Un altro paradosso turistico a Madesimo, che avrà una nuova funivia ma intanto la scuola se ne va via

Un altro recente caso emblematico dei tanti paradossi della montagna turistificata contemporanea è quello di Madesimo, celebre località sciistica e di villeggiatura (come si diceva una volta) della Valle Spluga, in provincia di Sondrio.

Madesimo, che oggi conta una popolazione di 506 abitanti e ha il reddito medio pro capite più elevato della Provincia di Sondrio, è dotata di un comprensorio sciistico rinomato, in assoluto il più vicino delle Alpi lombarde a Milano, con 10 impianti di età media pari a 25 anni circa e 36 chilometri di piste per il 90% innevate artificialmente. Un comprensorio che nel 2027/2028 (salvo ritardi: già qualcuno parla di 2029) annovererà una nuova funivia per raggiungere la Val di Lei, la zona sciistica con le piste più belle che sarà contestualmente dotata anche di una nuova seggiovia, per un investimento complessivo di oltre 40 milioni di Euro dei quali 16,5 milioni saranno finanziati da Regione Lombardia.

[Madesimo in inverno. Foto tratta da www.tripadvisor.it.]
Insomma, si direbbe che Madesimo viva una situazione felice, grazie al turismo che alimenta l’economia locale. Invece no, non è esattamente così, perché pur a fronte di quanto appena rimarcato, la realtà attuale del luogo è contrassegnata da numerose criticità.

Innanzi tutto a livello demografico: da tempo Madesimo perde abitanti in misura tendenziale sugli ultimi venticinque anni e non solo per il saldo naturale (quello tra nascite e decessi) negativo, ma anche perché molti lasciano la località e se ne vanno altrove.

Come si evince dal grafico soprastante, quelli che hanno lasciato Madesimo cancellandosi dall’anagrafe comunale per andare altrove, indicati dalla linea con i pallini rossi, sono stati spesso più di quelli che invece ci si sono iscritti fissando la propria residenza in loco. Detto in altro modo, il luogo non sa attirare nuovi abitanti e al contempo non riesce a trattenere quelli che ha.

Non solo: la comunità di madesimini stanziali, in quanto a struttura demografica, non è messa affatto bene. La popolazione è molto vecchia, contando ben 347,6 anziani ogni 100 giovani, così come lo è quella che lavora ancora, con un rapporto percentuale tra gli abitanti in età lavorativa più anziana (40-64 anni) e in quella più giovane (15-39 anni) di 184,8: indici spesso più che raddoppiati negli ultimi vent’anni, addirittura quasi triplicato per quello di vecchiaia. Inevitabilmente ne risente l’indice di natalità: nel 2024 è risultato pari a 3,9 x 1.000 abitanti, dunque soli 1,9 figli/anno per la comunità residente:

Le conseguenze di tale situazione sono state le solite riscontrabili per le montagne italiane, in fondo senza troppe differenze tra quelle “ricche” e quelle povere: in soli tre anni Madesimo ha perso la scuola materna, chiusa nel 2023, l’ambulatorio pediatrico nel 2024 e ora le scuole elementari, tutti servizi di base fondamentali – inutile rimarcarlo – per gli abitanti della comunità e per chi volesse farne parte. Senza poi contare la chiusura consequenziale di molti negozi di vicinato del paese e di altri esercizi e servizi prima a disposizione dei residenti, così alimentando un’involuzione demografica e sociale costante e all’apparenza irrefrenabile.

Dunque, nonostante la fama turistica, il marketing che l’alimenta, gli investimenti nelle infrastrutture del comprensorio sciistico, i finanziamenti pubblici al riguardo, anche a Madesimo l’industria turistica sembra non stia apportando alcun vantaggio alla comunità locale, anzi, verrebbe da supporre che in certi casi rappresenti una causa del suo costante deperimento.

Qualcuno potrebbe obiettare che senza lo sci e il turismo le cose sarebbero andate anche peggio. Potrebbe essere, ma siccome la storia non la si costruisce con i «se» e i «ma», per lo stesso principio logico si potrebbe di contro denotare che con uno sviluppo socioeconomico territoriale molto più organico e articolato forse le cose sarebbero andate meglio. Insomma, è un’obiezione che non tiene; d’altro canto, per buon senso, logica e attinenza oggettiva al contesto locale, è bene ragionare sulla realtà effettiva delle cose e sui dati concreti che la certificano, non su opinioni o ipotesi poco o tanto fondate.

[La vecchia funivia per il Pizzo Groppera e la Val di Lei, realizzata nel 1964 e giunta a fine vita tecnica.]
Quindi, a Madesimo ben venga la nuova funivia, che però – inevitabile supporlo – potrà salvare i bilanci della società che gestisce il comprensorio sciistico ma molto meno il paese, la sua comunità, la qualità di vita degli abitanti, la socialità che lo tiene realmente vivo ben più che i parcheggi pieni e gli skipass venduti.

Ci sono i “draghi” al Passo di Emet?

Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze estive in Valle Spluga, presso il confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile il cui superamento esponesse a chissà quali pericoli ovvero sembrasse in qualche modo “immorale”. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…

Hic sunt dracones, dicevano gli antichi Romani in queste circostanze. Come ci fossero stati pericolosissimi draghi anche lassù, oltre il crinale, così richiamando numerose simili superstizioni un tempo diffuse ovunque sulle Alpi.

In verità, il mio sguardo curioso e ingenuo di ragazzino affascinato dal paesaggio selvaggio dell’alta montagna di linee rosse sul terreno non ne vedeva. Né vedeva muri, reticolati o che altro; solo qualche piccolo cippo qui e là confuso tra le rocce, che peraltro erano del tutto uguali sia da una parte che dall’altra. Stesso paesaggio, stesse montagne, identica orografia, col sentiero sul fondovalle che da qui andava di là. Tuttavia il confine lo sentivo, nella mente, in forza di tutte quelle voci e delle relative raccomandazioni che lo rendevano presente, come se realmente una qualche barriera vi fosse. Ed essendo percepito nella mente, era pure lì sul terreno. Anche se non c’era nulla. Tanto meno c’erano i draghi, ça va sans dire.

Rimase a lungo viva, quella costruzione mentale indotta, almeno finché non presi ad andare per monti in età adulta portandomi nello zaino, oltre ai viveri, un bagaglio culturale maggiore e più consapevole, anche dal punto di vista geografico ovvero geopolitico. Quando cioè, con sguardo più consapevoli, vidi che non c’era nulla da vedere sul terreno, niente linee rosse o che altro, mentre tutt’intorno osservavo un unico paesaggio nel quale venivano in contatto “due” (giuridicamente) spazi abitati, peraltro conformati da una pressoché identica cultura che da secoli si muoveva lungo le vie che attraversavano quel territorio da una parte all’altra e viceversa, alimentandone le società per la cui determinazione l’unico vero con-fine (il punto in cui si congiungono due cose che “finiscono”, come rimarca il significato originario del termine, opposto al senso con il quale lo si intende oggi) era quello fisico, del passo alpino da superare alla testata di una valle e al principio dell’altra.

Hic absunt dracones, esattamente.

Come identificato nel titolo, il valico di confine in questione è il Passo di Emet / Pass da Niemet, posto tra i 2280 e i 2294  m di quota tra la Val Scalcoggia, laterale della Valle Spluga o Val San Giacomo, e la Val Niemet, laterale della Val Ferrera nel Canton Grigioni; ne vedete alcuni scorci nelle immagini lì sopra. È un luogo che ho trovato profondamente affascinante fin dalle prime volte che da ragazzino vi giunsi, come avete letto, e che, dal mio punto di vista, possiede una bellezza ancestrale che va oltre la mera avvenenza morfologica e ambientale, per molti aspetti quasi mistica. Come se a stare lassù, del nodo geografico che il valico rappresenta (presso il quale non si congiungono solo geografie, popoli e culture ma anche i bacini imbriferi del Reno e del Po, dunque lo stesso continente europeo con il Mare del Nord a settentrione e il Mediterraneo a meridione) potessi percepire la forza vividamente dentro di me sì da sentirmi legato al luogo, appunto, ma nel modo meno costrittivo e più vitale possibile. Nel modo in cui un elemento si lega all’ecosistema a cui appartiene, ecco.

P.S.: il testo che avete letto è tratto e riadattato da Hic Sunt Dracones, il libro d’artista realizzato da Francesco Bertelé e pubblicato da PostMediaBooks nel 2021, al quale ho contribuito con un saggio sul concetto di “confine” intitolato proprio Hic absunt dracones.

I soldi fanno davvero la “felicità” dei paesi di montagna? Nei soli 19 km di che separano Madesimo da San Giacomo Filippo, in Valle Spluga, si possono trovare alcune interessanti (e sorprendenti) risposte al riguardo

(Articolo originariamente pubblicato su “L’AltraMontagna” il 23 aprile 2025: lo trovate qui.)

I dati recentemente diffusi sui redditi dichiarati dai cittadini della provincia di Sondrio, basati sulle ultime rilevazioni Irpef 2024 (ovvero sui redditi del 2023) segnalano la sussistenza nel territorio montano “per eccellenza” della Lombardia di una circostanza piuttosto particolare: a pochi chilometri di distanza – diciannove, per l’esattezza – lungo la strada che risale la Valle Spluga e porta all’omonimo passo al confine con la Svizzera, si trovano il comune con il reddito pro capite più alto della provincia, Madesimo, con 28.543 Euro su 515 abitanti (al 1° gennaio 2024, per coerenza con il periodo d’imposta indicato), e quello con il secondo reddito più basso, San Giacomo Filippo, con 14.000 Euro circa su 364 abitanti (vedi sopra).

In pratica, si può affermare che in soli diciannove chilometri di strada il reddito medio pro capite raddoppia: per ogni chilometro percorso salendo da San Giacomo Filippo verso Madesimo si guadagnano più di 760 Euro!

Questo significa che nella super turistica Madesimo si sta molto bene mentre nella ben poco turistica e marginale San Giacomo Filippo si sta meno bene?

Non è detto, e una risposta non esaustiva ma certamente significativa alla domanda appena posta la si può elaborare osservando le due località attraverso i dati demografici, tra quelli fondamentali per capire la realtà concreta di un territorio abitato.

Questo l’andamento demografico degli ultimi vent’anni nel comune di Madesimo:

E questo l’andamento demografico di San Giacomo Filippo:

Già si nota una cosa piuttosto sorprendente: se entrambi i dati mostrano una linea tendenziale al ribasso, e in ambedue i comuni c’è stata una risalita dal 2016 in poi, Madesimo ha ripreso a perdere fortemente abitanti dal 2020 con un rimbalzo nel 2023, mentre San Giacomo Filippo riesce a mantenere un trend, pur leggero, all’aumento.

Vediamo ora gli indici demografici strutturali dei due comuni, sopra quello di Madesimo e sotto di San Giacomo Filippo:

Riguardo Madesimo si evince che nel 2024 l’indice di vecchiaia segnala 295,9 anziani ogni 100 giovani, a San Giacomo Filippo ci sono 289,7 anziani ogni 100 giovani.

Circa il carico sociale ed economico della popolazione non attiva, i dati segnalano che a Madesimo ci sono 60,2 individui a carico ogni 100 che lavorano, a San Giacomo Filippo 70,4 individui a carico ogni 100 che lavorano.

Infine, è interessante constatare l’indice di ricambio della popolazione attiva, che rappresenta il rapporto percentuale tra la fascia di popolazione che sta per andare in pensione (60-64 anni) e quella che sta per entrare nel mondo del lavoro (15-19 anni); la popolazione attiva è tanto più giovane quanto più l’indicatore è minore di 100. A Madesimo l’indice di ricambio è 214,3, a San Giacomo Filippo l’indice di ricambio è 336,4.

[Veduta panoramica dell’alta Valle Spluga. Madesimo si trova a sinistra, poco fuori dall’immagine; San Giacomo Filippo è posto alla base delle montagne in fondo a destra. La vetta innevata in centro alla fito è il Pizzo Stella, mentre in primo piano si vedono le case di Starleggia, frazione di Campodolcino, il cui centro si vede nel fondovalle. Immagine tratta da www.onestepoutside.it.]
Riassumendo, i dati tra il “ricco” comune di Madesimo e quello “povero” di San Giacomo Filippo sono molto più simili di quanto la differenza nei redditi dichiarati potrebbe far ritenere, fatta eccezione per l’indice di ricambio della popolazione attiva, che segnala una popolazione di età media più avanzata a San Giacomo Filippo rispetto a quella residente a Madesimo, circostanza certamente legata alle maggiori possibilità di impiego nella località sciistica. È un dato interessante, come detto, ma che in effetti non può spiegare la forte differenza reddituale tra i due comuni; d’altro canto, sembra che la fortissima incidenza dell’economia monoculturale turistica a Madesimo, se probabilmente apporta un maggiore benessere economico ai residenti, non appare funzionale a garantire al comune una vitalità demografica, e dunque sociale, maggiore di centri abitati economicamente differenti e, appunto, apparentemente più “poveri”.

In buona sostanza, ciò che si può dedurre dal confronto tra i dati economici e quelli demografici della popolazione conferma fondamentalmente le evidenze che altre analisi sulla realtà dei territori montani con economie più o meno legate al turismo presentano: l’economia turistica senza dubbio genera un certo benessere economico per le comunità che ne godono, ma in generale non garantisce la vitalità demografica dei territori e dunque nemmeno quella sociale legata ai servizi di base per i residenti, né parimenti riesce a contrastare lo spopolamento delle terre alte come invece di frequente si afferma.

Al riguardo viene da pensare a ciò che accaduto lo scorso maggio, quando Madesimo e il contiguo comune di Campodolcino sono rimasti senza il pediatra che gestiva l’ambulatorio per entrambe le località, andato in pensione e non sostituito, obbligando gli abitanti a scendere in caso di necessità fino a Chiavenna, a quasi 25 chilometri di distanza. Una circostanza che, peraltro, potrebbe contribuire a peggiorare l’indice di natalità della località sciistica valchiavennasca, già molto basso, ancor di più di quanto i dati demografici ad oggi rimarcano. Quando si dice che «i soldi non fanno la felicità» ma, verrebbe da pensare, nemmeno la comunità.

L’Adula, la montagna “navigante”

[Il gruppo dell’Adula visto dalla Valle di Blenio. Foto di Markus Bernet, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]
Nelle Alpi vi sono alcune montagne che, pur essendo morfologicamente importanti ma non vantando altitudini tra le maggiori, risultano meno note di altre ben più celebrate, eppure possiedono una storia geografica e un carisma alpestre assolutamente notevoli. Ma non solo: a volte possiedono doti addirittura… strabilianti.

L’Adula (3.402 m, Rheinwaldhorn in tedesco e Piz Valragn in romancio), la vetta più alta del Canton Ticino, in Svizzera, è senza dubbio una di queste. Quale altra montagna d’altro canto potrebbe vantarsi di aver “girovagato” qui e là per buona parte delle Alpi tra l’Italia e la Svizzera?

Ma andiamo con ordine – un ordine gerarchico, per così dire. Sì, perché l’Adula, pur non essendo come detto una delle vette alpine più elevate e nemmeno tra le più imponenti, è risultata sempre centrale nella considerazione antica della catena alpina e nei primi tentativi di elaborarne una identificazione geografica.

[L’Adula in una carta svizzera del 1868 e, qui sotto, in una foto satellitare del 2021. La vetta è indicata dalla freccia gialla e rossa; per ingrandire le immagini cliccateci sopra. Si noti la drammatica riduzione della superficie dei ghiacciai del monte.]

Infatti nella Cosmographia di Claudio Tolomeo, risalente al secondo secolo dopo Cristo e riscoperta in Europa nel Quattrocento, i toponimi riferiti alla regione alpina sono pochissimi, segno di una conoscenza assai scarsa della catena. Il più frequente, se si toglie il termine generico «Alpes», è proprio Adula. Ciò perché con questo toponimo si intendeva un territorio montano molto più grande di quello che è l’attuale Gruppo dell’Adula: sicuramente si identificava la zona tra gli attuali Passo della Novena e Passo del San Bernardino, quindi tra il Piemonte, l’alta Lombardia e i cantoni svizzeri adiacenti (al proposito Stefano Franscini, celebre politico e pedagogista svizzero-ticinese ottocentesco, scrive che «la contrada cis-cenerina costituisce il pendio meridionale di un anello della vastissima catena delle Alpi, vogliam dire le Alpi Lepontine, o Elvetiche, o Adule»), ma secondo alcuni addirittura le «Alpi dell’Adula» arrivavano fino all’alta Valtellina e alle sorgenti dell’Adda. Al punto che si è ipotizzato che lo stesso toponimo «Valtellina» originasse – in maniera lessicale invero parecchio “acrobatica” – da Adula, da cui derivava il termine Tulla e da questo Val Tullina.

[Il versante ovest dell’Adula, quello del Canton Ticino. Foto di Marco Lurati, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Ecco, a tale proposito: ma l’oronimo Adula che origine avrebbe, poi?

Non si sa con precisione e ciò è piuttosto strano, vista la così antica conoscenza dello stesso e la sua riconosciuta referenzialità geografica.

Forse, al riguardo, è proprio il fiume Adda a darci una buona dritta, e d’altro canto una certa apparente assonanza tra i toponimi «Adda» e «Adula» è piuttosto intuitiva. Secondo alcuni studiosi Adda è un termine di origine celtica, derivando dal vocabolo abda, nel senso di «acqua che scorre impetuosa». Secondo altri, il toponimo originerebbe dal latino Ad dua con il significato di «due sorgenti». In effetti anche dai monti dell’Adula si originano due fiumi importanti: a nord vi è una delle principali sorgenti del fiume Reno, uno dei maggiori d’Europa, a sud scendono i principali affluenti dell’alto corso del fiume Ticino, il principale affluente del Po per volume d’acqua e in assoluto il secondo fiume italiano per portata d’acqua. Peraltro, se si considera la georeferenza antica del termine Adula, quella con cui si identificava un’ampia regione delle Alpi Centrali, vi si trovano le sorgenti di altri importanti fiumi, tutti parecchio impetuosi. Dunque, pur rimanendo nel campo (sempre un po’ spinoso) delle ipotesi toponomastiche, potrebbe effettivamente essere che l’oronimo «Adula» condivida l’origine con il fiume Adda, con ciò riconferendo valore anche all’antica referenza geografica.

[Il versante nord dell’Adula, nel territorio del Canton Grigioni. Foto di 32 Fuß-Freak, opera propria, CC BY 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Ma veniamo alla dote più “strabiliante” che presenta l’Adula: quella di essere stata una montagna navigante! Già, proprio così.

Qualcuno avrà capito che, con tale definizione, mi ispiro al titolo del celebre e bellissimo libro di Paolo Rumiz, mentre spero che tutti intuiscano che non fosse la montagna vera e propria ad andarsene a zonzo per la catena alpina, ma lo ha fatto per molto tempo il suo toponimo – così che, formalmente, per certi versi vi sia “andata appresso” anche la montagna.

Come detto poco fa, in origine con il nome «Adula» si identificava non un singolo monte ma una regione alpina variamente ampia, e la citazione sulla Cosmographia di Tolomeo non fa capire a cosa il toponimo faccia riferimento nello specifico.

Nel 1495 Conrad Türst pubblica la prima carta della Svizzera: su di essa l’Adula si piazza più o meno sul Passo del San Gottardo, dal quale in realtà dista quasi 40 chilometri in linea d’aria. Con altre pubblicazioni cartografiche di ispirazione tolemaica più o meno coeve la montagna se ne va ancora più a zonzo e diventa veramente “navigante”, venendo indicata nelle più disparate ubicazioni.

[Immagine fotografica del 1906 con il villaggio di Hinterrhein, la Rheinwaldtal, lo Zapportgletscher e il versante est dell’Adula/Rheinwaldhorn. Sulla sinistra si intravede anche l’inizio della salita della strada verso il Passo del San Bernardino. Fonte commons.wikimedia.org.]
Nel 1511 una mappa che appare a Venezia, ripresa anche da Sebastiano Münster nella sua Cosmographia del 1544, di Adula ne segna persino due, una posta più a nord e una più a sud della reale posizione. Dalla seconda vengono addirittura fatti nascere molti dei principali fiumi delle Alpi occidentali come l’Aar, la Doubs, il Rodano, l’Isère, la Durance, il Var ed il Reno (cosa che, pur idrograficamente errata, darebbe credito a una delle possibili origini del nome della montagna prima citate quale dispensatrice di «acque impetuose»).

Più o meno negli stessi anni Aegidius Tschudi pubblica l’Alpisch Rhetia, uno studio storico-geografico comprendente anche una cartina della Svizzera: su di essa l’Adula si è spostata a est della Val Calanca, cioè più a sud della sua posizione reale.

Finalmente a fine Cinquecento il cartografo fiammingo Abramo Ortelio, su una delle tante carte prodotte, fa tornare e piazza per la prima volta l’Adula nell’ubicazione più o meno corretta. Tuttavia, ancora per un certo periodo alcune delle carte precedenti faranno scuola reiterando le imprecisioni geografiche e quindi il vagabondaggio dell’Adula qui e là per le Alpi centrali. Fino a che nei secoli successivi la progressiva evoluzione delle scienze geografiche, e dunque della cartografia, termineranno le navigazioni alpestri e consentiranno all’Adula di diventare “stanziale” nel punto dove oggi la possiamo ammirare in tutta la sua bellezza.

[L’Adula/Rheinwaldhorn visto dal vallone di Lanta sul versante settentrionale, con l’omonimo ghiacciaio. Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
In ogni caso, nonostante l’Adula abbia ormai acquisito una definitiva immobilità (!), resta intatto il fascino e il carisma di una montagna non tra le più celebri in assoluto, come detto, ma sicuramente tra quelle più importanti e emblematiche per un’ampia parte delle nostre Alpi.

N.B.: buona parte delle informazioni geografiche che avete letto sono tratte da questo articolo (risalente al 1941!) sul sito web del Club Alpino Svizzero.

Lorenzo Berlendis, “Le vie dei ponti”

Una delle cose più deleterie che siano accadute alle nostre Alpi, al netto delle fenomenologie di natura variamente socio-antropologica che ne hanno caratterizzato negativamente la storia degli ultimi due secoli, è stata la loro trasformazione in baluardi naturali di confine in base alla dottrina cartesiana sulla quale si è incentrata la geopolitica europea dal Settecento in poi. Prima di ciò, le Alpi sono sempre state una “cerniera” tra popoli, culture, saperi, tradizioni, economie, hanno sempre unito le genti alpine e gli stessi stati nazionali puntavano a contenere il più possibile nei propri territori i gruppi montuosi nella loro interezza. Anzi, quelle fenomenologie degradanti prima citate in effetti sono state la conseguenza anche di tale suddivisione geopolitica cartesiana dei monti alpini, per non parlare delle varie guerre successivamente scoppiate tra paesi di opposti versanti – la Prima Guerra Mondiale su tutte.

Dunque, la morfologia pur ostica di vette, creste e dorsali delle Alpi mai ha diviso le comunità alpine, e praticamente ogni passo valicabile, anche a quote elevate, era sede di una via di transito, carrabile, mulattiera o sentiero che fosse. Ecco, se si “ribalta” la suddetta morfologia, anche visivamente, alle dorsali elevate verso il cielo corrispondono i fondivalle delle innumerevoli vallate alpine lungo le quali scorre quasi sempre un corso d’acqua più o meno importante; e alle mulattiere valicanti i passi corrispondono i ponti che superavano e superano quei corsi d’acqua, a loro volta unendo le sponde ovvero le genti che vi abitavano e che da quelle valli transitavano. Sono altrettante piccole “cerniere” alpine, quei ponti, e di grande importanza, al punto che attorno al loro secolare valicamento si sono condensate infinite storie, vicende, narrazioni culturali d’ogni genere ma tutte quante affascinanti e sovente emblematiche riguardo la stessa storia delle Alpi in generale.

Lorenzo Berlendis è nato proprio in una valle prealpina – la Val Brembana, nelle Alpi Orobie – ricca di ponti importanti che valicavano il sovente impetuoso Brembo, e molti altri ponti, anche e soprattutto culturali, Berlendis ne ha valicati a iosa, in primis come membro di Slow Food e coordinatore di gruppi tecnici su mobilità dolce, progettazione partecipata degli spazi urbani, valorizzazione di territori e saperi delle comunità locali. Dunque egli sa bene come un ponte non sia solo un manufatto meramente atto a superare depressioni e avvallamenti ma, come detto, una piccola/grande cerniera tra territori e genti: il suo ultimo libro Le vie dei ponti. Percorsi tra memoria e gusto, storia e arte. Dalle Orobie bergamasche ai Grigioni, attraverso la Valtellina e la Val Bregaglia (Altraeconomia, 2025) è costruito attorno a queste fondamentali cerniere che, nello specifico, uniscono sponde e versanti di una delle regioni più emblematiche delle Alpi, quella tra Lombardia e Grigioni circoscritta dal sottotitolo del libro. Una regione da sempre transitata come poche altre, collegamento millenario tra Nord Europa e Mediterraneo nella quale gli scambi tra le varie comunità sono sempre stati intensi al punto da potervi estrapolare una certa unitarietà antropologica, costruita e testimoniata da innumerevoli fatti storici e elementi culturali []

(Potete leggere la recensione completa di Le vie dei ponti cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)