Remo Bodei (1938-2019)

(Photo credit: Yierva [CC BY-SA 3.0 – https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0%5D)

Noi siamo in condizioni di conoscere pochissime cose e con la nostra grandissima ignoranza abbiamo tutti il bisogno di cercare la verità, che non può essere degradata a semplice opinione, soprattutto oggi che c’è un analfabetismo di ritorno preoccupante e una infantilizzazione del pubblico della quale sono responsabili i media, soprattutto la tv, che tendono a semplificare ogni messaggio. Anche a livello politico assistiamo alla sostituzione completa della verità, si vive in un mondo di favola, inventato alla Truman show, il film di Peter Weir.

Remo Bodei, intervistato da Claudio Mura su notizie.tiscali.it, 28/10/2011. Cliccate qui per leggere l’intervista completa. Qui la notizia della sua dipartita.

Vi consiglio caldamente un volume del professor Bodei, Paesaggi sublimi. Gli uomini davanti alla natura selvaggia (Bompiani, 2008), un testo assolutamente interessante non solo per quelli che, come il sottoscritto, si occupano a vario titolo del rapporto tra l’uomo e i luoghi, ma pure per capire come sia nata e si sia definita la visione estetica del mondo da parte di noi contemporanei a partire dal suo ambito primario di manifestazione, quello naturale. Cliccate sull’immagine della copertina, qui sopra, per saperne di più.

L’estasi smarrita

Ho visto un bambino di due anni, che non aveva mai lasciato Londra, in occasione della sua prima passeggiata in campagna. Era inverno e tutto intorno non vi era che fango e umidità. Per l’occhio dell’adulto non vi era nulla di piacevole, ma il bambino fu colto da una strana estasi; si inginocchiò sulla terra umida e nascose il viso nell’erba, emettendo inarticolate grida di delizia. Quella gioia che egli stava provando era primitiva, semplice e profonda. Il bisogno organico che in quel momento veniva soddisfatto è così profondo che coloro nei quali è spento sono di rado completamente sani.

(Bertrand RussellLa conquista della felicità, traduzione di Giuliana Pozzo Galeazzi, Longanesi & C., Milano, 1969, cap. IV; 1969, pag. 63; ultima ediz. it. TEA, 2003. Orig. The Conquest of Happiness, 1930.)

La “felicità”

Viviamo in un mondo che ci impone di inseguire, perseguire, agognare, bramare costantemente la “felicità” ovvero qualcosa che sia da intendersi come tale, ma che in effetti non sappiamo bene cosa sia e quel nostro mondo se ne guarda bene dal rivelarcelo (o dal promuovere una buona ricerca per comprenderlo meglio), cosicché possa deviare il senso del concetto di “felicità” verso ambiti meramente utilitaristici e di facile se non rozza convenienza.
La filosofia – sempre che ci sia ancora qualcuno che se ne occupi e ne voglia recepire le illuminazioni – da sempre indaga il concetto e ne offre preziosi spunti di riflessione: da Aristotele e la felicità non come uno stato concreto ma uno stile di vita che abbia come fine quella di allenare e potenziare le migliori qualità che ogni essere umano possiede, a Epicuro e la felicità come somma di equilibrio e di temperanza per la quale non si deve lavorare per ottenere beni (e ricavarne felicità) ma bisogna farlo per amore di ciò che si fa, fino a Nietzsche, il quale invece ritiene che vivere tranquillamente e senza preoccupazioni sia un desiderio proprio delle persone mediocri, che non danno un grande valore alla vita, dunque l’essere felici significa essere capaci di provare forza vitale attraverso il superamento delle avversità e la creazione di modelli di vita originali. In tempi più recenti a riflettere sul concetto di “felicità si sono impegnati, ad esempio, José Ortega y Gasset, il quale sostiene che si raggiunge la felicità quando la “vita proiettata” e la “vita effettiva” coincidono, cioè quando c’è una corrispondenza tra ciò che desideriamo essere e ciò che siamo in realtà, il che comporta che ciascuno di noi definisce quali realtà possono portarlo alla felicità, oppure – e in modo molto attinente alla contemporaneità – Slavoj Zizek, per il quale la felicità è una questione di opinione e non di verità, ovvero un prodotto di valori capitalistici che in modo implicito promettono la soddisfazione eterna attraverso il consumo, e che si scontra continuamente con l’incapacità degli uomini di sapere realmente cosa desiderano e con la relativa, inesorabile insoddisfazione perenne: «Il problema è che non sappiamo ciò che vogliamo davvero. Quello che ci rende felice è non avere quello che vogliamo, ma sognarlo.»

Ecco, forse proprio questo è il punto nodale della questione: non sappiamo cosa sia la “felicità”perché non siamo in grado di sapere cosa veramente ci possa rendere “felici”, dunque finiamo per inseguire “felicità” che in effetti tali non sono ma appagamenti temporanei. «Tutti i mortali vanno alla ricerca della felicità, segno che nessuno ce l’ha.» ha scritto argutamente Baltasar Gracián e lo fece secoli fa, a indicare come intorno alla questione ci si continui a girare senza mai raggiungere il centro, forse proprio perché sostanzialmente irraggiungibile. O forse perché ci possono essere tanti diversi centri, tante “felicità” quanti esseri viventi ci siano al mondo, dunque altrettanti relative ricerche e inseguimenti.

Tutto ciò per dire che, io credo, se una “felicità” può esistere, probabilmente è più facile trovarla nelle piccole cose che in quelle grandi; in fondo – altra cosa di cui sono convinto – qualsiasi grande cosa è sempre fatta dalla somma di tante cose piccole, e se occorre considerare la felicità come una delle cose più grandi, per noi stessi e la nostra vita, dovremmo porre maggiore considerazione in quelle piccole cose che ci capitano nel corso delle nostre giornate e che forse crediamo insignificanti – a fronte di molte altre la cui utilità meramente consumistica e appagante in quel frangente (e solo in quello) ce le fa credere importanti, ma non lo sono per nulla – quando invece conservano “atomi” di felicità inopinata tanto quanto autentica.

Per dire: qualche giorno fa camminavo lungo un sentiero di montagna immerso in una stupenda faggeta, e una lama di luce solare penetrante tra le fronde non ancora del tutto spoglie ha illuminato d’improvviso alcune pietre, davanti a me lungo il sentiero, le quali per tal motivo hanno preso a luccicare in modo inaspettato e sorprendente, come avessero (e probabilmente avevano) inglobato dentro minuscoli cristalli di chissà quale minerale – penso quarzo, o non so – che riflettevano la luce ovvero come se si fossero “accesi” dacché dotati di energia luminosa propria, e questa minimissima, “inutile” cosa mi ha dato sul momento la sensazione di farmi “felice”, ecco. Non chiedetemi perché, non ve lo so dire, io per primo non so proprio cosa possa essere la “felicità” e nemmeno ammetto di dannarmi l’anima per ricercarla e inseguirla, anzi.

Insomma, tutto quanto ho scritto finora era solo per raccontarvi di questa insignificante, notevole cosa, che è piuttosto emblematica del perché continuo a leggere il pensiero dei più grandi filosofi e a guardarmi intorno osservando anche le cose più piccole.