L’è andà così

“Un giorno incontrai per la montagna un tale che aveva inciso sul cinturino del cappello questa frase: l’è andà così. Gli chiesi: com’è andata? E lui, guardando lontano e stringendosi nelle spalle rispose: mah, così è andata.”

(Mario Rigoni Stern, Il bosco degli urogalli, Einaudi, 1a ediz. 1962.)

Questo fulminante incipit d’un racconto de Il bosco degli urogalli del grande Rigoni Stern, che coglie così bene il tipico pragmatismo montanaro fatto di poche parole e altrettanto poche emozioni, se ormai considerate superflue per la propria quotidianità, mi fa riflettere sul senso e sull’essenza della memoria. Perché se è fondamentale ricordare la storia, sapere ciò che custodisce per riflettere, capire e imparare, è altrettanto fondamentale non recriminarci sopra e, per ciò, perdersi in inutili compatimenti. La storia è figlia del tempo e lo segue inesorabilmente, tornare indietro non si può: ricordare sempre sì, fare della memoria una fonte di rimpianti no. Altrimenti è un po’ come ammorbare il presente e avvelenare il futuro. Il passato è passato: di qualsiasi cosa esso sia fatto, ormai è andata. Amen.

P.S.: in verità pubblicai questo articolo quasi tre anni fa, nel maggio 2018, dunque prima dell'”uragano” provocato dal Covid e di tutto quanto di correlato è accaduto. Tuttavia, non so, ma a me pare che le parole di Rigoni Stern e le pur fugaci riflessioni che ne trassi allora siano del tutto valide anche oggi, proprio pensando a tutto ciò che è accaduto per il Covid. Già.

Sentori di primavera

[Foto di Peggy Choucair da Pixabay.]
Ieri pomeriggio, giusto all’inizio dei cosiddetti giorni della merla, tradizionalmente i più freddi dell’anno (anche se i cambiamenti climatici in corso hanno reso questa “tradizione” assai più aleatoria d’un tempo) e con la fine dell’inverno formalmente ancora ben lontana, be’, io ho percepito un primo segno di primavera. Un qualcosa di tenue ma evidente, una minima vibrazione, un sentore, un presentimento che s’è manifestato a pelle ma pure in animo, che mi ha richiamato – in modi altrettanto tenui ma indubbi – la dimensione primaverile, come se nell’aria, oggi, vi fosse qualcosa di diverso, di non (più) invernale, qualcosa che poi diventa via via più percepibile e sostanziale, a prescindere dall’intiepidirsi delle temperature o dalla sempre maggiore luminosità diurna ovvero da altri tipici elementi da bella stagione incombente.

Non so se a qualcuno di voi capiti una cosa del genere, a me sì, da sempre.

D’altro canto (e forse non casualmente) gli antichi Celti, in possesso di conoscenze ancestrali legate a doppio filo con il mondo naturale, proprio in prossimità di questi giorni celebravano Imbolc, la festa di fine inverno che nella tradizione irlandese segna parimenti l’inizio della primavera e che dalle nostre parti la dottrina cattolica ha trasformato nella Candelora senza tuttavia riuscire a cancellare l’antica genesi pagana, rimasta assai viva nelle regioni alpine: si vedano ad esempio due eventi tradizionali del periodo (cito i primi due che mi vengono in mente), la Scasada del Zenerù nella bergamasca Val Seriana oppure la festa della Giubiana in molte zone del Piemonte e della Lombardia, con i loro suggestivi roghi scaccia-inverno.

[La Scasada del Zenerù ad Ardesio (Val Seriana, Bergamo). Foto di Mattia Fornoni, tratta da viviardesio.it.]

Insomma, forse per quelle mie pretese percezioni primaverili mi posso illudere di trovare qualche giustificazione storico-culturale, oltre che climatica.

 

Un augurio (alternativo) per il nuovo anno

[Foto di silviarita da Pixabay.]
Un buon augurio, dal mio punto di vista, per il nuovo anno?

Be’, a parte quello ovvio e ineludibile sulla situazione sanitaria e sulla sua definitiva risoluzione, direi che sarebbe bello, e me lo auguro, se nell’anno appena iniziato la gente cominciasse a credere di più all’esistenza degli elfi e dei folletti nei boschi oppure alle antiche leggende di draghi e creature misteriose o, che ne so, all’apparizione del Diavolo presso certi ponti particolarmente impressionanti eccetera, e credesse molto meno a politici e politicanti, opinionisti farlocchi, “fakenewsisti” professionisti, imbonitori mediatici d’ogni sorta, influencer social da strapazzo e tutti quegli altri personaggi opinabili, ridicoli, grotteschi, biechi e non poco pericolosi ai quali viene data troppa importanza acuendone l’influenza, con risultati a dir poco agghiaccianti.

Ecco, se ciò accadesse, credo che il nostro mondo nel 2021 potrebbe diventare un posto ben più posato, concreto, realista, coi piedi per terra e la mente libera da traveggole di quanto invece ad oggi è. Con gli elfi e i folletti e tutto il resto, sì: cose molto più “attendibili”, per molti versi, di quei personaggi appena citati e delle tante scempiaggini di varia natura che vogliono far credere. Già.

Insomma: auguri, che questo nuovo anno possa esservi in un modo o nell’altro proficuo. Tanto, poi, «Se qualcosa può andare storto, lo farà». La Legge di Murphy varrà anche nel 2021 come in ogni altro anno trascorso, statene certi! 😄

 

Dislivelli #107

In queste giornate di discussioni sull’apertura o meno dei comprensori sciistici – una questione che già in questo articolo ho definito per non pochi versi «un po’ surreale, quasi grottesca, piuttosto paradossale», appare anche più interessante e necessario del solito il nuovo numero (il #107) del magazine “Dislivelli.eu”, edito dall’omonima associazione, monograficamente dedicato proprio alla questione suddetta e significativamente intitolato Non di sola pista.

Nel numero, una serie di esperti impegnati nel campo della ricerca e comunicazione sui temi della montagna, da Franco Michieli a Giorgio Daidola, da Paolo Cognetti Luca Mercalli, spiegano che il futuro della montagna non può essere legato solo all’indotto dello sci. Anche se questo, per alcune realtà, è ancora un settore determinante – ma ciò, aggiunto io, solo per convenzioni che da più parti e in più località appaiono ormai sempre più logore e prossime alla fine.

Una successione di prestigiosi contributi, assai sagaci e illuminanti, introdotti con la consueta lucidità da Enrico Camanni il quale scrive, nelle prime righe del suo articolo Non facciamo finta: «Il dibattito sulla riapertura degli impianti dello sci potrebbe essere l’occasione per ripensare un sistema che il riscaldamento climatico e la crisi economica avevano già totalmente incrinato, anche se facevamo finta di niente.»

Lettura necessaria, ribadisco. E molto “semplice”, peraltro: potete infatti liberamente leggere, scaricare e stampare “Dislivelli.eu” (come tutti i numeri del magazine) in formato pdf cliccando sull’immagine lì sopra. Buona lettura!