Se l’autista (politico) è incapace, ogni veicolo è pericoloso!

Mettiamola così: il problema non è quello di avere a disposizione una fuoriserie performante dotata dei gadget più tecnologicamente avanzati oppure un’utilitaria scalcagnata coi paraurti arrugginiti, se poi al volante ci stanno guidatori incapaci di tenere in strada qualsiasi veicolo, in sesto o meno che sia. Si continueranno a registrare urti, collisioni, incidenti e guasti dovuti a imperizia fino a che – errare humanum est, perseverare autem diabolicum – non si finirà giù da un burrone, o qualche cos’altro di similmente definitivo.

Ma se è già folle lasciare certi “guidatori” al volante, ancor più folle è salire a bordo del loro veicolo, perché non ci si renda proprio conto del pericolo ovvero perché non si abbia voglia e forza di andare a piedi.

Ecco, la penso esattamente così. E se immaginate che lo stia pensando riguardo a questo, sappiate che sì, è proprio così.

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Uomini che uccidono donne? Tutto apposto, tutto normale!

Un diciassettenne che uccide la propria ragazza sedicenne e ne occulta il cadavere. Un ennesimo femminicidio, l’ultimo di una infinita serie, se possibile ancora più sconcertante vista la giovane età dei coinvolti.
Dunque: articoli sul giornale, servizi in TV, polemiche dacché “si poteva prevedere/evitare”, elencazione di altri casi simili, temporaneo clamore, chiacchiere varie e vane, interesse mediatico rapidamente declinante, silenzio. E nessuna autentica analisi di matrice scientifico-culturale della tragedia, tutt’al più qualche rapida intervista all’esperto di turno. Stop, fine.
Avanti con la prossima donna, e il suo relativo carnefice maschile. Come fosse ineluttabile.

Ecco, voglio ribadire una volta ancora l’impressione che ho in me assai vivida da tempo: il vero problema, il vero nocciolo della questione “femminicidi” – dramma immane senza se e senza ma, al di là di qualsiasi statistica – è che ormai tali tragedie stanno diventando “normali”, “ordinarie”, sovente gli articoli che informano sui casi sono ridotti a trafiletti nelle pagine interne dei giornali e i tiggì nemmeno ne riferiscono (il caso di Lecce fa scalpore per la giovane età della vittima, appunto). Per questo la gente comune – ovvero la cosiddetta “società civile” – sta perdendo la cognizione della loro spaventosa drammaticità, perdendo dunque via via pure gli strumenti culturali per contrastarne la diffusione – l’evidenza di quanto sia drammatica tale perdita di controllo è data proprio dall’espansione dei casi nelle fasce “laterali” della popolazione, ad esempio tra gli adolescenti, come visto. Peraltro, si tratta di strumenti culturali che dovrebbero essere propri di una comunità sociale avanzata ovvero che la società dovrebbe saper formulare e offrire: purtroppo è palese che ciò non avvenga, invece continuamente e cronicamente elargendo, la società stessa, orientamenti sessisti d’ogni sorta che relegano (ovvero imprigionano) implacabilmente la donna nel mero ruolo di oggetto, esponendola al pericolo costante d’un ambiente sociale nel quale non si sa concepire altro.

Come uscire da un tale spaventoso e crescente imbarbarimento? A mio modo di vedere, se ne esce soltanto con una rieducazione di massa che vada a colpire quei gangli antisociali e anticulturali che continuamente generano la condizione più adatta alla manifestazione dei femminicidi: ma è un processo che nel migliore dei casi – cioè in una società capace di recepire una tale rieducazione – può durare qualche generazione, giammai è cosa attuabile dall’oggi al domani. Ovviamente, posto che ci sia la ferma volontà di ogni parte sociale – istituzionale, politica, pubblica, collettiva, individuale – per attuare un processo culturale del genere: in tutta sincerità, a volte mi sorgono forti dubbi che una tale volontà ci sia.

D’altro canto – altra mia ferma convinzione – non possono essere coltivati adeguati strumenti culturali (d’ogni genere) in un terreno al quale si fa di tutto per renderlo sterile di cultura, in ogni senso. Così non fosse, non sarebbe affatto assicurato il dissolvimento della questione “femminicidi” o di qualsiasi altra di simile impatto, ma senza dubbio si agevolerebbe la consapevolezza diffusa della sua autentica portata e, dunque, ne verrebbe supportata la possibile risoluzione.
A meno che si accetti il fatto di vivere in una società nella quale sia “normale” e trascurabile il fatto che da decenni, tutti gli anni, più di 100 donne vengano uccise dai propri compagni. Considerando che, messe da parte le varie opinioni sui casi in diminuzione o le controversie sui dati (tutto profondamente stucchevole e meschino, in verità), anche un solo caso è e sarà sempre troppo.

La tragica normalità di un paese “analfabeta” in tutto, o quasi. Dopo Livorno, a chi toccherà?

L’articolo qui sotto riprodotto è datato 28 novembre 2013. Già, lo pubblicavo quasi 4 anni fa, qui sul blog, facendo un breve ma già significativo elenco di luoghi tragicamente colpiti da alluvioni e dissesti idrogeologici vari, chiedendo poi: a chi tocca, ora? Si sono aggiunte altre località, inevitabilmente: Livorno è solo l’ultima, coi suoi 8 morti (ai tempi invece era appena accaduta l’alluvione in Sardegna, da cui il riferimento nel titolo). Un’assurdità vera e propria, che definire “imprevedibile” non fa che acuirne la tragicità piuttosto di motivarla ovvero giustificarla.
E’ cambiato dunque qualcosa, in questi 4 anni? No, così come non cambiava nulla da decenni, nonostante i tanti morti. Cambierà qualcosa, nel futuro? No, ne sono certo, nonostante si continui a morire per poche ore di pioggia straordinaria: al solito, questo paese non sa risolvere i suoi problemi, anche quando macroscopici (vedi questo articolo, a riprova), dunque li rende cronici che, qui, è sinonimo di “normali”. Tragedie, morti, polemiche, scaricabarili, inchieste, assoluzioni, tarallucci e vino: il modus operandi resta questo e tutto va avanti uguale a prima, come nulla fosse accaduto. Quindi, ripropongo di seguito il suddetto articolo – attualissimo, ça va sans dire – e ripongo/ribadisco quella domanda, sempre più sconcertante e drammatica: a chi tocca, ora?

La tragica normalità di un paese “analfabeta” in tutto, o quasi. Dopo la Sardegna, a chi toccherà?

Italia_dissesto_idrogeologico
Alé, anche la Sardegna è entrata in elenco. Dopo Liguria, Toscana, Campania, Piemonte, Veneto… – un elenco parecchio lungo, in effetti.
A chi tocca, ora?
Sì, perché capiterà ancora, e mica bisogna essere Nostradamus per prevederlo. Lo intuiscono pure i sassi ormai, così come ormai conoscono tutta la prassi successiva a tali tragedie – sempre la stessa: le polemiche, i dibattiti in TV, l’allerta che c’era anzi no e la colpa è tua no è sua, i soccorsi in ritardo, i politicanti che dicono “siamo accanto a voi!” mentre con 10 minuti di elicottero volano sulle zone colpite per poi tornarsene nei propri palazzoni romani, gli sms da 2 Euro che siano lodati, certo, ma a volte si ha l’impressione che li abbiano inventati apposta per far mettere il cuore in pace a chi non è della zona e non sentire la colpa del pensare “meno male che è capitato a loro e non a me!”, i fondi stanziati ma che, chissà perché, non arrivano mai… Poi altre notizie occuperanno i servizi dei TG e le prime pagine dei giornali, le polemiche si placheranno, la gente troverà ben altro con cui distrarsi e tutto scivolerà via liscio come il marmo d’una tomba uguale a tante altre, l’ennesima anomalia muterà in normalità, esattamente come ogni altra che questo paese non è stato capace di risolvere e dunque ha pensato bene di rendere “normale”, appunto, di trasformare in regola. E’ normale che in Italia ci sia la mafia, è normale che i politici siano quel che sono, è normale che le strade siano piene di buche, è normale che per una partita di calcio dei “tifosi” si accoltellino. Tutte “regole”, tra le tante, e pure fedelmente rispettate – queste sì.
Ecco, anche il dissesto idrogeologico è regola, in Italia. Sempre i suddetti sassi lo sanno, ormai, che la penisola italiana da questo punto di vista è un territorio a rischio, eppure col tempo è diventato normale – ad esempio – costruire sul letto dei fiumi, se non addirittura dentro. Per poi piangere morti e devastazioni – così tante volte che ormai è cosa normale, vedi sopra. Se non fosse così, si cercherebbe di fare qualcosa, di sistemare tale anormalità, ma essendo ormai una cosa normale, mica richiede una soluzione, no? Il ragionamento fila, esattamente come fila la cosa più stupida e irrazionale nella mente dell’imbecille.
D’altro canto, è normale che un paese che ha deciso di ignorare e dimenticare di essere una delle culle mondiali della cultura, tanto da sputare in faccia a qualsiasi cosa di culturale per fare spazio – il maggior spazio possibile – all’idiozia generale, istituzionale e non, sia divenuto totalmente analfabeta anche nella lettura del territorio. Perché il territorio è elemento culturale, e il saperlo leggere, interpretare, comprendere, il sapersi adattare ad esso, è in tutto e per tutto cultura, è esercizio culturale. La si usa anche una definizione del genere, in questi casi: leggere il territorio, proprio come fosse un libro che trasmette certe nozioni, da capire, imparare e in base alle quali agire – è anche per questo che ne voglio parlare qui sul blog, in mezzo ai più disparati argomenti letterari e non solo.
Ma in Italia è ormai normale pure che al potere, sulle poltrone del comando, ci vadano i peggiori analfabeti civici – uso tale definizione cercando di trattenerne altre ben più scurrili. E dunque? Dobbiamo anche noi adattarci a tale imbecille analfabetismo? Siamo così ipnotizzati dalle mille e mille futilità che ci vengono propinate (panem et circenses, la regola è sempre quella!) da passare per emeriti cretini, e farci di conseguenza prendere per il sedere in modo tanto sfacciato?
Alla fine, la scelta è sempre nostra, e nostra può essere l’azione contro chi devasta il territorio – il nostro territorio – per poi presentarsi in giacca e cravatta di fronte alle bare piagnucolando e assicurando che “io non centro nulla!”, oppure per mostrarsi in qualità di benefattore al solo scopo di intascarsi una bella fetta di soldi stanziati per l’emergenza – ah, ecco: l’emergenza all’italiana, altra normalità ormai ben consolidata!
O la smettiamo con ‘sta immonda e letale tiritera, ovvero ci riprendiamo in mano il nostro territorio togliendolo dalle mani di politici e affaristi criminali, oppure prepariamoci ad aggiungere il nome di un’altra zona del paese a quell’elenco citato in testa all’articolo – magari proprio quella in cui abitiamo: chi può dirlo che non sarà così? Ah, e nel caso, smettiamo pure una volta per tutte di considerarci cittadini di una “democrazia”! Questa sì, una cosa che dovrebbe essere normale e invece è diventata ormai una sconcertante anomalia!

Corrispondenza e corrispondenze…

Dunque: la prima immagine è del 1899; la seconda è odierna. Le altre differenze scovatele voi.

P.S.: post “calorosamente” dedicato al servizio postale nazionale e alla sua prodigiosa capacità – ormai storicizzata, peraltro – di “perdere” (diciamo così, sarcasticamente) parecchia della corrispondenza a me spedita. Ma mi consolo, suvvia: spero infatti che qualche postino negli anni si sia fatto ottime letture, con i libri e i periodici a me mai pervenuti ovvero con quelli da me spediti e mai giunti a destinazione.

P.S.#2: anticipo una eventuale osservazione: no, il servizio postale italiano, a differenza di analoghi servizi postali di altri paesi europei, al momento non sta sperimentando alcun recapito della posta tramite droni, cioè con qualcosa di paragonabile a quanto immaginato nel 1899. Per carità, prima che “perdano” pure quelli!

Luca Bizzarri a Palazzo Ducale di Genova: c’è da ridere, o c’è da piangere?

Sta facendo molto scalpore la nomina del noto comico televisivo Luca Bizzarri alla guida di Palazzo Ducale, la più prestigiosa e importante istituzione culturale genovese – inutile che vi riassuma qui la vicenda, trovate di tutto e di più un po’ ovunque sul web; tutt’al più, come approfondimento più consapevole di altri, leggete quest’articolo di Artribune.

Sinceramente, di primo acchito, io nella vicenda ci vedo molto meno male di tanti altri (le cui rimostranze capisco perfettamente, d’altronde) e principalmente per due motivi: primo, la nomina è stata totalmente politica (un accordo tra comune e regione, che “puntavano su un genovese famoso capace di attrarre sponsorizzazioni”, sic!) e in politica si sa che da tempo ci finiscono da tempo i più incompetenti al riguardo che la società civile nostrana sappia esprimere, dunque – non me ne voglia, Bizzarri – la suddetta nomina appare del tutto “consona”. Secondo, e nonostante quanto appena detto, non è affatto automatico che una persona non competente nel campo che gli è stato affidato ma considerabilmente dotata di passione, buon senso e voglia di fare, farà certamente peggio di altre figure professionali proprie del settore in questione e dotate di confacenti titoli accademici ma assai meno vogliosi/capaci di/interessati a costruire qualcosa di buono e proficuo per l’istituzione che dirigono e la città che ne è sede.

Bene: posto ciò, a non voler veder tutto nero, appunto, la cosa potrebbe anche stare in piedi, pur con tutti i naturali dubbi del caso. Tuttavia questo non giustifica il voltarsi dalla parte opposta per non vedere la “mannaia di principio” che pende sopra la questione, e che si può estrinsecare in una domanda fondamentale: ma allora, le competenze che uno acquisisce con lo studio e l’esperienza professionale, non valgono più nulla, oggi? Ovvero: che serve acquisire ampie e alte competenze in un certo campo se poi si viene bellamente scavalcati da chi tali competenze non ha ma viene ritenuto d’ufficio (a torto o a ragione, ma certamente senza alcuna reale giustificazione iniziale) “migliore”? Insomma – rendo ancora più comprensibile l’interrogativo e il nocciolo della questione: a ‘sto punto se chiedo di essere assunto come direttore di un centro di ricerca aerospaziale, perché non dovrebbero accettare la mia domanda, se ben “raccomandata” dai politici giusti? Certo, non ho competenze in materia, né accademiche né professionali, ma fin da piccolo sono sempre stato affascinato dai viaggi spaziali, forse anche più di tanti che nel settore ci lavorano con incarichi di alto profilo! Quindi, che diamine, se il principio è lo stesso – e considerando da quanto tempo ormai viene applicato all’attribuzione degli incarichi politici, peraltro…

Ecco, ironie a parte, ci siamo capiti. Ribadisco: il problema non è della persona in questione (che sicuramente è migliore e più brillante di chissà quanti funzionari pubblici o pseudo-tali) e, appunto, nemmeno di ciò che andrà a fare. È un problema, e sempre più grave, di credibilità: delle istituzioni politiche in primis e poi, per inesorabile, drammatico contagio, di quelle culturali e dell’intero sistema-paese, sempre più conformato a visioni, cognizioni e modus operandi bizzarri (appunto!) quando va bene, illogici se non deviati e fraudolenti, dunque assai deleteri, quando va peggio – cioè la maggior parte delle volte. È il problema del sistema politico che governa questo paese, un sistema ormai da tempo marcescente che altrettanto tale sta rendendo il paese stesso in modo sempre più esteso e inesorabile, trasformandolo nello spaventoso specchio della sua decadenza. Alla quale, sinceramente, spero che Luca Bizzarri e il “suo” Palazzo Ducale di Genova sappiano sfuggire: ma chissà se veramente glielo concederanno, o se saranno l’ennesima vittima del Moloch istituzional-politico italico.

P.S.: ma poi, scusate: e Paolo Kessisoglu? Tagliato fuori? E perché?