La TV diseducativa, anzi, barbarizzante

Ma la vera domanda è un’altra: perché praticamente tutta la TV generalista (RAI, Mediaset e La7) ha affidato in blocco il commento della cronaca e l’analisi politica a un pugno di persone, sempre le stesse, su tutti i canali? È mai possibile che questa trentina di individui siano gli unici in grado di commentare ogni santo giorno su tutti i canali televisivi? No, che non lo sono.
Quanti studiosi ed esperti, con una professionalità specifica, potrebbero contribuire al dibattito pubblico?
Quanto fa bene questa concentrazione alla democrazia?
Quale spazio rimane alle idee, alle libere opinioni?
Che servizio pubblico è ormai quello della RAI?
Stiamo affondando nel populismo informativo, quello che rifiuta ogni argomentazione logica per difendere posizioni a priori, che affida il confronto televisivo ai giornalisti tra di loro, mentre ha abdicato a chiedere il confronto tra i politici.

Tratto da Come diventare sovranisti con la TV generalista di Emanuela Marchiafava, un articolo pubblicato ne “Il Post” col quale, in modo tanto semplice quanto illuminante, viene messo in evidenza il legame inesorabile tra TV generalista, col relativo livello infimo delle sue trasmissioni in specie inerenti il dibattito politico, e coltivazione di un sentimento diffuso di matrice populista, nel senso peggiore del termine, con mire antidemocratiche. Poi, per fortuna, io la TV non la guardo, ma l’eco della sua bieca miseria mi giunge comunque, e ciò mi rende interessante tale articolo.

Postilla assolutamente personale: quanto sopra lo affermo pur constatando la militanza politica di Marchiafava, che per quanto mi riguarda non è differente nella sostanza (in bene e in male) rispetto ad altre – senza che ciò tolga nulla all’autrice e al valore delle sue parole, in questo e negli altri casi. Ribadisco: è un’opinione strettamente personale.

Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo nella sua interezza.

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Quando i libri erano i “social”

Qualunque libro, per innocuo, per utile che sia, può diventare dannoso, secondo la mente dell’uomo che ‘l legge.

(Giuseppe BianchettiDei lettori e dei parlatori: saggi due, Le Monnier, Firenze 1858, pag.31.)

Ecco: provate a sostituire la parola “libro” con social e converrete che quasi due secoli fa avevano già capito l’andazzo.

Un test

Sto pensando a dove si potrebbero installare aggeggi come quello raffigurato nell’illustrazione qui sopra e, pur meditando a fondo e a lungo, mi viene sempre in mente un luogo, principalmente, solo che se lo dicessi/scrivessi poi sicuramente qualcuno finirebbe per darmi del sovversivo e allora, beh… allora no, non ve lo dico che li metterei accanto ai seggi elettorali condizionando al “risultato” la partecipazione al voto. Già
Ma appunto, scordatevelo proprio che lo scriva. Ecco.

“Il gioco del mondo” al Salone del Libro di Torino ’19

Eccolo qui dunque, fresco fresco di presentazione, il manifesto – firmato da MP5 – dell’edizione 2019 del Salone del Libro di Torino.

Così si legge nel comunicato stampa relativo: “La cultura non contempla frontiere o linee divisorie, la cultura i confini li salta. Supera divisioni, frantuma muri, balza dall’altra parte. Per creare. Come fa il lettore del “contro-romanzo” di Julio Cortázar, grande maestro del Novecento, libro sconfinato e invito alla ribellione, alla fuga e all’avventura, perché costruito in modo che chi legge possa scegliere dove andare attraverso le pagine, da leggere oppure scartare. È Il gioco del mondo, una delle opere più felici e influenti degli ultimi cinquant’anni, titolo e tema scelti per questa 32° edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino.

Be’, premesse molto interessanti, nella speranza che il direttore Nicola Lagioia possa fare un ottimo lavoro – ancor più degli scorsi anni, senza nulla togliervi – e trarne assai proficui risultati. Per il Salone e, soprattutto, per i libri e la lettura – è ormai ridondante affermarlo, ma sempre necessario, che di essi c’è sempre più un disperato bisogno, qui.

Le notizie più “importanti”, e più inutili

Ma non sarebbe finalmente il caso di pubblicare un quotidiano sul quale non ci siano notizie relative alla “politica” e al relativo teatrino dei partiti e dei politici, se non quelle assolutamente fondamentali (e non sono più di quattro o cinque all’anno)? Non ci vorrebbe una buona volta il coraggio di ammettere che le suddette notizie che così tanto infarciscono gli organi di informazione italiani non sono altro che marchette da elargire a questo o quell’altro riferimento partitico, le quali all’opinione pubblica e al suo livello di cognizione civica non provocano altro che danni? Non dovrebbe essere la missione naturale e imprescindibile della stampa quella di comunicare al pubblico l’essenza dei veri fatti piuttosto della vuotezza di così tante parole, di informare e non di annunciare, di agevolare a chiunque la comprensione della realtà invece di appoggiare chi la vuole mistificare per propri esclusivi fini? O, più semplicemente, di comunicare notizie utili e importanti, non cronache arroganti e sterili?

Si dice tanto, e spesso, di come la “politica” abbia ormai raggiunti livelli infimi, eppoi quotidianamente le prime pagine ovvero le homepage di tutti i giornali o i sommari dei notiziari radiotelevisivi – senza contare gli innumerevoli talk show – traboccano di citazioni, dichiarazioni, asserzioni, provocazioni, blaterii, slogan, sparate, smargiassate, stupidaggini dei politici del momento. Ma, sinceramente, tale informazione politica cosa porta di buono e utile al paese, alla sua opinione pubblica, alla conoscenza della realtà dei fatti, alla consapevolezza civica delle persone? Veramente è il caso di consumare tonnellate di carta e inchiostro, o di energia elettrica e mano d’opera tecnologica ovvero di quant’altro di assimilabile, per comunicare “notizie” che non comunicano nulla e non fanno altro che peggiorare continuamente i suddetti livelli politici, quelli del pubblico confronto sociale, la chiarezza e la cognizione della realtà nonché, per inesorabile pandemia e conseguente circolo vizioso, la qualità dell’informazione e dei suoi organi?

Per me no, non è assolutamente il caso. E sono convinto che se la stampa sprecasse meno tempo nelle chiacchiere dei politici e lo impiegasse invece per diffondere notizie, cronache e approfondimenti su temi realmente importanti, il nostro mondo sarebbe molto migliore, meno ipocrita e incattivito, più consapevole e civile, ecco.
E magari la stampa, in tal modo, non sarebbe nemmeno così in crisi come pare sia, già.