Oscar Peer, “Il ritorno”

Prima o poi la vita impone a chiunque qualche forma di ritorno: a un luogo, a una situazione quotidiana precedente, a un passato che torna presente, a persone più o meno care, a un’idea o a un sogno. Ritorni verso condizioni che si sono lasciate per scelta libera o forzata, per buone cause o decisioni sbagliate oppure perché la vita stessa ha presentato imprevisti che le hanno cambiato drasticamente il corso. Ritorni che non sempre si presentano facili, anzi: di frequente la condizione vitale imposta dal “ritorno” appare ostica, tribolata, inquieta anche perché priva di quei riferimenti che prima, nel bene e nel male, ne marcavano e definivano la dimensione quotidiana e poi sono cambiati o non ci sono più, sostituiti da altri verso i quali la relazione è difficile. In effetti, quello del ritorno non è mai uno stato riferito direttamente e unicamente a chi ne è soggetto, al contrario: coinvolge l’intero ambiente sociale in cui si torna, al punto che il “ritornante” vi si ritrova non solo spaesato ma pure sottomesso e alienato.
E non c’è molta differenza, nella sostanza, tra ritorni affrontati e vissuti in ambienti differenti, ad esempio in una grande città dalla quale si era partiti oppure in un piccolo villaggio di montagna. Semmai, in questo secondo caso la sociologia alla base della situazione appare più condensata nella dimensione della comunità e dunque più evidente nella sua sostanza – nel bene e nel male, di nuovo.
Il momento della ricomparsa del contadino Simon in un piccolo villaggio dei Grigioni, dopo tre anni trascorsi in prigione per un omicidio colposo (ha scambiato un compaesano per un cervo, durante una battuta di caccia, e lo ha ucciso) è proprio ciò che racconta Oscar Peer ne Il Ritorno (Edizioni Casagrande, 2006, traduzione dal romancio di Marcella Palmara-Pult; orig. Accord, 1978.), forse il romanzo più famoso e suggestivo dello scrittore svizzero di lingua romancia []

(Leggete la recensione completa de Il ritorno cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

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Le strade italiane e quelle di un altro pianeta

In Svizzera, nei prossimi anni verranno spesi un bel tot di milioni per pavimentare centinaia di km di strade con asfalto fonoassorbente, per ridurre il rumore e di conseguenza aumentare il benessere sonoro delle zone abitate adiacenti a tali strade.

In Italia – e io risiedo mio malgrado ben vicino al confine con la Confederazione – non si hanno nemmeno i soldi per tappare le buche presenti su qualsiasi strada, le quali basta uno scroscio di pioggia e si trasformano in pericolose voragini.

Ecco.

In effetti, per andare su un altro pianeta mica bisogna avere un’astronave e percorrere miliardi di chilometri. Ne bastano pochi e un’auto. E pure degli pneumatici di scorta in buono stato, finché non si arriva su quel “pianeta” così vicino e così lontano.

Tutti montanari, ma di un’altra razza

La mattina presto si sfalcia senza fatica. Di tanto in tanto bisogna affilare la falce con la cote che si porta nel bossolo allacciato alla cintura. La pietra dev’essere bagnata: c’erano bergamaschi, livignaschi o trepallesi che la portavano in tasca, prima di arrotare dovevano sputarci sopra, il che fino mezzogiorno richiedeva una notevole quantità di saliva, ma molti di loro ciccavano e la bocca restava umida; oppure ogni tanti pisciavano sulla cote, cosa che secondo loro la rendeva molto più mordente. Quelli erano appunto dell’altra parte, montanari anche loro, ma un’altra razza. I contadini qui hanno il portacote alla cinta e quando falciano si sente il cloc cloc della cote. Ogni tanto quando non c’è più niente da bere e non ci sono ruscelli in vicinanza, mandano i bambini a prendere l’acqua col bossolo e l’acqua ha il gusto di legno e di terra.

(Oscar Peer, Il Ritorno, Edizioni Casagrande, 2006, traduzione dal romancio di Marcella Palmara-Pult, pag.24.)

Alessandro Busci, Lugano

Se siete di/a Lugano, se dovete andarci o se volete visitare la bella città elvetica sull’omonimo lago, da martedì 7 maggio dovete passare da The View a visitare La Montagna e il Cielo di Alessandro Busci, allestita nella location di Paradiso in collaborazione con Imago Art Gallery.

Dovete farlo perché le opere di Busci sono di rara potenza estetica ed evocativa, talmente intense nel loro spessore materico e al contempo raffinate, oniriche, capaci di rappresentare elementi pur fortemente identitari dei paesaggi in cui viviamo – le montagne, in tal caso – sospendendoli in una dimensione nella quale si compendia la consistenza della loro presenza ma pure la poetica dei significati di essa. Sono dunque immagini possenti di Genius Loci vibranti, che sembrano realmente fremere negli addensamenti cromatici sulla superficie pittorica e al di fuori di essi ma la cui possente intensità non si fa mai troppo sfacciata, mai troppo invadente allo sguardo, semmai dialogando direttamente con la mente e lo spirito – proprio come accade nella relazione tra l’uomo e il paesaggio intessuta attraverso la comprensione e la sintonia con il genio, con l’essenza più profonda di esso.

La grandezza di Alessandro Busci – cioè una delle sue tante doti artistiche – sta proprio nel saper intessere una tale relazione, così speciale, profonda e – per certi aspetti – antropologica, tra le sue opere e chi in fronte ad esse le osserva. Lo sa fare con opere che ritraggono paesaggi urbani (i grattacieli milanesi, ad esempio) oppure elementi tecnologici (aeroporti e aerei, per dire), inutile dire come questa sua dote diventi ancora più evidente con elementi già per natura iconici e materialmente referenziali come le montagne…

Insomma, ribadisco: se potete, passate a visitare La Montagna e il Cielo: è una bella e intensa esperienza culturale, che vi lascerà nell’animo cromatici scintillii di bellezza e di poesia. Intensa come la roccia dei monti, leggera come il cielo che li sovrasta.

Quando le Alpi da cerniera tra i popoli diventano barriera

Le Alpi si trasformano nel ventesimo secolo in modo definitivo; il mutamento porterà una rapida quanto indelebile alterazione sociale e quindi formale dell’assetto dei villaggi, divenuti i protagonisti di un tempo insolitamente breve; le Alpi e i suoi villaggi in quota da elemento cerniera tra i popoli si trasformano in una barriera posta fisicamente tra la città e la montagna, una sorta di realtà di frontiera che ha dato vita a due mondi assolutamente contrapposti di vivere in quota e dove il cittadino dell’altra sfera entra a forza in questo mondo separato, sul quale viene gettato uno sguardo ammirato e al tempo stesso compassionevole.

(Luciano Bolzoni, Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura, Priuli & Verlucca, 2009, pag.22.)

N.B.: approfitto di questa citazione tratta da Abitare molto in alto, del quale ho dissertato qui, per dirvi che, in occasione dell’uscita del nuovo libro di Luciano Bolzoni, Carlo Mollino. Architetto, del quale invece vi ho detto qui, ALPES (di cui Bolzoni è direttore culturale) propone un illuminante percorso di lettura e di esplorazione della realtà antropica e architettonica delle Alpi moderne e contemporanee che include anche Destinazione Paradiso. Lo Sporthotel della Val Martello di Gio Ponti, pubblicato nel 2015, altro notevole testo al riguardo: il tutto al prezzo dedicato di 35,00 euro + spese di spedizione. Un’occasione da non perdere – in primis perché realmente illuminante, lo ribadisco, e per questo assolutamente importante.
Per informazioni e acquisti potete scrivere a info@alpesorg.com.

(Nell’immagine in testa al post: “batteria” di ecomostri al Passo del Tonale, a oltre 1800 m di quota.)