Oggi c’è l’Italia!

[Immagine di fondo tratta da qui.]

“Oggi c’è l’Italia!” significa, per i più, che stasera gioca la squadra omonima. Preparare le bandiere. (Le vendono gli extracomunitari ai semafori). “Tranquilli”. (In un paese apatico e feroce).

(Alberto Arbasino, incipit di Paesaggi italiani con zombi, Adelphi, 1998.)

Questa diminuzione di sensibilità

Questa diminuzione di sensibilità va diffondendosi dappertutto. Quelli che fanno andare a tutto volume radio e televisori e si portano la radio portatile in spiaggia, che mangiano solo i formaggini più reclamizzati, usano la vaniglina invece dei baccelli di vaniglia, buttano le cicche sui binari della metropolitana, non sanno mettersi in coda, dedicano il loro ultimo romanzo «A mia moglie, che ha battuto a macchina con amore il manoscritto», si vergognano se il nonno si annoda il tovagliolo intorno al collo, hanno voluto che secondini, spazzini, pompieri, ciechi e sordi si chiamassero agenti di custodia, netturbini o, peggio, operatori ecologici, vigili del fuoco, non vedenti e non udenti, dicono zola invece di gorgonzola e sisma invece di terremoto, augurano ai colleghi d’ufficio «buon lavoro», sono ancora quelli che nelle gite aziendali sul Lago di Como si raccolgono in circolo compatto intorno a una chitarra scordata, magari sottoponte, e fanno il percorso Como Bellagio e ritorno senza dare una sola occhiata all’acqua, alle rive, alle ville, alle montagne, al cielo. La sera, uscendo dalla stazione, comprano un chilo di prugne all’acetone e la gita è finita.

(Aldo Buzzi, L’uovo alla kok, Adelphi Edizioni, 1979-2002, pagg.89-90.)

L’estinzione degli scrittori

Uno scrittore scrive un libro attorno ad uno scrittore che scrive due libri, attorno a due scrittori, uno dei quali scrive perché ama la verità ed un altro perché ad essa indifferente. Da questi due scrittori vengono scritti, complessivamente, ventidue libri, nei quali si parla di ventidue scrittori, alcuni dei quali mentono ma non sanno di mentire, altri mentono sapendolo, altri cercano la verità sapendo di non poterla trovare, altri credono d’averla trovata, altri ancora credevano d’averla trovata, ma cominciano a dubitarne. I ventidue scrittori producono, complessivamente, trecentoquarantaquattro libri, nei quali si parla di cinquecentonove scrittori, giacchè in più di un libro uno scrittore sposa una scrittrice, ed hanno tra tre e sei figli, tutti scrittori, meno uno che lavora in banca e viene ucciso in una rapina, e poi si scopre che a casa stava scrivendo un bellissimo romanzo su uno scrittore che va in banca e viene ucciso in una rapina; il rapinatore, in realtà, è figlio dello scrittore protagonista di un altro romanzo, ed ha cambiato romanzo semplicemente perché gli era intollerabile continuare a vivere assieme a suo padre, autore di romanzi sulla decadenza della borghesia, e in particolare di una saga familiare, nella quale figura anche un giovane discendente di un romanziere autore di una saga sulla decadenza della borghesia, il quale discendente fugge di casa e diventa rapinatore, e in un assalto ad una banca uccide un banchiere, che era in realtà uno scrittore, non solo, ma anche un suo fratello che aveva sbagliato romanzo, e cercava con raccomandazioni di farsi cambiare romanzo. I cinquecentonove scrittori scrivono ottomiladue romanzi, nei quali figurano dodicimila scrittori, in cifra tonda, i quali scrivono ottantaseimila volumi, nei quali si trova un unico scrittore, un balbuziente maniacale e depresso, che scrive un unico libro attorno ad uno scrittore che scrive un libro su uno scrittore, ma decide di non finirlo, e gli fissa un appuntamento, e lo uccide, determinando una reazione per cui muoiono i dodicimila, i cinquecentonove, i ventidue, i due, e l’unico autore iniziale, che ha così raggiunto l’obiettivo di scoprire, grazie ai suoi intermediari, l’unico scrittore necessario, la cui fine è la fine di tutti gli scrittori, compreso lui stesso, lo scrittore autore di tutti gli scrittori.

(Giorgio Manganelli, Cento, in Centuria. Cento piccoli romanzi fiume, Milano, Adelphi ed.1995, pagg. 215-216.)

P.S.: Manganelli era un genio. Punto.

Fretta leggendaria

Leggendario era il modo dei Mohicani di orientarsi nelle più intricate foreste, anche al buio. Del resto non molti anni fa un pellerossa di Springs, Steve Talkhouse, a un bianco in automobile che gli offriva un passaggio, rispose «No, grazie, vado di fretta»; intendendo che, lungo sentieri attraverso boschi e campi che solo l’indiano riconosce, era sicuro di arrivare a destinazione prima dell’automobilista.

(Aldo Buzzi, L’uovo alla kok, Adelphi Edizioni, 1979-2002, pag.77-78.)

Il gioco del presepe

Lo capisco bene l’appello del “Papa” ai fedeli cattolici per «fare sempre un piccolo presepe a casa».
D’altro canto la chiesa ha ormai trasformato la fede e la spiritualità cattoliche in un gioco con delle belle statuine di plastica, facili da maneggiare e da vendere, senza nemmeno bisogno di studiarci sopra troppo a come funziona, tale gioco. Anzi, per nulla.

E’ sommamente straziante nelle feste natalizie questo ridurre il tutto a dimensione di favola infantile, professata tuttavia come vera.

(Giorgio ManganelliIl presepio, Adelphi Edizioni, 1992. Sempre lui, sì. Imprescindibile, in questi giorni tanto biecamente festosi.)