Banksy, Reading

In effetti, a prescindere dal giochetto circa la sua identità nascosta o da altre simpatiche (e furbe) speculazioni, Banksy è forse oggi l’unico artista di fama che possa realmente fregiarsi del termine col suo senso pieno e assoluto: ovvero non solo colui che opera nel campo dell’arte come creatore o come interprete, possibilmente di opere di pregio e ingegnosità rimarcabili, ma ancor più colui che è capace di interpretare la realtà e le cose umane con sguardo alternativo, innovativo, rivoluzionario, magari pure sovversivo ma nel modo più virtuoso possibile, e con capacità espressive generalmente comprensibili da chiunque. In base a tutto ciò, dunque, Banksy è il solo artista capace di andare anche oltre quel termine e la sua dimensione, diventando una figura storica fondamentale nel panorama socioculturale – ergo politico – internazionale, ben più che tanti altri personaggi pubblici e autorità politici di identità mediatica assoluta (ancorché del tutto forzata)  e inversamente proporzionale al loro valore storico. Basti constatare infatti la eco mediatica di ogni sua nuova realizzazione, ovunque appaia: come o forse più di quella suscitata dai “grandi” leader politici mondiali – e molto più giustificata, per giunta.

Insomma: Banksy rules, ever and ever!

P.S.: cliccate qui per saperne di più sull’opera apparsa a Reading, dall’articolo relativo su “Artribune” (dal quale ho tratto anche le immagini).

Angelo Vaninetti: tra Rothko, Fontana e le Alpi valtellinesi

Alcuni articoli letti di recente mi hanno re-illuminato la figura artistica di Angelo Vaninetti, pittore valtellinese che conoscevo più di nome che di fatto (come altri, credo, ma comunque colpevolmente, visto che il museo che conserva buona parte delle opere di Vaninetti ha sede a meno di un’ora d’auto da casa) ma nelle cui opere oggi, soprattutto in quelle dedicate al paesaggio delle sue montagne di Valtellina e ai dettagli della presenza in esso delle genti che lo abitano, sto scoprendo e cogliendo dettagli, peculiarità e percezioni piuttosto sorprendenti, seppure si tratti spesso di raffigurazioni pittoriche d’una semplicità quasi minimale, apparentemente “ovvie” ma in verità niente affatto tali.

Questa “profonda semplicità” nelle opere di Vaninetti nasce in primis proprio dal legame altrettanto profondo dell’artista con la sua terra, la Valtellina. Come si legge nel sito del museo, «Questa ricerca sul paesaggio l’ha condotto verso risultati originali lontani da compromessi e dalle mode passeggere che spesso influenzano l’operato di alcuni artisti. Vive nei suoi lavori un’eco dei macchiaioli e di quell’attenzione verso temi rurali trattati con una notevole padronanza cromatica. Vaninetti costruisce un universo che lontano dal chiudersi in un immobile passato lancia uno sguardo sul presente, sull’uomo di oggi schiavo di un mondo caotico che ha perso il senso della misura e il valore della verità.»

Ad esempio, per dirvi di quelle mie nuove, inopinate “scoperte” nei quadri di Vaninetti: nell’opera qui sopra, Finestra e muro bianco (1987), nell’ampia campitura cromatica principale, solo variata da leggere sfumature e, ovviamente, da quel “buco” della finestra, ma pure nella striscia di cielo d’un azzurro pressoché uniforme che si contrappone col muro della casa ma senza contrasto, semmai in un’alternanza di colori assai vivi e al contempo garbati, niente affatto dissonanti, appunto, ecco, ci rivedo e non poco la spiritualità cromatica di Mark Rothko, meno cosmica, più rurale eppure similmente profonda e meditativa. Inoltre, quel buco nero della piccola finestra che squarcia il muro, non ricorda in qualche modo (nel principio) il nero che si effonde dai tagli dei Concetti Spaziali di Lucio Fontana? Anche in tal caso senza accezione cosmica e con una significazione più terrena, pragmatica, che rimanda ad un’umana quotidianità ben più semplice ma non per questo meno “misteriosa”, soprattutto proprio nella relazione ancestrale col paesaggio (montano in primis, ma non solo) del quale le forme ritratte da Vaninetti sono un elemento sovente peculiare.

Insomma, Angelo Vaninetti è senza dubbio un artista che merita ben più considerazione di quanta ne goda ordinariamente. Un primo passo in questa direzione è di sicuro la consultazione del sito web del Museo Vaninetti, dove è possibile trovare molto materiale sull’opera artistica del pittore valtellinese; secondo passo, altrettanto importante – per me senza dubbio, ribadisco – è la visita al museo stesso. In fondo, come le tele di Vaninetti invogliano a toccare le pietre, i muri, il legno e ogni altro soggetto così intensamente ritratto, così da cogliere anche al tatto le stesse percezioni che sguardo e mente generano, prima di ciò risulta necessario godere dal vivo di quelle tele e delle narrazioni che vi effondono. L’arte è questo, a ben vedere: il senso della vita che diventa espressione artistica dalla quale scaturisce nuova vita e nuovo senso. Un circolo virtuoso e ineluttabile del quale tutti abbisogniamo per vivere (al) meglio questo nostro mondo.

(Cliccate sull’immagine dell’opera per visitare un’ampia ed esaustiva galleria di lavori pittorici di Vaninetti.)

Dürrenmatt imperituro

Pochi giorni fa si sono ricordati i 30 anni esatti dalla morte di Friedrich Dürrenmatt, uno dei maggiori scrittori del Novecento europeo in senso assoluto e tutt’oggi figura ricchissima di suggestioni letterarie, culturali, intellettuali offerte a profusione in ogni suo scritto, dai più celebri romanzi fino agli articoli apparentemente secondari. A me, da grande appassionato e studioso di “letteratura alpina” (ovvero scritta nelle Alpi e che di Alpi tratta in modi più o meno diretti), e dunque da cultore della produzione svizzera, piace indagare, ricercare e scoprire in Dürrenmatt le affinità con quella produzione più tipicamente alpina; il grande scrittore bernese non è certamente annoverabile nella cerchia degli autori di quell’ambito letterario eppure sia nello stile, prevedibilmente, che in certe atmosfere costruite e narrate nei suoi romanzi, meno prevedibilmente e niente affatto solo come mere scenografie, vi ritrovo le montagne e il loro paesaggio, la loro cultura e lo spirito. Parrebbe una cosa scontata, visto che qualsiasi svizzero le Alpi le ha costantemente davanti agli occhi e “dentro” quasi ogni aspetto pratico della quotidianità nazionale: questo è certamente vero, ma la grandezza della scrittura e dell’invenzione letteraria di Dürrenmatt rende tale aspetto molto più stratificato e, come detto, ricco di suggestioni di varia natura. Una peculiarità che, insieme a molte altre, fanno di Friedrich Dürrenmatt un autore imprescindibile (al di là delle considerazioni “alpine” qui da me proposte) e ancora oggi capace di sorprendere come pochi altri oltre che, senza dubbio, di affascinare ogni lettore sensibile.

In modo parimenti “scontato” (ma magari no) il pregevole sito di informazione “SwissInfo” dedica un bell’articolo all’anniversario dürrenmattiano nel quale è possibile vedere un altrettanto bel documento video d’annata: un ritratto a 360 grandi dell’artista elvetico tratto da una trasmissione della RSI – la Radiotelevisione della Svizzera Italiana – del 5 gennaio del 1981, in occasione dei 60 anni di Friedrich Dürrenmatt. Godetevelo: è un modo tanto suggestivo quanto approfondito per conoscere meglio (se non si è già edotti al riguardo) uno dei più importanti autori letterari (e non solo) degli ultimi decenni e, magari, per coltivare la curiosità di leggere le sue sublimi opere.

Prima che il paese imputtanisca

Tre operai sono seduti attorno al fuoco, mangiano pane e cacio e mi guardano tranquillamente. Dicono, e ridono, che sono arrivati prima loro di noi, che pure siamo di qui. Uno, siciliano, dice che poi faranno enormi ripari contro le valanghe e larghe strade, cambieremo faccia a questa valle.
«Come facevate a viverci, sì dico prima?»
Non è mica facile rispondere, potrei dirgli solo: che non potrei più viverci ora. E i contadini? I contadini è più facile, basta fargli vedere una cappellata di soldi, dopo fanno festa anche ai cagnoni e agli onorevoli che vengon su a mangiarci terra e acqua. Giura: non scrivere mai patetiche elegie sul tuo paese che sarà deturpato. Giura: o un feroce silenzio (male) o la razionale opposizione politica: scegli, ma non l’elegia della memoria, che finisce col fare i comodi di chi comanda male, cioè mangia addosso al paese e fa in modo che il paese imputtanisca.

(Giovanni OrelliL’anno della valangaEdizioni Casagrande, 1991-2017, pag.123-124; 1a ed. Mondadori 1965.)