I libri bruciano ancora

Dare fuoco a una libreria – come è successo nuovamente a “La Pecora Elettrica” di Roma – è uno degli atti più vili e spregevoli in assoluto, qualsiasi sia il movente. Mi viene da equipararlo al crimine nei confronti di chiunque sia indifeso e inerme, e nel principio è un crimine contro la civiltà umana. Perché i libri sono “armi” potenti contro l’ignoranza in ogni sua forma, sì, ma armi che non possono difendere se stesse: la loro difesa sta nella libertà di pensiero e di espressione di cui sono simbolo, appunto, ma è una virtù che – inutile dirlo – ancora oggi alcuni non sanno più comprendere e accettare, nonostante la storia presenti numerosi precedenti infami ed emblematici.

Ribadisco: ciò vale qualsiasi sia il movente, politico, ideologico (la stessa sorte è toccata in passato anche a librerie di opposta ispirazione politica), funzionale al crimine o che altro. Chi ne è il responsabile va sbattuto in galera per diverso tempo e condannato a leggere libri, anche con la forza. Che poi così gli si farebbe un gran regalo, in effetti.

E la “Giornata Mondiale contro le Giornate Mondiali”?

Con tutto l’assoluto rispetto per le motivazioni e le cause a favore delle quali vengono indette, e condividendone nel principio e soprattutto nella sostanza i valori, vorrei proporre la promulgazione della Giornata Mondiale contro le Giornate Mondiali. Sì, perché alla fine c’è sul serio il rischio che le necessarie e fondamentali attenzioni che tali eventi intendono sollecitare nei confronti delle proprie cause si concentrino nelle relative date, e nei giorni d’intorno, e poi svaniscano nell’oblio della noncuranza e della superficialità che dominano le opinioni pubbliche un po’ ovunque fino all’anno successivo, quando la pur nobile (ribadisco) tiritera riparte, le luci si riaccendono e poi di nuovo si rispendono inesorabilmente.

E poi questi assembramenti di Giornate-Mondiali-di-Qualcosa, accidenti! Per dire: ieri, 21 marzo, era: la Giornata internazionale delle Foreste, la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, la Giornata mondiale della pace interiore, la Giornata mondiale della Poesia, la Giornata mondiale della Sindrome di Down nonché, dulcis in fundo (è proprio il caso di dirlo), la Giornata Mondiale del Tiramusù! Per la cronaca, c’è, un sito web che fa da diario e calendario per tutte queste “Giornate”, fate clic qui.

Insomma: tante nobilissimi cause (be’, a parte l’ultima, almeno nei principi) ammassate in un’unica data che, convenzionalmente, segna l’inizio della primavera – suppongo sia questo il motivo di siffatta calca celebrativa. Ecco, mi pare un non indifferente ingarbugliamento (cronologico e tematico) che, appunto, toglie evidenza e valore non tanto alle “Giornate” quanto alle motivazioni e agli scopi mirati. Posto che domani, poi, ci saranno altre celebrazioni giornaliere e ulteriori cause di cui dire e disquisire, dopodomani altre ancora e così via. Qualche “buco” nel calendario c’è, a dire il vero, ma temo non resterà libero a lungo, vista la quantità di cause importanti da mettere in luce che questo nostro mondo contemporaneo presenta. Senza contare che poi, a qualcuno, la cosa sfugge di mano: date un po’ un occhio qui.

Dunque, appunto, chiedo che venga indetta la Giornata Mondiale contro le Giornate Mondiali. E se nessuno appoggerà tale mia richiesta, state certi che indirò la Giornata Mondiale di quelli che non vengono ascoltati nel chiedere di non celebrare più Giornate Mondiali. Ecco.

Perché, ribadisco pure questo, certe questioni vanno considerate, riflettute, dibattute e magari risolte sempre, finché la relativa problematica non venga eliminata o finché la considerazione diffusa al riguardo non sia finalmente adeguata al loro valore. In fondo non è un caso che ad esempio non esista, nel modo in cui ne esistono tante altre, la “Giornata Mondiale del Calcio” (dacché quella indetta nel giorno 4 di maggio dalla FIFA in verità rappresenta soprattutto un omaggio al “Grande Torino” perito nell’incidente aereo di Superga del 4 maggio 1949). D’altro canto, appunto, sarebbe bello che la stessa attenzione rivolta al calcio (per continuare con lo stesso esempio) fosse rivolta – dai media in primis – alla Sindrome di Down, alla discriminazione razziale o (per dire di un’altra celebre “Giornata”) alla violenza sulle donne, e con la stessa frequenza durante tutto l’anno, non soltanto in un’unica giornata. No?

(In testa al post: vignetta di Cinzia Poli, tratta da qui.)

Se l’informazione è nelle mani di sempre più “non giornalisti”…

Molto ingenuamente – lo ammetto – ma pure con sempre meno frenabile stizza, resto basito nel constatare quotidianamente quanto l’informazione italiana stia degenerando nella più melmosa e analfabetizzante cretinaggine. Ultimo (d’una lunghissima serie) esempio lampante, a fronte della tremenda tragedia del cavalcavia crollato sull’autostrada A14 e dei morti che vi sono stati: la corsa ad accaparrarsi i “miracolati” di turno, gente che era in transito su quel tratto autostradale e si è ritrovata a poca distanza – di spazio e di tempo – dal tragico evento. Vince chi trova il “miracolato” meno distante da esso: 50 metri, 100, 200… Purtroppo a qualche giornalista è andata male, ne ha trovata solo a mezzo chilometro di distanza ma, accidenti, bisogna partecipare al teatrino, no? Dunque, “miracolati” pure quelli. Beh, e allora, gli automobilisti che si trovavano sulla A14 ma tipo a Rimini o a Canosa? In fondo l’autostrada è sempre quella! Dunque, perché non “miracolati” pure loro? Eh?

È realmente sconcertante, ribadisco, constatare come l’informazione e il giornalismo, oggi, vengano costantemente ridotta a una sorta di ridicola farsa dove vince chi la spara più grossa, più sensazionale, più “toccante” (nel senso maggiormente superficiale del termine), chi usi più luoghi comuni, più vocaboli fuori contesto ma “intriganti”, chi tralasci il più possibile di informare per recitare invece una parte farsesca e giullaresca cianciando sproloqui indegni persino d’una bettola di quart’ordine… Un tempo l’informazione era anche alfabetizzazione culturale del pubblico – e lo sarebbe tutt’ora e sempre, quale proprio fine naturale; oggi, nell’era del dilagante analfabetismo funzionale, i primi analfabeti/analfabetizzatori sono diventati i giornalisti. O quelli che si fanno definire tali, ormai senza alcuna reale giustificazione.

Beh, cari non giornalisti: volete fare della buona informazione? Coltivate delle verdure bio.
Come dite? Ma in questo modo non farete informazione? Appunto! La buona, autentica informazione ne gioverà sicuramente, così come la consapevolezza della realtà e la cultura diffusa.

L’Homo Achronicus, abulico prigioniero del presente

11873480_10207443846284600_6068485923820884475_nÈ indubitabile: noi, uomini contemporanei, non abbiamo memoria. Non sappiamo costruire il futuro. Restiamo impantanati in un presente totalmente stantio dacché avviluppato su sé stesso, per il quale ci siamo convinti che il vivere alla giornata sia un atto coraggioso e resiliente, quando invece è la prima manifestazione della nostra disconnessione temporale, che per inesorabile conseguenza genera una ancor più grave disconnessione civica.
Siamo ormai ridotti ad essere tanti esemplari di Homo Achronicus: abbiamo dimenticato che il “presente” formalmente non esiste se non come ambito temporaneo d’azione, perché questo istante già ora è diventato passato e quello futuro che verrà a breve è già diventato il presente e sarà rapidamente passato; abbiamo perso la cognizione del tempo come dimensione (e non soltanto in senso fisico), e scordato che non ci può essere alcun futuro se non viene costruito sulle basi del passato nel suddetto presente d’azione. Di contro, quel presente che venga vissuto a sé stante, come circostanza del momento, come appunto il tanto diffuso atteggiamento del “vivere alla giornata”, senza riflettere sul modo in cui si sia generato (nel passato) e sulle conseguenze che avrà (nel futuro, vicino o remoto) è una delle più letali mancanze che la nostra civiltà contemporanea mette in atto.

Un tempo – in quel passato che la nostra boria contemporanea ci fa spesso considerare qualcosa di ridicolmente primitivo – anche in zone rurali particolarmente povere di risorse vitali, montanari e contadini non hanno mai mancato di piantare alberi come ulivi e castagni pur sapendo che non ne avrebbero mai goduti i frutti, e nemmeno i loro figli. Solo la terza generazione, quella dei nipoti, avrebbero avuto in dono la spremitura d’oro delle olive o la ben più povera farina di castagne. Eppure li hanno piantati, hanno saputo guardare avanti. Oggi, col nostro vivere alla giornata, cosa avremmo fatto? Probabilmente avremmo pensato alle convenienze del momento cercando di ottenere il massimo da un sostanziale “minimo” (un’assurdità bella e buona, è palese) anche a costo di far danni ma mirando esclusivamente – ed egoisticamente – al soddisfacimento istantaneo. Di pensare al domani, e non solo al nostro domani ma anche e soprattutto a quello di chi viene dopo di noi, non ci avremmo pensato – non ci pensiamo, convinti dal letale modus vivendi che ci è stato imposto come “il migliore (e magari il più bello, o il più cool) possibile” che è giusto così, che domani è un altro giorno.

Già, peccato che “domani” viene dopo di oggi e non è un tempo nuovo, totalmente distaccato dall’oggi, ma al contrario ne è diretta prosecuzione e conseguenza. Ergo, ciò che viene fatto oggi genera il domani, così come quanto è stato fatto oggi è stato un effetto di quanto avvenuto ieri. Non sembra così difficile da capire, pare roba da asilo nido, da primi rudimenti culturali – già comprendere, per dire, il significato delle luci di un semaforo è nozione più strutturata e complicata! Eppure, a giudicare la realtà del mondo, quello più vicino a noi e quello più lontano, sembra che a tal proposito non abbiamo capito nulla, invece. E non capire nulla di qualcosa tanto semplice è, spiace dirlo ma è così, segno di gravi manchevolezze mentali; d’altro canto, questo spiega pure il perché non capiamo nemmeno di essere sostanzialmente fermi, statici, impantanati – ribadisco – in un eterno presente simile ad un’automobilina giocattolo di quelle d’una volta che è andata a sbattere contro un ostacolo e lì s’è fermata, con le ruote che girano a vuoto, senza riuscire né ad andare oltre – e la via per farlo è appena lì accanto, basterebbe vederla, appunto – e nemmeno a tornare indietro per trovare un nuovo percorso: questo perché – cosa ancora peggiore – ci siamo assuefatti a rimaner lì, convinti che tutto sommato il continuare a sbattere contro il muro è divertente. “Vivendo alla giornata”, vivendo un momento che non ha spessore temporale, che rifiuta la genesi passata tanto quanto ogni sviluppo futuro, che è fondamentalmente vuoto di senso e di valore: che è ambito ideale per esistenze altrettanto prive di senso e valore.
In tali casi verrebbe da esclamare cose del tipo «di questo passo non andiamo avanti molto!». Beh, la questione è già più grave: ormai privi di qualsivoglia passo, siamo fermi, mentre il tempo va avanti, incessantemente. Se ne perdiamo il corso, non lo afferriamo più ma non solo: come ha ben spiegato Einstein, tracciando un parallelismo fisico-relativistico tanto quanto del tutto filosofico, così perdiamo pure lo spazio. E perdiamo tutto ciò che serve per vivere veramente: perché la vita non è semplicemente il corso di una giornata vissuta, ma quello di un’intera esistenza.
Tuttavia, anche a tal proposito, vista l’inconsistenza di molte esistenze, si spiegano molte cose di questo nostro mondo e di tanti di noi uomini contemporanei che lo abitiamo, già.