Per abitare in modo nuovo le montagne

[Immagine tratta da www.utopia.se.]
Di recente ho letto (qui) di un progetto “montano” molto interessante: si chiama Skýli (“rifugio” in islandese), è stato concepito dallo studio “Utopia Arkitekter” di Stoccolma e si tratta di un rifugio di nuova concezione che coniuga in maniera tanto suggestiva quanto efficace design, praticità costruttiva, fruibilità, comfort, compatibilità ambientale e ecosostenibilità – cliccate sull’immagine qui sopra per saperne di più.

Mi ha subito ricordato un altro progetto montano che, pur con forme e soluzioni differenti rispetto a quello svedese, rimanda sostanzialmente agli identici concetti di base: il prototipo residenziale che Enrico Scaramellini – valentissimo “architetto alpino” del quale ho già parlato in altri post – ha ideato per essere inserito nel paesaggio di Valtournenche, in Valle d’Aosta. Una dimora minimale ma niente affatto “minima”, se non nelle dimensioni, nel cui interno l’avvolgente spazio aperto definisce un luogo di vita essenziale articolato in una zona giorno e in un mezzanino interamente rivestiti in legno, mentre il design esterno rimanda alla tradizione architettonica locale e alpina in generale e al contempo ricerca espressamente una rimarchevole contestualità con il paesaggio del luogo, consentendo da subito di pensare al progetto come a un modulo facilmente moltiplicabile mantenendo le doti di compatibilità ambientale, proprio come il progetto svedese. Cliccate sull’immagine qui sotto per saperne di più.

[Immagine tratta da domusweb.it, cliccateci sopra per leggere l’articolo originario.]
Tale correlazione concettuale ma pure visiva che mi è venuto di intessere tra i due progetti mi permette d’altro canto di osservare come, tra i paradigmi che formano l’immaginario alpino e che necessitano di essere rinnovati, se non proprio stravolti, c’è anche quello legato alla storia dell’architettura “ordinaria” sui monti e del suo sviluppo dal boom economico del secondo Novecento fino a oggi, che ha troppe volte comportato (ma potrei dire anche imposto) la costruzione di edifici non soltanto brutti e di ben scarso pregio tecnologico ma pure totalmente slegati, decontestualizzati, contraddittori rispetto al paesaggio nel quale sono stati realizzati al punto da risultare sovente dei veri e propri gangli di acciaio e cemento deturpanti la visione e la fruizione del loro territorio.

Be’, come non è più il caso di perpetrare certe strategie turistiche ormai fallimentari, certe gestioni politico-amministrative altrettanto nocive, certe visioni di sfruttamento delle montagne che mirano soltanto a patrimonializzare le sue risorse, ovvero a depredarle, nonché altri simili paradigmi concepiti in un mondo e in un tempo ormai del tutto superati, è ugualmente ora di tornare a costruire sui monti in relazione armonica con gli stessi, con la dovuta e ineluttabile consapevolezza delle culture storiche locali e delle potenzialità future coerenti con i luoghi, le geografie fisiche e umane, le risorse ambientali, l’ecologia e l’economia del luogo (termini ben più affini di quanto si creda, come palesa il prefisso) e con un rinnovato e rivitalizzato concetto di Heimat – se posso usare tale idea – in quanto “luogo dove stare bene”, da residenti tanto quanto da visitatori. Sono cose che già si fanno, in diverse località montane e con risultati sovente notevolissimi (già le sole immagini qui pubblicate lo dimostrano), ma non ancora a sufficienza. O, se preferite vedere la cosa dal punto di vista opposto, ancora troppo spesso si vedono nuove realizzazioni assolutamente discutibili e francamente illogiche, oggi. Un paradigma superato e non più sostenibile, né materialmente e né concettualmente, oltrepassato il quale facilmente possiamo/potremo tornare a godere sensazioni ben più armoniose nella visione e nell’elaborazione del paesaggio montano: sensazioni che d’altro canto sono e saranno a loro modo la manifestazione individuale di un futuro condiviso altrettanto armonioso per i territori di montagna.

Al solito, non è una mera questione di forme e volumi, di usare più o meno legno ovvero più o meno cemento oppure altri di simile, ma di buon senso, cioè non di cosa si fa ma di come lo si fa. Un “principio del fare” semplicissimo e naturale, in montagna ancor più, che è stato trascurato e ignorato per troppo tempo e che è finalmente l’ora di ripristinare in modo ineludibile.

Ultrasuoni #23: Celtic Frost

È risaputo che non di rado i capolavori delle arti, le idee più geniali, le intuizioni più innovative nascono per caso o quasi, anche se poi il valore e la portata che offrono farebbero pensare a chissà quali lunghe e approfondite progettazioni. Altrettanto risaputo è il fatto che, spesso, le opere così innovative e geniali sono inizialmente soggette a critiche e biasimi se non a derisioni, proprio perché sono così avanti da non essere capite.

Ecco: nel 1987 una band svizzera relativamente poco nota e dal nome parecchio strano, Celtic Frost, dopo un paio di album ordinariamente metal (pur sui versanti più estremi del genere, almeno per quei tempi) pare sia «molto indecisa sul proprio futuro, strattonata qua e là da varie idee a fronte della ancor poca esperienza maturata» (clic). In mezzo a tale confusione, i Celtic Frost fanno uscire un album a dir poco spiazzante, bizzarro, pieno di musica metal tanto quanto di cose che mai nessuno si aspetterebbe di ascoltare in un brano metal. Non si sa nemmeno come definirla, una tale musica, per cui si inventa la definizione avantgarde metal o avant-metal e, inesorabilmente, la critica e pure gli stessi fans del gruppo, abituati a ben altri suoni, ne parlano malissimo. Ecco: quell’album, intitolato Into The Pandemonium, diventerà una delle opere più geniali, rivoluzionarie, influenti della storia del rock. Musica classica, canto operistico, campionamenti elettronici, drum machine, ritmi quasi dance, arrangiamenti arabeggianti e la cover di un brano new wave, cioè di qualcosa di lontanissimo dal metal estremo, ad aprire un album che al contempo offre suoni metallici in ogni possibile declinazione o quasi dell’accezione musicale del termine. Ciliegina sull’album: un particolare del Trittico del Giardino delle Delizie – o meglio, e non per caso, del pannello di destra, L’Infermo Musicale – di Bosch.

Fu un vero e proprio “pandemonio”, Into The Pandemonium, ma che tutt’oggi suona come un’opera incredibilmente rivoluzionaria e che ha ispirato e influenzato molta parte della musica heavy successiva. Immaginatevi come si sarà sentito un metallaro del tempo, convinto di aver acquistato un disco di thrash/death metal, quando avrà fatto partire la musica e avrà sentito, come primo brano (ovvero il “biglietto da visita” di ogni album), la cover di uno sconosciuto gruppo new wave californiano e poi, proseguendo, tutto il resto di così astruso dal “suo” mondo”!

Ma ascoltatevela, Mexican Radio degli Wall of Woodoo rifatta dai Celtic Frost,

e poi Mesmerized:

e la sconvolgente (per quei tempi) One In Their Pride:

e infine quello che a mio parere è la “hit” dell’album, I Won’t Dance, che nonostante il titolo potrebbe essere tranquillamente ballata in discoteca anche oggi:

Fatto sta che, come ho già denotato, il destino delle cose geniali è sempre lo stesso: la denigrazione, prima e magari anche a lungo, poi l’esaltazione, ma sovente quando è ormai troppo tardi.

P.S.: cliccando sull’immagine in testa al post o su quella sottostante, potrete leggere una (al solito ottima) biografia dei Celtic Frost tratta da “Onda Rock”.

Il prodigio di Edward Hopper

[Edward Hopper, Interior Courtyard at 48 rue de Lille, Paris, 1906.]
Pochi altri artisti, nella storia, hanno manifestato e concretizzato la dote di saper trasformare l’ordinario in straordinario come ha saputo fare Edward Hopper. Lo ha fatto lungo l’intero arco della sua carriera artistica, in opere celeberrime come Nighthawks, che credo ben pochi non conoscano, e con pari prodigio lo ha fatto in opere meno note ma di similare fascino, anche quando prodotte all’inizio della sua attività. Ad esempio quelle del soggiorno a Parigi, ove giunse nel 1906 appena finiti gli studi, a ventiquattro anni, rimanendovi per qualche mese semplicemente per «visitare esposizioni e musei, frequentare i caffè degli artisti, dipingere all’aria aperta» e, soprattutto, per imparare a dipingere la luce, che nella capitale francese «era diversa da qualunque cosa avessi mai visto prima. Le ombre erano luminose: c’era più luce riflessa. Perfino sotto i ponti c’era una certa luminosità»[1]. Ma forse, ribadisco, ancor più per imparare a raffigurare lo straordinario che sovente c’è nella normalità, ciò che soltanto lo spirito più sensibile riesce a cogliere e, sapendolo cogliere, sa trarne la più fremente energia vitale e una altrettanto vitale bellezza elementale, elemento prezioso come nessun altro alla base del divenire della realtà e dell’armonia dell’essere.

Il dipinto qui sopra raffigurato, che ho ritrovato qualche giorno fa vagabondando sul web e che all’istante ha generato questi miei pensieri, è quanto mai rappresentativo di ciò che vi ho appena scritto: è l’angolo urbano più anonimo e banale che si possa considerare eppure, la luce, le ombre, i chiaroscuri, le armonie cromatiche tanto semplici quanto perfette… agli occhi di chi ammira si palesa inopinatamente una visione straordinaria, inspiegabile e intrigante, enigmatica e affascinante. Anche se si è perfettamente consci che quella ammirata sia soltanto la raffigurazione di qualcosa di pienamente ordinario. Ecco, qui sta la magia, questo è il prodigio mirabile (ovvero uno dei prodigi) dell’arte di Hopper. Una dote espressa e eguagliata forse solo da pochissimi altri artisti nella storia o forse, io dico probabilmente, da nessun altro.

[1] Entrambe le citazioni sono tratte da https://luoghidautore.com/2013/10/07/edward-hopper-un-americano-a-parigi/.