali tradizionali e su certe produzioni televisive, (pseudo)giornalistiche e non. E basta.

La geografia, cribbio!

La frana di Val Pola del 28 luglio 1987 e il lago formatosi dallo sbarramento della valle. Cliccate sull’immagine per visitarne la fonte.

Nella testimonianza rilasciata a chi scrive dal Sig. Dario Giacomelli, ad esempio, viene ricordata la situazione di stupore e di interrogazione da parte degli abitanti di Sant’Antonio quando si leggeva (soprattutto sui giornali) o si diceva che la causa dello sgombero era la frana scoperta sul Monte Coppetto. Gli abitanti si chiedevano come potesse minacciare Sant’Antonio la frana di un monte che si trova più di 3 Km a nordest della Val Pola, quando addirittura non si chiedevano dove si trovasse il Coppetto. In effetti, ancora oggi, la frana della Val Pola è nota anche col nome erroneo di frana del Monte Coppetto. In realtà il versante interessato era quello orientale del Monte Zandila.

(Simone Angeloni, La frana della Val Pola. Cronaca geologica degli eventi in Valdisotto e in provincia di Sondrio dell’estate del 1987, in “Bollettino Storico Alta Valtellina” n.14, anno 2011, nota in pag.77.)

Eccone un altro, di esempio assolutamente lampante, di quali danni possa fare la scarsa conoscenza della geografia, per di più se applicata su scala locale. Eppure l’errata denominazione della tragica frana che, in quel luglio 1987 che sconvolse la Valtellina con una spaventosa serie di disastri e tragedie naturali, provocò la morte di 35 persone, è ancora oggi diffusa e utilizzata da buona parte dei media. E chissà poi perché la frana della Val Pola venne identificata proprio con l’oronimo del Pizzo Coppetto, che in quella zona non è nemmeno una delle vette principali, visto che poco più a Nord e più a Sud ci sono il Pizzo Campaccio e le Cime di Redasco, più elevate maggiormente referenziali per il territorio montano in questione: mera superficialità, mi viene da pensare, o incapacità di leggere la mappa geografica nonché incomprensione dell’importanza della geografia nell’identificazione materiale e immateriale dei luoghi, appunto – di chi per primo ha sbagliato e dei tanti dopo che non si sono accorti dell’errore né si sono premurati di verificare quanto sostenessero pubblicamente. Per capire meglio la questione date un occhio alla mappa sotto riprodotta sulla quale ho evidenziato le differenti posizioni e il bacino della Val Pola lungo il quale precipitò a valle la massa franosa: noterete che il Pizzo Coppetto è posto sulla stessa dorsale montuosa, molto lunga e sinuosa, ma è parte d’un bacino orografico del tutto differente da quello della Val Pola.

[Estratto di mappa da map.geo.admin.ch. Cliccateci sopra per ingrandirlo.]
Io poi non so se effettivamente l’imprecisione geografica originaria fu in qualche modo responsabile del rifiuto di alcuni residenti in zona dell’ordine di evacuazione, come ipotizzato tra le righe della citazione sopra pubblicata. D’altro canto, nello stesso articolo, si denota pure che

Anche solo il fatto di usare nomi di toponimi diversi o non dialettali, mai sentiti o di cui non si conosce l’esistenza, non giocava a favore dei soccorritori. Diverso invece se ad avvisare dei rischi è invece un locale, o una persona conosciuta e fidata, che ha vissuto quei luoghi quanto il proprio interlocutore.

Evidenza verissima, che rimette in luce quanto sostengo da tempo al riguardo: l’importanza fondamentale della conoscenza geografica – ovvero di una pur minima e accettabile conoscenza geografica – dei luoghi in cui si vive o anche nei quali si interagisce temporaneamente, per generare l’altrettanto fondamentale relazione con il territorio che rende la presenza in esso fruttuosa, armoniosa, consapevole e costruttiva, per se stessi e per il territorio. Per sapere con cognizione di causa dove si è, cosa c’è lì, cosa si può fare e cosa no, come muoversi, come non perdersi e non sentirsi spaesati se non alienati nel/dal luogo in cui ci si trova, come percepirsi elemento attivo dell’ambiente in loco, come poter generare il paesaggio più rappresentativo possibile del luogo – l’elemento che rende compiuta la presenza e la conoscenza di quel luogo. È un principio di massima, questo, che può e deve essere adattato ad ogni varia circostanza ma il cui valore di fondo è assoluto e, ripeto, imprescindibile. Noi siamo il mondo che abbiamo intorno, la geografia fisica e la geografia umana sono le due facce della stessa medaglia, e ciò perché il mondo siamo noi a concepirlo, a dargli forma e senso, e se lo vogliamo concepire al meglio dobbiamo conoscerlo e comprenderlo. Fin dalle nozioni più basilari come i nomi dei luoghi, i quali tuttavia già sono elementi di narrazione amplissima e approfondita dei territori che denominano e identificano – un tema sul quale ho lavorato parecchio e continuo a farlo, data la sua importanza.

Quindi, vi prego: curate la vostra cognizione geografica, del luogo in cui vivete e dei territori che decidete di visitare, quanto più possibile e quanto più credete di poter fare: sembra qualcosa di superfluo, che non serva a granché e invece è (anche) un racconto di voi stessi, di chi siete e dove andate. Perché i luoghi esistono quando hanno un nome, e esistono quando quel nome è conosciuto in quanto quel luogo che identificato è vissuto, dunque vivo. Molto semplice, assolutamente fondamentale.

I libri bruciano ancora

Dare fuoco a una libreria – come è successo nuovamente a “La Pecora Elettrica” di Roma – è uno degli atti più vili e spregevoli in assoluto, qualsiasi sia il movente. Mi viene da equipararlo al crimine nei confronti di chiunque sia indifeso e inerme, e nel principio è un crimine contro la civiltà umana. Perché i libri sono “armi” potenti contro l’ignoranza in ogni sua forma, sì, ma armi che non possono difendere se stesse: la loro difesa sta nella libertà di pensiero e di espressione di cui sono simbolo, appunto, ma è una virtù che – inutile dirlo – ancora oggi alcuni non sanno più comprendere e accettare, nonostante la storia presenti numerosi precedenti infami ed emblematici.

Ribadisco: ciò vale qualsiasi sia il movente, politico, ideologico (la stessa sorte è toccata in passato anche a librerie di opposta ispirazione politica), funzionale al crimine o che altro. Chi ne è il responsabile va sbattuto in galera per diverso tempo e condannato a leggere libri, anche con la forza. Che poi così gli si farebbe un gran regalo, in effetti.

E la “Giornata Mondiale contro le Giornate Mondiali”?

Con tutto l’assoluto rispetto per le motivazioni e le cause a favore delle quali vengono indette, e condividendone nel principio e soprattutto nella sostanza i valori, vorrei proporre la promulgazione della Giornata Mondiale contro le Giornate Mondiali. Sì, perché alla fine c’è sul serio il rischio che le necessarie e fondamentali attenzioni che tali eventi intendono sollecitare nei confronti delle proprie cause si concentrino nelle relative date, e nei giorni d’intorno, e poi svaniscano nell’oblio della noncuranza e della superficialità che dominano le opinioni pubbliche un po’ ovunque fino all’anno successivo, quando la pur nobile (ribadisco) tiritera riparte, le luci si riaccendono e poi di nuovo si rispendono inesorabilmente.

E poi questi assembramenti di Giornate-Mondiali-di-Qualcosa, accidenti! Per dire: ieri, 21 marzo, era: la Giornata internazionale delle Foreste, la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, la Giornata mondiale della pace interiore, la Giornata mondiale della Poesia, la Giornata mondiale della Sindrome di Down nonché, dulcis in fundo (è proprio il caso di dirlo), la Giornata Mondiale del Tiramusù! Per la cronaca, c’è, un sito web che fa da diario e calendario per tutte queste “Giornate”, fate clic qui.

Insomma: tante nobilissimi cause (be’, a parte l’ultima, almeno nei principi) ammassate in un’unica data che, convenzionalmente, segna l’inizio della primavera – suppongo sia questo il motivo di siffatta calca celebrativa. Ecco, mi pare un non indifferente ingarbugliamento (cronologico e tematico) che, appunto, toglie evidenza e valore non tanto alle “Giornate” quanto alle motivazioni e agli scopi mirati. Posto che domani, poi, ci saranno altre celebrazioni giornaliere e ulteriori cause di cui dire e disquisire, dopodomani altre ancora e così via. Qualche “buco” nel calendario c’è, a dire il vero, ma temo non resterà libero a lungo, vista la quantità di cause importanti da mettere in luce che questo nostro mondo contemporaneo presenta. Senza contare che poi, a qualcuno, la cosa sfugge di mano: date un po’ un occhio qui.

Dunque, appunto, chiedo che venga indetta la Giornata Mondiale contro le Giornate Mondiali. E se nessuno appoggerà tale mia richiesta, state certi che indirò la Giornata Mondiale di quelli che non vengono ascoltati nel chiedere di non celebrare più Giornate Mondiali. Ecco.

Perché, ribadisco pure questo, certe questioni vanno considerate, riflettute, dibattute e magari risolte sempre, finché la relativa problematica non venga eliminata o finché la considerazione diffusa al riguardo non sia finalmente adeguata al loro valore. In fondo non è un caso che ad esempio non esista, nel modo in cui ne esistono tante altre, la “Giornata Mondiale del Calcio” (dacché quella indetta nel giorno 4 di maggio dalla FIFA in verità rappresenta soprattutto un omaggio al “Grande Torino” perito nell’incidente aereo di Superga del 4 maggio 1949). D’altro canto, appunto, sarebbe bello che la stessa attenzione rivolta al calcio (per continuare con lo stesso esempio) fosse rivolta – dai media in primis – alla Sindrome di Down, alla discriminazione razziale o (per dire di un’altra celebre “Giornata”) alla violenza sulle donne, e con la stessa frequenza durante tutto l’anno, non soltanto in un’unica giornata. No?

(In testa al post: vignetta di Cinzia Poli, tratta da qui.)

Se l’informazione è nelle mani di sempre più “non giornalisti”…

Molto ingenuamente – lo ammetto – ma pure con sempre meno frenabile stizza, resto basito nel constatare quotidianamente quanto l’informazione italiana stia degenerando nella più melmosa e analfabetizzante cretinaggine. Ultimo (d’una lunghissima serie) esempio lampante, a fronte della tremenda tragedia del cavalcavia crollato sull’autostrada A14 e dei morti che vi sono stati: la corsa ad accaparrarsi i “miracolati” di turno, gente che era in transito su quel tratto autostradale e si è ritrovata a poca distanza – di spazio e di tempo – dal tragico evento. Vince chi trova il “miracolato” meno distante da esso: 50 metri, 100, 200… Purtroppo a qualche giornalista è andata male, ne ha trovata solo a mezzo chilometro di distanza ma, accidenti, bisogna partecipare al teatrino, no? Dunque, “miracolati” pure quelli. Beh, e allora, gli automobilisti che si trovavano sulla A14 ma tipo a Rimini o a Canosa? In fondo l’autostrada è sempre quella! Dunque, perché non “miracolati” pure loro? Eh?

È realmente sconcertante, ribadisco, constatare come l’informazione e il giornalismo, oggi, vengano costantemente ridotta a una sorta di ridicola farsa dove vince chi la spara più grossa, più sensazionale, più “toccante” (nel senso maggiormente superficiale del termine), chi usi più luoghi comuni, più vocaboli fuori contesto ma “intriganti”, chi tralasci il più possibile di informare per recitare invece una parte farsesca e giullaresca cianciando sproloqui indegni persino d’una bettola di quart’ordine… Un tempo l’informazione era anche alfabetizzazione culturale del pubblico – e lo sarebbe tutt’ora e sempre, quale proprio fine naturale; oggi, nell’era del dilagante analfabetismo funzionale, i primi analfabeti/analfabetizzatori sono diventati i giornalisti. O quelli che si fanno definire tali, ormai senza alcuna reale giustificazione.

Beh, cari non giornalisti: volete fare della buona informazione? Coltivate delle verdure bio.
Come dite? Ma in questo modo non farete informazione? Appunto! La buona, autentica informazione ne gioverà sicuramente, così come la consapevolezza della realtà e la cultura diffusa.