Il (non) Capodanno

[Image credit: Gerd Altmann da Pixabay]

Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?
Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.

(Gianni Rodari)

Ecco: una volta ancora il grande Gianni Rodari in una filastrocca per “bambini” dice cose che più da adulti non ci sono. Dice che in fondo non conta il “Capodanno” in sé, una festa convenzionale stabilita “d’ufficio” in un giorno come un altro, e che il corso della vita in effetti non contempla date o ricorrenze che suscitano baldorie divertenti e vacue nonché propositi sempre vani e mai realizzati sul serio. Gli anni sono uguali l’uno all’altro perché il tempo non esiste e dunque nemmeno gli anni: ciò che fa “nuovo” un anno è che qualcosa di realmente nuovo e migliore si realizzi, nella vita di ciascuno e in quella del mondo intero. È qui che, forse, qualcosa si è ingrippato, e se ai buoni propositi non fanno capo che cattive azioni è come se il calendario andasse all’indietro, non certo verso il futuro. Cosa che appare piuttosto concreta e assai inquietante, da un po’ di tempo a questa parte.

Meno meri buoni propositi e più vere buone azioni, ecco. Così l’anno nuovo sarà sul serio un nuovo anno. Nella storia l’usato non è mai troppo garantito, e di gente che vuole rifilare rottami pericolosi di “realtà” riciclandoli e spacciandoli per vere novità ce n’è già troppa, in circolazione. Mentre certe cose del tutto “normali” sono diventate così desuete da rappresentare vere e proprie novità, se riscoperte nell’anno appena iniziato: pensare con la propria testa, ad esempio. Che se già fosse pratica diffusa, la stessa festa del Capodanno sarebbe meno banale di quanto è, per dire.

Insomma, auguri di un benefico, attivo e proficuo anno nuovo a tutti. E che il 2021 sia migliore del 2020, ecco!

Persone, non personalità

Tutta questa attenzione mi soffoca. C’è chi vuole che tenga a battesimo questa o quell’iniziativa, chi mi vuol dare un titolo onorifico, rispondo a tutti di no – voglio essere una persona normale, non una “personalità”.

(Wisława Szymborska, citata da Michał Rusinek, Nulla di ordinario. Su Wisława Szymborska, Adelphi Edizioni, 2019.)

(Photo credit: Juan de Vojníkov – CC BY-SA 3.0 [https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0])
Questa fulminante asserzione della grande poetessa polacca mi fa tornare alla mente un’altra notevolissima intuizione, di Patrik Ouředník, per il quale i libri andrebbero pubblicati senza il nome dell’autore in copertina (ne dissertai qui). Ovvero, i libri dovrebbero “vivere” a prescindere da chi li abbia scritti, che dovrebbe rappresentare soltanto una figura asservita alla riuscita del loro “compito culturale” (che ogni libro deve contemplare, per quanto mi riguarda). Se avviene il contrario – cioè quando vi sono in circolazione scrittori “famosi” dei quali però tanti non sanno citare nemmeno un titolo dei loro libri – allora, io credo, c’è qualcosa che non quadra nell’editoria. Già.

P.S.: l’ispirazione per questo post viene dalla pagina Twitter di Adelphi.

Lettere “mostruose”

Marcello Mastroianni che scrive ad Andrej Tarkovskij (“romanizzandone” il cognome) patrocinando la realizzazione di un film tratto da Dissipatio H.G. di Guido Morselli e citando Tonino Guerra come referenza.

Cinque “mostri” in poche righe – il quinto è, ovviamente, il fenomenale romanzo di Morselli, a mio parere tra i più affascinanti della narrativa italiana del Novecento.

Ora: non per fare mera e banale retorica, ma pensare oggi a un tale simile incrocio di personaggi e personalità mi viene francamente difficile. Non impossibile, sia chiaro, ma difficile sì.

P.S.: l’immagine è tratta dalla pagina Twitter di Adelphi Edizioni, qui.

Fare mattina leggendo Foscolo

(Gogol’ ritratto da Dmitriev Mamonov, 1840 circa.)

Una sera di luglio del 1845, Dostoevskij, che ha 23 anni, va a trovare un suo amico e si mettono a leggere Gogol’ e lo leggono fino alle 4 del mattino.
«Allora succedeva così, tra i giovani: si riunivano in due, tre e: “Se leggessimo Gogol’, signori?”, e si sedevano e leggevano», ricorda Dostoevskij.
Come se dei ragazzi italiani, ventitreenni, si trovassero e si dicessero, «E se leggessimo Foscolo, cosa dite?».
E tirassero fuori I sepolcri e facessero mattino a leggere e rileggere I sepolcri.

(È un articolo dell’1 novembre nel sito/blog di Paolo Nori, che trovo sempre fenomenale da leggere – il sito e lui come autore pure, certo, infatti lo cito spesso, qui. Leggetelo pure voi, vi delizierà parecchio.)

Orgoglio da lettore

(Photo credit: Roberto Pera – Public domain.)

Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto, io sono orgoglioso di quelle che ho letto.

(Jorge Luis Borges, Poesie (1923–1976), traduzione di Livio Bacchi Wilcock, BUR Rizzoli, 2004.)