Vivere di ipotesi

Il nostro mondo contemporaneo vive di ipotesi. Ipotizziamo qualsiasi cosa, congetturiamo su tutto, supponiamo, speculiamo e poi “crediamo” prima ancora che vi sia motivo di credere – dacché rendiamo “verità credibile” ciò che ancora non lo è e probabilmente mai lo sarà ma ipotizziamo che lo possa essere, appunto – e tutto ciò, a quanto sembra, non per cercare di comprendere e prepararci a quanto ci aspetterà nel futuro ma proprio per sfuggire alla realtà, per trovarvi sempre una via di fuga, per non perdere tempo nel cercare quei riscontri oggettivi che prima o poi un’ipotesi credibile li rendano realtà e verità effettiva. Anzi, si fa l’opposto: si producono ipotesi sulle e dalle ipotesi, in ogni ambito (sociale, economico, politico, ma anche in quelli privati) ci si allontana sempre più dall’obiettività e dalla tangibilità, fino a che ogni logica viene a cadere e, di conseguenza, pure l’ipotesi più strampalata, più assurda, più folle, viene ritenuta credibile.

Stiamo trasformando la realtà del nostro mondo nella pallina che ruota in una roulette, un incessante (ma incompreso) gioco d’azzardo con la nostra esistenza quotidiana, solo che decidiamo come comportarci e agire ancora prima che esca il numero.

È una probabile conseguenza dell’esserci da tempo impantanati in un eterno presente col quale fare di tutto per dimenticare il passato e ignorare il futuro, come scrivevo già qui. Ma tale “presente“ è una dimensione che cronologicamente non esiste, in verità, dunque che non può dare alcuna utile e genuina certezza: per questo, insomma, che viviamo viepiù di ipotesi. Col rischio che quella roulette, con questo andazzo, diventi inevitabilmente russa.

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L’Italia come un “Truman Show”


Secondo me, potrebbero veramente aver ragione quelli che sostengono che l’Italia, in quanto istituzione, in verità non esiste più da un pezzo, trasformata in un gigantesco esperimento socio-politico attraverso il quale testare e gestire il comportamento di una comunità pubblica sottoposta a governi e assetti istituzionali sempre più scadenti e degradanti, al fine di elaborare conseguenti modelli di valore assoluto utili alla gestione di eventuali situazioni similari in paesi più evoluti.

Un po’ come quando si fanno i test di rottura dei materiali simulando le condizioni più critiche possibili, così da determinare limiti di sicurezza che siano ampi e dunque includenti nel relativo range una casistica altrettanto ampia e completa. Un Truman Show socio-politico su vasta scala, ecco, applicato al paese più adatto allo scopo in forza della sua scarsissima identità nazionale e dell’altrettanto pessima condizione della sua società civile. Già.

L’ex ministro Tremonti mangia i libri?

Che abbia detto «con la cultura non si mangia» o «la cultura non si mangia» (frase comunque stolta, a prescindere), l’ex ministro italiano Giulio Tremonti ha pubblicato un altro libro. Sì, perché ne ha pubblicati altri da quando proferì quella frase – almeno quattro. Libri che, peraltro, sono gli oggetti culturali per antonomasia, gli strumenti fondamentali per la diffusione della cultura – è pure inutile evidenziarlo. I quali, se non ci si può nutrire né metabolicamente né metaforicamente, e se si è pienamente consapevoli del loro valore culturale, non dovrebbero nemmeno essere scritti e poi pubblicati, o no?

Dunque, nel principio, o l’ex ministro è un ipocrita oppure è proprio come quella sua frase.

Ergo, sarà pure un buon libro ricco di spunti interessanti, non lo metto certo in dubbio, ma si merita che nessuno lo acquisti. A meno che qualche allotriofago non voglia farne un (per lui) gustoso spuntino, ecco.

Il PIL

Evviva, nella classifica del PIL dei paesi della UE l’Italia è secon…

Ah, no.
È la bandiera dell’Irlanda, quella.

P.S.: sia chiaro, sono tra quelli che pensano che il PIL non possa e non debba essere l’unico dato sul quale basare la determinazione del benessere e della ricchezza di un paese, anzi, credo che fare ciò generi danni non indifferenti che già la storia (recente soprattutto) registra in maniera indiscutibile. Il PIL è l’addendo di una somma che ha altri addendi, non può mai essere direttamente il risultato di essa. Ma, indubbiamente o ineluttabilmente, qualsiasi pur virtuoso idealismo deve fare i conti con la realtà oggettiva, almeno finché non lo si realizzi concretamente, e dunque non si può ignorare il PIL in qualità di dato analitico capace di dare una buona indicazione circa lo stato di salute di un’economia nazionale. Ovvero, in tal caso, la permanenza di uno stato pressoché cadaverico.

(Cliccate sull’immagine per saperne di più.)

Per una nuova politica culturale (e una rinnovata cultura politica)

[…] Quando la cultura viene considerata seriamente nelle agende della politica economica, si fa generalmente riferimento alla sua accezione socio-antropologica, un aspetto che peraltro riceve giustamente una grande attenzione in questo contesto storico in cui la ‘multiculturalità’ è una sfida che mette alla prova in fondo sostanziale i fondamenti stessi dell’ordine sociale e incide profondamente sulle logiche politiche della formazione e del mantenimento del consenso. […] Tuttavia, questa attenzione crescente non si accompagna ad un analogo interesse per la cultura come forma intenzionale e specializzata di produzione del significato, ovvero per tutte le forme di espressione che siamo abituati ad associare al termine ‘cultura’ nella sua accezione più ristretta: il teatro, la musica, le arti visive, il design, il cinema, e così via.
L’interesse verso questa accezione più specifica e limitata della cultura sembra limitato dal fatto che tali forme di espressione vengono generalmente confinate nella dimensione dell’intrattenimento – un ambito di attività sicuramente importante e utile, ma allo stesso tempo marginale e anzi quasi contrapposto all’urgenza e spesso alla drammaticità insita nelle sfide sociali più eclatanti. […] Questa visione riduttiva del ruolo della cultura nella sua accezione più ristretta nel contesto delle grandi sfide sociali è piuttosto miope e la ragione è la mancata capacità di comprendere quanto la produzione consapevole del significato, e l’accesso alle esperienze il cui unico scopo è appunto l’esperienza del significato, esercitino una influenza profonda su alcune delle dimensioni fondamentali del comportamento umano, e in particolare tanto della dimensione cognitiva che di quella emozionale che sono alla base di tali comportamenti. […]
La frequente assenza di una specifica presenza della cultura tanto nel quadro degli obiettivi che in quello degli strumenti delle politiche è quindi il segno di una arretratezza concettuale e metodologica che non può permanere, soprattutto in una fase nella quale molte delle sfide sociali più urgenti si prestano ad essere almeno parzialmente reinterpretate in una chiave ‘culturale’. Questo vale per il multiculturalismo e la coesione sociale (in cui le due dimensioni della cultura, quella allargata e quella più ristretta, interagiscono in modo complesso e sottile), per la sostenibilità socio-ambientale, per il benessere e la salute, ma anche per le nuove sfide della società della conoscenza e dell’intelligenza artificiale.

(Alcuni brani – a mio parere estremamente interessanti e da meditare – tratti dall’articolo di Pier Luigi Sacco Verso una nuova stagione di politica culturale, pubblicato quale postfazione nello Speciale 2018 – Studi e Ricerche de Il Giornale delle Fondazioni. Cliccate qui per leggere l’articolo nella versione completa, oppure cliccate sull’immagine lì sopra per scaricare la versione pdf dello Speciale.)