“Viva” Trump!

Bisogna proprio ammetterlo: tra tutti i presidenti della storia degli Usa, Donald Trump è veramente il migliore.

Per gli antiamericani, già.

I quali non possono che sperare che venga rieletto: perché, se ciò accadrà, ci sono ottime probabilità che entro la fine del suo secondo mandato l’America sul piano internazionale non conti quasi più nulla, e che su quello interno finisca per implodere in preda al caos sociale.

In fondo, resta assolutamente valido quel pensiero di Ezra Pound di almeno mezzo secolo fa:

Come mi sono trovato in manicomio? Piuttosto male. Ma in quale altro posto si poteva vivere in America?

(Da Aforismi e detti memorabili, a cura di G. Singh, Newton Compton, Roma, 1993.)

N.B.: l’immagine in testa al post è tratta dalla pagina facebook di quel genio di Terry Gilliam – un Python, d’altronde.  Cliccateci sopra per leggere il post originario.

«Un idiota alla Casa Bianca»

La graficamente notevolissima e notevolmente emblematica prima pagina del “New York Times” del 24 maggio scorso, che presenta una lista di circa 1.000 persone morte per Covid-19 con relativi brevi necrologi, a rimarcare concretamente la spaventosa gravità della pandemia negli USA – che hanno ormai superato i 100.000 morti – come in nessun altro paese del mondo, mi ha fatto tornare alla mente, chissà come mai, un breve tanto quanto (divenuto) celeberrimo passaggio d’un libro dello scrittore e produttore televisivo (ma pure tra i massimi esperti americani di Shakespeare) Steve Sohmer:

L’America può mandare un uomo sulla Luna, figuriamoci se non possono mettere un idiota alla Casa Bianca.

(da Favorite Son, 1987, ed.it. Gli ultimi nove giorni, traduzione di Vincenzo Mantovani, Rizzoli, Milano, 1988; il passaggio è a pagina 263.)

Sohmer lo scrisse quando alla presidenza degli USA c’era ancora Ronald Reagan ma – ribadisco, chissà come mai – tale affermazione non solo non ha tempo ma risulta quanto mai perfetta proprio in questo periodo.

Chissà perché, già!

Come dire che fa troppo caldo

[Foto di Free-Photos da Pixabay.]
Ieri pomeriggio, 2 febbraio, montagna, 1500 metri di quota.
12° di temperatura dell’aria ma, in pieno Sole, molti di più; niente neve su prati i quali, per giunta, ospitano i rottami di alcuni vecchi skilift di un’epoca nella quale qui si sciava. Sembra roba preistorica, invece accadeva fino a poco più di vent’anni fa.
Sarebbero i cosiddetti «giorni della merla», questi, ma fa caldo come ad aprile. D’altro canto lo «zero termico» dalle mie parti è a circa 2800 m, un dato tipico del periodo primaverile inoltrato, guarda caso.

Già.

O forse queste mie osservazioni sarebbero state più efficaci se le avessi riportate in una forma del tipo «Anche ieri pomeriggio, 2 febbraio, quelli che non credono al cambiamento climatico sono degli emeriti (CENSURA)!»?

Ecco.
E scusatemi per quella “censura” lì sopra, fosse per me non l’avrei certo messa.

P.S.: clic.

Il muro tra il Messico e il Colorado

Quando non c’è, o viene a mancare, un’autentica e attiva relazione tra l’uomo e il territorio in cui vive o che deve gestire, inevitabilmente si guasteranno il territorio stesso, la sua identità culturale, la vita in esso e, dunque, l’uomo stesso che lo vive e abita. È un principio tanto semplice quanto fondamentale, questo, la cui inosservanza (spesso funzionale a meri e biechi tornaconti materiali) diviene la causa per molti dei problemi che i territori presentano, materiali e immateriali: il degrado di certe aree urbane, la proliferazione dei nonluoghi, la cementificazione selvaggia, i dissesti idrogeologici, la cattiva gestione delle risorse eccetera, così come la conoscenza pratica dei luoghi stessi, la loro geografia, la capacità di elaborare e comprenderne i paesaggi, il dialogo con il Genius Loci – senza contare poi gli stati di spaesamento, dissonanza e alienazione che tutto ciò finisce per provocare in molte delle persone che lo subiscono. Senza quella relazione (che nello specifico è di matrice antropologica ma, in senso generale, è direttamente attinente alla cultura storica dei luoghi ed ei territori in questione), e senza la sua proficua “coltivazione” culturale, si può anche costruire il luogo più bello del mondo ma, rapidamente, finirà in degrado e poi in rovina. Ciò vale per qualsiasi territorio e per chiunque lo viva, sia esso un abitante permanente, un visitatore temporaneo, un tecnico, un amministratore pubblico – personalmente lo constato quasi sempre, quando mi occupo di pratiche culturali per i territori di montagna, ambiti particolarmente esposti e fragili in tal senso ma, ribadisco, non c’è area antropizzata che ne sia esente.
Ecco.

Tutto ciò per dire che, ahinoi, nel nostro fake world contemporaneo sempre più simile a una distopia – termine che non a caso deriva dal greco antico “δυς-” (dys), “cattivo” ma che funziona anche come prefisso di negazione, e “τόπος” (topos), “luogo”, quindi cattivo luogo o non luogo – la situazione sopra illustrata ha raggiunto un livello di gravità tale da permettere che il territorio corrispondente alla più grande potenza del pianeta elegga a proprio presidente un tizio che dimostra quasi quotidianamente di non conoscere quel territorio che deve amministrare, ovvero che è privo della relazione di cui sopra ho detto, la decadenza di entrambi – territorio e potere che lo governa – è pressoché inevitabile.
E infatti è già in corso, come si può ben constatare.

No: come dovrebbero sapere tutti gli americani che abbiano fatto almeno qualche giorno di scuola (e che votano alle elezioni, tanto più), il Colorado non confina con il Messico.

Cliccate sull’immagine in testa al post per vedere il video relativo (in inglese, ma ben comprensibile nel senso anche da chi non conosca la lingua.)

Kim Trump e Donald Jong-un

Non so, ma io credo che lo “storico” vertice tra Donald Trump e Kim Jong-un servirà soprattutto per stabilire quale dei due leader abbia la capigliatura più buffa.

Ma certamente sarò ben felice di potermi sbagliare, al riguardo, e di felicitarmi col mondo intero se si verrà a sapere che avranno entrambi trovato un parrucchiere più in grazia.