Resta la Natura

Dopo aver esaurito quel che t’offrono affari, politica, allegri simposi, amore e così via – e aver scoperto che niente di tutto ciò alla fine soddisfa o dura in eterno – che cosa ti resta? Resta la Natura; portar fuori dai loro torpidi recessi le affinità tra un uomo o una donna e l’aria aperta, gli alberi, i campi, il volgere delle stagioni – il sole di giorno e le stelle del firmamento la notte.

(Walt Whitman, Nuovi argomenti in Giorni rappresentativi e altre prose, a cura di Mariolina Meladiò Freeth, Neri Pozza Editore, Vicenza, 1968, pag.148.)

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Davide Sapienza, “Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione”

Il grande poeta americano Henry Wadsworth Longfellow ha scritto che «La musica è il linguaggio universale dell’umanità»; gli ha fatto buona eco Oscar Wilde con uno dei suoi celebri aforismi, nel quale afferma che «La musica è il genere di arte perfetto». In effetti la musica è un’arte che non pochi definiscono “totale”: è l’unica che, per essere goduta, non abbisogna che il fruitore vada ad essa ma il contrario. La lettura di un libro impone una certa concentrazione; la visione di un film lo stesso e similmente l’arte visiva; la musica invece ti avvolge col proprio effluvio armonico e ti rende partecipe della sua eventuale bellezza anche se stai facendo altro – guidando l’auto, lavorando, correndo, eccetera. Anzi, in certi casi diventa essa stessa promotrice di altra pratica artistica, come certi autori che non riescono a scrivere, o certi pittori a dipingere, senza della buona musica in sottofondo.
«Ok, ma che c’entra tutto questo con un libro che parla di geografia, Natura, ambiente, cammini?» vi starete probabilmente chiedendo. La risposta è bell’e pronta, ed è doppia: in primis, perché anche la relazione tra uomo e Natura, sia essa più o meno antropizzata, è per molti versi assai simile a quella che lega la musica al suo ascoltatore – non fosse altro perché si basa sull’armonia; in secundis, ma potrei anche dire soprattutto, perché vi sto per raccontare del nuovo libro di un autore, Davide Sapienza, che dalla musica proviene e che della musica (di qualità, è bene ricordarlo) è stato apprezzato cantore – tanto che, non incidentalmente, nel libro in questione di musica ce n’è e in molteplici forme. Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione (Bolis Edizioni, 2019) è l’ultimo libro del grande scrittore monzese – ma di “cittadinanza” orobica di lungo corso, ormai – e mai come in tal caso si dovrebbe dire, parafrasando il modo di dire anglosassone, “ultimo, ma non ultimo”. Perché Il Geopoeta, lo dice il titolo stesso, è “il” libro del geopoeta-Sapienza, quello che, dopo diversi lustri di esperienze profondamente e intensamente geografiche, dai quali sono scaturiti numerosi libri di successo (a partire dal 2004 e dalla prima edizione de I diari di Rubha Hunish) mette nero su bianco la “disciplina” geopoetica sapienziana []

(Leggete la recensione completa de Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Avvertenze ai naturalisti

Ecco, dato che lo scorso 21 marzo è stata celebrata (anche) la Giornata Mondiale della Poesia, e siccome qui ho apertamente dichiarato (con serissima ironia, o ironica seriosità) cosa penso, personalmente, di tali celebrazioni, ora dico anche che, ad esempio, un libro come Poesie Creaturali di Tiziano Fratus è di quelli che consente di celebrare sempre la poesia, come dovrebbe essere a prescindere da qualsiasi “Giornata”. Perché la poesia è l’arte letteraria assoluta per eccellenza, dunque non può confinarsi in limiti di tempo o di spazio (che non sia quello, ovviamente funzionale, della pagina e del libro), e perché quelle di Fratus sono «composizioni selvatiche, animate, agitanti, che non ne vogliono sapere di smettere di crescere». Superando ogni limite di spazio e di tempo, appunto.

(Cliccate sulla poesia – dopo averla letta con consona attenzione, ovvio! – per saperne di più su Poesie Creaturali. Io ve ne riparlerò ancora, più avanti.)

Bellezza geopoetica

Una bella serata in un bel luogo, con un bel pubblico convenuto ad una bella presentazione d’un nuovo gran bel libro. Ieri sera, a Bergamo, con il sottoscritto, Elena Maffioletti e Davide Sapienza con Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione, edito da Bolis Edizioni.

Insomma: riguardo a che possa essere vero (io ne sono certo) quanto Dostoevskij fa dire al suo principe Myškin, «La bellezza salverà il mondo», credo che ieri se ne sia avuta una suggestiva, geopoetica conferma, assolutamente.

Cliccate sull’immagine per saperne di più su Il Geopoeta. E leggetelo, che è un libro veramente bellissimo – appunto.

Appuntamento (imperdibile) con “Il Geopoeta”, domani, ore 18.30, a Bergamo!

Mi sono convinto, in tanti anni di viaggi, cammini, esplorazioni e incontri con persone comuni, politici, docenti, accademici, amministratori, manager d’azienda, burocrati – che la geografia è pericolosa perché non mente. La geografia rende liberi, invita all’esplorazione, alla scoperta, alla realizzazione di un legame più forte con tutto ciò che sta intorno a noi. Per questa ragione una relazione primaria e fondamentale è stata trasformata, per una larga maggioranza dell’umanità inurbata, in un coacervo di paure e istinti aggressivi, inevitabilmente destinati a scaricarsi sul territorio in forma di prevaricazione, noncuranza, distacco: una relazione che tanto somiglia a quel criceto che invece di procedere resta immobile correndo nel cerchio, e che dunque a sua volta si riflette nell’impoverimento dell’alfabeto emozionale dell’immaginario collettivo.
La geografia (dal greco γεωγραϕία: “descrizione e rappresentazione della terra”) è la più antica scrittura conosciuta dal pianeta: una lingua vera e propria che il territorio, da noi modificato e vissuto, ci ha sempre insegnato e che abbiamo ascoltato e appreso. Una scrittura talmente diffusa che gli esseri viventi, spostandosi sulla Terra e sui mari, hanno unito fiumi, montagne, pianure, promontori, vallate, altopiani, canyon e deserti così come si uniscono vocaboli, verbi, aggettivi, congiunzioni, avverbi per esprimere emozioni, pensieri, idee, teorie; letteralmente sillabando nuove narrazioni fatte di storie, scoperte, dubbi. Quei capitoli compilati in un arco di tempo lunghissimo compongono il grande libro che abbiamo iniziato a scrivere fin dall’origine della vita umana e che ora si trova a un punto di svolta decisivo: siamo noi, i narratori, a dover decidere se sarà davvero possibile fare a meno di questa scrittura, e conseguentemente alla consapevolezza di essere in relazione con l’ambiente, con la poesia della geografia che nasce ogni giorno fuori e dentro di noi.

Questo brano è un estratto dal nuovo libro di Davide Sapienza, Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione, che a sua volta ho estratto dall’articolo che IL Magazine del Sole24Ore ha dedicato ieri al libro (cliccate sull’immagine in testa al post per leggerlo al completo). Cliccando invece sulle immagini qui sotto potete leggere altri due intriganti contributi intorno al libro e alla geopoesia, rispettivamente dal Corriere della Sera-Bergamo e dal magazine ArtApp.

Ma, ovviamente, per saperne ancora di più e meglio su Il Geopoeta, la cosa migliore è essere presenti alla sua prima presentazione in pubblico, domani alle ore 18.30, presso la Sala Viscontea dell’Orto Botanico di Bergamo, nella quale avrò l’onore di disquisire sul libro con Sapienza e con Elena Maffioletti, la prestigiosa e preziosa editor del testo. Qui invece potete trovare le date delle altre presentazioni in programma.

E comunque leggetelo, Il Geopoeta. È un testo imprescindibile, uno di quei libri che, a non leggerlo, si perde un mondo di cose belle, utili, emozionanti, illuminanti. Una cosa deprecabile da far accadere, insomma.