Progetti turistici per la montagna tutti da ridere (o forse no)

In tema di montagna, sviluppo turistico e relativa gestione politico-economica, a volte (e con frequenza crescente) si leggono sugli organi d’informazione delle notizie talmente bizzarre e assurde che, di primo acchito, viene da dirsi «ma no, è uno scherzo o una bufala, questa!» Ancor più se tali notizie escono intorno alla “simpatica” data del primo di aprile: come quella che potete vedere lì sopra, tratta dal quotidiano “La Provincia”, la cui lettura mi ha provocato una risata immediata e piuttosto sonora, già.

Se non fosse che, a leggere queste notizie, qualche istante dopo e nel mentre che ancora ridi, ti sorge subitaneo il dubbio che pur in tutta la sua improbabilità e assurdità la notizia possa essere vera, perché col tempo hai acquisito una certa esperienza riguardo il modus operandi di tante amministrazioni pubbliche che coi loro vari sodali gestiscono il turismo montano e ormai sai bene che, in questo ambito, le proposte “stravaganti” quando non proprio assurde, sono diventate assai frequenti.

Fatto sta che, conoscendo piuttosto bene la zona in questione e la sua storia turistica, simile a quella di innumerevoli altre ex stazioni sciistiche alpine, ciò che m’ha fatto venir da ridere nell’articolo suddetto è stato innanzi tutto leggere di un investimento di quasi 6 milioni di Euro in una località sciisticamente fallita più volte (vedi qui sopra, immagine tratta dal rapporto Neve Diversa 2022 di Legambiente) , posta a quote dove ormai non nevica più e, se nevica, il manto nevoso resiste pochissimo (le quote indicate nel rapporto di Legambiente sono sovrastimate, in realtà la zona in questione è posta tra i 1100 e i 1500 m) che di contro risulterebbe ideale per la realizzazione di una riconversione completa a pratiche di fruizione turistica non meccanizzata e ben consapevole delle grandi valenze paesaggistiche e ambientali del luogo.

M’ha fatto venir da ridere – una risata alquanto sconcertata, invero – leggere che si sia pur solo “ipotizzata” la realizzazione di una seggiovia, un impianto dall’impatto e dal costo assurdi in proporzione al luogo, «che consenta agli escursionisti di raggiungere la sommità dei versanti in corrispondenza dei sentieri di dorsale»: come a dire che farsi un’ora in più a piedi per arrivare sulla dorsale del Monte San Primo, punto dal quale per raggiungere la vetta massima della montagna occorrono circa 40 minuti, sia una roba scandalosa. Non si va mica in montagna per camminare, eh! Magari aggiungiamoci pure un servizio di portantine per la vetta e qualche pannello col cielo azzurro lungo la salita nel caso che ci siano le nubi e i selfies non vengano bene! D’altro canto, al proposito, la seggiovia servirebbe per «portare chi ha meno voglia o tempo per deambulare direttamente in cresta soprattutto nei mesi estivi»: eh, porca miseria, non c’avevo mica voglia di venire in questo postaccio sperduto, volevo andare all’Ikea, io! Vabbé, fammi prendere la seggiovia così facciamo prima e me ne torno a casa alla svelta!

Dai, non ditemi che non fa ridere, una cosa così!

[Quest’immagine mostra i tracciati degli skilift e delle piste un tempo presenti sul Monte San Primo; quello tratteggiato che sale a Terrabiotta, riferito a un impianto ancora più vecchio del quale restano solo i ruderi, ricalca il percorso della nuova seggiovia ipotizzata dal progetto del quale state leggendo.]
Inoltre, «Il rispetto dell’ambiente e del territorio è per noi un elemento imprescindibile, senza contare che l’intera area è sottoposta a vincoli paesaggistici» (clic): e che si fa per rispettare l’ambiente sottoposto a vincoli paesaggistici? Si fanno nuovi parcheggi! Per far arrivare e piazzare in loco più autovetture, che fanno più rumore, che (non sono ancora tutte elettriche o ibride) inquinano, che generano confusione e una situazione di traffico più tipicamente cittadina… caspita, che gran rispetto per l’ambiente! Complimenti! E che la mobilità condivisa pubblico/privata si fotta!

Ma ecco che nel testo dell’articolo spunta quello che pare stia diventando il nuovo mantra di tali progetti di sviluppo turistico in montagna: dopo che “sostenibilità”, “green”, “slow”, “valorizzazione” e altri termini simili appaiono ormai talmente abusati da risultare non più credibili (visto anche come risultino ipocriti rispetto la realtà di fatto, in molti casi)… et voilà: destagionalizzare! E che stia diventando un “mantra” ve lo dimostra anche la cosa qui accanto, inerente un altro contesto montano ma sempre sul tema (cliccate sull’immagine per ingrandirla.

Bene, questo è quanto. Per ciò che mi riguarda, di principio non voglio mettere in dubbio la bontà delle intenzioni di tali progetti e sicuramente il Monte San Primo merita un rilancio degno della sua grande bellezza e della potente identità culturale che possiede, anche se il tono dimesso con il quale i progetti spesso vengono presentati non vorrei che nasconda la volontà di mantenerli il più possibile sottotraccia per poi imporli senza troppe obiezioni di chicchessia. La montagna non è un ambito da mantenere intoccabile sotto una teca di cristallo: vi si può fare tutto, basta che ogni cosa sia basata sul più naturale e consapevole buon senso. Tuttavia, leggere di investimenti così importanti, apparentemente tanto improbabili quanto campati per aria oltre che decontestuali ai luoghi, quando invece la montagna avrebbe bisogno di innumerevoli altre cose e, ancor prima, di una rinnovata visione socioculturale, e subito dopo economica, coerente alla realtà presente e futura, realmente consapevole delle valenze e delle peculiarità dei territori, e veramente in grado di valorizzarli creando una relazione culturale (il turismo è anche e soprattutto un elemento culturale, è bene ricordarlo) con i luoghi da parte dei visitatori e ancor più degli abitanti, be’, a me fa parecchio ridere, inizialmente. Poi fa alquanto arrabbiare, in tutta sincerità. Già. E, nel frattempo, parlo spesso con amici e conoscenti che si occupano di sentieri e di manutenzione del patrimonio naturale i quali vorrebbero fare un sacco di cose pregevoli al riguardo ma non ricevono mai soldi pubblici per interventi del genere – perché il rischio che si possa giungere in quota con una nuova e bella seggiovia e lassù ci si trovi davanti un sentiero franato per mancanza di manutenzione non è affatto remota. Saranno proprio contenti a leggere articoli simili, senza dubbio!

Il Monte San Primo possiede così tante peculiarità speciali che potrebbe vivere di rendita turistica per decenni, se il luogo venisse sviluppato in modi attenti, consapevoli, coerenti, coinvolgenti e attraverso finanziamenti mirati su iniziative veramente virtuose, fruttuose e dotate di una visione temporale di lungo periodo. Viceversa, c’è ancora una speranza: che tutto quanto sia veramente uno scherzo, un pesce d’aprile assolutamente ben fatto. Se così fosse, complimenti vivissimi agli autori! Se invece non lo fosse…

Qualcuno salvi la Ca’ di Sciùur!

[La “Cà di Sciùur”, o “Cà di Ladér”, sulle rive del Lago Palù in una quieta mattina autunnale.]
Già, ogni volta che torno in Valmalenco, sulle rive del bellissimo Lago Palù, e lo sguardo corre lungo il sublime panorama fino a che si ferma proprio lì, ai margini del vasto prato che cinge il lago a occidente, l’esclamazione/invocazione che dà il titolo a questo articolo risorge potente e irrequieta, per come ancora resti senza nessuna risposta: una eco inesorabilmente svanente in mezzo ai monti malenchi.

Perché la Cà di Sciùur, conosciuta anche come Cà di Ladér, suggestiva costruzione in stile rustico alpino edificata nel 1878 a quasi 2000 metri di quota sulle rive del sopracitato lago, della quale ho già scritto qui, continua a rimanere abbandonata, sbilenca, decrepita e ormai a rischio di crollo imminente, nonostante conservi ancora tutto il suo fascino – generato anche dall’incantevole posizione. E fa veramente specie, oltre che tristezza e, appunto, pure irritazione, vederla nella bella stagione circondata di gitanti stesi al Sole sugli ampi prati d’intorno, allegri e felici d’essere in un luogo tanto ameno ma la cui bellezza viene inevitabilmente adombrata dalla presenza e dalla visione dell’edificio pericolante.

Cosa si aspetta? Che la Cà di Sciùur crolli una volta per tutte, cancellando per sempre il suo fascino, e che magari i suoi muri finiscano addosso a qualche famigliola ignara stesa a poca distanza? Ma come si può lasciar andare alla malora uno stabile di potenziale grande funzionalità, per il luogo, per il quale si potrebbero ipotizzare innumerevoli riutilizzi atti ad accrescere ancor più la bellezza e l’attrattiva della conca del Lago Palù e di tutto il territorio malenco, senza banalizzarne la storia, la presenza e la relazione con il luogo nonché senza musealizzarla in modi forse ammirevoli ma di contro assai poco dinamici? Ci si potrebbe realizzare una “casa della montagna”, un luogo nel quale fare didattica interattiva sulla montagna malenca e non solo, una location originale per produzioni artistiche e culturali, uno spazio multifunzionale ugualmente propositivo riguardo i temi della cultura di montagna ad uso di qualsiasi associazione della valle o delle guide alpine o delle scuole, un centro per l’educazione ambientale con focus specifico sull’alta montagna… insomma, ho buttato giù le prime cose che mi sono venute in mente tra chissà quante altre che si potrebbero pensare.

Qualcuno di pubblico o privato può/vuole fare qualcosa per salvare la Ca’ di Sciùur, almeno per garantirle il prima possibile la minima e sicura stabilità, per poi pensare a come poterla valorizzare e, appunto, rendere disponibile a chiunque visiti quella splendida zona della Valmalenco?

Bisogna salvarla, dobbiamo impegnarci per farla salvare, tutti noi che frequentiamo e amiamo quel luogo. Perché vederla crollare e poi sparire per sempre dalle rive del Lago Palù sarebbe come perdere una vecchia amica, tranquilla e silente ma in fondo sempre avvenente e dalla presenza piacevole, alla quale ci si era ormai affezionati, ecco.

Cliccando sull’immagine in testa al post, scattata da chi scrive e consona alla stagione in cui siamo, oppure su quella sottostante di Michele Comi (tratta da qui), potrete saperne di più della Cà di Sciùur; ancor più approfonditamente ne parla anche un bell’articolo della rivista “Le Montagne Divertenti”, nel numero 52 – primavera 2020.

I sentieri, la Svizzera, la Lombardia

(Image credit: https://pixabay.com/it/users/pexels-2286921/)

Occupandomi di progetti culturali per i territori di montagna, sovente mi trovo a trattare pure il tema delle rete sentieristica (ovviamente oltre al fatto di percorrerla di frequente nei miei vagabondaggi montani) e il suo grande valore culturale e antropologico, che fa dei sentieri un elemento al quale assicurare una fondamentale salvaguardia per quei territori.
Posto ciò, il tema dei sentieri lo devo considerare anche dal punto di vista politico/amministrativo, gioco forza, e un recente articolo di “Swissinfo.ch” mi ha reso evidente quanta differenza vi sia nella considerazione politica della rete sentieristica, tra la Svizzera e l’Italia, rappresentata in modo emblematico da una delle regioni più ricche e avanzate (dunque, si può presupporre, pure più munifiche al riguardo), la Lombardia.
Vi propongo un ragionamento un po’ tecnico e forse poco attraente ai non appassionati di montagne ed escursioni che per ciò schematizzo, al fine di renderlo il più chiaro possibile, con i link alle varie fonti di riferimento dei dati indicati.

Dunque, in Lombardia nel 2017 sono stati istituiti la Rete escursionistica della Lombardia (REL) e il Catasto dei sentieri, al fine di classificare la rete di sentieri del territorio regionale, la cui estensione è di 13.000 km circa sui 24.000 kmq circa di territorio: molto banalmente, ogni km quadrato di superficie lombarda (che però ha un’ampia parte di pianura, bisogna considerarlo) ha 542 metri di sentiero.

In Svizzera, il cui territorio è di circa 42.000 kmq, la valenza dei sentieri quale rete viaria è sancita fin dalla Costituzione Federale, all’articolo 88; la rete dei sentieri segnalati è estesa per circa 65.000 km: sono 1,5 km di sentieri per km quadrato di territorio, pressoché totalmente alpino o prealpino.

La Lombardia, per la manutenzione dei suoi 13.000 km di sentieri e in occasione dell’istituzione della REL e del Catasto dei sentieri, ha stanziato dei fondi: 4 milioni di Euro per tre anni, ovvero 1,3 milioni circa all’anno; altre fonti citano invece 2 milioni di Euro per il biennio 2017/2018, pari a 1 milione all’anno.

In Svizzera, il Governo Federale e i Cantoni investono circa 50 milioni di franchi all’anno, pari al cambio attuale a circa 45,5 milioni di Euro, per la manutenzione dei 65.000 km di sentieri, il che equivale a un investimento di 700 Euro/km all’anno.
In Lombardia, stando alle cifre suddette, l’investimento è pari a 100 Euro/km all’anno, nell’ipotesi più “larga”, e a poco meno di 77 Euro/km all’anno in quella più “stretta”. Ovvero, da 7 a quasi 10 volte meno che in Svizzera.

Ora: voi direte che sì, ok, ma la Svizzera è ricchissima, la Lombardia non lo è così tanto, però è pure la regione più “benestante” d’Italia e quindi l’unica – ad eccezione delle regioni autonome – che possa essere paragonata pur empiricamente alla Confederazione. Inoltre, non conosco quanto le altre regioni italiane spendano per i propri sentieri ma, da lombardo e per i motivi sopra detti, ho ipotizzato il paragone di cui avete appena letto.
Capirete che la differenza è abissale, a fronte della necessità di interventi del tutto similari – voglio dire: un sentiero è tale in Lombardia e in Svizzera, non è che là siano lastricati d’oro e qui no! Di contro, sia chiaro, meglio 100 o 77 Euro che nulla, ci mancherebbe, tuttavia – ribadisco – la differenza è così ampia da non poter non risultare significativa e fonte di conseguenti riflessioni, che mi auguro vengano elaborate, nell’ambito della montagna italiana.

Andar per sentieri con cultura, consapevolezza… e con Alessandro Calderoli, questa sera in RADIO THULE su RCI Radio!

radio-radio-thuleQuesta sera, 27 marzo duemila17, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 12a puntata della XIII stagione 2016/2017 di RADIO THULE, intitolata Senti-ieri, oggi e domani!
I sentieri, sì: quante volte ne abbiamo percorso uno, in qualche nostra passeggiata o escursione in montagna? Sicuramente innumerevoli, godendoci belle e divertenti giornate in mezzo alla Natura. Tuttavia un sentiero non è soltanto una traccia funzionale a raggiungere rifugi o vette montane: è una vera e propria strada del territorio non antropizzato, un segno eco-storico lasciato dagli uomini lungo i secoli che ha contribuito al legame antropologico tra gli stessi e i luoghi naturali. Nel complesso, una rete di sentieri è una sorta di vera e propria scrittura del territorio, che ne narra la storia e, oggi, diventa uno strumento fondamentale di salvaguardia della tradizione culturale del paesaggio attraverso tanto quanto della sua integrità ambientale. L’importanza dei sentieri, dunque non solo non deve essere sottovalutata ma semmai rivalorizzata e resa nozione comune. Per tale motivo in questa puntata RADIO THULE ospita un grande esperto di sentieristica, Alessandro Calderoli, istruttore del CAI Bergamo e medico tecnico del Soccorso Alpino, che da anni si occupa del tema in maniera attiva e con il quale “faremo” anche un’escursione tematica lungo i sentieri dell’Alta Val San Martino, patrimonio culturale di tutti in un territorio prealpino di grandissimo pregio e affascinante bellezza.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!