Roberto Calasso

[Immagine tratta da “Informazione.it“, l’articolo originario è qui.]
Roberto Calasso era “la” letteratura di qualità in Italia, ovvero la figura di più nobile riferimento e di più virtuoso esempio nel panorama editoriale nazionale, colui al quale veniva da pensare, più che ad altri (senza togliere nulla a nessuno, ovviamente), quando c’era da porre in relazione “letteratura” (e libri, e lettura) con “cultura”: un aspetto originariamente scontato ma negli ultimi tempi venuto sempre più a svanire. Calasso invece, da avveduto capitano della sua Adelphi, aveva sempre saputo mantenere la barra del timone editoriale ben dritta anche in mezzo a certi recenti e agitati flutti che il settore ha registrato e subìto, sia dal punto di vista commerciale che della qualità letteraria.
Raro esempio (in Italia) di fondatore, proprietario – cioè maggior azionista – e editore della propria società – che si identificava in lui così come Calasso si identificava in Adelphi, non solo dal punto di vista dell’immagine – è stato parimenti un colto e raffinato autore, latore di una “cultura del libro” a tutto tondo di antico e fiero lignaggio tanto quanto di emblematico e paradigmatico valore contemporaneo e futuro.

Ora che Roberto Calasso non c’è più, e che con la sua assenza il panorama editoriale italiano si ritrova senza un punto di riferimento importante se non indispensabile per la sua stessa fondatezza, se così posso dire, c’è solo da augurarsi che la parte di lui che quaggiù rimane, memoria, esperienza, retaggio e spirito di una vita intera da editore, la sua Adelphi, sappia continuare lungo la rotta così magistralmente tracciata da Calasso e fino a oggi percorsa in modo tanto lodevole oltre che, da oggi, ancor più necessario.

Più di un cavallo

Per i libri di cucina o sulla cucina, forse più che per qualunque altro, vale la sentenza di Plinio il Giovane: «Non c’è nessun libro così cattivo che non abbia in sé qualcosa di buono.» Se ne scrivono tanti che è ormai quasi impossibile trovare un titolo per ognuno. Già il primo di questi libri, quello del siciliano Archestrato, li aveva praticamente esauriti perché, come dice Ateneo, era intitolato, secondo Crisippo, La gastronomia, secondo Linceo e Callimaco, La buona tavola, secondo Clearco, L’arte di cucinare e, secondo altri, La cucina.
Ma nei periodi di decadenza il culto della cucina diventa eccessivo. Plinio lamentava che un cuoco costasse più di un cavallo. «Clitone» scrisse La Bruyère «ebbe in vita due sole occupazioni: desinare la mattina, cenare la sera».

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pag.15.)

Una zuppa repellente

Era una bella giornata di primavera, il cielo, come dice Ferravilla, era del colore della cartasciuga. Faceva caldo, sembrava di essere laggiù… a Mérida, nello Yucatán (Messico). Mi feci portare ai Dos Tulipancitos, il ristorante migliore, specialità la sopa de lima, la zuppa di lima, squisita, leggera, bella da vedere e, benché calda, perfetta anche col calore dei tropici. La lima è un limoncino tropicale, perfettamente rotondo e grande come una pallina da golf, color verde-rana, sugoso, di sapore diverso da quello del limone. Lima, plurale lime, è la voce italiana per lo spagnolo lima, plurale limas e l’inglese lime, plurale limes. Essendo il primo significato di lima (e quasi sempre l’unico sul dizionario) quello del noto utensile di acciaio, l’idea di una zuppa di lime è, al primo momento, di una assurdità repellente. Sarebbe più logico se la lima si chiamasse limo, così il limone diventerebbe quello che in pratica è già: un grosso limo.

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pag.15.)

 

Intimidazioni natalizie

Mentre scrivo, mancano ancora alcuni giorni al Santo Natale; quindi mi trovo, ci troviamo nel momento in cui più faticosa e coatta è la macchina intimidatoria con cui si cerca di tenere a bada l’orrore dell’evento.

(Giorgio Manganelli, Il presepio, Adelphi Edizioni, 1992. Immagine tratta da qui, da me rielaborata.)