L’uomo più solo dell’Universo

[Michael Collins nel Modulo di Comando Columbia della missione Apollo 11 durante la fase orbitale translunare. Fonte: U.S. National Archives and Records Administration, Pubblico dominio; fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]
Qualche giorno fa è partito per il suo viaggio più lungo Michael Collins, l’astronauta americano noto per essere stato pilota del modulo di comando dell’Apollo 11, la missione con la quale i primi umani giunsero sulla Luna.

La cosa che i vari articoli hanno più riportato, su Collins, è quella di essere stato “l’uomo più solo dell’Universo”, quando rimase per circa 24 ore in orbita lunare nel mentre che Neil Armstrong e Buzz Aldrin, i suoi compagni di missione, scendevano sul suolo lunare, per di più senza possibilità di comunicazione con essi e la Terra quando il modulo di comando sorvolava la faccia nascosta della Luna. Tuttavia, alle domande che puntualmente gli venivano rivolte al riguardo, Collins ha sempre negato di essersi sentito così solo; pare che qualche tempo fa, intervistato dalla BBC sulla sua condizione di estrema solitudine e isolamento, la sua risposta, alzando le spalle, è stata: «E quindi?». Più ironicamente, nel libro Return to Earth Collins ha scritto: «Ero solo, assolutamente solo, e completamente isolato da qualsiasi altra forma di vita conosciuta. Se si fosse fatto un conteggio, il risultato sarebbe stato 3 miliardi più due dall’altra parte della Luna, e uno più Dio da questo lato».

Trovo interessante questa circostanza su Collins e sulla sua condizione estrema di solitudine ovvero sulla “solitudine” in senso lato: ne ho scritto più volte al riguardo, qui sul blog, sia disquisendo sulla solitudine “positiva”, cioè quella secondo me necessaria per essere più pienamente e virtuosamente esseri sociali, sia su quella negativa che connota una non piccola parte della nostra società contemporanea, che trovo essere non tanto il frutto di una convivenza consapevolmente tale ma la conseguenza di una mera somma di tante singolari alienazioni, dalle quali deriva una solitudine indotta e parecchio pericolosa.

Di contro, Collins nel libro citato ha pure aggiunto che «la missione era stata strutturata per tre persone, e io ero fondamentale tanto quanto gli altri due», la quale trovo sia una bellissima considerazione, in forma di risposta indiretta ma del tutto consona, a quegli stati di alienazione sociale che così spesso si riscontrano nel mondo odierno. Ovvero, Collins ha in pratica sottolineato come non vi sia e non vi possa essere alcuna solitudine sostanziale, semmai solo formale, nell’individuo che sia perfettamente consapevole e in controllo di quello stato solitario (anche quando sia per qualche motivo) imposto nel frattempo facendo di esso un momento di progresso e sviluppo per se stesso e di rimando per chiunque altro dacché comunque parte di un insieme, di una comunità, anche se autonomo in tutto e per tutto. Considerazioni che, dal mio punto di vista, rimandano all’esigenza – necessaria, io credo – di saper stare da soli per poter meglio stare con gli altri: cosa che poche persone sanno fare, temendo la solitudine come una circostanza di smarrimento pressoché assoluto, tipica appunto delle forme di alienazione sociale. Come ho scritto altrove, l’individuo di oggi non sta in società, ovvero in mezzo ad altri individui, per godere della conseguente relazione sociale ma unicamente per la paura di restare da solo con se stesso: una condizione che per molti temo equivalga al togliere il coperchio al personale vaso di Pandora, al fare i conti con la propria esistenza al netto delle varie incombenze sussistenziali quotidiane. Questo non saper reggere la solitudine per più di qualche attimo, insomma, credo sia un elemento probante della assai debole valenza della socialità contemporanea e delle relazioni tra gli individui che ne compongono la comunità sociale la quale, in forza di quanto detto, risulta un qualcosa di assai labile, evanescente – alla faccia della prerogativa “social” della quale ci (auto)vantiamo di continuo.

Ora, al di là della relativa improbabilità della circostanza (ovvio che era perfettamente preparato al riguardo) ma solo per dire: e se Michael Collins, in quelle 24 ore di solitudine pressoché assoluta nel buio dello spazio, avesse dato di matto? Che ne sarebbe stato dei suoi compagni sul suolo lunare? Ecco, fantasticheria a parte, ne riporto il principio e rilancio: con tutti questi “alienati” in circolazione, all’apparenza esseri sociali ma in realtà timorosi anche della propria ombra quando si ritrovano soli con se stessi, e molti di essi magari detenenti posizioni di una certa importanza per la buona sorte collettiva, la nostra società è come l’astronave che comincia a caracollare e a uscire dalla rotta spaziale perché non ben pilotata o perché disturbata in tale operazione da una certa parte di equipaggio in stato psicotico. Il che in effetti è quanto sta accadendo da ormai troppo tempo alla nostra astronave-Terra, non trovate?

Disturbi mentali palesi

[Immagine tratta dal relativo articolo di tio.ch, cliccateci sopra per leggerlo.]
È assolutamente interessante e per molti versi “scientifico” constatare come certe forme di antiabortismo radicale e massimalista, con i relativi atteggiamenti pubblici come quelli di cui si dà notizia lì sopra (peraltro, nella stragrande maggioranza dei casi, manifestati da individui di sesso maschile), siano il chiaro sintomo di un importante disturbo mentale, di forme di alienazione sociopatica e schizofrenica che avrebbero senza dubbio entusiasmato Freud ma che, di contro, si evidenziano come un problema sociologico non indifferente – in tal caso mi verrebbe da pensare a Erich Fromm, al riguardo.

Se invece li osserviamo da un punto di vista alternativo, è evidente e per questo apparentemente paradossale, ma in realtà alquanto logico, assodare che quegli atteggiamenti così deviati, proprio in forza di ciò, diventano in senso civico una delle migliori argomentazioni a favore dell’aborto. Dunque non so quanto a chi li sostiene convenga di sostenerli in quei modi, ma posso immaginare che costoro, data la condizione mentale che palesano, non riescano a comprendere tale antitesi, altrimenti non li sosterrebbero pubblicamente come fanno. Già.

L’alienazione virtuosa

[Foto di arvin keynes da Unsplash.]

«Anziché temere l’alienazione» disse «la gente dovrebbe accettarla. Forse è la chiave per accedere a qualcosa di più interessante. Ecco il messaggio della mia narrativa. Dobbiamo esplorare l’alienazione totale e scoprire cosa nasconde. Il modulo segreto che puntella ciò che siamo e i rifacimenti fantasiosi di noi stessi che noi stessi accettiamo.»

(James G. Ballard intervistato da Iain Sinclair e citato in London Orbital. A piedi intorno alla metropoli, Il Saggiatore, 2016, pag.279.)

Interessante. L’alienazione – così io intendo le parole di Ballard – come esercizio consapevole e intellettuale di autoemarginazione dalla società e dal mondo ordinari, così da poterne osservare la realtà concreta dal di fuori e smascherarne le artificiosità: quelle stesse che poi, da interni alla società, tendiamo quasi inevitabilmente ad assimilare omologandoci alle varie contraffazioni che generano. E pure, a ben vedere, l’alienazione consapevole come forma paradossale (ma non così tanto, a pensarci bene) di autodifesa rispetto a qualsiasi alienazione mentale che nei soggetti più sensibili le tante devianze del mondo contemporaneo potrebbero cagionare in base a un processo generalmente inconscio o incontrollabile. Essere alieni e non alienati, insomma, almeno per qualche momento rispetto a ciò che abbiamo intorno, sentirci “al di fuori” per comprendere meglio la sfera quotidiana nella quale esistiamo e così poi rientrarci, quando si riterrà il caso di farlo, con maggior consapevolezza sulla sua realtà e su come poterla vivere (al) meglio.

D’altro canto è un tema, quello della “solitudine” ovvero dell’alienazione temporanea consapevole, che ho trattato più volte (si veda qui un elenco vario di articoli al riguardo) e che ritengo molto importante nell’analisi del mondo contemporaneo, della vita quotidiana in esso e delle relazioni sociali – ovvero dell’aspetto di socialità – con i quali manifestiamo il nostro essere una “civiltà” – o con le quali dimostriamo inciviltà, certo. Ci tornerò di nuovo, più avanti.

Urgente!

[Foto di Mohamed Hassan da Pixabay, rielaborata da Luca.]
Se c’è un termine che, in tutta sincerità, sto cominciando a odiare in maniera viscerale, per come venga usato sempre più copiosamente in ambito professionale e non solo, con toni nevrotici se non a volte isterici e se possibile ancor più, questo, dopo il lock down, che indubbiamente in generale ha esasperato certi animi molto più dell’ammissibile, influendo pure su ciò, è urgente.

Oggi tutto o quasi è “urgente”. Il lavoro è urgente, la consegna è urgente, il riscontro è urgente, la risposta pure e la telefonata e appuntamento anche – ma non di rado diventa “urgentissimo”, superlativizzando l’inopinata nevrastenia che, appunto, spesso viene manifestata e palesata dall’uso del termine e che altrettanto spesso ignora la pericolosità di rendere tanto pressanti certe cose che invece abbisognano di maggior tempo (il che non significa automaticamente “lentezza”, sia chiaro) per poter essere compiute al meglio.

Ma perché, poi, è tutto così urgente? Rispetto a cosa, e a vantaggio di chi? Che bisogno c’è di tutte queste immediatezze, improrogabilità, improcrastinabilità tanto forsennate?

Non è forse che, dietro tutta questa urgenza, si voglia nascondere la sostanziale incapacità di agire diversamente, ovvero con maggior buon senso e assennatezza, oltre che quell’ansia fobico-isterica di cui ho detto sopra che affligge palesemente un po’ troppa gente? Non è, forse, pure un’ennesima manifestazione dell’incapacità di pensare e costruire il futuro, vivendo sempre e solo nel presente ovvero – come si dice – “alla giornata”, in un mondo nel quale troppe cose vengono ignorate finché diventano “emergenza” così generando, inesorabilmente, ulteriore “urgenza”?

Ecco, sono domande alle quali, io credo, servirebbe qualche buona risposta. Urgente, già.