Un altro paradosso turistico a Madesimo, che avrà una nuova funivia ma intanto la scuola se ne va via

Un altro recente caso emblematico dei tanti paradossi della montagna turistificata contemporanea è quello di Madesimo, celebre località sciistica e di villeggiatura (come si diceva una volta) della Valle Spluga, in provincia di Sondrio.

Madesimo, che oggi conta una popolazione di 506 abitanti e ha il reddito medio pro capite più elevato della Provincia di Sondrio, è dotata di un comprensorio sciistico rinomato, in assoluto il più vicino delle Alpi lombarde a Milano, con 10 impianti di età media pari a 25 anni circa e 36 chilometri di piste per il 90% innevate artificialmente. Un comprensorio che nel 2027/2028 (salvo ritardi: già qualcuno parla di 2029) annovererà una nuova funivia per raggiungere la Val di Lei, la zona sciistica con le piste più belle che sarà contestualmente dotata anche di una nuova seggiovia, per un investimento complessivo di oltre 40 milioni di Euro dei quali 16,5 milioni saranno finanziati da Regione Lombardia.

[Madesimo in inverno. Foto tratta da www.tripadvisor.it.]
Insomma, si direbbe che Madesimo viva una situazione felice, grazie al turismo che alimenta l’economia locale. Invece no, non è esattamente così, perché pur a fronte di quanto appena rimarcato, la realtà attuale del luogo è contrassegnata da numerose criticità.

Innanzi tutto a livello demografico: da tempo Madesimo perde abitanti in misura tendenziale sugli ultimi venticinque anni e non solo per il saldo naturale (quello tra nascite e decessi) negativo, ma anche perché molti lasciano la località e se ne vanno altrove.

Come si evince dal grafico soprastante, quelli che hanno lasciato Madesimo cancellandosi dall’anagrafe comunale per andare altrove, indicati dalla linea con i pallini rossi, sono stati spesso più di quelli che invece ci si sono iscritti fissando la propria residenza in loco. Detto in altro modo, il luogo non sa attirare nuovi abitanti e al contempo non riesce a trattenere quelli che ha.

Non solo: la comunità di madesimini stanziali, in quanto a struttura demografica, non è messa affatto bene. La popolazione è molto vecchia, contando ben 347,6 anziani ogni 100 giovani, così come lo è quella che lavora ancora, con un rapporto percentuale tra gli abitanti in età lavorativa più anziana (40-64 anni) e in quella più giovane (15-39 anni) di 184,8: indici spesso più che raddoppiati negli ultimi vent’anni, addirittura quasi triplicato per quello di vecchiaia. Inevitabilmente ne risente l’indice di natalità: nel 2024 è risultato pari a 3,9 x 1.000 abitanti, dunque soli 1,9 figli/anno per la comunità residente:

Le conseguenze di tale situazione sono state le solite riscontrabili per le montagne italiane, in fondo senza troppe differenze tra quelle “ricche” e quelle povere: in soli tre anni Madesimo ha perso la scuola materna, chiusa nel 2023, l’ambulatorio pediatrico nel 2024 e ora le scuole elementari, tutti servizi di base fondamentali – inutile rimarcarlo – per gli abitanti della comunità e per chi volesse farne parte. Senza poi contare la chiusura consequenziale di molti negozi di vicinato del paese e di altri esercizi e servizi prima a disposizione dei residenti, così alimentando un’involuzione demografica e sociale costante e all’apparenza irrefrenabile.

Dunque, nonostante la fama turistica, il marketing che l’alimenta, gli investimenti nelle infrastrutture del comprensorio sciistico, i finanziamenti pubblici al riguardo, anche a Madesimo l’industria turistica sembra non stia apportando alcun vantaggio alla comunità locale, anzi, verrebbe da supporre che in certi casi rappresenti una causa del suo costante deperimento.

Qualcuno potrebbe obiettare che senza lo sci e il turismo le cose sarebbero andate anche peggio. Potrebbe essere, ma siccome la storia non la si costruisce con i «se» e i «ma», per lo stesso principio logico si potrebbe di contro denotare che con uno sviluppo socioeconomico territoriale molto più organico e articolato forse le cose sarebbero andate meglio. Insomma, è un’obiezione che non tiene; d’altro canto, per buon senso, logica e attinenza oggettiva al contesto locale, è bene ragionare sulla realtà effettiva delle cose e sui dati concreti che la certificano, non su opinioni o ipotesi poco o tanto fondate.

[La vecchia funivia per il Pizzo Groppera e la Val di Lei, realizzata nel 1964 e giunta a fine vita tecnica.]
Quindi, a Madesimo ben venga la nuova funivia, che però – inevitabile supporlo – potrà salvare i bilanci della società che gestisce il comprensorio sciistico ma molto meno il paese, la sua comunità, la qualità di vita degli abitanti, la socialità che lo tiene realmente vivo ben più che i parcheggi pieni e gli skipass venduti.

Nulla cambi affinché tutto resti uguale, in Italia

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Il governo italiano in carica, riguardo la carenza di carburanti dovuta al blocco dello Stretto di Hormuz, sta facendo ciò che non si dovrebbe fare: continua a ridurre le accise per accontentare la volontà popolare ma così favorendo il consumo proprio mentre il petrolio scarseggia.

Lo rimarca “Il Post” in questo articolo di qualche giorno fa, che a me invece denota – tra le altre cose – il costante assoggettamento del nostro paese all’automobile, probabilmente il bene al quale più di ogni altro l’italiano è stato abituato a tenere, lo “status symbol” per eccellenza e non tanto perché può denotare il benessere conseguito ma, più banalmente ma d’altro canto più drammaticamente e dunque assurdamente, perché ci fa sentire parte della “società nazionale”. Ecco dunque che da tempo l’Italia è il paese dell’Unione Europea con il più alto tasso di motorizzazione, con circa 701 auto ogni mille abitanti nel 2024 (ultimi dati ISTAT certificati), ben al di sopra della media UE di 578. Ed è un dato in costante aumento: nel 2023, avevamo 694 auto ogni mille abitanti, nel 2014 erano 601.

[Tasso di motorizzazione nell’Unione Europea, numero di autovetture ogni 1.000 abitanti. Dati ufficiali Eurostat.]
Le conseguenze di tale dipendenza cronica sono sotto gli occhi di tutti: strade costantemente intasate, inquinamento, elevato numero di incidenti (l’Italia ha un tasso di incidenti di 51 ogni milione di abitanti, la media UE è 45; dati ISTAT e Commissione Europea) e, come effetto collaterale, scarsa attenzione e carenza di sviluppo verso le reti dei trasporti pubblici.

A fronte di tutto ciò cosa fanno i politici italiani, dimostrando ancora una volta la propria alienazione dalla realtà delle cose e l’infimo livello del loro operato? Pensano soltanto ad aumentare le strade. Ché è un po’ come pensare di guarire un alcolizzato cronico dandogli ancora più alcolici da bere, invece di ridurglieli costantemente fino a riportarli ad una quantità che non genera più problemi. Abbiamo le strade sempre più intasate? Facciamone delle altre! Abbiamo i parcheggi pieni? Facciamone degli altri! Scarseggia il carburante al punto da pensare come farne scorta? Facciamo in modo che lo si consumi come al solito!

Non ce la possiamo fare, insomma, e siccome la classe politica che ci comanda è inesorabilmente lo specchio della società che governa, ecco che continuiamo a raschiare il fondo di un barile senza renderci conto che in realtà l’abbiamo sfondato da tempo e stiamo scavando nella melma – ho scritto melma, si noti l’eleganza. Basti pensare alle opere che sono state progettate, realizzate o programmate (ritardi e problemi vari a parte) per le Olimpiadi di Milano Cortina: per la gran parte sono opere viabilistiche, strade per auto private. In una delle zone d’Italia – la Lombardia, il Veneto, il Trentino-Alto Adige – tra le più trafficate e intasate d’Europa.

[Il cantiere della nuova “tangenziale” di Tirano, in Valtellina, una delle opere stradali che dovevano essere concluse per le Olimpiadi e invece non è stata ancora aperta. Immagine dell’agosto 2025 tratta da www.localteam.it.]
Invece, dovremmo approfittare di occasioni del genere e di circostanze come la crisi del petrolio derivante dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, nonché più in generale dal fatto che di combustibili fossili prima o poi ne ce ne saranno più (senza contare il loro impatto sulla crisi climatica in corso) per avviare un grande piano di sviluppo infrastrutturale delle reti di trasporto pubblico, ferroviario in primis, che ne decuplichi l’estensione e l’efficienza non solo nelle zone più antropizzate ma pure, per certi versi soprattutto, nelle aree interne e montane. D’altro canto la quota delle energie alternative e rinnovabili sta aumentando costantemente, più per l’iniziativa privata e pur nel disinteresse al riguardo dei governi: perché non fare lo stesso anche negli ambiti deputati alla gestione pubblica, del tutto correlati ai precedenti perché nel complesso in grado di sostenere la tanto decantata e poco attuata transizione ecologica oltre che a rendere il mondo che viviamo più vivibile e – altra frase (s)fatta – «a misura d’uomo»?

[Tasso di motorizzazione nelle regioni alpine, numero di automobili ogni 1.000 abitanti (Regioni NUTS 2 o Cantoni). Per cosa sia l'”anomalia fiscale” indicata nel grafico si veda la nota in calce all’articolo.]
La mia risposta: perché non ce la possiamo fare proprio. Anzi, non ce la vogliamo fare. Il gattopardiano «tutto cambi affinché nulla cambi» ormai è da modificare istituzionalmente in «nulla cambi affinché tutto resti uguale»: perché non c‘è più nemmeno la finzione, il far credere qualcosa per mero inganno, perché in Italia tutto l’impegno delle istituzioni governative (di qualsiasi parte siano) è messo proprio nel mantenere pervicacemente lo status quo. Esattamente come accade sulle montagne, dove a fronte dei cambiamenti epocali in corso – climatici, ambientali, ecologici, sociali, culturali… – si fa di tutto per mantenere le cose come stanno, perché «si è sempre fatto così» e, dunque, se non nevica più bisogna costruire altre seggiovie, se fa troppo caldo per mantenere la neve al suolo bisogna sparare ancora più neve artificiale, se ci sono troppi turisti, escursionisti o ciclisti in aree naturali di pregio bisogna costruire altri ristori, allargare i sentieri, tracciare nuove ciclovie.

Non ce la possiamo fare, ribadisco. Fino a che, alla fine di tutto, qualcosa inevitabilmente cambierà – crollandoci addosso e “seppellendoci” sotto gli effetti della nostra decennale meschinità.

N.B.: Per “anomalia fiscale” (riferita in particolare a Valle d’Aosta e Trentino) si intende una distorsione statistica causata da vantaggi economici locali, che fa apparire sulla carta un numero di vetture enormemente superiore a quelle che circolano davvero sulle strade di quelle regioni. In parole semplici, non sono i residenti ad avere 2 auto a testa ma, ad esempio, sono le società di noleggio a lungo termine e le flotte aziendali di tutta Italia che decidono di immatricolare lì i propri veicoli. In ogni caso, il tasso di motorizzazione delle regioni alpine è quasi ovunque superiore a quello medio della UE.

Il futuro dei piccoli comuni montani tra fusione e disgregazione

[Il nucleo abitato di Starleggia e, nel fondovalle, il centro di Campodolcino, in Val San Giacomo.]
Mi è capitato di ascoltare di recente un servizio giornalistico che riferiva della carenza di personale amministrativo nei piccoli comuni, soprattutto di montagna ma non solo in quelli, che senza addetti faticano a garantire i servizi essenziali alle proprie comunità già soggette ad altre mancanze nei servizi di base e a fenomeni di spopolamento diffusi. È da tempo che ne sento, di notizie del genere, il che ne denuncia la cronicità (dovuta a vari fattori tra i quali alcune scelte politiche miopi, come il blocco del turnover) e, evidentemente, l’assenza di soluzioni efficaci. Paradossalmente, tali piccoli comuni che cercano in tutti i modi di non perdere abitanti, sono messi nella condizione di contribuire essi stessi al proprio spopolamento.

Mi sembra che sia una questione che attiene a un tema più generale e complesso a sua volta in discussione da tempo per le montagne italiane: quello della fusione dei piccoli comuni per crearne di più grandi sia territorialmente e demograficamente sia per il peso politico e amministrativo oltre che in grado di razionalizzare i propri servizi alle comunità senza con ciò sminuirne l’efficienza e contenendone i costi, in senso generale e pro-capite.

Dalle discussioni politiche sul tema a volte sono effettivamente nate delle fusioni e, dunque dei soggetti comunali più grandi magari riferiti a specifiche unità geografiche (ad esempio i piccoli comuni di una singola valle che si uniscono in un unico soggetto identificato anche dal proprio territorio), altre volte delle entità intermedie come le “unioni di comuni” dall’efficienza altalenante, mentre in molti casi numerose e variegate resistenze permangono e bloccano sul nascere qualsiasi tentativo di fusione: dalla difesa dei propri campanili e dai timori circa la perdita di identità locale (motivazione frequente e forte tanto quanto immotivata) alla convenienze pratiche sovente più legittime (l’aumento della distanza dal proprio centro comunale, ad esempio).

[Uno scorcio del paese di Scanno, in Abruzzo.]
D’altro canto una veloce analisi dei dati demografici dei comuni montani italiani rende la situazione piuttosto chiara: oltre il 65% dei comuni montani ha una popolazione inferiore ai 2.000 abitanti, ma se si analizza solo la categoria dei comuni definiti “piccoli”, cioè quelli sotto i 5.000 abitanti, che costituiscono la stragrande maggioranza della realtà montana, la media scende drasticamente a circa 1.400-1.500 residenti per comune, che scende ancora, a 500-800 residenti in media, più si sale altimetricamente[1]. Considerando che la gran parte di questi comuni, salvo rare eccezioni, perde abitanti anno dopo anno, a volte anche decine per volta, si comprende bene che per molti di essi la sorte demografica e sociale pare segnata.

Un caso piuttosto esemplare, che cito perché lo conosco bene, è quello della Val San Giacomo, o Valle Spluga, il territorio lombardo (in provincia di Sondrio) che da Chiavenna sale all’omonimo passo al confine con la Svizzera: un ambito relativamente grande, lungo circa 30 km e ampio poco meno di 200 km2. Su tale ampia superficie, geomorfologicamente e culturalmente ben definita (fino al 1815 la valle formava un unico comune, che gli Austriaci decisero di spezzare in tre in modo da indebolire le spinte secessioniste e irredentiste svizzere locali), abitano meno di 1.800 residenti fissi (al 30 novembre 2025) suddivisi in tre comuni. Una situazione amministrativa senza molto senso, insomma, la cui frammentazione sta indebolendo continuamente il territorio privandolo dei servizi essenziali – e il noto comprensorio sciistico di Madesimo non sta affatto contrastando lo spopolamento e aiutando la vitalità socioeconomica locale. Eppure, nonostante tale realtà e il fatto che da tempo si discuta in zona sulla possibilità di fusione dei tre comuni, al momento non se ne sta facendo nulla, esponendosi così a conseguenze di crescente gravità.

[San Bernardo, frazione del comune di San Giacomo Filippo in Valle Spluga. Foto di Fera, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Come detto, il caso della Val San Giacomo è significativo e peculiare nelle sue specificità; non è detto che la fusione tra comuni montani possa rappresentare l’assoluta panacea di tutti i mali della montagna italiana, ovviamente, anche perché un processo di fusione diffuso dovrebbe comportare prima, e a suo sostegno, una ben oculata gestione strategica politico-amministrativa e l’implementazione (innanzi tutto tecnologica) a livello locale dei servizi alla popolazione residente così che anche all’abitante della frazione più elevata o isolata non sia difficile ottenere un certificato anagrafico o interfacciarsi con un funzionale comunale – non sia resa più difficoltosa la vita quotidiana, insomma. Le normative in vigore, inclusa la recente Legge 12 settembre 2025, n.131 (la “Legge sulla Montagna” rilasciata dal Governo in carica), sembrano incentivare la fusione tra piccoli comuni in certi casi anche con sostegni e agevolazioni concrete, ma credo che non basti. Spesso, anche nei territori dove la fusione appaia come la soluzione migliore, gli ostacoli permangono: da un lato alimentati dall’incertezza sulle garanzie di un sostegno realmente efficace e concreto da parte degli enti amministrativi superiori e dalla politica, dall’altro motivati dalla frequente arretratezza infrastrutturale di cui soffrono i territori montani italiani nonché dalla crescente carenza dei servizi di base. Oltre alle permanenti motivazioni campanilistiche, che in Italia sono più solide delle montagne stesse, come sappiamo bene.

Fatto sta che il bivio è lì, obiettivamente inevitabile, molti territori montani vi sono ormai giunti e devono decidere che strada prendere: se quella della conservazione dello status amministrativo attuale, salvaguardando certezze storicizzate e presunte ma viepiù labili, oppure se mettere da parte remore e campanili e affrontare la novità di una fusione con i comuni confinanti, nella speranza – dacché siamo e restiamo in Italia, nel bene e nel male – che non sia, gattopardescamente, che tutto cambi affinché nulla cambi. Una decisione dalla quale dipendente il futuro di molta parte delle nostre montagne, da ben ponderare ma da non più scansare.

[1] Dati aggiornati riferiti al periodo 2024-2026 forniti dall’ISTAT e dall’UNCEM, elaborati grazie a Google Gemini AI.

Niente sarà come prima?

[Foto di Gerd Altmann da Pixabay ]
Ha ragione Paolo Nori (lo cito spesso, sì, perché spesso è assai illuminante) a dire a modo suo di quelli che un po’ ovunque, a voce o per iscritto, adesso esclamano «niente sarà come prima!», che anche prima di adesso era così. Voglio dire: al di là della “frase fatta” adeguata al periodo in corso, dovrebbe essere sempre così, in un mondo che sia in costante evoluzione, ogni giorno dovrebbe essere diverso dal precedente e starebbe alla civiltà che abita quel mondo di dimostrarsi realmente tale facendo che ogni giorno possa essere diverso in meglio, e non in peggio, rispetto a quello precedente.
Purtroppo è difficile ammettere che vada sempre così, per come nel corso della sua storia, che pure è una storia di evoluzione, l’uomo abbia causato troppe catastrofi che hanno fatto “peggiori” tanti giorni rispetto ai precedenti.

Poi, certo, c’è il caso “speciale” (al solito!) dell’Italia: il paese dal quale provengono tanti di quei «niente sarà come prima!» ma che troppo spesso fa di invocazioni simili l’effetto di uno dei suoi principi fondamentali ed emblematici, il gattopardiano «tutto cambi affinché nulla cambi!». Quindi, anche stavolta niente sarà come prima perché alla fine tutto resterà uguale?

Vedremo. Basta non succeda che niente sarà come prima perché sarà peggio! In fondo anche l’immobilità permanente, il restare immoti in un costante presente (vedi qui) mentre il tempo corre avanti, è un peggioramento inequivocabile.

Vedremo, appunto. Vedremo.

La vera rivoluzione

Si parla così spesso, un po’ ovunque oggi, di “cambiamento”, di “innovazione”, pure di “rivoluzione”. Ma non si potrà mai cambiare nulla finché il campo d’azione resterà sempre quello: varrà sempre il gattopardiano tutto cambi affinché nulla cambi, e quanto ritenuto “nuovo” non sarà altro che il vecchio visto da un’altra parte. Ovvero un mero plagio, come sostenne al riguardo Paul Gauguin.

Piuttosto, la vera rivoluzione non è quella che cambia le regole del gioco ma quella che cambia il gioco stesso. Altrimenti, qualsiasi preteso “cambiamento” non può che risultare una squallida e meschina pantomima.

(Immagina tratta dalla pagina facebook Humanity.)