La sedentarietà

La sedentarietà fisica e le cattive abitudini dei ragazzi italiani di oggi, segnalate in questi giorni da alcuni articoli (come questo, da cui traggo anche l’immagine in testa al post), sono sempre l’effetto della sedentarietà mentale e della cattiva coscienza dei loro genitori. Sempre.

Genitori che, lo dico con molta franchezza, in certi casi è una tragedia che lo siano diventati, soprattutto per i loro poveri figli – ho disquisito al riguardo anche qui. I quali, mi auguro, si possano recuperare e possano redimersi da tale “disgrazia” subita prima che, a propria volta, diventino adulti e decidano di assumere la responsabilità di educare le future generazioni, in modo ben più virtuoso e coscienzioso rispetto a troppe madri e troppi padri odierni.

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L’estasi smarrita

Ho visto un bambino di due anni, che non aveva mai lasciato Londra, in occasione della sua prima passeggiata in campagna. Era inverno e tutto intorno non vi era che fango e umidità. Per l’occhio dell’adulto non vi era nulla di piacevole, ma il bambino fu colto da una strana estasi; si inginocchiò sulla terra umida e nascose il viso nell’erba, emettendo inarticolate grida di delizia. Quella gioia che egli stava provando era primitiva, semplice e profonda. Il bisogno organico che in quel momento veniva soddisfatto è così profondo che coloro nei quali è spento sono di rado completamente sani.

(Bertrand RussellLa conquista della felicità, traduzione di Giuliana Pozzo Galeazzi, Longanesi & C., Milano, 1969, cap. IV; 1969, pag. 63; ultima ediz. it. TEA, 2003. Orig. The Conquest of Happiness, 1930.)

La cicogna e la Terra piatta

È appena passata in volo una cicogna, sopra il mio ufficio, l’ho vista dalla finestra.
Ci fosse stato qui un terrapiattista, avrebbe certamente esultato per la nascita di un bambino.

Un asilo di mocciosi troppo cresciuti

A volte il mondo degli adulti – che poi è ciò che viene ordinariamente identificato con “la società” – in verità mi sembra un asilo pieno di bambinetti mocciosi, viziati, stupidi e insolenti troppo cresciuti. Un asilo dal quale le maestre siano fuggite via dalla disperazione, così che quelli, privi di controllo, possano dire e fare tutto ciò che gli pare, ovvero quello che la loro “mocciosaggine” li fa credere e sentire liberi di poter fare.

P.S.: e a quanto pare non è solo una mera impressione, la mia.

Gianni Rodari e il grembiule a scuola

Secondo me una classe non è veramente disciplinata quanto ascolta immobile e impassibile le spiegazioni del maestro, pena un brutto voto in condotta, ma quando sta facendo una cosa interessante, così interessante che a nessuno viene in mente di guardare dalla finestra, o di tirare le trecce alle bambine, o di leggere un fumetto sotto il banco.

(Gianni Rodari su Il Corriere dei Piccoli, 1968.)

Già: se all’indossare o meno un grembiule a scuola si associa un concetto di “ordine” (o meno), allora quel grembiule diventa una mera “uniforme”. Che uniforma, appunto: omologa, normalizza, massifica. Quando invece l’ordine, in una scuola, è una virtù culturale in quanto frutto della qualità del suo lavoro didattico: che non massifica mai, anzi, che esalta le doti individuali degli alunni aiutandoli a trovare per ciascuno la propria strada – accademica, professionale, specialistica, creativa… – nel futuro. Vestiti come si vuole: con gusto, ovviamente, ma come si vuole. Ecco.