Per chi lorda lire 5 di pena

 

La nostra società ondeggia fin troppo spesso tra due pretesi e antitetici “assiomi”: quello per il quale ogni nuova generazione si crede migliore della precedente e l’altro che sostiene che «si stava meglio quando si stava peggio». Sono entrambi assiomi tanto reputati quanto insensati, in verità, perché basati su una percezione asincrona delle cose e dunque sostanzialmente distorta; d’altro canto sono vernacolarmente applicati con regolarità – insieme a molti altri cosiddetti “luoghi comuni” – in qualsiasi ambito più o meno importante della quotidianità, e in ciò contribuiscono a generare la visione ordinaria del mondo in cui viviamo.

In verità ogni tempo – ovvero la gente che lo ha vissuto – ha sofferto della sostanziale incapacità di relazionarsi diacronicamente con la propria storia e questo fatto, in un mondo che, posta la propria più recente evoluzione, rende ogni cambiamento ancor più profondo che una volta, diventa un problema analogamente più importante. Ad esempio, circa l’immagine lì sopra: sostenere che un tempo si fosse più civili e civici, come sovente si sente dire, non è solo una generalizzazione pressoché priva di fondamento ma rischia di diventare una funzionale seppur paradossale giustificazione a un certo stato di cose odierno che, per convinzione diffusa e distorta, ci appare preponderante. Non sarebbe forse meglio lavorare e impegnarci affinché il futuro possa essere più civile e civico del presente? Se si è così convinti che una volta le cose andavano meglio rispetto al presente e ugualmente che oggi siamo “più bravi” di ieri, piuttosto di contrapporre tali “assiomi” ricavandoci inevitabilmente un conflitto di princìpi, sarebbe forse il caso di correlarli, di analizzare meglio il passato per svilupparne i retaggi migliori, con la “bravura” del presente, così da farne concreti vantaggi futuri, parimenti imparando dagli errori che la storia ha registrato per evitare di commetterli nuovamente. Perché la “normalità” da contemplare non è quella per la quale già una volta si apponevano avvisi a salvaguardia del decoro pubblico esattamente come si fa oggi, dunque che ancora ce ne sia bisogno come occorreva un tempo, semmai è (sarebbe) che di quegli avvisi non ci debba più essere il bisogno.

Capite che non è una questione di essere migliori o meno di qualcuno e qualcosa oppure di vivere epoche più confortevoli o disagevoli di altre, ma di fare del tempo che passa un moto di costante evoluzione (come d’altro la stessa fisica postula) culturale, umanistica, etica, politica, sociale, antropologica, senza invece restar fermi sul presente già immemori del passato e indifferenti del futuro, come sembra che oggi sovente accada per forma mentis inopinatamente e malauguratamente diffusa. Lo saprà fare, la nostra società, oppure tutto ciò è da considerare come una mera e un po’ ottusa utopia?

Se sparissero i faggi

Leggere su ”ANSA.it” la notizia di uno studio scientifico redatto da alcune prestigiose università europee secondo il quale «Il cambiamento climatico in atto è una minaccia anche per i boschi di faggio europei: la loro crescita potrebbe diminuire dal 20% al 50% nei prossimi 70 anni, soprattutto nelle regioni dell’Europa meridionale», e dando ad esso il credito che formalmente merita, viste le autorevoli fonti da cui è stato elaborato, mi genera parecchia angoscia.

Ho sviluppato una particolare predilezione, quasi un sentimento d’affetto, per così dire, verso i faggi e le faggete. Sarà che vi sono numerose stazioni – anzi, questo è il termino scientifico, ma preferisco usare “comunità” – di faggi sui monti di casa per cui sono parte del mio paesaggio domestico e spesso mi ritrovo a camminare attraverso di essi, sarà che le faggete sono tra gli ambienti arborei più belli e affascinanti in assoluto e aggiungo pure tra i più accoglienti, per come io mi ci senta bene, accolto appunto, quasi protetto, o sarà che lo stesso faggio, il Fagus Sylvatica che dimora in Europa, è un albero meraviglioso, elegante, fiero, spesso assai imponente (come quello che io chiamo “il Re del bosco”, probabilmente l’albero più grande che abita sui monti di casa, ma ovviamente in giro per l’Italia e l’Europa ve ne sono di ben maggiori), dalla pelle particolare che è bello toccare, accarezzare, che sembra (lo è, d’altronde) veramente un’epidermide viva, di una creatura a suo modo intelligente e senziente… o sarà che il mio spirito col tempo s’è fatto particolarmente silvestre (ma forse è una causa/effetto, questa), non so. Ma se veramente le faggete dovessero subire quei danni prospettati dallo studio scientifico citato, ne scaturirebbe – dal mio punto di vista – un disfacimento del nostro paesaggio veramente terribile. Del paesaggio, badate bene, ovvero della percezione fondamentale e della relativa definizione intellettuale, culturale e sensoriale (dunque anche emotiva) che abbiamo del nostro mondo. Il quale non sarebbe più lo stesso, così che inesorabilmente noi non saremmo più gli stessi.

Lo so, il mondo cambia, la Natura segue il proprio corso vitale, magari tra qualche secolo sulle nostre montagne cresceranno alberi diversi e altrettanto affascinanti. Ma, ribadisco, sarà un altro mondo, con un altro paesaggio, un’altra estetica, un altro valore culturale. E altri abitanti, senza dubbio.

P.S.: le immagini della galleria in testa al post vi mostrano una delle comunità di faggi che dimorano sui monti sopra casa.

I mendicanti italiani sono i migliori del mondo

Davanti ad un caffè di via Veneto due fotografi americani prendono istantanee della gente troppo benvestita che si gode il sole. Passano poi a fotografare i mendicanti che stazionano sulla porta del caffè. Disapprovazione dei presenti. Escono tre giovani, pretendono che i fotografi si allontanino, non vogliono offese all’amor patrio. La gente applaude. Si dicono frasi sul «popolo italiano», i fotografi vengono invitati a tornare al loro paese, a lasciarci alla nostra «dignitosa miseria». I mendicanti approvano, non smettono tuttavia di chiedere l’elemosina, benché con aria più dignitosa di prima, anzi un po’ nazionalista. Dopotutto – sembra vogliano dire – i mendicanti italiani sono i migliori del mondo.


(Ennio Flaiano, Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010; 1a ediz. 1956, pag.130. Fate clic sull’immagine, poi.)

Tanto per levarseli dai piedi

Volere è potere: la divisa di questo secolo. Troppa gente che «vuole» piena soltanto di volontà (non la «buona volontà›› kantiana, ma la volontà di ambizione); troppi incapaci che debbono affermarsi e ci riescono, senz’altre attitudini che una dura e opaca volontà. E dove la dirigono? Nei campi dell’arte, molto spesso, che sono  i più vasti e ambigui, un West dove ognuno si fa la sua legge e la impone agli sceriffi. Qui, la loro sfrenata volontà può esser scambiata per talento, per ingegno, comunque per intelligenza. Così, questi disperati senza qualità di cuore e di mente, vivono nell’ebbrezza di arrivare, di esibirsi, imparano qualcosa di facile, rifanno magari il verso di qualche loro maestro elettivo, che li disprezza. Amministrano poi con avarizia le loro povere forze, seguono le mode, tenendosi al corrente, sempre spaventati di sbagliare, pronti alle fatiche dell’adulazione, impassibili davanti ad ogni rifiuto, feroci nella vittoria, supplichevoli nella sconfitta. Finché la Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una sola volta: tanto per levarseli dai piedi.


(Ennio Flaiano, Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010; 1a ediz. 1956, pagg.148-149. Fate clic sull’immagine, poi.)

Il voto del progresso

Anche il progresso, diventato vecchio e saggio, votò contro.

(Ennio FlaianoLa saggezza di Pickwick in Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.101.)

Già. A volte l’impressione è proprio questa. Cioè che il problema non sia tanto che non ci sia progresso, semmai che non ci sia chi progredisca. Ovvero, che quelli che sostengono di propugnare il “progresso”, ergendosi spesso a “salvatori della patria”, in verità ci remino contro. C’è di che diffidare di costoro, assai numerosi in circolazione e, appunto, “votare contro”, questo loro falso progresso – un regresso bello e buono, in realtà.