Le notizie più “importanti”, e più inutili

Ma non sarebbe finalmente il caso di pubblicare un quotidiano sul quale non ci siano notizie relative alla “politica” e al relativo teatrino dei partiti e dei politici, se non quelle assolutamente fondamentali (e non sono più di quattro o cinque all’anno)? Non ci vorrebbe una buona volta il coraggio di ammettere che le suddette notizie che così tanto infarciscono gli organi di informazione italiani non sono altro che marchette da elargire a questo o quell’altro riferimento partitico, le quali all’opinione pubblica e al suo livello di cognizione civica non provocano altro che danni? Non dovrebbe essere la missione naturale e imprescindibile della stampa quella di comunicare al pubblico l’essenza dei veri fatti piuttosto della vuotezza di così tante parole, di informare e non di annunciare, di agevolare a chiunque la comprensione della realtà invece di appoggiare chi la vuole mistificare per propri esclusivi fini? O, più semplicemente, di comunicare notizie utili e importanti, non cronache arroganti e sterili?

Si dice tanto, e spesso, di come la “politica” abbia ormai raggiunti livelli infimi, eppoi quotidianamente le prime pagine ovvero le homepage di tutti i giornali o i sommari dei notiziari radiotelevisivi – senza contare gli innumerevoli talk show – traboccano di citazioni, dichiarazioni, asserzioni, provocazioni, blaterii, slogan, sparate, smargiassate, stupidaggini dei politici del momento. Ma, sinceramente, tale informazione politica cosa porta di buono e utile al paese, alla sua opinione pubblica, alla conoscenza della realtà dei fatti, alla consapevolezza civica delle persone? Veramente è il caso di consumare tonnellate di carta e inchiostro, o di energia elettrica e mano d’opera tecnologica ovvero di quant’altro di assimilabile, per comunicare “notizie” che non comunicano nulla e non fanno altro che peggiorare continuamente i suddetti livelli politici, quelli del pubblico confronto sociale, la chiarezza e la cognizione della realtà nonché, per inesorabile pandemia e conseguente circolo vizioso, la qualità dell’informazione e dei suoi organi?

Per me no, non è assolutamente il caso. E sono convinto che se la stampa sprecasse meno tempo nelle chiacchiere dei politici e lo impiegasse invece per diffondere notizie, cronache e approfondimenti su temi realmente importanti, il nostro mondo sarebbe molto migliore, meno ipocrita e incattivito, più consapevole e civile, ecco.
E magari la stampa, in tal modo, non sarebbe nemmeno così in crisi come pare sia, già.

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Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte III)

Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio. Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Si dimostra “chiaroveggente” in modo incredibile, Calvino, in questo brano delle Lezioni Americane, che pare una descrizione degli attuali social media scritta oggi, non 35 anni fa. Ma anche più avanti il grande scrittore ci offre un’illustrazione sorprendentemente attuale della nostra civiltà, ove segnala che, in fondo, le immagini sono inconsistenti perché il mondo è inconsistente, perché lo è la vita di molte, troppe persone, per le quali le immagini diventano l’unica manifestazione paradossalmente possibile, invero del tutto virtuale e priva di autentica vitalità se non di vera umanità. D’altro canto cosa sono “le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine” se non, pure qui, una profetica definizione del presente che viviamo, del tutto correlabile al concetto baumaniano di società liquida ovvero della “forma” con cui spesso si manifestano le (non) relazioni sociali odierne?

Sono passati 35 anni, appunto. E non sono passati bene, ahinoi.

Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte II)

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.

(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)

Si badi bene: nel 1985, quando Calvino scrisse le sue Lezioni Americane, il web era solo all’inizio e non esistevano i social, tanto meno la politica era degradata come oggi e il termine “ideologia” un qualche senso l’aveva ancora, nel bene e nel male.

Che mai potrebbe scrivere Calvino, oggi, se dovesse esprimere delle osservazioni come quelle delle Lezioni? Se già allora gli pareva che si stesse manifestando “un’epidemia pestilenziale“, di quale ancor più letale malattia soffre l’umanità contemporanea?

TrumPutin

In fondo non c’è da sorprendersi più di tanto rispetto a quanto si è visto nel vertice di Helsinki tra gli attuali leader di USA e Russia, con il primo palesemente remissivo se non succube del secondo. Semplicemente, si è chiuso l’accordo in essere tra i due: prima la Russia ha dato una mano all’attuale presidente americano ad essere eletto, ora questi mette in atto lo scambio concordato e si pone al servizio – ovvero pone il proprio paese al servizio – del presidente russo. E tutti i precedenti attriti diplomatici, le dichiarazioni bellicose, le sanzioni? Ovviamente una messinscena funzionale a quanto visto a Helsinki.

Peraltro, di nuovo viene efficacemente dimostrato come tanti di questi “leader forti” che comandano (per ragioni sovente “bizzarre”) il mondo sono in verità politicanti assai deboli, la cui presunta forza, meramente fisica e mai politica, socioculturale o intellettuale, non è che il solo modo a loro disposizione per nascondere l’effettiva debolezza e mantenere il potere. I due di Helsinki sono ottimi esempi di ciò: quello americano si è ritrovato presidente della propria nazione un po’ come il pianista dell’orchestra di bordo d’una nave da crociera si potrebbe ritrovare capitano della stessa; riguardo quello russo, possono bastare le centinaia di giornalisti uccisi, stranamente quasi tutti suoi critici e oppositori – un po’ come vincere una partita a calcio eliminando fisicamente la difesa avversaria.

Insomma: c’era quasi da restare più tranquilli ai tempi della guerra fredda, verrebbe da dire! Certo, c’erano in circolazione più armi nucleari innescate, ma pure moooolte meno fake news. E meno fake leaders, ecco.

(Per conoscere la fonte dell’immagine in testa al post, cliccateci sopra.)

Impingement… impicment… impichment!

Risulta estremamente interessante e assai emblematico questo articolo di Dailybest, dal quale si evince che la maggior parte degli italiani, che in queste ore invoca a destra e a manca impeachment presidenziali, in verità ha grossi problemi nello scrivere correttamente il termine impeachment, al punto da far supporre che pure in quanto a significato di esso, e in tema di relativo valore giuridico, ne sappia ancora meno. Sempre che non intenda invocare, per l’attuale Presidente della Repubblica Italiana, una patologia legata ai quattro muscoli che permettono il movimento della spalla – ovvero il cosiddetto impingement sub-acromiale. Ma non credo: gli italiani sono un popolo di commissari tecnici, primi ministri, giudici di talent show, esperti o meno di vaccini e quant’altro ma non di ortopedici tanto preparati!

A proposito: no, quel Conte che ha provato a fare il governo non è quell’altro che ha fatto l’allenatore della nazionale di calcio. Anche se in effetti i due incarichi sarebbero ormai tranquillamente sovrapponibili, nell’immaginario collettivo italiota contemporaneo, già.

In ogni caso l’intero articolo di Dailybest citato risulta significativo, appunto, per comprendere bene con chi si ha a che fare, nell’Italia dell’anno di (dis)grazia 2018. Inesorabilmente significativo, anzi, visto lo stato delle cose. Perché, se è del tutto vero che ogni popolo ha i governanti che si merita, qui pare ormai ancor più obiettivo che “certi popoli idioti non possono che avere quei governanti idioti che si meritano.” E ciò con piena par condicio, eh!

«Escalabar… Escansala… Eschizibur… Escansa…»
«Excalibur, imbecille!»

(Superfantozzi, 1986 – clic)