A volte “valorizzazione” fa rima soprattutto con “devastazione”

Il tema delle ciclovie montane, che stanno spuntando un po’ ovunque e sulle montagne lombarde in modo particolare, si fa sempre più emblematico. Alla crescente evidenza dell’invasività di tali tracciati, aperti a colpi di ruspe e bulldozer tra i boschi e su pendii spesso critici, fa il paio l’altrettanto crescente dissenso proprio della comunità dei mountain bikers, che per primi si dicono contrari a ciclovie del genere peraltro pensate per un cicloturismo molto ludico e poco tecnico. In tale situazione, gli amministratori pubblici che promuovono e sostengono le ciclovie sulle proprie montagne, per le quali hanno speso ingenti somme di denaro pubblico, da un lato sono sempre più in difficoltà nei tentativi di giustificare i nuovi tracciati e dall’altro continuano a non fornire risposte sulla questione della manutenzione, non tanto dei tracciati quanto dei versanti coinvolti. Forse perché non ne hanno da dare, così come non hanno essi stessi certezze reali riguardo quelle giustificazioni così traballanti addotte a sostegno di opere sempre più palesemente insostenibili.

Di recente sul tema si è espresso anche il Coordinamento “Difendiamo la Montagna” di Lecco, sulle cui montagne – tra le più frequentate delle Alpi stante la vicinanza con Milano e il suo hinterland – la proliferazione di nuove ciclovie è particolarmente intensa e altrettanto particolarmente insensata. Lo ha fatto con un comunicato chiaro e efficace che vi propongo di seguito – vi ho aggiunto alcune precisazioni per chi non conosce la zona – e alcune immagini eloquenti, il tutto ripreso dagli organi di stampa locali. Il testo è contestualizzato alla situazione delle montagne lecchesi, appunto, ma sono certo che i suoi contenuti sono validi per qualsiasi altro territorio montano sottoposto a simili turistificazioni, che siano cicloviarie o di altra natura.

Spett.le Redazione,

vogliamo tornare sulla questione delle nuove ciclovie montane, in special modo quelle che si stanno realizzano sulle montagne lecchesi in base al progetto della “Transorobica” (itinerario cicloescursionistico in quota sulle montagne tra il lecchese e la bergamasca – n.d.L.): sia perché riteniamo che resti troppo sottovalutata e considerata in modo superficiale, nonostante i numerosi rischi concreti che comporta per i territori che ne restano coinvolti, e sia perché le testimonianze che di continuo raccogliamo sul campo palesano giorno dopo giorno il notevole impatto dei nuovi tracciati e la loro evidente discutibilità, che crediamo non possa sfuggire a nessun frequentatore attento delle nostre montagne.

Osservando ad esempio i lunghi tratti cementati che caratterizzano il nuovo percorso tra Sant’Egidio, sopra Bonacina, e Ballabio (località sui monti sopra la città di Lecco – n.d.L.), non possiamo non chiedere: è questo che i promotori delle ciclovie intendono con «recupero e alla valorizzazione di antiche vie di collegamento»? Del cemento sparso a profusione su terreno naturale tra i boschi dopo aver devastato il precedente storico itinerario escursionistico?

Inoltre, constatando le immagini riprese con un drone e pubblicate dalla pagina Instagram “Valsassina Xplore”, parimenti chiediamo: è questo che i promotori delle ciclovie intendono con «valorizzazione del territorio» e «salvaguardia e tutela dell’ambiente»? Uno sfregio serpeggiante lungo l’intero versante che adduce al Passo del Toro (noto e frequentato punto di passaggio escursionistico – n.d.L.) il quale assomiglia ben più a una vera e propria strada piuttosto che a un itinerario escursionistico, visibile anche a grande distanza, che pure qui ha cancellato il precedente sentiero, certamente bisognoso di manutenzione ma non certo di tale devastazione?

Insieme a queste domande, ne restano aperte molte altre alle quali non ci pare che i promotori delle nuove ciclovie stiano rispondendo: quale modello di turismo viene imposto da queste opere? Quale cultura della frequentazione montana si vuole sostenere? In generale, quale “idea” di montagna vorrebbero comunicare queste opere? Inoltre, la manutenzione di questi tracciati: è stata programmata? Chi se ne sobbarcherà l’onere? Con quali risorse? Quali garanzie autentiche circa i rischi da dissesto idrogeologico sono state contemplate?

Ovviamente, la lista delle “domande spontanee” che sorgono di fronte a tali opere potrebbe essere ben più lunga.

D’altro canto, è assolutamente significativo che tra le voci più critiche verso queste nuove ciclovie ci siano proprio quelle della comunità dei bikers di montagna nella sua stragrande maggioranza e con in prima fila le guide di MTB, che a loro volta hanno più volte rimarcato sulla stampa che nessuno della loro comunità ha mai richiesto tutti questi nuovi tracciati e che la loro realizzazione, per come si è concretizzata, rappresenta non solo un degrado ambientale dei territori montani coinvolti ma anche uno svilimento della pratica cicloescursionistica autentica, che come ogni altra montana si basa su una grande consapevolezza culturale di ciò che è la montagna e sulla conseguente sensibilità nei confronti dell’ambiente e del paesaggio delle Terre alte.

In conclusione, il nostro Coordinamento intende ribadire di nuovo la propria posizione: non sono opere del genere, così tanto impattanti in senso ambientale e paesaggistico e così poco basate sulla cura dei territori coinvolti e sull’interlocuzione con le loro comunità, a poter generare un autentico sviluppo e una valorizzazione virtuosa delle nostre montagne. La loro realizzazione, per come si sta attuando, non può essere accettabile e ammissibile, e l’eventuale esecuzione di nuovi tratti della “Transorobica” va sospesa e per quanto possibile fermata.

Cogliamo l’occasione di invitare tutti i frequentatori delle montagne lecchesi a inviare le immagini fotografiche eventualmente scattate al cospetto delle nuove ciclovie all’indirizzo email del nostro Coordinamento, info@difendiamolamontagna.it.

Come detto, la questione non è affatto da sottovalutare e considerare con troppa leggerezza: è in gioco il destino delle nostre montagne e, per molti versi, anche di noi che le abitiamo e frequentiamo.

La montagna è in mano ai giovani (e non è affatto scontato sostenerlo!)

Potrebbe sembrare ovvio e banale sostenere che, come il futuro è in mano ai giovani, anche il futuro specifico della montagna lo è. Tuttavia, a constatare ciò che poi accade realmente, con i territori montani continuamente sottoposti a progetti, opere e interventi palesemente basati su modelli di “sviluppo” obsoleti e fuori contesto, che sembrano pensati per una montagna di decenni fa che oggi non esiste più da persone che evidentemente ragionano – per anagrafe, mentalità, incompetenza, convenienze personali – da “vecchi”, quel pensiero iniziale non appare più così scontato e risulta quanto mai necessario.

E in effetti di giovani che scelgono di restare o salire in montagna e lì vivere e lavorare, spesso attuando idee e progetti realmente innovativi, di grande valore comunitario oltre che socioeconomico e finalmente protesi verso il futuro, ce ne sono a migliaia, tanto sulle Alpi quanto in Appennino. Fateci caso, d’altronde: quei tanti progetti palesemente opinabili di cui spesso si ha notizia – infrastrutture turistiche, urbanizzazioni, sfruttamenti eccessivi del territorio naturale, opere invasive e impattanti, iniziative commerciali, eccetera – quante volte sono proposte da giovani e quante altre da soggetti (pubblici e privati) di una certa età, quindi di una certa vetustà mentale? Con tutto il rispetto per qualsiasi fascia anagrafica, sia chiaro, ma spero abbiate capito ciò che intendo. E quante volte i secondi – i “vecchi”, sì – non sostengono adeguatamente le iniziative dei giovani quando non arrivano a mettere loro i bastoni tra le ruote?

Ad esempio di tutto ciò, tra gli innumerevoli sui quali si trova notizia sul web, cito la significativa storia di Sofia e Simone, da qualche anno neo-montanari stanziati ai Piani Resinelli, nelle montagne lecchesi, e di “Resinelli Tourism Lab”, l’associazione da loro fondata che sta facendo della località un laboratorio di rigenerazione sociale con lo scopo di promuovere non solo un turismo sostenibile ma anche di creare una rete tra chi abita la montagna locale alimentandone la relazione con il luogo e il senso di comunità, elementi fondamentali per la vitalità stanziale delle Terre Alte. La loro esperienza, peraltro premiata anche con la “Bandiera Verde” di Legambiente lo scorso maggio, è raccontata in questa puntata della trasmissione “Orobie Extra”:

Ecco: mi auguro, da vecchio o quasi quale sono, che veramente il destino futuro delle montagne sia sempre più nelle mani dei giovani e sempre meno in balìa di idee vecchie, arretrate, sterili e deleterie, e che ai primi sia dato modo di lavorare liberamente dai secondi. È una delle speranze più preziose alle quali la montagna si può affidare per costruire il proprio miglior futuro possibile. Non solo per un’ovvietà apparente, come già detto, ma in forza di un’opportunità concreta, che le montagne meritano e hanno bisogno.

Un “elefante” a forma di ponte sospeso sta per scorrazzare nella “cristalleria” montana della Valvarrone

[Veduta del nuovo ponte sulla Valvarrone, immagine tratta da https://lecconotizie.com.]
Il “Ponte dei Minatori”, il nuovo ponte pedonale sospeso («Il più alto d’Europa!») della Valvarrone, nelle montagne lecchesi, aprirà il 24 ottobre. «Finalmente!» dirà qualcuno, «Purtroppo!» esclamerà qualcun altro.

Io, che ho disapprovato numerose volte l’opera in base ai motivi il più possibile obiettivi e articolati (non li sto a ripetere nuovamente: li trovate nel blog, qui), non dico ne l’una ne l’altra cosa: ormai il ponte aprirà, tocca solo vedere che succede. Tuttavia, resto fermamente convinto che, conoscendo bene il territorio e le sue specificità, il nuovo ponte rappresenti – l’ho già detto, lo ribadisco – il classico elefante nella cristalleria, e che una valle assolutamente peculiare e profondamente affascinante (nelle sue notevoli virtù così come nelle sue emblematiche criticità) ha e avrà bisogno di ben altro per costruire un futuro realmente proficuo e duraturo alla sua comunità. Che di contro la nuova attrazione sottopone a un rischio che, appunto, un territorio come la Valvarrone temo (e mi auguro di sbagliare) non riesca e non possa reggere completamente.

Non voglio affatto rappresentare il solito uccello del malaugurio: come detto, mi auguro vivamente che le mie disapprovazioni non trovino conferma nel tempo. Parimenti, pur contestandone nel caso specifico l’operato, apprezzo l’impegno che di recente il Sindaco di Valvarrone ha messo nell’interloquire con la comunità locale riguardo l’opera, anche se lo ha fatto quando ormai i giochi erano fatti. D’altro canto il ponte è finanziato con capitali privati, seppur ciò non significa che un privato possa fare tutto ciò che vuole in un territorio pubblico per giunta di elevato valore paesaggistico e culturale: ma, ahinoi, in questo nostro paese ciò accade spesso.

[Il ponte quasi ultimato, immagine tratta da www.leccoonline.com.]
Apprezzo pure che il Sindaco si dimostri conscio delle varie criticità che un’opera così grande genera in un territorio-cristalleria come la Valvarrone, per molti aspetti delicato e fragile. Di contro non apprezzo che, riguardo le suddette criticità, abbia dichiarato: «Prima ottimizziamo quello che c’è e poi valuteremo i flussi». Il che equivale – per usare l’esempio citato – a far entrare l’elefante nella cristalleria, consapevole del rischio che ciò comporta e per questo “ottimizzando” per quanto possibile gli spazi, per poi “valutare” se è stato sufficiente: e se non lo fosse? Se l’elefante prendesse a fracassare i cristalli, che si fa? Io temo che piazzare il ponte pedonale sospeso “più alto d’Europa” in un piccolo centro abitato da poche decine di abitanti di un comune che ne ha in tutto solo 500 e con risapute difficoltà logistiche e viabilistiche, esponga la valle e la sua comunità ad un rischio eccessivo di vedersi fracassati molti dei propri “cristalli” senza per giunta avere la possibilità di ripararli o sostituirli, e senza ricevere di contro dei benefici immediati e concreti con i quali bilanciare realmente quel rischio.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Infine, resto fermamente convinto che attrazioni prettamente turistiche e ludico-ricreative come queste richiamino un pubblico assolutamente libero di visitare il ponte e divertirsi quanto e come vuole ma che per sua gran parte non sia quello di cui la Valvarrone, in forza di ciò che è e sa offrire, ha bisogno. E al contempo temo che l’altro pubblico che per vari motivi risulterebbe il più proficuo per il territorio e la sua comunità, in ottica di frequentazione turistica ma non solo per quella e di sviluppo socio-economico locale nel lungo termine, deciderà di stare lontano dalla valle. Oppure che ci andrà, pregando innanzi tutto di non restare bloccato nel traffico dei turisti-pontieri lungo le tortuose strade valvarronesi ma che poi si guarderà bene dal transitare sul ponte, preferendo invece l’esplorazione delle bellissime vie rurali della zona, sia verso la zona mineraria che verso le località in quota sul più solivo versante tra il Monte Legnone e il Legnoncino. Sarebbe comunque un bel risultato per la valle, e sicuramente pessimo per il ponte.

Quindi, da parte mia, nell’imminenza dell’apertura del ponte, non esclamo né «Finalmente!», né «Purtroppo!» e nemmeno penserò di dire tra un po’ «Ve l’avevo detto!». Continuerò invece a frequentare la Valvarrone (l’ho pure descritta in un libro, d’altronde) e continuerò a pensare per essa a un altro modello di “montagna”, di residenza stanziale, di frequentazione turistica, di sviluppo organico locale, di economia, di socialità, di valore comunitario, di cultura. Di futuro, insomma.

Seguendo “La via dell’Orso”, sabato 17 ottobre con Andrea Cassini al Rifugio SEV Pianezzo

[Foto di Daniel Diesenreither su Unsplash.]

C’è qualcosa di nobile in questa grossa bestia, qualcosa che fa pensare ad un barlume di sentimento umano, sparare ad un orso è come sparare ad un fratello.

Così scrisse Ernest Hemingway di quello che, con ben rare eccezioni, è tra gli animali più ammirati, amati, temuti, odiati, simbolizzati, mitizzati, divinizzati dall’uomo: l’orso. Ciò accade ancora oggi, basti pensare ai tanti dibattiti – spesso terribilmente superficiali e ovviamente strumentalizzati, purtroppo – relativi al ritorno dell’orso sulle Alpi. Ma il legame che, nel bene e nel male, lega l’uomo all’orso nasce nella notte dei tempi ed è per tanti versi affascinante, emozionante, emblematico, a volte terribile e inquietante: lo racconta Andrea Cassini in un bellissimo e originale libro, “Sulla via dell’Orso” (Edizioni Nottetempo, 2026), sul quale avrò il privilegio di discuterne con l’autore, e di porgergli le innumerevoli domande che la lettura mi ha fatto sorgere, sabato prossimo 17 ottobre, alle ore 17.00, presso il Rifugio SEV di Pianezzo ai piedi dei Corni di Canzo, montagne iconiche del Triangolo Lariano, per il sesto appuntamento della rassegna “Raccontami la Montagna”.

E il libro di Cassini è assolutamente consono a una rassegna con questo titolo: perché la storia dell’orso è quella delle montagne del mondo sulle quali vive da milioni di anni – un «anacronismo indomabile e invincibile uscito da un tempo antico» scrisse William Faulkner al riguardo – e di buona parte delle culture umane che tra i monti si sono sviluppate. Indagare e riflettere sul legame che ancora oggi ci lega all’orso, dunque, significa interrogarci su noi stessi, sulla nostra civiltà e sul nostro rapporto con il mondo animale. Del quale facciamo parte, dimenticandocene troppo spesso.

Un libro bellissimo – anche per il puro piacere che offre la sua lettura – in un posto di montagna bellissimo: un’occasione da non perdere, insomma, e alla quale mi auguro vorrete e potrete partecipare.

Trovate tutte le informazioni sull’incontro e su come raggiungere il Rifugio SEV sulla locandina.

Ecco cosa c’è da fare per divertirsi veramente in montagna e godere della sua bellezza

[Foto di Fotoauge da Pixabay.]
Da quando ho cominciato a salire le montagne in maniera assidua – sempre da alpinista mediocre, sia chiaro – e dunque a pernottare nei rifugi, una delle cose che ho imparato ad amare di più è quel momento sul tardo pomeriggio, in attesa della cena, quando gli escursionisti di giornata se ne sono andati, la quiete si fa quasi assoluta, il Sole scende verso l’orizzonte e il giorno si stempera nella sera in quegli attimi sospesi nel tempo che i fotografi chiamano l’ora blu.

Trovo sia un momento bellissimo da vivere anche perché, per goderselo appieno, non bisogna fare niente. Me ne sto lì, perdo lo sguardo negli orizzonti che si fanno nitidi e, con gli ultimi raggi solari, luminescenti, seguo i profili multiformi delle vette d’intorno, osservo le prime luci che si accendono nei fondivalle mentre la quiete che regna accresce l’armonia con il luogo e il benessere dello starci. Rare volte come in questi momenti, a non fare niente si sente di stare facendo tutto ciò che serve.

Come d’altro canto le montagne richiederebbero di fare a chi le frequenta per svago: nulla.

Restare lassù, nei lori paesaggi meravigliosi come pochi altri, semplicemente godendo della loro bellezza – morfologica, geografica, naturalistica, culturale – e facendo che essa ci penetri dentro, diventi il nostro paesaggio interiore così regalandoci benessere, serenità, appagamento. L’anima della montagna è fatta anche di questa dote, di questa alterità dimensionale rispetto alla città e alle zone più antropizzate che la rende così speciale, preziosa, appagante e rigenerante. Gli ampi spazi delle montagne, apparentemente vuoti, in realtà sono pieni di queste peculiarità. Non c’è nulla ma c’è tutto; non c’è nulla solo per chi non sa vedere il tutto, e per vederlo, percepirlo, comprenderlo, non bisogna fare nulla, appunto. C’è solo da star lì e goderne: facendo nulla si fa tutto ciò che serve, l’assenza di azione è pienezza di senso.

Lassù al rifugio oppure stesi su un prato, seduti su un masso in un punto panoramico, camminando lentamente nel bosco o restandovi fermi in mezzo agli alberi. Non serve fare nulla di più, la montagna farà tutto per conto nostro.

[Immagine tratta dalla pagina Instagram “TMLPLanet“.]
Non capisco proprio perché, invece, in montagna ci venga di frequente imposto di fare un po’ di tutto e molto di più di quanto classicamente si può fare – sciare, camminare e tutto il resto di correlato – al pari di quanto accade in città, che consente e impone di fare un sacco di cose. Ma è una città, appunto, offre per sua natura cose da fare e che chiede di fare.

Sulle montagne di oggi, di contro, l’hotel non è hotel senza la spa e senza una miriade di servizi che i clienti possono (devono) acquistare, nei ristori lungo le piste c’è il dj e si balla, dopo lo sci c’è da fare l’après-ski, il paesaggio lo si osserva dalle piattaforme panoramiche e dalle panchine giganti, sui ponti sospesi si fa l’experience e si scattano i selfie, il ciclista deve scendere dai monti a tutta velocità sulle piste di downhill e poi ci sale su ampie e comode ciclovie, bambini e ragazzi si devono divertire nei parchi avventura o sugli alpine coaster mentre i genitori salgono in quota perché c’è comprare quei krapfen di cui tutti parlano sui social… eccetera eccetera eccetera. La lista di cose che si possono fare in montagna, e spesso si devono fare per “sentirsi” in montagna, è assai lunga.

Lunga, sconcertante e non di rado assurda.

Anche perché tutte quelle cose che vengono proposte riducono la montagna a un mero spazio non più da vivere ma da utilizzare e, spesso, la cui fruizione è da acquistare in base a un prezzo di vendita. Da viaggiatori, villeggianti e turisti si diventa in tutto e per tutto clienti di beni e servizi che sfruttano la montagna, ne impongono il consumo – non solo in senso economico.

E questo consumo impone la realizzazione continua di “mezzi” per metterlo in atto e alimentarlo: ecco dunque tutta la messe di opere e infrastrutture – dalle funivie alle piste da sci e alle ciclovie, ai ponti sospesi e alle passerelle panoramiche, ai resort sempre più grandi ai parcheggi sempre più capienti, eccetera – realizzata senza limiti o quasi, proprio come se la montagna fosse uno spazio vasto e vuoto da poter riempire liberamente con tutto ciò che lo renda pieno, utile, sfruttabile, vendibile. Come fosse uno spazio urbano, una periferia della città da riempire di “servizi” dei quali i turisti possono fruire ma i locali non sanno concretamente cosa farsene.

[Foto di Pexels da Pixabay.]
Chiunque può scegliere liberamente come divertirsi ovunque, inutile rimarcarlo. Ma in questo modo si vive veramente la montagna? Cosa si porta a casa, a giornata o vacanza finita, della sua bellezza, della sua anima peculiare, di ciò che sa donare, del gran bene che ci sa fare alla mente e all’animo? Da quante distrazioni certamente divertenti ma altrettanto superflue veniamo sviati, confusi e infine resi incapaci di comprendere pienamente la bellezza che ci circonda?

Una bellezza talmente grande, emozionante e coinvolgente – anche se osservata senza troppa retorica sentimentale e meramente estetizzante, converrete – che, lo ripeto di nuovo, non ha bisogno di nulla per poter essere goduta, apprezzata e amata. Recuperare questo dolce e prezioso far niente tra i monti, comprendere nuovamente quanto sia importante e proficuo perdere tempo nello stare lassù a far nulla guadagnando benessere  – il vero lusso, come hanno già detto altri, non è avere tanto tempo per fare “cose”, è non avere fretta di farle – sono certo che recupera anche moltissima bellezza delle montagne altrimenti trascurata e smarrita. E ci fa recuperare anche il gusto pieno di stare lassù sentendosi bene come altrove raramente accade, nel posto giusto al momento giusto, in armonia con il luogo e in pace con se stessi. Che poi dovrebbe essere il senso ultimo della “vacanza”, parola che viene dal latino vacantia, che significa “essere vuoto”, “essere libero” o “essere privo di occupazioni”. Infatti il “vuoto” delle montagne è pieno di libertà: ci sentiamo liberi dagli impegni, dal tempo che corre, dagli obblighi e dalle responsabilità quotidiane, dalle preoccupazioni, dagli spazi regimentati delle città… perché dunque gettare al vento questa libertà così bella e preziosa per assoggettarci a fare cose – attività, svaghi, “esperienze”, divertimenti… – preconfezionate e imposte?

È montagna, questa?

Io credo di no. Non come e più di quanto sia lo stare seduti in un prato a osservare il paesaggio e non fare nient’altro. Dentro la sua bellezza autentica, fuori dalla sua scenografia artificiosa.

[Foto di Paul Pastourmatzis su Unsplash.]
Liberissimi di godere delle montagne come volete, ribadisco. Ma provate ogni tanto, quando siete lassù, a non fare nulla, a “perdere tempo”, a stare semplicemente lì a godere il momento e osservare cosa avete intorno, a vivere il luogo e non più soltanto a usarlo. Forse così converrete con me che, sulle montagne, il vuoto è pieno, il nulla è il tutto, il tempo non si perde e si guadagna vita e il paesaggio è dentro di noi, il paesaggio siamo noi.