Sindrome da vacanza totale

[Immagine tratta da qui.]
Le ferie agostane appena (per me) trascorse, pur nella stranezza insolita che le ha contraddistinte rispetto agli anni scorsi – il periodo pandemico che stiamo vivendo le avrà rese strane e insolite anche a molti di voi, immagino – hanno indubbiamente confermato la manifestazione in me di una specie di “patologia” (virgolette, eh!) che potrei definire sindrome da vacanza totale, la cui sintomatologia riassumerei brevemente così: quando sono in vacanza, e per fare che la vacanza sia realmente percepita come tale, non riesco a fare quasi nulla delle cose che usualmente faccio nei restanti 350 giorni dell’anno. E con quel “quasi” intendo solo cose fondamentalmente necessarie e indipendenti dal periodo e dal momento.

Anche per questo, nelle due settimane che per me rappresentano l’unico periodo di vacanza che la vita quotidiana mi concede, salvo pochi altri giorni occasionali e dipendenti da mille circostanze, tendo a “sparire” mostrando senza dubbio un alto e per taluni deprecabile livello di asocialità che tuttavia serve a salvaguardare l’altrettanto alto (be’, più o meno) livello di socialità che posso e devo manifestare nel resto dell’anno. Riprodurre anche una minima e banale attività ordinaria, ad esempio frequentare continuativamente i social, tende a vanificare in me, piuttosto rapidamente, la gradevole, gradita e indispensabile sensazione di essere in vacanza e, appunto, di non dover fare le solite cose – anche quando piacevoli – almeno per due settimane all’anno. Insomma, per me la vacanza deve essere veramente “vacanza” cioè assenza, da più cose ordinarie possibile e non ultimo nel senso materiale del termine: come sparizione, ribadisco. [1] Non riesco proprio a fare diversamente. Abbasso la saracinesca tra me e il mondo, ci appendo il cartello «CHIUSO PER FERIE» (senza date di riapertura, non si sa mai) e arrivederci al mio ritorno. Poi, ovvio che la saracinesca ha uno spioncino per guardare fuori, l’importante è che da fuori nessuno possa guardare dentro, senza il mio assenso.

Per tali motivi, la mia vacanza ideale è da trascorrere o totalmente in viaggio in paesi e territori lontani, non solo geograficamente (cosa che ho sempre cercato di fare appena mi è stato possibile, negli anni scorsi), o totalmente restandomene a letto a dormire. Per due intere settimane, sì. Ovvio che, fino ad oggi, ho preferito la prima opzione ritenendo la seconda un po’ troppo statica, ma chissà che non cambi opinione, in futuro.

In ogni caso, sia chiaro, ammiro molto chi invece anche durante le proprie vacanze riesca a rimanere operoso nelle sue solite attività quotidiane. Credo sia certamente molto più dinamico di me e, almeno in quel periodo, più capace di far fruttare il proprio tempo – sperando che riesca comunque a riposarsi, anche. A meno che la principale attività svolta durante l’anno sia frequentare una sala slot o starsene davanti alla TV senza perdersi alcun talk show oppure altro di assimilabile: nel caso, a costoro consiglierei una vacanza di durata annuale, da queste attività.

[1] Con due sole eccezioni: camminare in Natura e leggere libri.

Una cosa desolante

[Foto di Callum Shaw su Unsplash]
Una delle cose più desolanti che a volte mi capitano: svegliarsi nel proprio letto, riprendersi dal sonno, pensare «Ah, questa notte ho proprio dormito bene, senza interruzioni… che bello!», per questo sentirsi riposato, poi guardare la sveglia.
E constatare che non è mattina ma è l’una e trenta.
E di colpo sentirsi uno straccio per aver dormito poco o nulla, fino a quel punto.
E seccarsi parecchio per tale constatazione quando invece si era sperato di dormire fino al suono della sveglia, alle sei, dunque, per questo motivo, faticare ancor più a riprendere sonno.
Infine, per tutto ciò, alzarsi al suono della sveglia per niente riposati.

Una cosa veramente desolante, già.

La fine delle vacanze

Per certi aspetti è divertente già lavorare, dopo le ferie estive, prima che buona parte degli altri ricomincino a farlo. Ad esempio, in questa settimana mi sono divertito a constatare, giorno dopo giorno, il cambiamento nelle espressioni delle persone che ho visto in giro dacché al momento in ferie.
Lunedì, con quasi una settimana piena di vacanza ancora davanti, le facce erano sostanzialmente rilassate e allegre.
Martedì anche, suppergiù.
Mercoledì qualche ruga sul viso l’ho vista comparire, e qualche sorriso m’è parso più tirato.
Giovedì ho notato le prime espressioni a metà tra il confuso, lo sconcertato e l’affranto, e in generale ho visto facce meno allegre in proporzione a sempre più diffuse discussioni sulle ferie ormai prossime a finire.
Venerdì, tra tante espressioni più o meno desolate, qualcuno aveva già assunto la faccia di quello che pare gli abbiano sterminato la famiglia o, peggio, rubato l’abbonamento alla pay-TV per vedere le partite della propria squadra del cuore.
Infine sabato e domenica è giunto per molti il weekend più tragico ovvero più triste dell’anno, gli ultimi due giorni di vacanza che tuttavia, mentalmente e emotivamente, ancora “vacanza” ormai non lo sono più, quello che siccome è comunque un weekend bisogna essere allegri ma è come esserlo a bordo del Titanic dopo lo scontro con l’iceberg, con la nave già instabile e inclinata e senza scialuppe di salvataggio in vista.
Ecco.

In fondo con le vacanze finisce sempre così: non vedi l’ora che arrivino e, quando finalmente arrivano, non ti capaciti di come è possibile che siano già finite.
Se l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, l’attesa della vacanza un po’ meno, già.

 

L’era della deresponsabilizzazione generale

Ecco, anche il senso della responsabilità e del dovere è una cosa che oggi, da queste parti, viene sempre meno compresa, oltre che concepita. Lo manifesti e ti guardano strano, come a dire: «Cos’è che stai facendo, tu?». Ad andar bene, perché a andar male lo sguardo è di quel compatimento sprezzante e borioso che agli occhi di chi hai davanti fa comparire sulla tua fronte le parole “POVERO CRETINO”. Perché funziona così, oggi, siamo nell’era della deresponsabilizzazione generale, a tutti i livelli: non conta ciò che tu devi fare e che abbia il dovere di farlo al meglio, conta come tu possa fare ciò che non dovresti facendo credere di fare ciò che devi fare.

Ecco.

Persi nel nulla

Siamo sempre più persi nel “nulla” che ci circonda, un nulla fatto anche di innumerevoli falsi riferimenti di posizione e direzione che nulla indicano, appunto, come miraggi in un deserto piatto e arido senza nemmeno un Sole o un cielo stellato che ci indichi un Nord. D’altro canto, se non sappiamo nemmeno dove vogliamo andare, come facciamo a percorrere “giuste” direzioni, a sapere che siano realmente tali? E verso cosa, verso quale meta? Con quale logica?

Così ci arroghiamo il diritto e la libertà di tracciare “vie” che crediamo corrette, ben dirette e orientate, sicure, e non ci chiediamo nemmeno verso dove conducano – o se una qualche meta la raggiungano, poi, oppure se si avviluppino inesorabilmente e c’ingannino in un costante moto circolare attorno a un punto fermo, incapaci di capirlo perché, appunto, privi e privati di ogni buon riferimento. E non c’entra che sovente ci mettano una bussola in mano che indichi il “Nord”, se poi non sappiamo cosa ciò significhi, cosa possa comportare, a cosa possa servire un’indicazione del genere – sempre che sia corretta, e che quella bussola messaci in mano non sia in qualche modo contraffatta.

Eppure, quel nulla di cui dicevo in verità non esiste: altro non è che l’effetto di una ormai cronica incapacità di navigare, di viaggiare, di muoverci in quello che sarebbe il nostro spazio vitale ma nel quale siamo realmente come naufraghi in un deserto infinito. Potremmo anche essere circondati di innumerevoli riferimenti di direzione e orientamento, di cartelli, indicatori, frecce, segnali, potremmo anche avere la mappa più dettagliata tra le mani: ma se abbiamo perso la facoltà di leggere le informazioni che essa rivela, nessun moto e nessuna direzione avranno alcuna meta, e il paesaggio non avrà orizzonte che non sia una indefinita linea piatta. Continueremo a convincerci di sapere perfettamente dove siamo e dove stiamo andando, continueremo a restare sperduti e confusi in una dimensione sempre più priva di riferimenti, sempre più ristretta e limitata, sempre più imprigionante.