Destra, sinistra, destra, sinistra, sinistra, destra. Democrazia?

Ma non è che proprio ciò che si ritiene una delle più grandi “virtù” della democrazia, ovvero l’alternanza elettorale tra destra e sinistra – cioè questa specie di “alternanza” divenuta ormai una bizzarra contrapposizione delle due facce di una stessa medaglia (clic) – sia in verità un autentico cancro per la buona salute della democrazia stessa? Che sia – passatemi l’esempio – tipo l’amianto, che quando lo si cominciò a utilizzare venne presentato e imposto come una grande innovazione per poi scoprire quanto invece fosse potenzialmente letale? E che il sintomo maggiore di questo stato “neoplastico post-ideologico” – sintomo il quale è già un’inquietante patologia, a ben vedere – è l’ultrapopulismo che deborda propagandisticamente sia da una parte che dall’altra, il quale rappresenta una sostanziale, paradossale e pure perniciosa alterazione del concetto originario di démoskrátos, di “potere del popolo”? È, il popolo, effettivamente rappresentato da quella continua, “democratica”, drammatizzata alternanza? È il popolo il vero fautore del potere a cui la società viene sottoposta? Oppure da un bel po’ di tempo – qualche lustro, almeno – sta accadendo l’esatto opposto?

Ecco, non sono che alcune delle domande che mi pongo, da individuo libero che cerca di dotarsi d’un confacente (ai tempi che viviamo) buon senso civico.
Dacché, in effetti,

Il vero problema dell’attuale stato della nostra civiltà è che abbiamo smesso di farci delle domande.

(Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, traduzione di Oliviero Pesce, Laterza, 2005, pag.8.)

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A Sua immagine e somiglianza?

Senta, Dio
Ecco, io sarei agnostico, dunque non so se Lei esista o meno e non ritengo sostanzialmente valida alcuna tesi a sostegno dell’una o dell’altra ipotesi (nonostante la realtà dei fatti terreni faccia ritenere più plausibile il “meno”… ma è un altro problema, questo), d’altro canto per lo stesso principio posso anche ipotizzare che esista veramente e che sia stato effettivamente Lei a dare vita alla creazione del mondo, dunque mi permetto di chiederLe: ma quando disse, almeno come è scritto nella Genesi 1,26-28:

«“Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’essere umano a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: “Fruttificate e moltiplicate e riempite la terra e sottomettetela; e dominate i pesci del mare e gli uccelli del cielo e tutti i viventi che si muovono sulla terra”.»

Ecco, quando disse ciò, ovvero ripensando a quando lo disse… non è che si è reso conto di aver detto una gran ca… ehm, voglio dire… non è che si è pentito di tutta questa magnanimità nei confronti del genere umano? E che, quando ha detto “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”, in verità l’ha sparata parecchio grossa, e non l’ha fatto esattamente a Sua immagine e somiglianza ma, diciamo, gliel’ha fatto credere, che tanto l’uomo è effettivamente un po’ scemo e tende a dare credito facilmente anche a cose del tutto strampalate e prive di qualsiasi fondamento, basta che siano utili a gonfiare il suo ego e a fargli guadagnare qualche tornaconto?

Voglio dire: una parte del genere umano ha fatto cose meravigliose e strabilianti, certamente, tuttavia l’altra parte, quella che ha fatto cose spaventose e assai perniciose, sembra essere più impattante della prima, oggi anche più che nel passato. Tutte le altre specie viventi del pianeta Terra lo sanno ormai bene, purtroppo per loro.

Ora, non che se avesse fatto i delfini, o gli orsi oppure i leoni “a Sua immagine e somiglianza” vorrebbe automaticamente dire che le cose sarebbero andate meglio. Non lo si può sapere, chiaro. Anche in tal caso, dunque, sono agnostico – nonostante la realtà dei fatti terreni mi faccia pensare che sarebbe piuttosto plausibile…
Ma, appunto, non è il caso di speculare troppo. Che di problemi ingombranti la mente, quaggiù sulla Terra, ce ne abbiamo fin troppi, già.

Insomma, alla fine, pur da agnostico, non mi dispiacerebbe se Lei, Dio, esistesse sul serio e sistemasse le cose, qui. Ce n’è proprio bisogno, visto che noi esseri umani, vanitosamente “certi” di essere fatti a Sua immagine e somiglianza ma palesemente incapaci di mettere a frutto una tale dote divina, non ne siamo proprio capaci, a quanto pare.

P.S.: l’illustrazione in testa al post è del grande Bruno Bozzetto, che ho avuto la bella fortuna di conoscere e di farci insieme una bella camminata/chiacchierata sui “nostri” monti – siamo conterranei, già. Cliccateci sopra per visitare il suo sito web.

Scheletri di fede

P.S. – Pre Scriptum: nei giorni in cui dentro le fortezze vaticane va in scena un “summit” sulla pedofilia nella chiesa che personalmente – per forte convinzione personale tanto quanto per oggettività storica, anche in chiave contemporanea – ritengo un’ennesima beffa se non una farsa, e mentre sui media esteri escono notizie che su quelli italiani facilmente non compariranno (a parte che su qualche coraggioso sito indipendente, forse) come ad esempio quella su Sodoma in Vaticano o sulle figliolanze di preti ovunque, pubblico l’articolo sottostante, scritto qualche settimana fa, che tenevo in giacenza anche per una inopinata forma di rispetto per quei credenti – quei pochissimi che ci sono – che ancora vogliono dar fede all’istituzione ecclesiastica. Quella che, di contro, proprio come elemento totalmente antitetico a qualsiasi concetto di “fede” si è sempre rivelata, nei secoli passati come nella contemporaneità: l’ipocrisia come unico vero dogma, da sempre e null’altro. Parafrasando Schopenhauer, viene da aggiungere solo che o si pensa, o si crede al clero. Punto.

Trovo sempre assolutamente significativo e parecchio divertente (un divertimento sarcastico, sia chiaro) constatare il (quasi) silenzio assordante che consegue agli articoli pubblicati in tema di chiesa e clero. Un tema che spegne la mente di tante persone e non per chissà quali personali confutazioni – le statistiche demoscopiche parlano chiaro al riguardo ovvero non certo a favore del consenso verso le gerarchie religiose – ma più che altro per, se così posso dire, inabilità culturale al riguardo, che quindi provoca una particolare forma di analfabetismo funzionale ovvero di dissonanza cognitiva e un conseguente sgomento mutismo. A prescindere che poi la società italiana resti, in senso religioso tanto quanto paradossale (e non poco ipocrita), tra le più “tradizionaliste” e baciapile, dacché è ormai da tempo che si usa riassumere la realtà della religiosità italica con la definizione “piazze piene, chiese vuote”: insomma, anche la fede è stata resa dalla chiesa puro marketing, con buona pace della parola di Dio e di quanto affine.

Ma va bene così, ci mancherebbe. Ognuno è libero di pensarla come vuole, di negare le evidenze di fatti, le realtà storiche, le cronache contemporanee, le inevitabili prese d’atto conseguenti. Ognuno può credere a ciò che vuole, dai dati scientifici alle favole più astruse; meno libertà vi sarebbe di negare le verità effettive, quanto meno senza opporre ad esse cose altrettanto obiettive e per ciò sostenibili senza ulteriori ipocrisie ma, evidentemente, nel nostro mondo certe irrazionali malefedi restano sempre parecchio in voga.
Dunque, si può pure credere che le gerarchie ecclesiastiche siano le autentiche depositarie del messaggio divino, della parola di Dio da spandere tra i mortali, vere e uniche ambasciatrici della divina provvidenza. Si può far finta di nulla di fronte alle cronache che raccontano una realtà e delle verità ben diverse e infinite volte criminose, si può continuare a pensare che in fondo non sia così grave, la situazione, che “non siano tutti così”, che la realtà storica e le verità della cronaca contemporanea non siano in contrasto con il messaggio evangelico, la fede, la spiritualità autentica, il concetto stesso di “Dio”.

Va bene così, va bene comunque. Anzi, anche meglio, sotto certi aspetti: perché tale situazione è la migliore affinché, molto presto, tutto quanto imploda su sé stesso e scompaia, annientato dalla propria stessa letale ipocrisia (si veda qui, ad esempio), a tutto vantaggio del bisogno di spiritualità e della fede autentici che ogni essere umano può liberamente percepire e manifestare e dei quali io mi dichiaro fermo e risoluto sostenitore e difensore. Per ciò scrivo articoli come questo, “ridendoci” sopra.
Amen.

(L’immagine è tratta dalla pagina facebook di Spinoza.it e ovviamente fa riferimento alle recenti cronache di ossa umane ignote ritrovate nei palazzi curiali romani.)

Una matita Hard Black

Scrivere con una matita Hard Black, HB, rigorosamente col corpo esagonale di legno, ben appuntita, premendo sul foglio di carta bianco e percependo l’equilibrata consistenza della punta, tracciando il suo segno netto, nitido, dal colore della terra antica e più feconda, con quell’olezzo tenue e inconfondibile di legno e grafite… Ecco: questa è una delle cose più piacevoli che si possano fare, lo ribadisco,per me che ancora amo scrivere a mano perché è un bellissimo esercizio culturale che trova un suo inopinato senso nell’inutilità alla quale pare esser condannato dalla digitalizzazione universale. Un po’ come il “gusto per il superfluo” del dandy di fine Ottocento, quello celebrato e praticato dal D’Annunzio più esteta, per dire, che nella sua apparente vanità ha generato bellezza e fascino a non finire. Ma qui, a ben vedere, di “superfluo” vi può essere poco o nulla, per quanto si possa scrivere e, soprattutto, stante la nobiltà incontrovertibile di un così amabile strumento di scrittura.

Visitando e raccontando le “cliniche dell’abbandono”… con Jussin Franchina questa sera in RADIO THULE, su RCI Radio!

Questa sera, 11 febbraio duemila19, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 9a puntata della stagione 2018/2019 di RADIO THULE, intitolata “Di altre cliniche dell’abbandono!

Ci sono, sono tanti, sono un po’ ovunque, ma spesso non li vediamo o da essi scansiamo lo sguardo, nella sensazione che la loro decadenza possa essere in qualche modo contagiosa. Eppure, se effettivamente l’oblio attanaglia i muri, le pareti, i fregi quando ve ne siano, le suppellettili all’interno e tutto il resto di materiale, la parte immateriale c’è ancora, rimane sempre, e spesso conserva “pezzi di umanità” di raro pregio e simbolicità. Sono i luoghi abbandonati, dei quali il nostro mondo massimamente antropizzato abbonda ma che sembrano buchi temporali, ambiti di sospensione dal tempo mentre tutt’intorno la vita continua a correre freneticamente. Ma c’è che qualcuno che ancora sa puntare lo sguardo verso di essi e “vederli”, sa riconoscerne la presenza, la storia, il retaggio umano. Ad esempio Jussin Franchina, scrittrice, ghostwriter, autrice letteraria “bergamasca ascendente veneta”, la quale sostiene che i luoghi abbandonati siano bellissimi proprio perché sfuggono ad ogni tentativo di imbrigliarli, e perché solo grazie allo stupore che puntualmente afferra chi ne varchi la soglia con la giusta sensibilità si può svelare e scoprire il loro contenuto di storie, di sensazioni, di umanità, di sogni svaniti, o forse non ancora del tutto. Jussin questi posti li definisce “le cliniche dell’abbandono”, e in questa puntata, dopo la precedente dello scorso anno, ci guiderà nuovamente alla scoperta di alcuni di essi, vicini a noi e particolarmente emblematici, in un cammino fatto di parole e musica affascinante, illuminante e vivace di quella vita “sospesa” ma ancora vibrante che in quei luoghi si conserva e aspetta solo di essere percepita.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Infine, segnatevi già l’appuntamento sul calendario: lunedì 25 febbraio, sempre alle ore 21.00, la prossima puntata di RADIO THULE! Stay tuned!

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