Ultrasuoni #3: Emperor, The Acclamation of Bonds

Ora, molti (eccetto quelli che non sanno nemmeno cosa sia, ovvio) storceranno il naso a leggere “black metal” e in certi casi avranno anche ragione, ma basti solo il seguente nomen omen: Emperor. “La” band black metal par excellence (e lo scrivo alla maniera nietzscheana non a caso), quella che ha elevato il genere – solo “casino”, per molti – al rango di autentica arte musicale, che ha fatto parlare alcuni di black metal operistico in forza della struttura di molti brani di palese derivazione classica, frutto della grande conoscenza musicale e culturale dei componenti del gruppo nonché della loro notevole perizia tecnica. Qualcuno addirittura si è spinto a definirli “gli eredi di Grieg”, altro sublime nume musicale nordico capace di tessere armonie tanto delicate, a volte, e tanto possenti in altre (Nell’Antro del Re della Montagna non è forse un brano di black metal ottocentesco?) e gli stessi Emperor probabilmente miravano a tanto, incidendo la loro musica negli studi discografici Grieghallen. Altri ancora hanno persino coniato, appositamente per loro e per certi loro brani dalla potenza sonora stellare e dalla profondità armonica siderale, la definizione di cosmic black metal. Come per The Acclamation of Bonds, uno dei migliori in assoluto della loro produzione, a mio parere: il suono di una possente astronave lanciata nello spaziotempo alla velocità della luce verso altri universi, altre dimensioni sonore, altre inopinate immensità oltre l’ordinario infinito.

Chastè, dove Italia e Finlandia hanno fatto alleanza

La boscosa penisola di Chastè si allunga nel Lago di Sils.

In molte contrade della natura noi scopriamo di nuovo noi stessi, con piacevole terrore; è quello il più bel sdoppiamento. Quanto deve essere felice colui che prova questa sensazione proprio qui, in quest’aria di ottobre costantemente soleggiata, in questo malizioso e giocondo gioco dei venti dall’alba fino a sera, in questa purissima chiarità e modesta freschezza, in tutto il carattere graziosamente severo dei colli, dei laghi e delle foreste di questo altipiano, il quale si stende senza paura accanto all’orrore delle nevi eterne, qui dove Italia e Finlandia hanno fatto alleanza e sembra trovarsi la patria di tutti gli argentei toni di colore della Natura; quanto felice colui che può dire: vi è certo molto di più grande e bello nella Natura ma questo è per me intimo e famigliare, mi è parente di sangue, anzi ancor di più.

Così Friedrich Nietzsche, nell’aforisma nr.338 de Il Viandante e la sua ombra (incluso in Umano troppo umano, vol.II, traduzione di Sossio Giametta, Adelphi, Milano, 1981), scrive della Penisola di Chastè, esile lembo di terra ricoperto di boschi che si prolunga per qualche centinaio di metri nelle acque cristalline del Lago di Sils, in Alta Engadina – località presso la quale il grande filosofo soggiornò per molte estati – sul quale amava recarsi a meditare in umana solitudine e al contempo in “compagnia” del grandioso panorama alpino engadinese.

Il porticciolo di Chastè con le barche dei pescatori di Sils.

Un luogo raccolto, intimo, affascinante, al centro di un paesaggio di rara bellezza pur nel gran campionario di meraviglie che le Alpi possono offrire, nel quale ho vagabondato a lungo, in passato, in estate e in inverno, al punto da conoscerne quasi ogni sasso e in cui conto di tornare presto. Che è tanto che non ci vado e mi manca, il paesaggio engadinese e quella sua peculiare energia che pare fluire direttamente dal cielo e far vibrare ogni cosa d’una nota fondamentale e assoluta alla quale accordarsi è un atto di vitalità fondamentale, cioè di vita alla massima potenza. Già.

La “Pietra di Nietzsche”, a Chastè, con inciso un brano tratto da “Così parlò Zarathustra”.

P.S.: le foto sono tratte dal sito Sils.ch, in particolare da questa pagina, che vi invito a leggere (è in inglese) per conoscere molte belle cose riguardo Chastè e il territorio di Sils.

La rivolta è misura

La rivolta è essa stessa misura: essa la ordina, la difende e la ricrea attraverso la storia e i suoi disordini. L’origine di questo valore ci garantisce che esso non può non essere intimamente lacerato. La misura, nata dalla rivolta, non può viversi se non mediante la rivolta. È costante conflitto, perpetualmente suscitato e signoreggiato dall’intelligenza. Non trionfa dell’impossibile né dell’abisso. Si adegua ad essi. Qualunque cosa facciamo la dismisura serberà sempre il suo posto entro il cuore dell’uomo, nel luogo della solitudine. Tutti portiamo in noi il nostro ergastolo, i nostri delitti e le nostre devastazioni. Ma il nostro compito non è quello di scatenarli attraverso il mondo; sta nel combatterli in noi e negli altri.

(Albert Camus, Il pensiero meridiano, in L’uomo in rivolta, Bompiani, Milano, 2002 – 1a ediz. 1951, pag.329.)

Il governo migliore

[Photo by Miguel Bruna on Unsplash]
La crisi di livello globale generate dalla pandemia del coronavirus ha messo ancor più di prima in luce (benché non ve ne fosse affatto bisogno) l’inadeguatezza di molti poteri politici un po’ ovunque, sul pianeta. Inadeguatezza dovuta a incapacità, inettitudine, sbruffonaggine, ignoranza, mancanza di sensibilità, di visione, di percezione della realtà ovvero distacco da essa, menefreghismo, malignità… Tutte doti sempre ben presenti in quasi tutti i leader politici e di governo, come fossero caratteristiche ineludibili per conquistare quelle cariche di potere – ma il condizionale da me appena utilizzato è probabilmente del tutto retorico. Vi sono casi certamente più eclatanti, come quelli di USA e Brasile nei quali le figure di potere mirano all’autocrazia ma finiscono invece per autodelegittimarsi proprio in forza della loro incredibile inadeguatezza, ma pure nei governi locali queste da me rimarcate sono circostanze ormai ordinarie – in Italia la si conosce mooooolto bene, questa desolante realtà.

Dunque, mi chiedo: a fronte di questa situazione palese nonché viste le citate bieche spinte vieppiù autocratiche di tanti governi “democratici”, nel tanto blaterato “niente sarà come prima” determinato dal coronavirus non sarebbe ormai il momento di contemplare un’autentica rivoluzione politica globale per la civiltà umana ovvero un salto evolutivo socioculturale veramente potente e innovatore, cioè l’eliminazione sostanziale di qualsiasi potere politico?

Per dirla in altre e più franche parole: nell’anno 2020, terzo millennio, l’Homo Sapiens Sapiens ormai Super Technologicus è invece tanto primitivo dal punto di vista politico da aver ancora bisogno di un potere superiore governante, dominante, vigilante, non di rado soggiogante, che controlli la sua così decantata “civiltà”? Non sarebbe piuttosto l’ora di mettere in pratica quello che già il fondamentale Thoreau indicò nella sua Disobbedienza Civile, cioè che «il governo migliore è quello che non governa affatto» semplicemente perché la società che dovrebbe governare non ne ha più il bisogno?

Ci dovremmo pensare, secondo me. Anche per evitare che quella paradossale primitività politica della civiltà umana si acuisca sempre di più, con effetti tragicamente deleteri.

Un universo senza padrone

Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore che nega gli dèi e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo.

[Camus in un disegno di Petr Vorel, fonte qui.]
(Albert CamusIl mito di Sisifo in Opere. Milano, Bompiani, 2003, pp. 318-9.)