Noi italiani pensiamo che la “sostenibilità” sia sinonimo di sostenere l’ambiente e di un’attività sostenibile finanziariamente. Bene, non è così, “sostenibile” significa “durevole”. I nostri prodotti devono “durare di più”; si deve non incrementare la crescita del Pil, ma la qualità delle produzioni, la loro etica, una loro giusta politica di prezzo. Le vecchie società contadine avevano nel loro Dna il non spreco, il saggio utilizzo delle risorse. Ora siamo giunti alla produzione intensa, dannosa per l’ambiente e per la biodiversità, che è sostenuta da un consumismo nevrotico.
[Dall’intervento a “In Italy 2022”, Università per Stranieri di Perugia, 27 maggio 2022; citato in “Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, a Perugia: «La gastronomia non è intrattenimento, basta sciocchi in tv»”, “Umbria24.it”, 28 maggio 2022.]
Carlo Petrini non è stato un “rivoluzionario” – spesso lo si definisce in questo modo, lecito ma parecchio retorico. Semmai sono stati tutti gli altri a non esserlo, facendo sembrare Petrini così. È stato colui che ha saputo riscoprire – come nessun altro aveva avuto la capacità di fare prima – la storia gastronomica italiana in contrapposizione al fenomeno contemporaneo dei fast food, la salvaguardia della biodiversità, le tecniche agricole non invasive e abitudini come il rispetto dei tempi naturali, dell’ambiente e della salute dei consumatori. Non ha scoperto nulla, viceversa ha riscoperto tutto, r-innovando la tradizione – senza tutta la bieca enfasi che sovraccarica il termine – del cibo italiano rivitalizzandone l’anima culturale, sociale, antropologica, e l’energia necessaria a farla muovere verso il futuro evitando di tenerla ancorata a un passato tanto glorioso e altrettanto fangoso.
Quanta distanza e quanta altezza, nel suo pensiero, dalle cose odierne che vi si ispirano (anche senza ammetterlo o senza rendersene conto), la “sovranità alimentare”, la cucina italiana “Patrimonio Unesco”, le Dop e le Igp spesso ipocrite, eccetera. E quanto fondamentale è stata la sua presenza anche per le montagne italiane, sulle quali si trovano molti dei presidi “Slow Food” (alcuni di essi li ho conosciuti bene) a fronteggiare pure lassù l’inquietante mutazione delle “tradizioni” in produzioni industriali travestite da “prodotti tipici” che sviliscono culture e identità locali svendendole al consumismo!
È una grande perdita, quella di Petrini, molto più – temo – di quanto possiamo pensare. Ma resta viva la speranza che la sua presenza, il suo pensiero, il lavoro che ne è derivato, abbiano lasciato buoni semi nel terreno del presente per preziosi raccolti dei quali poter godere a lungo nel futuro. Perché, come disse egli stesso,
Chi semina utopia raccoglie realtà.
RIP.
