[Veduta del nuovo ponte sulla Valvarrone, immagine tratta da https://lecconotizie.com.]Il “Ponte dei Minatori”, il nuovo ponte pedonale sospeso («Il più alto d’Europa!») della Valvarrone, nelle montagne lecchesi, aprirà il 24 ottobre. «Finalmente!» dirà qualcuno, «Purtroppo!» esclamerà qualcun altro.
Io, che ho disapprovato numerose volte l’opera in base ai motivi il più possibile obiettivi e articolati (non li sto a ripetere nuovamente: li trovate nel blog, qui), non dico ne l’una ne l’altra cosa: ormai il ponte aprirà, tocca solo vedere che succede. Tuttavia, resto fermamente convinto che, conoscendo bene il territorio e le sue specificità, il nuovo ponte rappresenti – l’ho già detto, lo ribadisco – il classico elefante nella cristalleria, e che una valle assolutamente peculiare e profondamente affascinante (nelle sue notevoli virtù così come nelle sue emblematiche criticità) ha e avrà bisogno di ben altro per costruire un futuro realmente proficuo e duraturo alla sua comunità. Che di contro la nuova attrazione sottopone a un rischio che, appunto, un territorio come la Valvarrone temo (e mi auguro di sbagliare) non riesca e non possa reggere completamente.
Non voglio affatto rappresentare il solito uccello del malaugurio: come detto, mi auguro vivamente che le mie disapprovazioni non trovino conferma nel tempo. Parimenti, pur contestandone nel caso specifico l’operato, apprezzo l’impegno che di recente il Sindaco di Valvarrone ha messo nell’interloquire con la comunità locale riguardo l’opera, anche se lo ha fatto quando ormai i giochi erano fatti. D’altro canto il ponte è finanziato con capitali privati, seppur ciò non significa che un privato possa fare tutto ciò che vuole in un territorio pubblico per giunta di elevato valore paesaggistico e culturale: ma, ahinoi, in questo nostro paese ciò accade spesso.
[Il ponte quasi ultimato, immagine tratta da www.leccoonline.com.]Apprezzo pure che il Sindaco si dimostri conscio delle varie criticità che un’opera così grande genera in un territorio-cristalleria come la Valvarrone, per molti aspetti delicato e fragile. Di contro non apprezzo che, riguardo le suddette criticità, abbia dichiarato: «Prima ottimizziamo quello che c’è e poi valuteremo i flussi». Il che equivale – per usare l’esempio citato – a far entrare l’elefante nella cristalleria, consapevole del rischio che ciò comporta e per questo “ottimizzando” per quanto possibile gli spazi, per poi “valutare” se è stato sufficiente: e se non lo fosse? Se l’elefante prendesse a fracassare i cristalli, che si fa? Io temo che piazzare il ponte pedonale sospeso “più alto d’Europa” in un piccolo centro abitato da poche decine di abitanti di un comune che ne ha in tutto solo 500 e con risapute difficoltà logistiche e viabilistiche, esponga la valle e la sua comunità ad un rischio eccessivo di vedersi fracassati molti dei propri “cristalli” senza per giunta avere la possibilità di ripararli o sostituirli, e senza ricevere di contro dei benefici immediati e concreti con i quali bilanciare realmente quel rischio.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Infine, resto fermamente convinto che attrazioni prettamente turistiche e ludico-ricreative come queste richiamino un pubblico assolutamente libero di visitare il ponte e divertirsi quanto e come vuole ma che per sua gran parte non sia quello di cui la Valvarrone, in forza di ciò che è e sa offrire, ha bisogno. E al contempo temo che l’altro pubblico che per vari motivi risulterebbe il più proficuo per il territorio e la sua comunità, in ottica di frequentazione turistica ma non solo per quella e di sviluppo socio-economico locale nel lungo termine, deciderà di stare lontano dalla valle. Oppure che ci andrà, pregando innanzi tutto di non restare bloccato nel traffico dei turisti-pontieri lungo le tortuose strade valvarronesi ma che poi si guarderà bene dal transitare sul ponte, preferendo invece l’esplorazione delle bellissime vie rurali della zona, sia verso la zona mineraria che verso le località in quota sul più solivo versante tra il Monte Legnone e il Legnoncino. Sarebbe comunque un bel risultato per la valle, e sicuramente pessimo per il ponte.
Quindi, da parte mia, nell’imminenza dell’apertura del ponte, non esclamo né «Finalmente!», né «Purtroppo!» e nemmeno penserò di dire tra un po’ «Ve l’avevo detto!». Continuerò invece a frequentare la Valvarrone (l’ho pure descritta in un libro, d’altronde) e continuerò a pensare per essa a un altro modello di “montagna”, di residenza stanziale, di frequentazione turistica, di sviluppo organico locale, di economia, di socialità, di valore comunitario, di cultura. Di futuro, insomma.
Mai come nell’estate trascorsa, sulla stampa e sul web si sono potute leggere le impressioni e le considerazioni di sciatori professionisti impegnati negli allenamenti sui ghiacciai alpini ridotti dal caldo estremo in uno stato desolante e inquietante.
Tra i tanti che si sono espressi al riguardo, la pluricampionessa olimpica italiana Federica Brignone è stata tra le più eloquenti (vedi sopra e il video sotto): «È una catastrofe naturale più che per il nostro mondo dello sci – ha detto tra le altre cose – Bisognerà riprogrammare tutto, dedicarsi in estate ad altri sport. Io, per esempio, da bambina non ho mai sciato in estate. E lo sci non morirà perché si stanno sciogliendo i ghiacciai, l’impatto sarà molto peggiore per il pianeta.» Con lei molte altre sciatrici e tanti sciatori hanno postato sui propri profili social immagini di ghiacciai alpini privi di copertura nevosa, neri, crepacciati e in evidente ritiro, accompagnandole con dichiarazioni tra le quali si intuiva benissimo il tentativo di stare in equilibro tra il non poter dire troppo – in forza dei doveri imposti dalle federazioni sciistiche e dai contratti con gli sponsor, spesso produttori di articoli per lo sci – e il voler esprimere la propria angoscia verso lo stato dei ghiacciai e la pratica dello sci estivo, ormai sempre più anacronistica e impattante.
In effetti, fino a oggi è pressoché mancata la manifestazione pubblica di una qualche presa di coscienza della realtà climatica e ambientale da parte della comunità agonistica dello sci, nonostante è certo che la sensibilità verso la questione, nelle atlete e negli atleti, non manchi affatto. D’altro canto, al centro delle immagini che mostrano d’inverno le gare di Coppa del Mondo di Sci su nastri di neve artificiale stesi tra prati ancora verdi o d’estate gli allenamenti su ghiacciai anneriti tra crepacci aperti a temperature da spiagge del Mediterraneo ci sono quelle atlete e quegli atleti, trasformati loro malgrado nei protagonisti – se non nei mandatari – di uno sfruttamento dei territori montani per molti versi sempre più irrazionale e meno ammissibile.
Come accennavo, è facile immaginare che gli sciatori agonisti, soprattutto quelli di punta, siano legati a obblighi verso le proprie federazioni e gli sponsor dei quali sono testimonial che impedisce loro di esprimersi liberamente su temi e realtà sicuramente sgradite a quei soggetti. Tuttavia, nella situazione in cui siamo ovvero stanno le montagne, e con la realtà climatica e ambientale in divenire sempre più critica, credo che il limite tra “non poter dire” e “non poter stare zitti” sia sempre più labile se non già del tutto svanito. Diventa sempre più una questione di onestà morale, innanzi tutto verso se stessi e la propria sensibilità nei riguardi delle montagne – dalle quali la gran parte degli sciatori peraltro proviene –, poi verso le montagne stesse e il loro futuro, infine anche per lo sci, che rischia sempre più di vedere la propria immagine e il prestigio sportivo infangati dalla mancanza di attenzione delle sue istituzioni verso i territori montani e della coscienza ambientale che invero dovrebbe essere congenita in una disciplina che vive proprio di montagne, dei loro ambienti e del clima che li contraddistingue.
Dunque, dal mio punto di vista, è ormai necessaria, se non ineludibile, una ben maggiore presa di posizione pubblica della comunità degli sciatori agonisti sui temi della salvaguardia degli ambienti montani e del contrasto alla crisi climatica. Che bello sarebbe, e quale forza culturale avrebbe, un fronte compatto di sciatrici e sciatori che, spediti sui ghiacciai sofferenti ad allenarsi d’estate, si rifiutassero di andarci invocando, da parte loro in rappresentanza di tutti gli appassionati consapevoli dello sci, una ben maggiore cura e sensibilità verso le montagne – glacializzate e non – sottoposte alle conseguenze sempre più pesanti della crisi climatica!
Temo, inevitabilmente, che questo mio auspicio resterà pura utopia. Non mi sembra che le istituzioni nazionali e internazionali dello sci manifestino la volontà e il coraggio di cambiare lo status quo, troppo pervicacemente impegnate a fare affari invece che a fare del bene alle montagne – ma spero di sbagliarmi. La domanda a questo punto è: quanto ancora quelle istituzioni potranno fare finta di nulla?
Il territorio non ha bisogno di essere addomesticato per poter diventare desiderato. Tanto più se si tratta di un territorio montano, la cui geografia naturale offre ogni cosa che possiamo considerare desiderabile per frequentarlo e sentirci bene, per emozionarci e appagarci. E diventa ancora più appagante se sappiamo coltivare in noi il desiderio di viverlo nella maniera più approfondita e consapevole possibile invece che tramite modalità artificiose e preconfezionate.
Ponti sospesi, passerelle panoramiche, panchine giganti, vie ferrate e altre cose simili vengono sparse per luoghi e territori naturali di pregio soltanto allo scopo di addomesticarli, da chi evidentemente non è più in grado di comprendere la multiforme bellezza che quei posti offrono in origine e il valore inestimabile che possiedono, considerandoli solo come spazi vuoti da manipolare, alterare, falsare – tutti termini sinonimi di “addomesticare”, appunto – e dunque da sfruttare per i propri tornaconti.
Di contro veramente devo pensare che di conseguenza ci siano così tante persone per frequentare le montagne si fanno a loro volta addomesticare da quei manufatti inutili e invasivi? Sul serio c’è gente così apparentemente ottusa da convincersi che in montagna per ammirare il panorama ci sia bisogno di una passerella panoramica di cemento e acciaio, o di un ponte sospeso per sentirsi “sopra” il paesaggio? Evidentemente sì, verrebbe da temere. Ma io credo (ingenuamente forse, ma tant’è) che non sia così e che tutto rimandi al suddetto addomesticamento imposto a forza sui luoghi e su chi li frequenta: come recinti nei quali si accetta di essere reclusi perché convinti che da dentro il mondo al di fuori appaia più bello e solo questo contasse, senza così capire di restarvi inesorabilmente imprigionati. Addomesticati nella mente, nelle facoltà percettive, nelle sensazioni emotive, nell’animo.
No, la montagna (e non solo lei) non ha proprio bisogno di questo per essere apprezzata, vissuta, goduta, amata. E se invece qualcuno, nonostante quanto ho affermato poc’anzi, veramente accetta di essere addomesticato da tutte quelle infrastrutture che ho citato e dalle tante altri simili che invadono, e spesso devastano, i territori montani, forse sta solo palesando di non aver bisogno della montagna. Almeno fino a che non sappia meritarsela dimostrando di volerla vivere sul serio, di comprenderne l’essenza e il valore profondo, di essere parte del suo paesaggio. Non ci vuole molto per fare ciò: basta essere vivi non solo nel corpo ma pure nella mente, nel cuore, nell’animo, nello spirito. Uno stato che in fondo dovrebbe essere normale per chiunque, no?
Già. Per lo stesso principio con il quale non si può considerare “normale” certa montagna poco o tanto – a volte tantissimo – addomesticata, cioè alterata e manipolata, che ci invitano a frequentare. Un principio di buon senso, in fondo.
Il 30 settembre è la data nella quale, convenzionalmente, termina la stagione di ablazione – cioè di fusione – dei ghiacciai, che nella torrida estate appena trascorsa è stata oltre modo devastante. Ecco dunque che vengono tolti anche i teli geotessili dalle superfici glaciali dove sono stati posizionati ad inizio estate: per cui aspettiamoci commenti enfatici e entusiasti, da parte di chi li ha fatti mettere, su quanto ghiaccio avranno evitato che si fondesse, e quindi, di come avranno «salvaguardato» il ghiacciaio dagli effetti del caldo estivo.
Cioè, per dirla con altre più obiettive parole, aspettiamoci nuove manifestazioni pubbliche del bieco e ipocrita greenwashing che quei teli rappresentano benissimo. Perché, come ribadisco nuovamente (l’ho fatto spesso in passato) e altri come me rimarcano da tempo, i teli non salvano affatto i ghiacciai – come ci vogliono far credere – ma le piste da discesa che occupano minime parti della loro superficie. Ovvero, servono a salvare gli affari dei comprensori sciistici, mentre del ghiacciaio intorno alle piste ad essi non importa nulla: atteggiarsi a paladini climatici e difensori dei ghiacciai sofferenti per la crisi climatica, dunque, è greenwashing al massimo livello, una fandonia tragicomica bella e buona.
Tuttavia c’è pure di più e peggio, ad aggravare il portato della presenza dei teli geotessili sui ghiacciai: non solo non li salvano ma sono un fattore di grave inquinamento per i territori montani (e non solo) coinvolti. Come riporta il documento che nel 2022 è stato firmato da decine di enti, istituzioni e scienziati contro l’uso dei teli geotessili,
Dal punto di vista ambientale e del contrasto al cambiamento climatico, la pratica di copertura dei ghiacciai è problematica per diversi motivi: ad esempio il carburante per alimentare i gatti delle nevi che movimentano i teloni ogni anno e la produzione dei teloni stessi, spesso composti di materie plastiche, sono risorse non rinnovabili, il cui utilizzo contribuisce a incrementare il riscaldamento globale. Bruciare carburante per stendere i teli significa contribuire all’immissione di CO2 nell’atmosfera, contribuendo ulteriormente al cambiamento climatico nel vano tentativo di proteggere i ghiacciai, essi stessi vittime del riscaldamento globale. Discorso simile vale per la produzione della plastica di cui sono fatti la maggior parte dei teloni utilizzati. Sebbene riciclabili da un punto di vista teorico, i teli non vengono riciclati ma sostituiti ogni pochi anni a causa dell’usura favorita dalle condizioni ambientali che contraddistinguono i ghiacciai. Usura per la quale i teli rilasciano grandi quantità di fibre plastiche che si accumulano una volta espulse dai ghiacciai insieme all’acqua di fusione.
Guardate le immagini sottostanti, che ho tratto (salvo dove diversamente indicato) da un post sulla pagina Instagram “Glacionaut” del fotografo austriaco Juergen Merz e mostrano il Kaunertaler Gletscher, che un tempo ospitava uno dei più grandi comprensori sciistici glaciali delle Alpi austriache:
I teli che coprono i ghiacciai, spesso per centinaia e centinaia di metri quadrati, di squarci come quelli mostrati nelle immagini provocati da agenti esterni e dall’usura ne hanno molti, alcuni grandi, altri minuscoli. Ogni squarcio rilascia microplastiche che finiscono sul ghiaccio e sul terreno circostante, poi il ghiaccio fonde, l’acqua di fusione carica di microplastiche percola e scorre intorno, scende a valle, forma ruscelli, torrenti e fiumi, alimenta i bacini idrografici che poi riforniscono acquedotti pubblici e reti di distribuzione idrica anche a centinaia di chilometri di distanza. Le microplastiche sono particolarmente persistenti nell’ambiente, hanno la capacità di penetrare nei tessuti degli organismi viventi e la proprietà di veicolare sostanze chimiche tossiche e patogeni. Essendo composte da particelle di dimensioni inferiori a 5 millimetri (e nel caso delle nanoplastiche inferiori a 100 nanometri), sfuggono facilmente ai sistemi di filtraggio ed entrano stabilmente nella catena alimentare globale. Finiscono nell’acqua che beviamo e nel cibo che mangiamo, insomma.
Nel nostro mondo, di cose che generano microplastiche e provocano inquinamento ambientale ce ne sono già troppe, tant’è che ormai se ne trovano ovunque, anche in ambienti apparentemente incontaminati. Abbiamo proprio bisogno di produrne altre, per giunta in alta montagna e attraverso un greenwashing tanto meschino e ingannevole? Vogliamo di nuovo lasciare che la prossima estate, come è accaduto in quella appena conclusa e già in tante precedenti, persone senza troppi scrupoli e prive di attenzione e sensibilità verso i territori montani stendano ancora quei loro stramaledetti teli geotessili per salvaguardare i loro affari e intanto per inquinare, contaminare e degradare le montagne sulle quali malauguratamente lavorano e noi sperabilmente vorremmo continuare a frequentare senza pericoli né ipocrisie? Accetteremo di essere presi nuovamente in giro in un modo tanto plateale?
[Quest’immagine invece mostra dei teli geotessili abbandonati sul Ghiacciaio del Rodano, in Svizzera, ed è della Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio.]
Vista la situazione generale che caratterizza le nostre montagne in forza della crisi climatica in divenire, e di come certe pratiche meramente affaristiche imposte ai territori montani, anche in alta quota, non possano più essere considerati accettabili e ammissibili, direi che alle domande che ho appena posto – alcune di tante altre che si potrebbero (e dovrebbero) formulare intorno a queste realtà – vanno trovate buone e valide risposte senza più alcun indugio, e senza voltarci di nuovo dall’altra parte o pensare che «in fondo cosa vuoi che sia?» per deresponsabilizzarci una volta ancora.
Tutti abbiamo il diritto di salire in montagna e godere delle sue bellezze tanto quanto di lavorarci per vivere: ma a questo diritto non può non corrispondere il dovere di avere cura della montagna stessa, dei suoi ambienti, dei suoi paesaggi e delle sorti future che insieme alle Terre alte condividiamo. Questo io credo debba essere uno dei principi fondamentali alla base della nostra presenza sui monti. Una questione di semplice, altissimo buon senso, ecco.
«Sognando la neve», già. Così leggete nell’articolo de “L’Eco di Bergamo” sopra riportato che riferisce dei “lavori in corso” nei comprensori sciistici delle Alpi e Prealpi bergamasche. E non so se quel verbo coniugato al gerundio presente sia casuale oppure meditato. Sognando, non «sperando» o «auspicando» la neve: e il “sogno” è, per definizione lessicale, un’immaginazione vana, fantastica, di cose irrealizzabili. Per cui si potrebbe interpretare il titolo del quotidiano bergamasco così: «Si costruiscano pure nuovi impianti sciistici, tanto è tutto (o quasi) inutile!»
Certo, è un’interpretazione provocatoria, e d’altro canto la neve non è qualcosa da sognare ma da sperare nel modo più intenso possibile: perché se nevicasse vorrebbe dire che il clima sulle nostre montagne non sarebbe del tutto compromesso come viene da temere allo stato attuale, e buon per i comprensori sciistici che potrebbero aprire le loro piste di discesa senza troppi patemi e soprattutto senza sparare la deprecabilissima neve artificiale, che essi ancora ritengono la salvezza dei comprensori quando invece rappresenta una gran zappata sui loro piedi.
Magari nevicasse come una volta, e magari facesse freddo come un tempo così che la neve caduta si conservasse al suolo! Invece, il vocabolo scelto da “L’Eco di Bergamo” per il titolo del suo articolo è assolutamente, tristemente azzeccato. Siccome, come diceva un tempo quel tizio, «Non si vive di sogni ma di solide realtà», e dato che non c’è nulla di più solidamente reale dei rilievi scientifici strumentali, nel grafico sottostante ho elaborato i dati sull’andamento delle precipitazioni nevose sulle Alpi bergamasche negli ultimi trent’anni:
La linea rossa tratteggiata mostra una tendenza complessiva alla diminuzione degli accumuli nevosi stagionali, con una riduzione media stimata nell’ordine di circa 70-80 cm per decennio rispetto agli anni Novanta e una diminuzione crescente col passare del tempo: più passano gli anni e meno nevica, insomma.
Qui sotto invece vedete l’andamento della quota dello zero termico sempre sulle Orobie nell’ultimo trentennio, su base annuale e, nel grafico più sotto, rispetto ai soli mesi invernali:
Anche qui la linea di tendenza tratteggiata in scuro mostra un chiaro e marcato incremento della quota media dello zero termico, con un aumento stimato di circa 130 metri per decennio e una curva tendenziale crescente con il passare del tempo: più passano gli anni e più fa caldo, in pratica.
Ecco poi, per utile raffronto, i grafici sulla variazione delle precipitazioni nevose e della quota dello zero termico riguardanti le Alpi italiane nel complesso:
Al pari delle montagne bergamasche, anche lungo tutte le Alpi italiane nevica sempre meno e fa sempre più caldo, sicché la contrazione della neve al suolo si specchia perfettamente con l’innalzamento della quota dello zero termico invernale: l’aumento delle temperature riduce la frazione solida delle precipitazioni (piove anche a quote alte in pieno inverno, insomma) e accelera la fusione precoce del manto nevoso a primavera.
Bene: posti tali dati ineccepibili (per i negazionisti la porta è sempre quella in fondo a destra!) e, tornando alla zona specifica delle Alpi Orobie contemplata nell’articolo sopra citato, considerando che tutti i comprensori sciistici bergamaschi sono posti totalmente o quasi al di sotto dei 2000 metri di quota, capirete chiaramente che il vero “sogno”, qui, non è tanto (o non è solo) che cada la neve, ma che gli investimenti nei nuovi impianti sciistici risultino realmente redditizi e non rappresentino invece un insensato spreco di denaro. Che non di rado è pubblico, per giunta, ergo la cui spesa dovrebbe essere molto più assennata e oculata di quanto appare.
Capisco bene che i gestori dei comprensori sciistici, messi sempre di più con le spalle al muro dal divenire della crisi climatica e della situazione economica generale del paese, tentino in tutti i modi di preservare la propria attività, formalmente “negando” la criticità della situazione meteoclimatica (perché il sempre maggiore utilizzo della neve artificiale non è affatto un adattamento ai cambiamenti climatici, come a volte viene affermato, ma è la dichiarazione evidente di una sconfitta che, continuamente perpetrata, assume sempre più i contorni di un disastro), ma temo che, in molti casi sulle nostre montagne e in modo pressoché inevitabile su quelle bergamasche, questo tentativo sia già fallito qualche tempo fa e il reiterarlo ancora rappresenti veramente una sorta di bias cognitivo, tanto se visto come un consapevole rifiuto della realtà di fatto funzionale alla (presunta) difesa dei propri interessi, quanto se interpretato come l’inconsapevole, ingenua, imprudente speranza che alla fine, in stile Covid, «andrà tutto bene» (e no, per il Covid non è affatto andato tutto bene, lo sapete!)
[Foppolo, inverno 2022.][Monte Pora, marzo 2023.]Affidare delle attività economiche (i comprensori sciistici) dalle quali sovente dipendono in buona parte i territori montani che le ospitano, spendendo in essi milioni e milioni di Euro sovente pubblici per progetti senza una reale visione temporale strategica, sostanzialmente ignorando i dati scientifici che certificano l’evoluzione climatica presente e futura in quei territori – dicevo, affidarle a dei meri «sogni nevosi» evitando invece di elaborare uno sviluppo territoriale molto più sensato, organico e consono ai territori e ai tempi che corrono, be’, a me sembra veramente una cosa piuttosto grottesca e francamente assurda. Ciò, nonostante tutta la possibile “comprensione” che posso riservare ai gestori delle suddette attività economiche che tuttavia, in quanto tali, non possono (non dovrebbero) trascurare la più elementare logica della cultura d’impresa oltre che – e forse ancor più – la cura nei confronti dei territori naturali nei quali operano e che utilizzano come strumento funzionale alla propria attività, ma che, non bisogna dimenticarlo, sono un patrimonio collettivo di inestimabile valore il cui eventuale degrado rappresenta una rovina materiale e immateriale per chiunque.
«Sognare non costa nulla», dice quel famoso proverbio: ma quando si sogna l’inverosimile, se non già l’impossibile, non serve pure a niente. Meglio restare coi piedi per terra e più razionali, nel bene e nel male: è una semplice tanto quanto fondamentale questione di buon senso, che sulle montagne ha valore forse più che in ogni altro luogo.