Un divieto “di libertà” (anche da pericolose superficialità ferragostane)

Mentre i boschi italiani, da nord a sud, bruciano per motivi colposi e non di rado dolosi, con la crisi climatica in peggioramento crescente che rende i roghi ancora più devastanti, intorno a quegli stessi boschi abbondano spettacoli pirotecnici, fiaccolate, falò ferragostani, svolazzi di lanterne cinesi, come scrivevo giusto qualche giorno fa, qui. Tutto ciò come se al patrimonio forestale collettivo non stesse accadendo nulla e come se gli interventi necessari per spegnere i roghi non costassero milioni di Euro al giorno e ne provocassero altrettanti di danni ai territori coinvolti – di soldi pubblici, non serve dirlo spero.

Dunque io ora, per puro amor di logica, chiedo: ma i divieti di accensione di fuochi all’aperto che giustamente impongono le amministrazioni locali, spesso su indicazione degli enti istituzionali superiori, al fine di prevenire gli incendi in questi periodi di notevole criticità, perché valgono per i privati e non per i soggetti pubblici? Come possono i comuni imporre (in modo inevitabile e sacrosanto, ripeto) a Tizio, Caio e Sempronio di non accendere fuochi durante le proprie grigliate nei prati quando gli stessi comuni patrocinano fuochi d’artificio e addirittura fiaccolate (come è incredibilmente accaduto di recente a Borno, in Valle Camonica, vedi sotto) solo perché «è una tradizione da rispettare e che piace tanto a residenti e turisti»? Come si fa a essere così ottusi e a pretendere che tutti rispettino le ordinanze, quando è nota (purtroppo) la mancanza di senso civico e sensibilità ambientale di molti italiani?

Nel nostro paese gli incendi boschivi sono in costante aumento, in questo 2026 soprattutto, e nel 90% dei casi sono colposi e dolosi. Dunque perché nel periodo estivo e in particolar modo nei momenti di siccità e di stress vegetativo non si vietano i fuochi all’aperto – braci, falò, fiaccolate, lanterne cinesi, fuochi pirotecnici e quant’altro di ardente –  a chiunque?

A chiunque, ripeto: tanto al vacanziere stolto che vuole farsi le salamelle ai margini di un bosco quanto al comune che per la festa del patrono o per il Ferragosto pretende di sparare fuochi artificiali e accendere falò. Rinunciarvi sarebbe un bel segno di civiltà e di buon senso civico collettivo soprattutto da parte delle istituzioni, sempre troppo impegnate nel gestire il consenso dei propri bacini elettorali e così poco attente alla gestione e alla cura dei territori amministrati.

P.S.: nel frattempo che ho scritto questo articolo e poi l’ho pubblicato sono arrivate alcune ordinanze di divieto di accensioni di qualsiasi tipo di fuoco, ad esempio in Lombardia sollecitate da un’apposita ordinanza regionale. Come ho rimarcato, mi auguro che tali divieti vengano osservati da tutti, anche se il timore che molti – privati e pubblici – non li rispettino per ragioni assolutamente stupide (le tradizioni, i turisti, le usanze tipiche, «si è sempre fatto così», «che sarà mai, basta stare attenti», eccetera) resta inevitabilmente concreto.

Incendi boschivi dolosi e fuochi d’artificio colposi

[Foto di Eros Maggi, tratta da www.leccotoday.it.]
Dalle mie parti, ovvero nelle località che si affacciano sulle rive del Lago di Como, è periodo di spettacoli pirotecnici: d’estate quasi ogni paese ne offre uno, in occasione di sagre, feste patronali, ricorrenze locali o semplicemente per il sollazzo dei turisti presenti. Peccato che pure qui ogni anno, e in maniera crescente, i boschi e le montagne sovrastanti quelle località sono sempre più in preda agli incendi, sovente colposi se non dolosi, che distruggono centinaia di ettari di patrimonio forestale, ne uccidono la fauna selvatica e degradano il paesaggio. D’altro canto è una situazione diffusa un po’ ovunque in Italia, inutile rimarcarlo.

Ora, so bene che andare contro a certe consolidate tradizioni paesane, dalle nostre parti, sia come bestemmiare in chiesa, ma la contraddizione tra la situazione sempre più grave degli incendi boschivi, con i relativi ovvi divieti assoluti di accensione di qualsiasi cosa che possa ardere, e lo sparare in aria dai dardi infuocati che poi rischiano di cadere in qualche area boscata è evidente, così come lo sia il fatto che, pur tra le mille garanzie che si possono prendere al riguardo, il pericolo di nuovi inneschi incendiari resta forte. Così, leggere in occasione di uno di questi spettacoli pirotecnici da parte delle istituzioni locali di un luogo il cui territorio montano è stato recentemente devastato da un grande incendio che «Si terranno quindi regolarmente anche i tradizionali e attesissimi fuochi d’artificio, da sempre punto di forza della festa e appuntamento simbolo profondamente sentito dall’intera comunità e dai tanti turisti presenti», cioè dando molta più importanza al mero svago di residenti e turisti invece che alla tutela dei propri boschi e di chi vi abita appresso, a me lascia parecchio perplesso. Non tanto per l’evento in sé ma, appunto, per la superficialità che si coglie in quell’affermazione e per la mancanza di coscienza civica e ambientale che invece qualsiasi amministrazione pubblica per prima dovrebbe manifestare, dando il buon esempio a residenti e turisti: una cosa che peraltro rappresenterebbe, di questi tempi, motivo di lustro per il luogo (qualsiasi esso sia) con relativo ritorno d’immagine sui media. Ma temo che la nostra politica, ormai troppo tronfia e piena di sé, a elaborare queste considerazioni non ci arrivi proprio.

Insomma, anche qui io ci vedo un’ennesima manifestazione della scarsa considerazione che in Italia abbiamo verso l’ambiente naturale e i suoi molteplici problemi legati al peggiorare della crisi climatica e ad altre criticità ecologiche contemporanee. Non a caso Regione Lombardia destina per tutto il proprio territorio solo 1,3 milioni di Euro per la manutenzione preventiva delle aree boschive dal rischio incendi: prova evidente di quanto poco il tema interessi alla politica e quanta considerazione autentica destini al patrimonio naturale governato.

Se una volta, quando di cose così suggestive e insolite a cui assistere non ce n’erano molte, i fuochi d’artificio potevano sicuramente rappresentare un «appuntamento simbolo profondamente sentito» dalle comunità e dai luoghi con vocazioni turistiche, oggi, nel mondo in cui viviamo con tutto quanto d’altro ha da offrire (anche in alternativa agli spettacoli pirotecnici: droni, luci laser, coreografie luminose, eccetera), con le criticità ambientali che dobbiamo affrontare e con la necessaria elaborazione di una coscienza ecologica collettiva atta a contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici, be’, con  tutto il rispetto per le “tradizioni simboliche e profondamente sentite” una bella e articolata riflessione sull’opportunità di bandire gli spettacoli pirotecnici – almeno in certe situazioni – la farei. Anche perché, forse, è giunto il momento di innovare certe usanze tradizionali obiettivamente ormai monotone e stantie quando non anacronistiche: in fondo non è vero che «La tradizione è un’innovazione ben riuscita»?

(Tutte le foto presenti nell’articolo sono tratte da www.leccotoday.it.]

Sugli atti vandalici all’antenna privata del Grignone

Leggo dalla stampa locale dell’atto vandalico ai danni delle strutture dell’antenna per telecomunicazioni private in costruzione sulla cresta sommitale del Grignone, sulla quale sono intervenuto più volte nei giorni scorsi. Inutile dire che siano azioni di individui ignoranti, non solo inutili (sospendono i lavori ma di sicuro non li fermano, anzi) ma pure favorevoli ai promotori del nuovo impianto per come in tal caso consenta di loro di passare da danneggianti il patrimonio comune a danneggiati nei propri interessi.

Come ho detto nell’intervento andato in onda nel TGR Rai della Lombardia lo scorso giovedì 26 giugno, stiamo – io ed altri – cercando di capire la legittimità complessiva dell’impianto nei riguardo del sito e degli scopi per i quali viene costruito attraverso il vaglio delle varie normative vigenti: è l’unica e più consona via per contrastare la sua realizzazione, se sarà il caso di farlo, ovvero per cercare di evitare ulteriori future costruzioni del genere sul Grignone e altrove.

Il caso della nuova antenna sul Grignone nel TGR Rai Lombardia

Ecco il mio intervento nel TGR Rai Lombardia di ieri, nell’edizione delle 14.00 (e dal minuto 16’48”), sulla questione della contestata nuova antenna privata sul Grignone, riguardo la quale ho scritto qui.

Ringrazio molto Laura Carcano, autrice del servizio, per l’ottima narrazione del caso, mentre mi spiace che il Sindaco di Mandello del Lario non abbia accettato di intervenire – o non abbia potuto farlo. Si troverà il modo di confrontarsi con lui in altri momenti.

Del Monte San Primo, dove si continua a pretendere di sciare a 1000 metri di quota, e di altri posti dove invece si usa ancora il buon senso

Cosa si potrebbe ancora dire riguardo l’assurdo progetto “OltreLario” che prevede di riattivare impianti e piste da sci sul Monte San Primo, a 1100 metri di quota, dove già da tempo non ci sono più le condizioni climatiche e ambientali per sciare – progetto che, nonostante l’evidente insostenibilità e la contestazione generale rimbalzata sui giornali di mezzo mondo, è stato di nuovo ribadito in maniera indiscutibile da parte del Comune di Bellagio e della Comunità Montana del Triangolo Lariano, spalleggiati da Regione Lombardia (con poche eccezioni tra i suoi rappresentanti)?

Be’, resta molto poco da dire, proprio come quando lo sconcerto è tale da lasciare senza parole. Ma si può sempre (e si deve) osservare la realtà effettiva delle cose, in modo da ragionarci sopra con il più ordinario buon senso.

Così, mentre sul San Primo si pensa «convintamente» di poter sciare poco sopra i 1000 metri con un progetto che «troverebbe gli applausi di chiunque viva quel territorio» e «opere dedicate alla fruizione sostenibile dell’area» con «l’intento di coniugare tutela ambientale, sicurezza, servizi e sviluppo turistico» (sono tutte dichiarazioni di personaggi politici che sostengono il progetto), in mezzo alle Alpi Svizzere, nella località sciistica di Braunwald i cui impianti giungono oltre i 1900 metri di quota (dunque ben più in alto di quelli del San Primo), dalla stagione invernale 2026/27 verranno definitivamente chiusi impianti di risalita e piste perché «il modello attuale non è più sostenibile» e che «un proseguimento dell’attività nelle modalità attuali non è più possibile» (sono dichiarazioni dei responsabili della società di gestione degli impianti). Alla base della decisione vi sono le persistenti difficoltà finanziarie e gli effetti dei cambiamenti climatici, che negli ultimi anni hanno reso sempre più incerta la disponibilità di neve.

Ecco, questo si può dire e rimarcare: l’assenza di buon senso sul San Primo, di attinenza alla realtà, di sensibilità al luogo, di attenzione alle sue specificità e alla realtà climatica in divenire, rispetto alla presenza di queste “doti” altrove (come a Braunwald, appunto e nelle innumerevoli località che sulle Alpi hanno fatto lo stesso), dove le decisioni vengono ancora prese ponendovi alla base sensatezza, razionalità, senso del contesto e della misura, consonanza alla realtà – nonostante condizioni geografiche e climatiche ben migliori di quelle del San Primo.

Queste evidenze mi auguro possano far capire chiaramente come stanno le cose, sul Monte San Primo, e quale irresponsabilità stia manifestando la politica che insensatamente e ostinatamente vuole imporre al luogo il progetto sciistico negando e rifiutando qualsiasi confronto al riguardo con la società civile.

Di recente il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo, che riunisce ben 37 associazioni civiche e i cittadini che si oppongono al progetto sciistico operando al riguardo con ammirevole costanza ed efficacia fin da quando il caso divenne di dominio pubblico, ha emesso un nuovo comunicato stampa per ribadire con forza la richiesta di stralcio della “parte sciistica” dal progetto di rilancio turistico della località di Bellagio, evidenziando nuovamente le numerose criticità politiche, amministrative, ambientali, culturali.

Trovate il comunicato qui insieme a molti altri documenti di approfondimento.

P.S.: invece qui trovate i numerosi articoli che nel tempo ho dedicato al caso del Monte San Primo.