La stagione preferita. O forse no.

[Foto di Valiphotos da Pixabay.]
Puntualmente, ad ogni cambio di stagione e di relativo paesaggio, mi chiedo per l’ennesima volta quale potrei dire che sia, per me, la stagione meteorologica e climatica preferita. Se l’inverno con la sua neve e i cieli limpidissimi, la primavera con la sua esplosione di vita e di colori, l’estate col caldo e la sua luce infinita oppure l’autunno con le sue sfumature e il lento quietarsi della Natura. Così, ogni volta mi do una risposta che, puntualmente (vedi sopra) dopo tre mesi circa mi smentirò, d’altro canto sapendo bene come tali risposte, e la stessa domanda a cui si riferiscono, siano di quelle così astratte da risultare, appunto, affascinanti nella loro indeterminatezza.

Posto ciò, tuttavia, devo dire che l’autunno mi genera sempre un’attrazione particolarmente fascinosa. Le giornate che s’accorciano, la luce che cala inesorabilmente, le ombre che s’allungano, il clima via via più fresco, l’odore dei primi camini accesi e quei fantasmagorici colori e profumi che diffondono i boschi, con la sensazione vivida che, dopo l’irrefrenabile energia estiva, tutto torni ad una dimensione più tranquilla, pacata, più riflessiva, preparandosi così al silenzio e alla stasi invernali. Ecco: l’autunno, se devo riassumere queste percezioni personali in poche parole, mi genera un senso di garbata intimità, verso tutto lo spaziotempo che lo contraddistingue e gli elementi del suo paesaggio il quale, dal mondo esteriore, diviene in modo assai vivido e forse più che in altri momenti dell’anno anche il mio paesaggio interiore. Una consonanza tra “paesaggi” che è per me fondamentale, al fine di recepire al meglio le sensazioni della stagione, dei suoi istanti, di quanto possono offrire di materiale o immateriale e adeguarmi ad essi con la più consona profondità di mente, d’animo e di spirito.

Forse, già: perché magari poi percepirò le stesse sensazioni anche nelle altre stagioni dell’anno e nuovamente, anzi puntualmente, mi rimarcherò simili considerazioni per quei momenti e per le loro differenti peculiarità. In fondo, ribadisco, è proprio questo il bello del rincorrersi delle stagioni e dei loro paesaggi, e del perdere futilmente qualche attimo a rispondersi a “domande” al riguardo che, in fin dei conti, sono per esse stesse anche la miglior risposta possibile.

 

The summer is… Monet!

Poche cose come le opere d’arte dell’impressionismo riescono a trasmettere compiutamente il senso dell’estate, e pochi artisti come Claude Monet lo sanno fare con tanta potenza e suggestione. Se devo cercare qualcosa, nella mia mente, che mi ricordi l’estate, e che la rappresenti nel modo più vivido, è quasi sempre una delle opere del pittore francese che mi appare, come I papaveri (in alto a sinistra) o Passeggiata sulla scogliera a Pourville (a destra), nelle quali i colori, la luminosità, il cielo con le sue nubi bianche, il paesaggio accogliente e avvolgente, l’impressione di movimento della scena come per una leggera brezza e ogni altra cosa riproduce vividamente il momento estivo con tutte le sue peculiarità, il suo calore, la sua energia sfavillante, persino i suoi tipici suoni – il frinire delle cicale nei campi, lo sciabordio delle onde del mare, il tenue fruscio delle foglie degli alberi mossi dal vento.

Anche se, devo dire, tra le opere di Monet che più mi fanno pensare all’estate, nel senso che appena me la ritrovo davanti me la sento dentro, la stagione estiva, anche a metà gennaio, è forse Terrazza a Sainte-Adresse (qui sopra), che in verità raffigura una scena primaverile.
D’altro canto, la bellezza e la forza della grande arte è anche quella di saper valicare qualsiasi limite percettivo, di non rimanere confinata alla cognizione immediata del soggetto ritratto ma di ampliarla verso direzioni, visioni e impressioni anche lontanissime e assai differenti, ampliando così anche la stessa realtà ritratta con tutti i suoi significati nonché l’animo di chi la fruisce. Che sia su una tela oppure nel paesaggio, en plein air appunto.

Geo-metrie nella geo-grafia

Nel territorio naturale c’è sempre – salvo forse rarissimi casi, ma da me mai riscontrati – qualche sorta di proporzione armonica, di simmetria casuale solo all’apparenza, di rispondenza di linee, forme, morfologie: una geo-metria nella geo-grafia che non sempre si può percepire nitidamente, anzi, sovente risulta nascosta, sfuggente. Tuttavia, se ci si muove nel territorio e lo si osserva con attenzione nonché, soprattutto, con adeguata sensibilità, forse quelle proporzioni arcane all’improvviso si svelano, anche grazie a una condizione favorevole che può durare solo un istante: una frazione, un attimo che i sensi aperti alla massima percezione possono togliere dal tempo e rendere infinito.

Come qualche sera fa, sui monti sopra casa, con la particolare luce via via più radente che anticipa il tramonto del Sole e la nitidezza d’un cielo pulito quanto basta da una tranquilla brezza, respirando la leggera e delicata aria vespertina che dopo una giornata di lavoro è uno dei balsami più rigeneranti e, a sua volta, fa da impulso di leggiadra energia a vivificare e accendere la percezione dei sensi. Ho osservato il paesaggio “ordinario” dacché domestico, quello dell’immagine in testa al post, un angolo di territorio conosciuto in ogni sua parte ma senza che ciò possa mai mitigare la curiosità nella sua visione, nella scoperta di qualcosa di inopinato, e così ho esclamato dentro di me «to’, ma guarda che roba!»:

Geometrie eterne nella geografia quotidiana (cerco di riprodurle dozzinalmente nell’immagine qui sopra) che si svelano d’improvviso come nuove, mai viste o mai colte, dissolvendo il tempo nell’istante di quel presente e disegnando lo spazio con linee inedite, non più ignote ma comunque fascinosamente arcane, che evolvono e impreziosiscono il paesaggio percepito di nuove impressioni, cognizioni, immaginazioni. Tutto ciò come mai prima avevo visto e come mai dopo vedrò: le altre volte erano diverse geometrie, impressioni, percezioni, le prossime saranno ulteriori proporzioni, armonie, simmetrie. Con tutto questo, nemmeno io resto quello di ieri e non sarò domani ciò che sono oggi: le geometrie armoniche del paesaggio, variabili, multiformi, caleidoscopiche, ri-conformano ogni volta anche il mio paesaggio interiore, così che quelle armonie siano anche le mie e io sia in armonia con il territorio e il paesaggio che le generano.
E questo accade a pochi passi da casa tanto quanto ovunque, in ogni luogo io possa e sappia visitare con i sensi, oltre che con il corpo.
L’infinito, come penso sempre, comincia appena oltre la punta dei propri piedi.

Luci (quasi) nordiche

Amo il freddo, i climi autunnali e invernali e ho una particolare predilezione per le condizioni meteo difficili, ma devo ammettere che queste lunghe giornate estive, con le tante ore di luce che regalano, possiedono per certi versi un fascino dal quale è difficile non farsi ammaliare. Ad esempio la luminosità del cielo crepuscolare, dei momenti all’imbrunire che in questo periodo giunge intorno alle 22: una luce che sui monti sopra casa, con gli orizzonti aperti e vasti e col cielo magari deterso da un’adeguata brezza, mi dona – almeno per qualche minuto – percezioni e sensazioni quasi iperboree, da latitudini estremamente nordiche, di terre ove di questi tempi il Sole non tramonta mai e la luce diurna, per qualche straordinaria settimana, riesce a tenere lontana la notte sconfiggendo all’apparenza il dispotico passare del tempo e sovvertendo le leggi astronomiche che regolano la normale quotidianità. Una cosa meravigliosa, per chi lassù non viva e non ne goda per geografica normalità.

Invece poi, inesorabilmente, passata la magia di quei momenti suddetti, a queste latitudini la notte conserva ancora una parte del suo tenebroso vigore e prende possesso del cielo, scacciando la luce oltre l’orizzonte di ponente. Ma se, come accade a me, si riesce a cogliere e contemplare quella così particolare “luce nordica” godendosela sui monti fino a che diventa necessario illuminare i passi con la pila frontale per tornare a valle, il sublime, delicato spettacolo luminoso resta “acceso” nella mente e nell’animo, alimentando con la sua luce vivificante una sensazione di piacere e di soddisfazione che è raro cogliere con uguale intensità altrove. Secondo me, almeno.

La fine imminente del “non inverno”

[Foto di StockSnap da Pixabay.]
Questa mattina mi sono ritrovato il locale in cui lavoro, dotato di una finestra rivolta a Oriente, inondato di colpo da una luce possente e calda che ha illuminato ogni cosa, come se qui fuori avessero d’improvviso acceso un potente faro che ha disperso l’ombrosità fino a ieri presente. In pratica, il Sole che nelle scorse settimane non riusciva a spuntare oltre la linea dei monti qui intorno, alzandosi sempre più sull’orizzonte ha finalmente ritrovato la breccia – una sella tra due dorsali montuose – dalla quale far passare la sua luce e così donare nuovamente la possente luminosità al territorio al di qua anche nelle prime ore del mattino. Fino a ieri c‘era da aspettare fin quasi mezzogiorno affinché il Sole, nella sua rivoluzione diurna, superasse i monti e si facesse vedere ma ormai già verso Sud e Ovest, non più a Oriente.

Ecco, questa minima cosa ha sempre rappresentato – per me che resto sempre massimamente sensibile a tali piccoli “prodigi” naturali, ricercando con essi la più benefica armonia – uno dei segnali evidenti della prossima fine dell’inverno e del nuovo arrivo della bella stagione, della luce diffusa e via via dominante a vincere le ombre invernali nonché, ovviamente, il loro clima gelido. La rappresenterebbe anche quest’anno, la fine dell’inverno, se non fosse che l’inverno quest’anno non si è praticamente mai visto, svanito tra un autunno prolungato e troppo caldo e una primavera terribilmente anticipata.

“Terribilmente”, sì, perché l’inquietante situazione climatica che stiamo vivendo – e vivremo sempre più nel prossimo futuro – stempera in parte la delicata bellezza del momento che vi ho raccontato, caricandola di una non troppo vaga angoscia che rende il cambiamento climatico ancora più allarmante. Proprio per non aver più voluto restare in armonia con la Natura e con l’ecosistema della Terra siamo finiti in questa inquietante situazione; forse – io penso – sarebbe il caso di restare almeno in consapevole armonia con l’insuperabile bellezza naturale: anche in tal caso potrebbe essere quella a salvare il mondo, e così salvare tutti noi.