In cammino per le Cime Bianche e per tutti noi

Le montagne di adesso. Violentate e sporche. Invase come un supermarket, vendute come volgare merce, comperate e divorate con l’avidità di consumare tutto.

[Bianca di Beaco in Le montagne del ricordo, su “Liburnia”, annuario della sezione di Fiume del Club Alpino Italiano, 1982.]

Tornano alla mente anche le parole di Bianca di Beaco – grande alpinista, ecologista ante litteram, tenace e rispettosa difenditrice dei diritti civili, persona di grandi doti intellettuali e umane – pensando a come vorrebbero devastare il meraviglioso Vallone delle Cime Bianche piazzandoci le ennesime funivie per ingrassare il business dell’industria dello sci, veramente violentando e vendendo un territorio e un paesaggio di immenso valore naturalistico e identitario «come volgare merce, comperato e divorato con l’avidità di consumalo tutto» spendendo centinaia di milioni di Euro di soldi pubblici. Così vendendo e consumando non solo l’anima del luogo ma pure quella di chi lo abita, lo vive, lo frequenta, lo ama. Un delitto nel senso più compiutamente umanistico del termine, insomma.

Per questo il Vallone delle Cime Bianche ha bisogno di essere difeso da chiunque ami le montagne, e domani mi auguro che saremo in tanti a manifestare questa volontà di tutela con “Una Salita per il Vallone 6”: nelle immagini lì sopra vedete come lo potremo fare. Perché – lo ribadisco una volta ancora – salvaguardare le Cime Bianche significa tutelare tutte le nostre montagne e con loro noi stessi, tutti quanti.

Vade retro “panchine giganti”! Sulla nuova, singolare seduta d’autore al Pian delle Masche, in Piemonte

Quando ho letto sul web la notizia di una nuova «seduta d’autore per fermarsi ad ammirare il paesaggio» installata ai 1953 metri di quota del Pian delle Masche, nei pressi della Bocchetta di Rosta tra la Valle Soana e la Valle di Ribordone (Piemonte, ai confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso), confesso di aver pensato: ecco, un nuovo segno antropico invasivo e inutile che deturpa un luogo montano! Un pensiero immediato e impulsivo, certo, ma d’altro canto motivato dalle tante, troppe opere banalissimamente turistiche piazzate qui e là sulle montagne in preda alla solita, fasulla “valorizzazione” dei luoghi perpetrata senza alcun rispetto per essi e tanto meno senso logico e gusto estetico.

Poi, continuando la lettura della notizia, ho saputo che «L’opera porta una firma illustre: è stata infatti disegnata dal Professor Arch. Antonio De Rossi, architetto del Politecnico di Torino e firma d’autore nel campo delle strutture architettoniche di montagna». De Rossi, uno dei maggiori esperti di territori e architetture montane, che firma una panchina turistica? – mi sono chiesto. No, impossibile, ci deve essere dell’altro.

Ho dunque approfondito la questione e infatti ho potuto appurare che c’era – c’è dell’altro, anche grazie ai dettagli che mi ha raccontato lo stesso Antonio De Rossi, che ho la gran fortuna di conoscere.

[Una veduta di Pian delle Masche. Immagine tratta da www.facebook.com.]
L’iniziativa è nata da un’intuizione dei proprietari degli alpeggi del Vallone di Guaria, sul versante valsoanino, desiderosi di offrire ai visitatori un punto di sosta speciale per ammirare lo straordinario panorama circostante; ma in principio l’idea effettivamente mirava a un ennesimo manufatto in stile “panchina gigante”. Il luogo scelto, tuttavia, non è dei più ordinari: il Pian delle Masche, come si evince dal nome, è legato alle leggende delle streghe della tradizione piemontese, le masche o mahque in patois, che lassù – si racconta – arrivavano volando per celebrare i loro sabba notturni, ballare, preparare incantesimi e stabilire quali disgrazie portare a valle. Eppure quello stesso pianoro, alla luce del giorno, diventava un luogo di festa: già nell’Ottocento si raccontava che, in occasione della festa del sottostante santuario di Prascondù, gli abitanti salissero fin lassù per ballare e divertirsi. Altre ricostruzioni ricordano un appuntamento tradizionale alla fine di agosto. Dunque, secondo i racconti popolari, di notte al Pian delle Masche, danzavano le streghe mentre di giorno danzavano i montanari, ed è questa una delle suggestioni più affascinanti del luogo: per generazioni la gente è andata a festeggiare nelle belle giornate lì dove non avrebbe mai avuto il coraggio di passare da sola dopo il tramonto.

In un luogo così particolare, simbolico e culturalmente identitario per il territorio circostante, De Rossi, i margari e gli amministratori locali, in testa il sindaco di Ronco Canavese Lorenzo Giacomino (che per primo in loco ha rifiutato l’idea di una big bench dimostrando una volta ancora il suo notevole buon senso e la relazione autentica con la propria valle), hanno dunque ragionato su una seduta dalle dimensioni ridotte che riprende il tema ottocentesco dei piloni trigonometrici per le misurazioni cartografiche, con la suggestiva aggiunta di simboli di magia bianca che un fabbro ha interpretato alla sua maniera. Ne è venuto fuori un oggetto dimensionalmente molto contenuto, come detto, certamente originale e suggestivo: non una semplice panchina, né una ennesima, orribile “Big Bench”, ma una vera e propria opera d’arte integrata nel paesaggio, pensata per celebrare il tempo lento, la contemplazione e le leggende alpine. Un manufatto che, se da un lato invita all’attenzione, alla contemplazione e alla conoscenza delle montagne e delle valli che chi sale lassù può osservare, dall’altro fa da catalizzatore alle suggestioni popolari e alla cultura tradizionale locale, facendosi strumento di dialogo e di relazione tra genti, territori, paesaggi, storie, saperi, leggende, superstizioni e in ciò trovando senza dubbio un senso logico e una contestualizzazione compiuta con il luogo: doti che quei tanti altri manufatti banalmente turistici quasi mai presentano, diventando per ciò elementi inquinanti se non degradanti i luoghi che vorrebbero “valorizzare”.

Certo, qualcuno potrebbe continuare a pensare che, nonostante ciò che ho osservato finora, la seduta di Pian delle Masche rappresenti comunque un segno antropico inutile e invasivo. Può essere e ogni opinione consapevole e articolata al riguardo è legittima (non nego che pure a me qualche dubbio resta), ma è innegabile che alla base della sua realizzazione sia stato messo un senso, una logica e una congruità tanto con il luogo e le sue peculiarità quanto con la realtà storia di quei manufatti alpini – i segnali trigonometrici, o vertici geodetici, che sono serviti per mappare montagne e valli ovvero per riconoscere il mondo abitato e viaggiato dagli uomini – che, in modo più o meno apprezzabile aiutano da secoli a entrare in relazione con i luoghi, i paesaggi circostanti, la geografie fisiche e antropiche locali, le storie e culture che li caratterizzano. Tutte peculiarità che le “big bench” nemmeno si sognano e parimenti saprebbero manifestare!

1 agosto 2026: per capire che salvare il Vallone delle Cime Bianche è salvarne l’anima e quella di noi tutti

Bisogna capire che salvare il paesaggio della propria terra è salvarne l’anima e quella di chi l’abita.

Così scriveva nel 1962 Andrea Zanzotto, uno dei più importanti poeti e letterati italiani del secondo Novecento, che già allora aveva compreso il pericolo insito nel boom economico e nella cementificazione selvaggia di ogni ambito naturale sfruttabile e “valorizzabile”. Leggere queste parole più di sessant’anni dopo e dover constatare che ancora si possa pensare di “uccidere” il paesaggio rimasto intatto e libero da antropizzazioni eccessive senza comprendere la gravità presente e ancor più futura di un tale atto, come se la nostra civiltà non avesse costruito già fin troppo ovunque, è inquietante e rabbrividente. E lo è in misura maggiore quando ad essere minacciati da certe devastazioni sono territori di grande pregio ambientale come quelli montani, nonostante le misure di tutela attive e, pure qui, come se tra i monti non si sia costruito già abbastanza, spesso degradando interi luoghi per assoggettarli – soprattutto – al turismo di massa.

Il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta, è un esempio particolarmente emblematico di ciò, anche per come si tratti di un lembo di territorio d’alta quota di bellezza assoluta posto tra versanti già ampiamente sfruttati da impianti e piste da discesa. Qualsiasi persona dotata di senno, sensibilità e buon senso civico comprenderebbe all’istante il perché, per le circostanze suddette, il Vallone sarebbe da tutelare in maniera ancora più stringente che altri luoghi, mantenendo intatto il suo inestimabile paesaggio alpestre. Invece, ancora, come fossero fermi al secolo scorso, alcuni personaggi continuano a voler imporre al Vallone un devastante mega-impianto funiviario al solo scopo di unire i comprensori sciistici di Cervinia-Valtournenche e del Monterosa Ski.

La distruzione della Natura montana per puro lucro, insomma, senza alcuna attenzione per il suo valore paesaggistico, ambientale, culturale, sociale, senza nessuna cura per ciò che rappresenta nel presente e nel futuro di questo lembo delle Alpi occidentali. Cito ancora Zanzotto:

Mai come oggi l’uomo si è staccato dalla Natura, che oggi troviamo morente, condannata. Non ci sono parole sufficienti a parlare delle devastazioni del paesaggio.

Ecco, non ci sarebbero parole sufficienti per parlare della possibile devastazione del Vallone delle Cime Bianche, ma non saranno abbastanza sufficienti le azioni da mettere in atto per difenderlo e tutelarlo da progetti così insensati. Ancor più perché in questo caso gli uomini che si sono staccati dalla Natura – delle proprie montagne – sono i governanti della Valle d’Aosta: coloro che dovrebbero rappresentare i primi e più acerrimi difensori delle montagne valdostane da distruzioni del genere sono invece i principali promotori della loro distruzione. Non ci sono parole, appunto.

Ma un’azione da mettere in atto, prossimamente, c’è ed è ormai tra le più attese da parte di chi ha realmente a cuore il destino delle montagne: la sesta edizione di “UNA SALITA PER IL VALLONE”, la camminata promossa dal Progetto Fotografico “L’Ultimo Vallone selvaggio. In difesa delle Cime Bianche”, e dal Comitato “Insieme per Cime Bianche”, che annualmente raduna centinaia di sostenitori della causa di conservazione del Vallone per manifestare concretamente il sostegno alla causa e rappresentare fattivamente la massa critica che chiede di non svendere, svilire e distruggere il Vallone.

Quest’anno si terrà sabato 1° agosto: parteciparvi è importante perché è un bellissimo evento e perché, come ho detto più volte e ribadisco, quello delle Cime Bianche è uno dei casi più emblematici di «assalto alle Alpi» in corso: difendere il Vallone, e vincere la battaglia per la sua tutela, significa difendere e tutelare ogni altro luogo sottoposto a simili minacce sulle nostre montagne.

Dunque, ci vediamo sabato 1° agosto prossimo alle ore 08:30 a Saint Jacques, in Val d’Ayas. Nelle immagini trovate tutte le informazioni utili per partecipare.

LUNGA VITA AL VALLONE DELLE CIME BIANCHE!

Per contribuire alla difesa del Vallone:

Qui invece trovate alcuni dei numerosi articoli che nel tempo ho dedicato al Vallone delle Cime Bianche e alla causa in sua difesa e conservazione. Se tuttavia cercate nel blog ne trovate altri.

Sul nuovo ponte sospeso della Valvarrone, che sarà pronto a ottobre

[Foto di Simone Belletti, tratta da www.laprovinciaunicatv.it.]
In Valvarrone, tra le montagne della provincia di Lecco che si affacciano sull’alto Lago di Como, continuano i lavori per il “Ponte dei Minatori”, la nuova passerella sospesa (o ponte tibetano) ad uso turistico che, una volta terminata, sarà la più alta d’Europa, e di contro io continuo a pensare, come ho già rimarcato più volte in passato, che il ponte per il territorio in questione rappresenta un’opera fuori contesto e che nel tempo produrrà numerosi disagi alla popolazione locale e degrado paesaggistico e culturale del luogo.

Secondo i promotori, il “Ponte dei Minatori” (finanziato con capitali privati, per fortuna) «potrà contribuire a proiettare la valle in una dimensione internazionale, attirando visitatori da tutta Europa e trasformandosi in un nuovo simbolo dell’offerta turistica del comprensorio.» Affermazioni che, con rispetto parlando, a me sembrano fin troppo pompose e parecchio alienate dal contesto che è la Valvarrone, una delle zone del territorio lecchese più affascinanti ma pure di più difficile accesso viabilistico, assolutamente non adatta a un turismo troppo cospicuo e massificato. Sostengono, i promotori del ponte, che esso «rappresenta il fulcro di un più ampio progetto di valorizzazione della Valvarrone. Accanto al ponte sono previsti interventi di recupero dei sentieri storici e iniziative dedicate alla valorizzazione dell’antico patrimonio minerario, con l’obiettivo di rilanciare il borgo di Lentrée e creare nuove opportunità di sviluppo economico e turistico.» Mi auguro vivamente che non siano parole gettate al vento come le precedenti pur di giustificare un’opera così impattante sul paesaggio locale e che dietro di esse vi sia realmente un piano di sviluppo socioeconomico e culturale a lungo termine del territorio al cui centro vi sia la sua comunità e le necessità atte alla sua residenzialità stanziale e dignitosa, prima che il godimento ludico-ricreativo del ponte da parte dei turisti (legittimo ma non certo preponderante sul primo obiettivo). Tuttavia, ribadisco, di questi aspetti ne ho già scritto a lungo, in passato, naturalmente beccandomi gli improperi di alcuni locali che evidentemente non amano il confronto civile delle idee. Amen!

Posto quanto avete letto fin qui, resto ben fermo nella mia convinzione che l’idea alla basi di tali attrazioni turistiche sia di mero sfruttamento consumistico del territorio, espressione di un modello turistico da “luna park alpino” sostanzialmente estrattivo, che punta sulla quantità di presenze (da poter poi vantare sui media come “successo” dell’opera) più che sulla qualità della proposta turistica, che è tale – ribadisco – quando apporta vantaggi innanzi tutto alla comunità locale, oltre che generare un’esperienza interessante per i visitatori. Di tali grandi ponti sospesi in Italia ce ne sono ormai una cinquantina oltre a innumerevoli di taglia più piccola, e altri se ne realizzeranno – ovviamente ad inseguire record europei o mondiali di altezza e di lunghezza che sembrano tanto un gioco a dimostrare «chi ce l’abbia più lungo» (il ponte, ovviamente). Quando opere del genere diventano così seriali, emerge viepiù nitidamente la loro banalità – basti vedere le centinaia di panchine giganti tutte uguali, tutte inutili – che inevitabilmente genera una fruizione di esse altrettanto banale: si trasformano in mere attrazioni da selfie, «adrenaliniche», «mozzafiato» e tutte quelle altre cose che in queste circostanze denotano ormai chiaramente una qualità turistica scadente.

Come scrivevo quasi esattamente un anno fa (il 24 luglio 2025) qui sul blog, non mi resta che augurare alla Valvarrone di non subire troppe conseguenze negative da quanto gli sta per essere imposto, e ai suoi abitanti di continuare la riflessione più approfondita e genuina sul futuro del loro territorio, su cosa veramente essi chiedono e vogliono per le loro montagne e i loro paesi, continuando di concerto a coltivare e alimentare la relazione culturale con i luoghi abitati e vissuti. Anche ora che un enorme manufatto d’acciaio funzionale principalmente al mero divertimento turistico spezzerà l’armonia naturale e disturberà la visione del peculiare paesaggio della valle. Paesaggio che è fatto anche dei suoi abitanti, i quali dunque è come se ora si ritrovassero “addosso” quel ponte. Spero almeno che se ne rendano conto di ciò e di cosa potrà comportare in futuro.