Un altro paradosso turistico a Madesimo, che avrà una nuova funivia ma intanto la scuola se ne va via

Un altro recente caso emblematico dei tanti paradossi della montagna turistificata contemporanea è quello di Madesimo, celebre località sciistica e di villeggiatura (come si diceva una volta) della Valle Spluga, in provincia di Sondrio.

Madesimo, che oggi conta una popolazione di 506 abitanti e ha il reddito medio pro capite più elevato della Provincia di Sondrio, è dotata di un comprensorio sciistico rinomato, in assoluto il più vicino delle Alpi lombarde a Milano, con 10 impianti di età media pari a 25 anni circa e 36 chilometri di piste per il 90% innevate artificialmente. Un comprensorio che nel 2027/2028 (salvo ritardi) annovererà una nuova funivia per raggiungere la Val di Lei, la zona sciistica con le piste più belle che sarà contestualmente dotata anche di una nuova seggiovia, per un investimento complessivo di oltre 40 milioni di Euro dei quali 16,5 milioni saranno finanziati da Regione Lombardia.

[Madesimo in inverno. Foto tratta da www.tripadvisor.it.]
Insomma, si direbbe che Madesimo viva una situazione felice, grazie al turismo che alimenta l’economia locale. Invece no, non è esattamente così, perché pur a fronte di quanto appena rimarcato, la realtà attuale del luogo è contrassegnata da numerose criticità.

Innanzi tutto a livello demografico: da tempo Madesimo perde abitanti in misura tendenziale sugli ultimi venticinque anni e non solo per il saldo naturale (quello tra nascite e decessi) negativo, ma anche perché molti lasciano la località e se ne vanno altrove.

Come si evince dal grafico soprastante, quelli che hanno lasciato Madesimo cancellandosi dall’anagrafe comunale per andare altrove, indicati dalla linea con i pallini rossi, sono stati spesso più di quelli che invece ci si sono iscritti fissando la propria residenza in loco. Detto in altro modo, il luogo non sa attirare nuovi abitanti e al contempo non riesce a trattenere quelli che ha.

Non solo: la comunità di madesimini stanziali, in quanto a struttura demografica, non è messa affatto bene. La popolazione è molto vecchia, contando ben 347,6 anziani ogni 100 giovani, così come lo è quella che lavora ancora, con un rapporto percentuale tra gli abitanti in età lavorativa più anziana (40-64 anni) e in quella più giovane (15-39 anni) di 184,8: indici spesso più che raddoppiati negli ultimi vent’anni, addirittura quasi triplicato per quello di vecchiaia. Inevitabilmente ne risente l’indice di natalità: nel 2024 è risultato pari a 3,9 x 1.000 abitanti, dunque soli 1,9 figli/anno per la comunità residente:

Le conseguenze di tale situazione sono state le solite riscontrabili per le montagne italiane, in fondo senza troppe differenze tra quelle “ricche” e quelle povere: in soli tre anni Madesimo ha perso la scuola materna, chiusa nel 2023, l’ambulatorio pediatrico nel 2024 e ora le scuole elementari, tutti servizi di base fondamentali – inutile rimarcarlo – per gli abitanti della comunità e per chi volesse farne parte. Senza poi contare la chiusura consequenziale di molti negozi di vicinato del paese e di altri esercizi e servizi prima a disposizione dei residenti, così alimentando un’involuzione demografica e sociale costante e all’apparenza irrefrenabile.

Dunque, nonostante la fama turistica, il marketing che l’alimenta, gli investimenti nelle infrastrutture del comprensorio sciistico, i finanziamenti pubblici al riguardo, anche a Madesimo l’industria turistica sembra non stia apportando alcun vantaggio alla comunità locale, anzi, verrebbe da supporre che in certi casi rappresenti una causa del suo costante deperimento.

Qualcuno potrebbe obiettare che senza lo sci e il turismo le cose sarebbero andate anche peggio. Potrebbe essere, ma siccome la storia non la si costruisce con i «se» e i «ma», per lo stesso principio logico si potrebbe di contro denotare che con uno sviluppo socioeconomico territoriale molto più organico e articolato forse le cose sarebbero andate meglio. Insomma, è un’obiezione che non tiene; d’altro canto, per buon senso, logica e attinenza oggettiva al contesto locale, è bene ragionare sulla realtà effettiva delle cose e sui dati concreti che la certificano, non su opinioni o ipotesi poco o tanto fondate.

[La vecchia funivia per il Pizzo Groppera e la Val di Lei, realizzata nel 1964 e giunta a fine vita tecnica.]
Quindi, a Madesimo ben venga la nuova funivia, che però – inevitabile supporlo – potrà salvare i bilanci della società che gestisce il comprensorio sciistico ma molto meno il paese, la sua comunità, la qualità di vita degli abitanti, la socialità che lo tiene realmente vivo ben più che i parcheggi pieni e gli skipass venduti.

Impianti sciistici più grandi? Impatti ambientali più piccoli! (Una storiella ironica, ma forse no)

Durante una riunione degli impiantisti, qualche tempo fa.

V.: «Dobbiamo costruire più impianti e più grandi, più capienti, più potenti!»
P.: «Ok, ma come facciamo poi con quelli che dicono che così distruggiamo le montagne?»
C.: «Non le distruggiamo noi le montagne, le v-a-l-o-r-i-z-z-i-a-m-o
P.: «Sì, ma quelli comunque parlano male di noi. Il problema resta.»
M.: «Sì, vero. Dobbiamo trovare una soluzione… dobbiamo fare in modo che i nuovi impianti siano meno… visibili, nonostante siano più grandi.»

(Attimi di silenzio.)

C.: «Ho un’idea! Dipingiamoli di bianco, tutti quanti, cabine, sostegni… così si confondono con la neve e diventano quasi invisibili!»
V.: «Sì, certo, come no, così d’estate invece si vedono di più! Ma che dici?»
M.: «Senza contare che ormai pure d’inverno ci sono i prati dove non spariamo la neve artificiale!»
C.: «Ah già.»
P.: «Una volta ho visto non so dove che un tizio aveva costruito una casa in montagna rivestendone l’esterno di specchi che riflettevano il paesaggio circostante. Così la casa diventava praticamente invisibile. Potremmo farlo con i nostri impianti!»
M.: «Mmm… ma se diventassero invisibili in questo modo poi il rischio sarebbe che la gente ci va a sbattere contro e ci tocca pure pagare gli indennizzi assicurativi. No, non mi sembra una buona idea
C.: «E le donne utilizzerebbero i sostegni delle cabinovie per rifarsi il trucco!»

(Risate, poi silenzio.)

V.: «Ho io una buona idea. Diminuiamo i sostegni lungo le linee degli impianti! Sostituiamo una seggiovia che ha venti o trenta sostegni con un impianto più grande e capiente ma che ne abbia solo dieci
P.: «Uhm… in effetti…»
V.: «In quel modo potremo dire di aver ottenuto una riduzione significativa dell’impatto ambientale e sul territorio, dunque di aver reso “sostenibile” il nuovo impianto, più “green” e tutte quelle scemenze che piacciono tanto agli ambientalisti.»
M.: «Sì, ma se l’impianto è grande il doppio o il triplo rispetto a quello precedente, come può diminuire l’impatto sull’amb…»
V.: «BASTA NON FARLO NOTARE! La gente non è così sveglia, molte cose se non gliele fai notare nemmeno le vede. Facciamola pensare semplice: trenta sostegni prima, solo dieci ora, quindi impatto ambientale ridotto della metà se non di più. Fine. Questo va detto e la gente questo deve sapere. Non di più.»
P.: «Mi sembra un’ottima idea!»
C.: «Sì, anche a me!»
P.: «Tutto cambi affinché nulla cambi, in pratica! L’ho sentita l’altra sera da un tizio alla TV, dev’essere il verso di una canzone di non so chi.»
V.: «Bene, allora procediamo! E fatelo sapere anche a tutti gli altri, che lo dicano quando verranno intervistati su qualche nuovo impianto in costruzione! Sarà una parte della nostra strategia di comunicazione. Ci provino a dire che noi impiantisti non difendiamo l’ambiente delle montagne!»

(Cenni generali di consenso e soddisfazione.)

[La zona sciistica dell’Alpe Tognola nel comprensorio di San Martino di Castrozza. Immagine di Roberto de Pellegrin, tratta da www.sanmartino.com.]
Già. Questa storiella, ovviamente ironica e del tutto “inventata” (?!), mi è comparsa in mente appena dopo aver letto nell’articolo de “Il Dolomiti”, al quale si riferisce l’immagine lì sopra, le affermazioni sul minor numero di sostegni che farebbero diventare meno «impattante sull’ambiente» un impianto di risalita più grande e capiente di quelli precedenti. Affermazioni che avevo già letto e sentito altrove in circostanze simili, e a sufficienza da poter pensare che la loro perfetta corrispondenza non dipenda da una mera casualità ma da un’idea ben precisa e condivisa. Una strategia di white washing, insomma, per far credere che un nuovo grande impianto di risalita ad uso sciistico in alta montagna sia meno impattante di quanto per logica venga da credere e che, dunque, lo sci sia un’attività che preserva l’ambiente e i territori che coinvolge.

Be’, al netto del caso singolo e dell’opera in sé, che sarà funzionale al comprensorio in questione e al suo business nonché realizzata con tutti i crismi del caso, la suddetta idea è quanto meno bislacca. Come se l’impatto ambientale generale di un grande impianto di risalita si misurasse solo con lo spazio occupato sul terreno dai suoi sostegni e non esistesse l’impatto visivo – proprio e rispetto al paesaggio circostante: stazioni più grandi, sostegni più elevati, franco da terra maggiore, eccetera – quello acustico oppure quello, indiretto (ma non troppo), dettato dalla portata oraria e quindi dal maggior afflusso di persone nel luogo e lungo le piste. Equivarrebbe a dire che un nuovo grande stabile costruito su un’area non ancora edificata vi impatterebbe meno se fosse sollevato da terra ovvero sopraelevato da una serie di pilastri, dunque che il conseguente consumo di suolo sarebbe pari alla sola superficie di tali pilastri! A questo punto perché allora non costruire una grande funivia con solo un paio di sostegni? Da 33 a 10 a 2: così si avrebbe una riduzione ancora più significativa dell’impatto ambientale e sul territorio. O no?

[Veduta estiva dell’Alpe Tognola, tratta da https://www.facebook.com.]
Mi verrebbe anche da rimarcare quella che a me pare una solita incongruenza, cioè la presenza di una grande area sciistica (con tutto ciò che ne consegue a livello di impronta ambientale e ecologica) all’interno di un Parco Naturale, quello di Paneveggio – Pale di San Martino: invece non posso farlo in quanto la presenza del comprensorio sciistico è legittima, sia perché esistente prima dell’istituzione del Parco (1967) e sia perché impianti e piste sono posti in una delle zone di “Riserva controllata” dell’area protetta, nelle quali le aree sciabili sono consentite così come la loro modifica «in funzione di un migliore inserimento nel paesaggio circostante o dell’adeguamento tecnologico e funzionale» (Capo III, art.15 del Piano del Parco in vigore). Tuttavia, ciò non toglie che la presenza di infrastrutture ad uso prettamente ludico-ricreativo di notevole impatto all’interno di un’area di tutela ambientale, come dei grandi impianti di risalita, resta dal mio punto di vista e in senso generale opinabile e raramente derogabile. Ma è una mera opinione personale, questa.

Piacere, «odiatore dello sci»!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Qualche tempo fa, a commento di uno dei miei articoli di analisi critica dell’industria dello sci contemporanea, un tale ha scritto che sono un «odiatore dello sci». Una definizione che mi ha fatto veramente molto ridere, innanzi tutto perché non capisco cosa voglia realmente dire (no, non mi apposto lungo le piste da sci gettando grossi rami tra le gambe degli sciatori per farli cadere e non infilo frammenti di ferro nelle carrucole delle seggiovie per bloccarne il moto!) eppoi per come risulti infondata ancor più di quanto la sua origine strumentale farebbe credere: chi l’ha proferita non sapeva cos’altro dire per ribattere alle mie considerazioni (e tanto meno conosce la mia storia sciistica) e dunque ha provato a chiudere la questione così, e amen.

Ovviamente chi la pensa in questo modo non vuole concepire che, invece, la critica allo sci attuale che elaboro nasce dalla mia grande passione per esso. Così come, se da parte mia nessun odio per niente e nessuno potrei mai sensatamente formulare, quello/quelli non capiscono che, per cosa è diventato oggi, è proprio lo sci ovvero cioè chi lo gestisce a manifestare, in tutta apparenza, una sorta di articolato “disprezzo” per le montagne, che in certi casi potrebbe pure essere sembrare, con tutti i distinguo e le attenuanti del caso, “odio”. Montagne che pretende di sfruttare oltre ogni limite, di (s)vendere per tentare di preservare i propri affari, di banalizzarne il paesaggio e l’anima (come fanno le orribili strisce di neve artificiale nei prati quando la neve naturale manca, ad esempio), verso la cui realtà ambientale, climatica, sociale, culturale non mostra alcuna sensibilità. Posso comprendere che lo sci provi a salvarsi in una situazione sempre meno favorevole, sia in forza dei cambiamenti climatici e sia per la congiuntura economica attuale, e capisco che la sua economia, ancora oggi importante per i territori montani che coinvolge, sia in certi casi (non in tutti) da salvaguardare. Ma tutto va (andrebbe) fatto ciò con logica, buon senso, attinenza alla realtà delle cose e consonanza ai territori e alle loro specificità. Con il più sensato equilibrio, insomma, rispetto alle montagne sulle quali si scia.

Altrimenti, con il passare del tempo, l’attività sciistica protratta in circostanze e condizioni climatiche, ambientali, ecologiche, socioeconomiche, culturali sempre meno adatte, solo perché non si vuole prendere consapevolezza di come stanno realmente le cose e, di conseguenza, non si ammette alcun limite ad essa anche quando il superamento di qualsiasi limite è ormai palese, diventa ogni anno di più una forzatura, un’imposizione, una prepotenza basata soltanto su una presunta forza economica, una prevaricazione bella e buona sulle montagne interessate. Una cattiveria verso di esse, si può dire, cioè qualcosa che assomiglia in vari modi a un “odio”, appunto.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Lo sci, per quanto mi riguarda, potrebbe andare avanti senza alcun problema ancora per molto tempo, dove trovasse le condizioni (climatiche e non solo) per farlo e se dimostrasse una coerenza completa e compiuta con le montagne sulle quali opera, diventandone uno strumento reale e concreto di sviluppo e progresso, non di sfruttamento e decadenza come lo è stato nei decenni scorsi in un mondo che, lo sappiamo bene tutti, per vari motivi non esiste più. Dunque, pretendere che esista e resista qualcosa che si giustifica tramite i modelli superati di un mondo passato nel mondo attuale ormai profondamente cambiato, rifiutando di adattarsi alla realtà attuale delle cose e di farsi ben più organico con ciò che le montagne sanno offrire con ben maggiore contestualizzazione al presente e al futuro – dal turismo ecosostenibile alle economie circolari locali, ai servizi alla comunità residente, alla cura attiva e passiva dei territori, alla salvaguardia di ambienti e paesaggi – a me pare, in base alla più ordinaria coscienza civica e morale, una gran prepotenza verso le montagne. Per giunta sovente sostenuta con denaro pubblico da una politica incompetente e meschina, dunque con un doppio danno alla collettività alla quale appartiene il patrimonio naturale delle montagne sfruttato dalle società, private, che gestiscono lo sci.

Quindi, per ribadire: chi è che veramente “odia” cosa?

Un vademecum di “micosofia” che parla di funghi ma racconta della vita: “Lo Zen e l’arte di andare a funghi” di Matteo Righetto

Non ho mai goduto del talento di trovare i funghi, a differenza di mio padre al quale invece bastava fare qualche passo nel bosco per trovare subito qualcosa di notevole – un porcino di bella taglia, ad esempio – nemmeno avesse in corpo un radar fatto apposta per intercettarli. E, avendo passato tutte le mie estati dagli 1 ai 20 e più anni in montagna, in alta Valle Spluga, a funghi ci si andava spessissimo e a me piaceva un sacco vagare senza apparente meta (dal mio punto di vista, dato che di funghi non ne sapevo trovare) nel bosco: credo sia stata una delle attività che più mi ha introiettato la montagna dentro, nella mente, nel cuore e nell’animo, prima che col passare del tempo l’andare per monti diventasse una pratica più mirata e consapevole. E mi piaceva un sacco che ci si disperdesse nel bosco, gli altri per trovare i funghi, io per approfondire la relazione crescente con l’ambiente naturale, per la quale il perdersi tra gli alberi, e in ogni altro contesto, diventa(va) un metodo sorprendentemente efficace per trovare se stessi, a volte anche ritrovarsi dopo smarrimenti d’altro genere in ambiti differenti.

D’altro canto «Il bosco, come ogni grande esperienza spirituale, non cambia ciò che facciamo, cambia come lo facciamo. Il ritorno alla casa interiore è riconoscere che la quiete non sta tra gli alberi, ma nella consapevolezza di esserci.» Lo scrive Matteo Righetto a pagina 117 del suo nuovo libro, Lo Zen e l’arte di andare a funghi (Feltrinelli, 2026) e afferma una cosa illuminante: il bosco, dimensione tra le maggiormente affascinanti e assolute del mondo naturale, e di quello montano ancora di più, dona a chi ci vaga attraverso la consapevolezza di esserci. Che è duplice, peraltro: «essere» come manifestazione di vita consapevole – il «cogito ergo sum» cartesiano – e «essere» come stare in un dato luogo con altrettanta consapevolezza. Non cito per caso quel principio di Cartesio che è considerato il fondamento della filosofia moderna, perché il nuovo libro di Righetto è un saggio pienamente filosofico, oltre che poetico, sulla libertà, sull’attenzione, sull’inutile necessario, che si rifà al pensiero Zen, tanto da averlo citato nel titolo, ma non solo. Anzi: l’andare a funghi come pratica filosofica, meditativa e profondamente umana che racconta Righetto nel libro, in qualche modo amplia la stessa idea classica di “filosofia”, la trasferisce dall’immateriale della teoria intellettuale al materiale della pratica nella realtà, e genera una correlazione niente affatto bizzarra, come forse si potrebbe inizialmente pensare, tra l’«amore per la sapienza» – ciò che letteralmente significa il termine “filosofia” – e la ricerca della verità che è il fine ultimo del pensiero filosofico, alla ricerca dei funghi e all’amore per la Natura che a sua volta potrebbe e dovrebbe essere uno dei fini fondamentali di noi abitanti del mondo, ancor più essendo Sapiens, per poterlo vivere nel modo migliore e più benefico possibile.

E se al mondo non c’è (o quasi) ambito “filosofico” come il bosco, nel quale «il primo uomo che cercava per vivere e l’uomo contemporaneo che vive per cercare tornano a essere uno» (pag.16) e dove «più ci si immerge in esso, più ci si sente parte di qualcosa» (pag.56), un qualcosa che si potrebbe anche identificare come una “verità” in senso filosofico – e dal punto di vista biologico e ecosistemico il bosco una verità lo è un senso assoluto – poche altre cose nel bosco come i funghi rappresentano a loro volta qualcosa di filosofico: organismi misteriosi, sfuggenti, né piante e né animali, nascosti tanto nelle loro posizioni, il che rende così intrigante la loro ricerca e il trovarli, quanto nella loro essenza, visto che quello fuori terra è solo il frutto mentre l’organismo principale, il micelio, vive sotto il terreno o nel legno ed è formato da una fitta rete di filamenti grazie ai quali crea simbiosi con altri organismi, come alberi e piante. Eppoi protagonisti di un florilegio di leggende antiche e moderne ma che richiedono una conoscenza quasi scientifica e una consolidata esperienza per essere riconosciuti e raccolti, tanto gustose alcune specie quanto letali altre anche quando del tutto simili alle prime… «Il fungo non è un oggetto, è un incontro. Nasce quando smetti di volerlo, si mostra quando non lo pretendi più» scrive Righetto a pagina 30, aggiungendo – tornando alla filosofia Zen – che la sua ricerca si basa sul «cercare senza desiderare di trovare».

Righetto nel libro racconta come trasformare l’esperienza del bosco e della raccolta dei funghi in una via di conoscenza, un esercizio spirituale laico, una meditazione in movimento. D’altro canto la ricerca dei funghi è una pratica sostanzialmente solitaria e «Andare da soli nel bosco è una forma di meditazione con le gambe» (pag.53) che fa rinascere il “raccoglitore ancestrale” che vive in ciascuno di noi (e c’è in chiunque: siamo “Sapiens” e tecnologici da pochissimo tempo rispetto alla storia umana, la grandissima parte della nostra memoria genetica è fatta ancora di ciò che abbiamo appreso millenni fa da cavernicoli, solo che non sappiamo più percepirla), e rigenera quella parte dimenticata di noi che sa attendere, osservare, perdersi, rinunciare al controllo. Nel bosco – dove non esistono mappe affidabili, orologi, notifiche o risultati garantiti – si impara che la ricerca conta più della scoperta, che la lentezza è una forma di saggezza, che il limite non è una privazione ma una misura e che solo chi accetta di perdersi può davvero ritrovarsi.

[Immagine tratta da www.ilgazzettino.it.]
Tuttavia Lo Zen e l’arte di andare a funghi non insegna a diventare “fungaioli”, Righetto lo precisa fin dalle prime pagine del libro: «In questo saggio […] mi rivolgo ai cercatori-raccoglitori o aspiranti tali. Coloro i quali vogliono iniziare a cercar funghi come forma di meditazione laica, pratica di ritorno allo spirito selvatico originario. Coloro i quali vogliono imparare a guardare, ma anche a non pretendere, a fidarsi del caso, a lasciarsi condurre, a rispettare la Natura intorno a sé trasformandosi in essa» (pag.27). E poco più avanti: «Lo Zen e l’arte di andare a funghi non insegna come trovarli, ma come esserci mentre si cercano. Perché la ricerca è la forma più alta del vivere» (pagg.33-34). La “ricerca” che di nuovo rimanda direttamente al senso della pratica filosofica ma che ricorda pure il Dante celeberrimo del «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza»: ma se ai tempi del Sommo Poeta le virtute e canoscenza seguite, ricercate e trovate rappresentavano la superiorità dell’uomo sul resto del mondo e sugli altri esseri viventi, oggi, al contrario, l’uomo si mostra superiore quando sa conseguire il migliore equilibrio vitale con l’intero mondo e in particolar modo con la Natura, la parte mondana fondamentale per la vita di qualsiasi organismo anche perché ogni vivente ne è parte. Ecco perché è così importante «esserci mentre si cercano» (i funghi, o altro), avere coscienza piena della propria appartenenza all’ambiente naturale e della conseguente relazione con ogni altro elemento vivente e non, avere consapevolezza della matrice assolutamente culturale di questa relazione nonché della doppia valenza del termine “essere”: come manifestazione cosciente dell’io e della presenza interattiva nel mondo – lo stare consapevole nel bosco, in pratica. «Entro nel bosco immergendomi in un’esperienza estetica, ma a poco a poco questa si tramuta in un’esperienza etica e, infine, spirituale» (pag.101).

Dunque è grazie al bosco, al suo vagare in esso, al perdersi nei suoi meravigliosi meandri virenti, alla relazione che elaboriamo e intessiamo con una tale dimensione naturale così potente e viva, e grazie alla ricerca dei funghi, se possiamo vivere un’esperienza profonda e piena che per molti aspetti rimanda al senso stesso della vita – dunque, di nuovo, a una dimensione compiutamente filosofica. Formalmente quello che scrive Righetto del suo libro è vero: Lo Zen e l’arte di andare a funghi non è un manuale per apprendisti cercatori di porcini e finferli, né un libro escursionistico; sostanzialmente, però, lo è: un vademecum di micosofia, per come ritorni al senso primigenio e più profondo della pratica della ricerca dell’uomo che esplora e scopre il mondo. Un senso che, prima di riferirsi alla mera sussistenza, al trovare cibo da mangiare per sopravvivere, è un metodo di conoscenza del mondo e riconoscenza di sé nel mondo, di identificazione del primo e di se stessi in esso, di determinazione compiuta dell’essenza della vita, nella doppia accezione prima rimarcata. E tutto ciò grazie a degli strani organismi in fondo inutili per l’uomo, il quale sopravvivrebbe benissimo anche senza cibarsene ma che egli cerca da sempre con passione a volte quasi insensata senza mai avere la certezza di trovarli, che anzi può succedere che lo “ingannino” e gli provochino conseguenze letali. «Cogito ergo sum» diventa  quaero, ergo sum – cerco, dunque sono. Perché per trovare bisogna prima cercare e per fare ciò bisogna essere, “io” nel “qui-e-ora”. «La consapevolezza di esserci», appunto, nella sua forma piena e compiuta: esserci nel bosco, nel mondo, nel tempo che viviamo, nelle relazioni che intratteniamo, nel pensiero, nell’animo. Esserci in noi stessi.

Lo Zen e l’arte di andare a funghi è un libro bellissimo e emozionante, profondo e delicato, sovente illuminante. Profuma di sottobosco, di resine, di terra umida, di aria pura, di saggezza senza tempo e, parimenti, di umanità profonda. Ve ne consiglio caldamente la lettura, vi piacerà sicuramente. Anche se, come me, i funghi non li trovate nemmeno se vi inciampate contro.

Quindi è vero che l’industria dello sci italiana fattura così tanti soldi?

Premessa #1: «Ma come? Siamo a luglio con 40° e scrivi di sci?» Sì, perché lo sci si pratica in inverno ma si “costruisce” in estate, sia nelle infrastrutture che nelle strategie imprenditoriali. Discutere di sci in inverno è un po’ come parlare di alcolismo con dei bevitori già ubriachi.

Premessa #2: il post che state per leggere non è affatto contro qualcosa – lo sci, gli impiantisti, il turismo della neve eccetera – ma a favore della conoscenza oggettiva e articolata delle realtà che caratterizzano le nostre montagne e del conseguente buon senso critico. Anche per il bene futuro dello sci.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Dunque, chiedevo nel titolo di questo post: è vero che l’industria dello sci italiana fattura così tanti soldi, come a ogni fine stagione viene enfaticamente comunicato e quest’anno se possibile anche più di quelli scorsi?

Sì, è vero. Ma…
“Ma” un attimo. Andiamo con ordine.

Secondo lo studio “L’economia della Montagna. Impatti e sfide del sistema montagna in Italia” presentato (ma non reso disponibile) da ANEF – l’associazione nazionale degli impiantisti – nel marzo scorso, i comprensori sciistici generano un giro d’affari di 8,9 miliardi di Euro. Al netto dell’affidabilità o meno della metodologia di calcolo, che non è disponibile dunque verificabile, sicuramente lo sci genera dei gran fatturati, in forte aumento negli ultimi anni. Tuttavia, come ha spiegato bene Veronica Vismara nella propria analisi dello studio di ANEF, «Si tratta di giro d’affari stimolato, inteso come valore della produzione, non come valore aggiunto. Ma il valore della produzione include costi intermedi, acquisti da fornitori, importazioni. È la cifra lorda, non il valore aggiunto netto, cioè la ricchezza effettivamente creata e trattenuta nel territorio.» È un dato, e un numero, che non dicono granché, insomma.

In ogni caso, torniamo a ragionare su questi grandi giri d’affari che genera lo sci. Nel grafico sottostante (per ingrandire questo e gli altri cliccateci sopra) si può appurare come il fatturato direttamente correlato alla gestione degli impianti di risalita è effettivamente raddoppiato negli ultimi venti anni:

Ma come si determina principalmente il fatturato degli impianti? Con la vendita degli skipass, il cui prezzo è a sua volta raddoppiato negli ultimi venti anni, sia in generale:

che in riferimento ai grandi comprensori:

Già ora risulterà più chiaro come lo sci abbia saputo raddoppiare i propri fatturati: ha parimenti raddoppiato i costi che gli sciatori devono sostenere. L’aumento è stato ingente soprattutto negli ultimi 4 anni, dove in molti comprensori (ad esempio a Livigno o nella “Via Lattea”) i prezzi sono cresciuti di quasi il 40%.

Tuttavia l’aumento dei fatturati, legato come visto al correlato aumento dei costi degli skipass, non equivale a un pari aumento delle vendite degli stessi, dunque a più sciatori sulle piste ovvero a “giornate-sciatore” come si dice in questo caso:

L’aumento c’è stato (al netto degli anni del Covid) ma nei vent’anni si ferma poco oltre il 21% rispetto all’anno di riferimento 2006, il che conferma quello che si dice da tempo ovvero che quello dello sci è un mercato “maturo”, non più destinato a crescere in maniera importante ma anzi a rischio di cali futuri più o meno ingenti per cause diverse. Dunque, in vent’anni +21% di sciatori e +115% di fatturato: capite bene che, senza l’aumento dei prezzi degli skipass, i fatturati dello sci sarebbero stati ben diversi e molto minori.

D’altro canto i comprensori sciistici sono stati costretti ad aumentare i prezzi dei propri skipass – anche se forse qualcuno ha calcato fin troppo la mano al riguardo, approfittando dell’entusiasmo turistico post-Covid – in forza dei forti aumenti dei costi da sostenere per mantenere aperti impianti e piste. Inutile dire che una delle componenti di costo maggiori sia quella legata alla produzione di neve artificiale, sempre più necessaria vista la diminuzione delle nevicate e il clima sempre meno adatto alla pratica dello sci al di sotto dei 1800-2000 metri di quota:

Come si evince, vent’anni fa produrre un metro cubo di neve costava in media tra 1,50 e 2,00 Euro. Oggi, a causa dell’aumento strutturale dei costi energetici, dei rincari idrici e degli ammortamenti per i bacini di raccolta e i cannoni di ultima generazione, quel costo è più che raddoppiato, oscillando tra i 3,50 e i 5,50 Euro al metro cubo (con picchi fino a 6,50 Euro nelle stagioni con autunni e inverni molto caldi). La produzione di neve artificlale e la preparazione delle piste assorbono mediamente tra il 15% e il 25% dei costi operativi totali di una stagione sciistica, arrivando a picchi superiori nei comprensori a quote medio-basse (sotto i 1800 metri) o in stagioni con inverni particolarmente miti. Come sostengo da tempo, i comprensori sciistici continuano a sostenere che la neve artificiale stia salvaguardando la loro attività ma in realtà sta solo scavando lentamente ma inesorabilmente la fossa sotto i loro piedi.

Posti tutti questi aspetti, chiunque abbia qualche nozione elementare di economia aziendale sa bene che per capire l’andamento buono o cattivo di un comparto economico-industriale non conta tanto l’ammontare del fatturato complessivo o la quantità dei beni servizi venduta, ma gli utili. E nonostante nel 2026 i comprensori sciistici italiani hanno conseguito l’utile complessivo maggiore di sempre, il margine netto di profitto si è assestato al 14-16%: un utile molto basso per un comparto economico che deve sostenere continuamente costi di esercizio enormi e in perenne crescita (energia, neve artificiale, personale, ammortamenti degli impianti…) e che mantiene le società di gestione dei comprensori sciistici costantemente sul filo del rasoio tra sopravvivenza incerta e rischio di chiusura potenziale.

Ecco perché i comprensori hanno costante bisogno di ingenti finanziamenti pubblici per mantenersi aperti e turisticamente competitivi: non c’entrano lo sviluppo dei territori montani, la lotta allo spopolamento, l’indotto e tutte le altre “belle parole” spese al riguardo, ma – salvo rari casi – è una questione di pura e semplice sopravvivenza dei soggetti economici. Che in moltissimi casi senza l’aiuto pubblico sarebbero costretti a chiudere per l’inesorabile insostenibilità economica della loro attività ma, anche in sua presenza, a determinare ciò potrebbero bastare un paio di stagioni andate male, senza neve e/o condizioni climatiche funzionali all’apertura degli impianti (e speriamo non per ulteriori pandemie o altre disgrazie simili), proprio per la costante debolezza economico-finanziaria peraltro inesorabilmente legata all’andamento di variabili incontrollabili – a partire da quella climatica.

[Immagine creata con Google Gemini AI.]
Ecco. E si tenga conto che quanto vi ho proposto è un’analisi di “primo livello”: si potrebbero considerare altri fattori – sia macro che micro – in grado di determinare l’andamento economico dell’industria dello sci, i quali se da un lato ne approfondirebbero il dettaglio, dall’altro, temo, ne peggiorerebbero viepiù il giudizio complessivo definendo una condizione generale dell’industria dello sci italiana veramente inquietante. Perché in fondo è vero che, almeno in certi casi, quella dello sci è ancora un’economia importante per i territori montani, che genera un “indotto” ingente seppur “artificioso” e per certi versi ambiguo, che dà lavoro a molte persone, dalla quale molte comunità sono nel bene o nel male dipendenti. Ma è anche un’economia sempre più gonfia di sé – inevitabilmente, visto quanto avete letto fin qui – e sempre meno contestuale ai territori in cui opera, formalmente incapace di rinnovare i modelli sui quali si basa, sempre troppo attenta a coltivare il proprio orticello come se questo potesse perdurare in eterno mentre intorno il mondo cambia totalmente, legata in maniera tossica a una politica che appare totalmente alienata dai territori sui quali dovrebbe governare – cioè dovrebbe saper dimostrare di governarli al meglio. E invece dimostra il contrario.

Dunque sì, l’industria dello sci genera dei gran fatturati. Ma sovente sono soldi bucati, come si dice, dunque di valore generale per diversi aspetti discutibile. Sperando che, di questo passo, il comparto non diventi a breve la Lehman Brothers delle Alpi, con tutto ciò che a cascata ne deriverebbe per i territori montani e le loro comunità.