Arno Camenisch in Italia

Mai letto Arno Camenisch?

Be’, se non l’avete fatto, leggetelo – per invogliarvi vi posso proporre alcune personali “recensioni” a suoi libri, qui e qui. Scoprirete uno dei più interessanti autori europei contemporanei, esempio fulgido di un panorama letterario, quello svizzero, alquanto originale e interessante che se da un lato deve necessariamente confrontarsi con alcuni mostri sacri del recente passato – Dürrenmatt, Walser, Frisch, per fare qualche nome – e con il loro retaggio, attivo pure oggi, dall’altro riesce a caratterizzarsi in modo identitario attraverso opere dallo stile originario e dalla profondità spesso notevole. Particolarmente quanto tali opere si “formino” tra i monti delle Alpi come è il caso del sursilvano Camenisch, esponente di punta della narrativa alpina (se mai questa categoria possa determinarsi ma, di sicuro, in Svizzera è presente più che altrove e non solo per meri motivi geografici) che nei suoi testi, spesso pubblicati in lingua romancia, sa narrare storie fatte anche di roccia, di neve, di aria fine e di orizzonti ampissimi, anche quando siano ambientate in piccoli villaggi sul fondo di boscose vallate all’ombra di montagne imponenti e, a volte, un po’ inquietanti.

Peraltro in questi giorni Arno Camenisch è in tour per l’Italia insieme al proprio (mirabile) editore, Keller, e all’altrettanto preziosa traduttrice Roberta Gado: un’ottima occasione per conoscere non solo i libri ma pure l’autore in persona!

Cliccate sull’immagine per saperne di più, e buna lectura!

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Quella sulla musica italiana in radio è una proposta di legge Comic(a)!

Tralasciamo pure il fatto che il documento qui sopra riprodotto, che presenta la “proposta di legge” (!) con la quale imporre alle emittenti radiofoniche di trasmettere una quota minima di brani italiani, è già buffo di suo, col suo contenuto e quel carattere utilizzato che – guarda tu che caso! – si chiama Comic (fate clic sul link e leggete perché è nato e come lo si dovrebbe usare), tralasciamo anche che una tale proposta puzzi lontano mille km di Ventennio e di EIAR ma supponiamo pure, di contro, che nel principio il suo fine possa anche essere nobile… e tralasciamo pure che vorrei tanto sapere chi sceglierebbe poi i brani da trasmettere, chi ne decreterebbe la qualità artistica e su quali basi, e se fosse effettivamente una scelta svincolata da meri accordi commerciali – quella pratica che nel gergo del settore viene chiamata payola – e quanto spazio verrebbe garantito alla musica indipendente, quella che di frequente offre la migliore qualità artistica proprio perché libera da imposizioni commerciali…

Tuttavia, posto e tralasciato quanto sopra, mi chiedo: e se si provasse a supporre che la musica italiana non venga trasmessa dalle radio – accordi commerciali con le case discografiche a parte, le quali peraltro producono pure musicisti nostrani – perché, molto semplicemente, non è di buona qualità? E se fosse tale anche perché il pubblico italiano non gode di un bagaglio culturale e, in tal caso, artistico-musicale, all’altezza e in grado di mettere in evidenza i migliori musicisti rispetto a quello mediocri? No, perché se il talento musicale italiano è ad esempio quello proposto negli ultimi anni dai vari “talent show”, beh… salvo rari casi, gli dei ce ne scampino!

Ciò, sia chiaro, non significa che anche dall’estero non vengano – e siano trasmesse – proposte musicali di qualità discutibile – di contro, da frequentatore di lungo corso della musica e di molte scene estere, so bene come altrove la qualità media sia ben maggiore rispetto a quella nostrana. In verità, di artisti musicali italiani di gran pregio ve ne sono a bizzeffe e sovente sono assai noti e apprezzati all’estero senza che lo si sappia in Italia (ad alcuni di essi vi dedicai anche una puntata del mio programma radio, tempo fa) ma mai – e ribadisco, mai – vengono trasmessi dalle grandi radio (a parte forse che sulla sola Radio3 RAI, emittente pubblica dedita alla cultura, non a caso, e non casualmente la meno ascoltata in ambito RAI): proprio perché di qualità troppo alta per lo standard dell’uditorio italico. Troppi colti, troppo poco d’appeal, poco vendibili, poco divulgabili: cerchio (e porta) chiusa – alla musica di qualità.

Ergo? Cui prodest?

Insomma, devo riassumere quanto sopra a riguardo di quella proposta di legge in comic sans con poche parole? Una bella e buona scempiaggine, in perfetto stile con quanto viene spesso da certa politica. Ecco.

E ascoltate la vera buona musica italiana, mica la robaccia che vi spacciano come tale in TV o sulle radio ultracommerciali e senza che ci sia bisogno di una legge tanto idiota quanto rozza che ve la imponga! Solo sostenendo i musicisti di qualità, sapendo comprenderne il valore, si potrà accrescere il livello artistico delle produzioni musicali: fatto ciò, la diffusione radiofonica verrà di conseguenza. Alla faccia di Sanremo, dei “talent show” televisivi e di tutte le altre simili messinscene.

N.B.: cliccando qui potrete leggere un ottimo approfondimento sulla questione tratto dal Giornale della Musica.

N.B.2: chi scrive – lo dico senza alcun vanto ma per mero dato di fatto – trasmette musica in una radio (indipendente) da quasi 30 anni. Già.

Lo sviluppo intellettuale? Merito di Dürrenmatt!

Charlotte Kerr, la seconda moglie di Friedrich Dürrenmatt, un giorno di gennaio del 1992 telefonò a Mario Botta: «Sarebbe disposto a venire a Neuchâtel? Ho deciso di regalare la casa di Dürrenmatt e il terreno per costruirvi un museo. Mi mancano i soldi per la costruzione, ma sono certa che li troveremo… Allora, che ne dice? Perché non viene a dare un’occhiata?» «Che c’entrano i soldi quando si tratta di Dürrenmatt? A lui devo il mio sviluppo intellettuale. Certo che vengo.»

(Conversazione citata da Donata Berra nella postfazione de La Valletta dell’Eremo, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2002, pag.83. Il “museo” in questione è il Centre Dürrenmatt Neuchâtel, al quale fa riferimento l’immagine in testa al post: cliccateci sopra per saperne di più, oppure cliccate qui per visitarne il sito web.)

La poesia richiede passione, sempre

È sempre più raro incontrare appassionati di poesia contemporanea che si impegnino a leggere, a capire, a indagare, a presentare e talora illustrare le ragioni e i temi che caratterizzano singole voci poetiche dei nostri giorni. I poeti viventi in genere o vengono assillatamente invocati come vati e maestri di grande valore morale, etico ed espressivo, oppure incasellati nella tutt’altro che invidiabile e desiderabile vasta, grossa, grassa, casella del poetume nostrano. Qualcuno gode anche il favore di oscillare fra l’uno e l’altro polo, a seconda del metro di chi giudica e sentenzia. Spesso i critici di poesia sono giocatori in campo, spadroneggiano con le loro scelte e indicazioni, spalleggiano poeti e reti di poeti che incarnerebbero esperienze e quel coraggio unico che oggi ovviamente si può riconoscere soltanto a chi piace loro. Raramente si incontrano veri appassionati che della poesia sono anzitutto innamorati, anzitutto attratti e vinti, anzitutto discepoli, ma senza avere alcuna celata ambizione, un giorno, di essere conclamati poeti.

Così Tiziano Fratus introduce il proprio articolo Della fragilità umana ed animale che si incontra facendo poesia dedicato agli ultimi libri sull’essere poeta e sul fare poesia oggi – riassumo molto, per rapidità e chiarezza immediata – di Elisabetta Motta (leggete il resto dell’articolo per conoscerli), uscito su Il Manifesto lo scorso 17 gennaio. Parole che, anche al di fuori del contesto a cui sono dedicate, risultano alquanto illuminanti circa lo stato della poesia contemporanea in Italia, tanto invocata a parole quanto ignorata nella “pratica” (editoriale e non solo), maneggiata con vero merito da pochi e manipolata con gran demerito da pochi, bistrattata nelle librerie quasi come fosse un genere proibito quando invece – non bisogna dimenticarlo – è l’ambito letterario più alto e nobile che vi sia, la scrittura nella sua forma più piena e assoluta. Per questo necessitante di letture, indagini e comprensioni ricche di autentica passione ancor prima e più che di matrici critiche e analitiche, come sostiene Fratus. Purtroppo ormai pratiche rare, appunto, sovente proprio (e paradossalmente) in chi scrive “poesia” e ama definirsi “poeta” – si notino le virgolette. Ecco.