BASTA moto sui sentieri (una volta per tutte!)

Un’ennesima circostanza alquanto irritante, accaduta la scorsa domenica, della quale sono stato diretto testimone, mi ha riconfermato come la questione del passaggio non autorizzato e a scopo ludico di motociclette lungo strade e sentieri di montagna con divieto di transito sia una piaga tra le peggiori che il territorio naturale debba subire. Una piaga che resta invariabilmente impunita, vuoi per la difficoltà dei controlli (che tuttavia spesso sono ben più semplici da eseguire di quanto si creda, come nel caso delle mie zone: è la volontà degli amministratori pubblici e delle forze dell’ordine che manca!), vuoi per la prepotente e incivile spavalderia di molti motociclisti (non tutti, sia chiaro, ma comunque troppi!) che a bordo delle loro stramaledette moto si sentono i padroni invincibili e intoccabili della montagna.

Ribadisco con ancor maggior forza quanto ho già sostenuto e scritto altre volte, sia qui sul blog (vedi qui, qui e anche qui: negli articoli trovate anche i riferimenti legislativi in tema) che in altre sedi pubbliche e mediatiche: BASTA con le moto sui sentieri, questo fenomeno scellerato deve essere cancellato al più presto! Le leggi al riguardo ci sono, vanno semplicemente fatte rispettare – una cosa sempre troppo ostica, in Italia. E ci sono anche i soggetti istituzionali preposti a conseguire questo obiettivo di civiltà, peccato siano sempre così svagati: a partire dal Club Alpino Italiano, che sul tema dice spesso cose giuste le quali tuttavia restano solo belle parole sulla carta, mentre gli enti pubblici territoriali, al solito, si fanno notare per la loro assenza (vedi sopra in merito alla volontà di far rispettare le leggi in vigore). Resta solo la mirabile attività di molte piccole associazioni volontaristiche locali di tutela dell’ambiente e di manutenzione dei sentieri, i cui appelli accorati e ben circostanziati echeggiano chiarissimi e inequivocabili tra i monti (e sui media) ma restano inascoltati dai sordi amministratori suddetti.

A questo punto, non resta che concludere con un pensiero chiaro e inequivocabile: il fatto che divieti, normative e regolamenti giuridici siano palesemente inosservati e trascurati dagli stessi amministratori pubblici, non può consentire in nessun caso l’impunità di quei maledetti motociclisti. Non può. Ovvero: devono capire, costoro, che quello che si arrogano il diritto di fare con le loro motociclette non può essere fatto – e lo devono capire attraverso ogni modo possibile.

Chi ha orecchie e soprattutto cervello e ancor più senso civico per comprendere ciò, lo capisca. Altrimenti, «a mali estremi, estremi rimedi» si dice, no? Ecco.

Urgente!

[Foto di Mohamed Hassan da Pixabay, rielaborata da Luca.]
Se c’è un termine che, in tutta sincerità, sto cominciando a odiare in maniera viscerale, per come venga usato sempre più copiosamente in ambito professionale e non solo, con toni nevrotici se non a volte isterici e se possibile ancor più, questo, dopo il lock down, che indubbiamente in generale ha esasperato certi animi molto più dell’ammissibile, influendo pure su ciò, è urgente.

Oggi tutto o quasi è “urgente”. Il lavoro è urgente, la consegna è urgente, il riscontro è urgente, la risposta pure e la telefonata e appuntamento anche – ma non di rado diventa “urgentissimo”, superlativizzando l’inopinata nevrastenia che, appunto, spesso viene manifestata e palesata dall’uso del termine e che altrettanto spesso ignora la pericolosità di rendere tanto pressanti certe cose che invece abbisognano di maggior tempo (il che non significa automaticamente “lentezza”, sia chiaro) per poter essere compiute al meglio.

Ma perché, poi, è tutto così urgente? Rispetto a cosa, e a vantaggio di chi? Che bisogno c’è di tutte queste immediatezze, improrogabilità, improcrastinabilità tanto forsennate?

Non è forse che, dietro tutta questa urgenza, si voglia nascondere la sostanziale incapacità di agire diversamente, ovvero con maggior buon senso e assennatezza, oltre che quell’ansia fobico-isterica di cui ho detto sopra che affligge palesemente un po’ troppa gente? Non è, forse, pure un’ennesima manifestazione dell’incapacità di pensare e costruire il futuro, vivendo sempre e solo nel presente ovvero – come si dice – “alla giornata”, in un mondo nel quale troppe cose vengono ignorate finché diventano “emergenza” così generando, inesorabilmente, ulteriore “urgenza”?

Ecco, sono domande alle quali, io credo, servirebbe qualche buona risposta. Urgente, già.

Tre è una folla

[Foto di Steven Iodice da Pixabay ]

Due persone sono in grado di cooperare intuitivamente. Da tre in su invece la comunicazione esplicita è necessaria. Lo studio presto pubblicato su Cognitive Psychology dimostra che una coppia è in grado di capirsi senza nemmeno parlare, anzi anche senza nemmeno sapere che è in atto un’interazione.
Andrew Colman e colleghi dell’Università di Leicester hanno lavorato con gruppi di diverse dimensioni. I partecipanti ricevevano una ricompensa dopo aver schiacciato uno di due bottoni, ma non sapevano che la probabilità di vincere dipendeva non dalla loro scelta ma da quella del vicino. Dopo un certo numero di turni di gioco la percentuale di vittorie prevaleva sulle perdite, ma soltanto nei gruppi composti da solo due persone. Lo stesso non accadeva per i gruppi da tre in su.
“Due persone possono sviluppare una comprensione reciproca,” spiega Colman. “Ma lo scenario viene facilmente distorto dall’entrata di una terza persona. Senza una pianificazione efficace e regole comuni, anche la relazione migliore può rovinarsi quando arriva una nuova persona.”

Sono capitato per caso su “Oggiscienza.it“, sito dal quale traggo il brano qui sopra, e quando l’ho letto mi sono detto: «Ah, caspita, quanto è vero, spesso!»
Eh!
Di questi tempi nei quali si parla tanto di “assembramenti”, poi…

Niente, ci tenevo a dirvelo.
Ecco.

Il catastrofista assoluto (reload!)

Ma tu guarda! Giusto un anno fa scrivevo questo articolo sulla categoria indicata nel suo titolo… Presentimento? Preveggenza? Divinazione? Mapperfavore! Sta di fatto che, passato un anno e giunti i pandemici, virulenti e “impanicanti” tempi presenti, al netto dell’effettiva realtà di fatto e della sua serietà direi che tale articolo – che pur appare valido a prescindere, ahinoi – casca quanto mai a fagiolo.
Rieccovelo, dunque.

Qualche tempo fa vi raccontavo, qui sul blog, di una categoria di persone che mi pare parecchio diffusa, nella società di oggi: quella dei lamentatori seriali.
Ce n’è un’altra di categoria che mi sembra altrettanto cospicua, e che per certi aspetti rappresenta una “evoluzione”, o una involuzione, della precedente: quella del catastrofista assoluto.

Il catastrofista assoluto è colui che prende qualsiasi cosa accada a sé, intorno a sé o di cui venga a sapere come una tragedia, una sciagura, una sventura terribile e pressoché letale. Una catastrofe, appunto, il cui “valore” è di solito inversamente proporzionale all’entità effettiva dell’evento o della situazione alla quale fa riferimento: più un fatto è di poco o nullo conto, più il catastrofista assoluto lo bolla e ne parla come nefasto, più invece il fatto sia realmente grave, più egli lo considererà trascurabile, magari criticando con vibrante acidità quelli che invece ne segnalino la concreta gravità. Cosa che invece egli non ammette di ritorno: se al catastrofista assoluto si contesta di essere tale, non esisterà a bollare il suo accusatore come ignorante, incompetente o arrogante, addossandogli rapidamente la colpa di qualsivoglia terribile danno che paventerà dalla catastrofe annunciata.

Figlio legittimamente illegittimo dell’informazione contemporanea e della spettacolarizzazione mediatica della realtà e delle notizie, assiduo fan dei telegiornali più sensazionalistici, dei talk show nazional-popolari più beceri e casinisti nonché, probabilmente, frequentatore delle pagine social più cospirazioniste, ha tra le sue regole di vita fondamentali il “si stava meglio quando si stava peggio, il cui principio usa per diffondere a chiunque, appena possibile, la sua certezza che tutto al mondo sta andando a rotoli, non esitando peraltro a indicare i sicuri (per lui) colpevoli di tal generale apocalisse.
Piove per una mezza giornata in modo un po’ più intenso del solito? Sono imminenti alluvioni, frane, danni tremendi. Dicono al TG di un fatto di cronaca nera? Siamo sull’orlo della guerra civile. Va con l’auto da qualche parte e impiega cinque minuti in più del solito?  Ha buttato via la giornata intera, è rimasto bloccato ore in auto, il traffico è ormai al collasso, non si può più vivere in un mondo così. E ovviamente quel “traffico al collasso” sarà probabilmente stato causato da chissà quale terribile incidente, forse mortale, magari con più morti – non tralascerà di aggiungere che di questo passo non diventeremo certo vecchi, con il mondo che ci ritroviamo intorno e tutti i “pazzi” che lo popolano, di cui non c’è mai da fidarsi!

Non è un semplice menagramo o iettatore, sia chiaro: non chiama sfortune e malesorti, il suo catastrofismo è universale, una specie di evoluzione 2.0 del pessimismo millenarista d’un tempo (e ben più vanesio di questo), e colpirà sicuramente tutti quanto prima possibile, anche se dallo pseudo-plurale maiestatis che solitamente usa nelle proprie dichiarazioni da fine del mondo («Finiremo tutti quanti male!», «Qui non ci salva più nessuno!», «Questa cosa che hanno detto in TV è una catastrofe per tutti!», e così via) non esita a tirarsi fuori in molti casi, come a dire “il mondo ci sta crollando addosso ma a voi di più!“.

Perché alla fine il catastrofista assoluto – proprio come il lamentatore seriale – si comporta in questo modo in forza di una grossa carenza di sicurezza in sé stesso, palese seppur nel soggetto inconscia, che gli fa percepire come terrorizzante l’eventuale mancanza di attenzione e di considerazione altrui. Per questo, e spesso in forza di una buona dose di analfabetismo funzionale, prende ogni cosa e la gonfia, la ingigantisce, la drammatizza e la rende inesorabilmente catastrofica, riflettendo in tale “gonfiaggio” il tentativo di gonfiare parimenti il petto, di reclamare una considerabile importanza, di darsi lustro facendosi portavoce di una invenzione totale che egli vorrebbe imporre come certa o, quanto meno, assai probabile in tutta la sua sostenuta tragicità. In verità tutto questo, per inevitabile paradosso, rende la sua figura grottescamente catastrofica agli sguardi più sensibili che se la ritrovano di fronte e la sentono vaticinare, i quali d’altro canto devono tener conto che denotare al catastrofista assoluto la sua condizione oggettiva – ugualmente che al lamentatore seriale – è assolutamente fatica sprecata. Si finisce per divenire parte delle sue catastrofi, cause ed effetti di esse, sciagurati portatori malefici di ulteriori sicure apocalissi. Non conviene far altro che dargli ragione, dire che sì, è vero, finiremo tutti malissimo. Semmai, denotategli che sarebbe proprio una catastrofe se tutto ciò non accadesse: potrebbe restare basito da tale affermazione e forse così ve ne sarete liberati. Almeno fino al prossimo evento apocalittico, con la speranza che nel frattempo sarete riusciti ad allontanarvi convenientemente.