Ecopsicologia

Mentre nel giro di solo un paio di giorni, nel nord Italia, si è passati dai 25°C e più di un’estate troppo tardiva alla neve poco oltre i 1000 m di quota di un inverno inopinatamente precoce, e nel frattempo che l’Organizzazione Meteorologica Mondiale pubblica un rapporto – ripreso da molti media internazionali, come il “The Guardian”, e da pochissimi media italiani (un’eccezione qui) – nel quale si dimostra che l’aumento medio delle temperature in Europa è doppio rispetto al resto del pianeta, viene da riflettere in merito allo stress biologico al quale l’ambiente naturale viene sottoposto in forza dei cambiamenti climatici in corso e delle loro bizzarre, imprevedibili variazioni. Ma, considerando che piante e animali hanno una capacità di resilienza differente e per molti versi maggiore del genere umano, che semmai la basa in gran parte sulla propria tecnologia e poco sull’adattabilità biologica, ancor più viene da pensare a quali conseguenze il clima che affrontiamo e in futuro sempre di più subiremo sarà sottoposto l’uomo, anche per come la sua “civiltà” – non tutta, ma molta – continui a mantenere un atteggiamento, verso la situazione climatica in corso, di sostanziale disinteresse diffuso.

È un tema che studia l’ecopsicologia, disciplina ancora relativamente giovane – è nata negli USA a fine anni Ottanta – ma che è destinata a diventare sempre più importante nell’analisi della nostra relazione comportamentale con il mondo in cui viviamo e con la sua dimensione ecologica così scossa dalla crisi climatica. Se è risaputo che il luogo con il quale interagiamo e le sue caratteristiche ambientali condizionano noi e la nostra presenza in esso sia dal punto di vista fisico che psichico, è ben difficile considerare e stabilire quanto la variabile climatica, un tempo marginale ma ormai destinata a diventare una condizione sempre più presente e impattante sull’ambiente, influisca e influirà sull’uomo. Certo l’entità del cambiamento climatico in corso non lascia ben sperare al riguardo, d’altro canto la comunità umana possiede(rebbe) gli strumenti culturali necessari a sviluppare una maggiore e proficua resilienza nei confronti del clima, a partire dalla presa di coscienza compiuta sulla realtà climatica sulla quale fondare qualsiasi evoluzione sociale, tecnologica, antropologica ovvero quell’intelligenza ecologica – altro concetto recente ma assai importante – che ci consenta di vivere al meglio e in armonia con il pianeta e la sua realtà. Nella speranza che l’ecopsicologia serva anche negli anni prossimi a indagare e comprendere meglio la nostra relazione con l’ambiente e non ad analizzare e curare un disagio psichico legato al clima divenuto drammaticamente grave e diffuso.

P.S.: qui c’è un interessante report da leggere sui temi sopra citati, redatto dall’Italian Institute for Planetary Health e intitolato Cambiamenti climatici, studio IIPH: impatto allarmante sulla salute pubblica. L’immagine in testa al post è tratta da questo articolo di “Greenreport.it” che rimanda allo studio dell’IIPH.

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L’irrefrenabile pandemia delle parole

P.S. (Pre Scriptum): scrivevo il post sottostante più di nove mesi fa, a marzo 2021, e mi pare che ancora oggi, forse anche più di allora, sia assolutamente, drammaticamente valido. E non mi sembra che siano in vista sviluppi positivi al riguardo: troppi sulla pandemia di parole inutili intorno al Covid ci stanno marciando – e magari pure guadagnando – alla grande. D’altro canto, da che mondo è mondo per le malattie prima o poi la cura la si trova, per certi cinismi e cert’altre meschinità è ben più difficile, purtroppo.

Comunque, se fin dall’inizio della pandemia la scienza si è impegnata nell’indagare la correlazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del Covid-19, trovando significativi riscontri oggetto di un articolato dibattito scientifico (qui trovate una buona cronaca al riguardo), io credo che sarebbe finalmente il caso di indagare anche la correlazione tra propagazione del Coronavirus e sproloquiare mediatico, già. Dacché una cosa che io ritengo pressoché inconfutabile, generata dalla pandemia in corso, è stata l’aumento spropositato di parole a vanvera da parte di chiunque (o quasi) si sia ritrovato a parlare ad un media pubblico, le quali hanno generato un tale caos comunicativo e informativo da – io credo – aver influito inesorabilmente sulla situazione dei contagi rilevata in questi mesi.

Solo che io, be’, non sono virologo, epidemiologo, medico, scienziato o che altro, dunque mi verrebbe da invocare, alla comunità scientifica, la suddetta ricerca obiettiva e razionale al fine di comprendere meglio la questione. Una ricerca necessaria proprio in forza dell’irrazionalità della comunicazione che abbiamo subìto in questo ultimo anno, ecco.

Detto ciò, temo poi che anche stavolta da una tale ricerca e dalle sue potenziali evidenze non sapremo imparare nulla di buono e utile per il futuro: ma qui si tratta di un altro tipo di “pandemia”, di natura mentale, ormai congenita nell’uomo contemporaneo. Purtroppo.

2 giugno e altre “blasfemie”

[Immagine tratta da qui.]
Spiego la blasfemia istituzionale del mio post di ieri.

Sono convinto da sempre che, per considerarsi cittadini di uno stato, sia esso definibile anche “nazione” oppure no, sia necessaria una pur minima conoscenza dello stato stesso, della sua storia, della sua geografia (vedi il post di stamattina), della cultura e delle istituzioni materiali e immateriali fondamentali – così come, ovviamente, lo stato-istituzione deve conoscere i propri cittadini. È la base della relazione identitaria che forma, concretamente, la società civile del paese e conferisce ad essa valore e considerazione, anche a livello internazionale, e di contro che permette a tale società di non essere una mera somma di individui-numeri privi della cultura peculiare del paese e incapaci di riconoscersi in esso nel modo più virtuoso possibile (e non semplicemente esultando quando segna la nazionale di calcio, per essere chiari).

Ecco: detto ciò, ho passato anni a chiedere a tante persone, conoscenti o meno, in occasioni delle festività civili nazionali italiane (2 giugno, 4 novembre, 25 aprile, eccetera), se sapessero cosa si festeggi in quelle occasioni. Tanti mi hanno risposto correttamente (alcuni con un po’ di confusione ma passi), tanti altri, e io penso troppi, no. C’è gente che il 2 giugno ritiene sia la festa dell’Unità d’Italia, e che il 25 aprile si festeggi la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale – la “vittoria”, sì.

Posto quanto ho scritto poc’anzi, per me è altamente discutibile che una persona che non conosca cosa si festeggia il 2 giugno – o che non sa quale sia il fiume più lungo d’Italia o quando cada il Rinascimento, per dire – possa considerarsi “italiano”. Andate in Svizzera a chiedere che ne pensano di un eventuale concittadino che non sappia cosa è accaduto il primo di agosto del 1291, e poi mi dite. Per metterla in altro modo: non sono affatto convinto che la cittadinanza di un paese, quando sia un diritto “naturale” ovvero legata allo ius sanguinis, esimi il cittadino dal possedere una, ribadisco, pur minima conoscenza culturale del suo paese. Altrimenti, ribadisco pure questo, che ne ricava il maggior danno è il paese stesso in quanto entità istituzionale e comunità civica, che col tempo (e rapidamente) vanno a perdere valore, importanza e dunque a svanire irrimediabilmente.

Bene, dopo tutti quegli anni di domande, di risposte errate e di conseguenti constatazioni che la suddetta conoscenza civica e culturale del proprio paese in troppi italiani non c’è, mi riconfermo ciò che da tempo penso, e che più o meno equivale a quanto già sentenziò il Metternich (nell’interpretazione corretta e assolutamente fattuale, non in quella distorta e funzionalmente dispregiativa) e, riguardo le festività nazionali italiche, la butto inesorabilmente sul ridere. Perché in effetti fa ridere, la cosa.
Tanto, appunto, per molte persone cambia poco o nulla – poi a breve cominciano gli Europei di calcio e allora torneranno tutti quanti orgogliosi “patrioti”, no?

Ecco. Amen.

 

Viva la Repubblica!

Ciascun governo istituisce leggi per il proprio utile; la democrazia fa leggi democratiche, la tirannide tiranniche e allo stesso modo gli altri governi. E una volta che hanno fatto le leggi, eccoli proclamare che il giusto per i governati si identifica con ciò che è invece il loro proprio utile, e chi se ne allontana lo puniscono come trasgressore sia della legge sia della giustizia. In ciò consiste, mio ottimo amico, quello che dico giusto, identico in tutte quante le poleis, l’utile del potere costituito. Ma, se non erro, questo potere detiene la forza. Così ne viene, per chi sappia ben ragionare, che in ogni caso il giusto è sempre identico all’utile del più forte.

(Platone, Repubblica, Libro I, 338e-339a, traduzione di Roberto Radice, in Tutti gli scritti, a cura di Giovanni Reale, Bompiani, Milano, 2005.)

P.S.: è questa la Repubblica che si festeggia oggi, giusto?

Auguri a Bob Dylan, ma…

[Bob Dylan raffigurato in un graffito su un muro di Manchester, UK. Foto di hugovk @ flickr,  https://www.flickr.com/photos/hugovk/https://www.flickr.com/photos/hugovk/125953317/, CC BY-SA 2.0: fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]
Oggi la gran parte del mondo della musica e milioni di fan in giro per il mondo rendono omaggio a Bob Dylan, nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Mito assoluto della musica contemporanea, inventore della figura del “cantautore” e del folk rock, poeta vincitore d’un Nobel, anzi, “menestrello del rock”, eccetera, approfitto di questo suo così importante genetliaco per dire (così confondendomi nella massa giubilante e sperando di apparire meno irriverente) che trovo da sempre Dylan uno degli artisti musicali più noiosi, soporiferi, sovente assai poco attraenti e a volte sconcertanti che abbia mai ascoltato. Trovo che abbia scritto cose sublimi ma pure cose a dir poco mediocri, e ho letto suoi versi veramente meravigliosi come altri che paiono scritti da un alunno di terza elementare, al punto da farmi chiedere se fosse lo stesso autore ad aver scritto gli uni e gli altri. Il che me lo fanno apparire – a me medesimo, ribadisco – certo non più mirabile di altri grandi artisti della musica o della parola scritta a lui coevi o successivi, la cui produzione ritengo in generale di qualità superiore e più costante nel tempo ma di contro molto meno osannati e culturalmente emblematizzati.

Ecco.

Detto ciò, non è assolutamente mia intenzione mettere in discussione la fama, la considerazione, l’influenza e la riverenza che Dylan ha accumulato nel tempo fino a oggi, tutte così indubitabilmente meritate, e ne riconosco pienamente il valore storico e culturale come lo può riconoscere il suo più grande fan (d’altro canto difesi pure l’assegnazione del Nobel a Dylan, parecchio criticata da tanti altri): primo, perché io non sono nessuno per permettermi ciò, e secondo perché non è quello che voglio affermare qui ora. E non è nemmeno una questione di “bastiancontrariaggine” o di mostrarsi alternativi e fuori dal coro contro la voce della maggioranza. Semmai, e molto semplicemente, voglio rimarcare che si può diventare grandi anche senza ascoltare Dylan e senza per questo apparire dei poveri idioti, forse.

Forse, eh, lo ripeto.

Dunque mi auguro di essere la classica eccezione che conferma la regola (ben felice di passare per un povero idiota, nel caso), e auguro a Bob Dylan di non farsi ascoltare da me per ancora moltissimi dischi e altrettanti innumerevoli anni.