Né da una parte, né dall’altra

Siccome alla fine sono un povero ingenuotto, ogni volta resto ingenuamente basito dal constatare come certe persone (non poche, intendo), pur considerabilmente a modo, non riescano proprio a concepire che una persona (lo scrivente, in tal caso) nelle tante questioni spesso assai basse che animano l’opinione pubblica nazionale, dividendola quasi sempre in modo manicheo (o bianco o nero, o destra o sinistra, o caldo o freddo, per dire), possa non essere schierata da una parte o dall’altra ma invece possa avere una propria idea indipendente, ovvero non legata ai due schieramenti. Ti guardano come fossi un alieno (eh!), come fosse impossibile non stare con l’uno o con l’altro, come se quella posizione indipendente rivendicata sia una manifestazione di stupidità e non di libertà di pensiero. Anzi, la “libertà” da essi considerata è semmai solo quella di poter (dover) scegliere se stare da una parte o dall’altra, così da poter essere “identificato” e soggetto alla loro comunanza o di contro ai loro attacchi. Ecco: siccome a stare al di fuori di questo teatrino dei burattini non si dà modo a quelli di poter solidarizzare oppure polemizzare, si sentono del tutto smarriti ma, nella loro percezione distorta della questione, sono convinti che sia io quello smarrito, che non ha capito niente o che magari è stupidotto al punto da non arrivarci, nelle cose.

E io, che non perdo alcuna occasione di rivendicare la mia più assoluta libertà intellettuale, di pensiero e d’azione e l’indipendenza da qualsivoglia punto di vista, che posso accettare o contrastare liberamente oppure proponendovi una o più alternative ma il tutto previa la personale riflessione, ponderazione e scelta, più mi ritrovo ad avere a che fare con tali atteggiamenti e più mi sento sicuro della mia posizione. Forse proprio perché sono ingenuo e stupidotto, già, ma pure perché sono libero. Ecco.

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Se l’esperto oggi non esperisce più

In diversi ambiti è in atto una tendenza che mette in discussione o non riconosce l’importanza del ruolo dell’esperto, trattando competenze e conoscenze specifiche al pari di opinioni qualsiasi e quindi valevoli l’una quanto l’altra. […] Già Edgar Morin e Norberto Bobbio hanno concepito il ruolo dell’esperto non tanto come colui che possiede certezze, conoscenze, competenze solide, stabili e permanenti, piuttosto come qualcuno che individua bisogni, pone domande e dubbi. Qualcuno che tratta la conoscenza ben sapendo quanto sia immenso e illimitato ciò che non conosce. I fenomeni in atto richiedono una ridefinizione del ruolo dell’esperto, degli strumenti di lavoro, delle metodologie, delle relazioni. Un rischio odierno, all’opposto, è la tendenza all’iper-specializzazione del sapere, che porta alla frammentazione sempre più specifica della conoscenza. Dall’urbanistica alla antropologia, dalla medicina alla cultura, dalla biologia alla psicologia, dall’economia all’informazione, le modalità per cercare di rispondere a tali problematiche stanno nella necessità di “legare le conoscenze separate, compartimentate, disperse” (Edgar Morin, 2018). Solo la connessione tra le conoscenze può infatti tener conto della complessità dei problemi e solo la consapevolezza della loro interrelazione può indicare soluzioni efficaci.

(Francesco De Biase – nella foto qui a lato -, saggista e dirigente pubblico del Comune di Torino, riflette su cause e conseguenze della crisi che sta investendo il ruolo dell’“esperto” nel tempo contemporaneo, in qualsiasi area del sapere, nell’editoriale di Artribune #44. Un argomento intorno al quale per altre vie mi sono trovato di recente ad avere a che fare e sul quale ho meditato: senza dubbio rappresenta una questione di cruciale importanza riguardo la produzione, la gestione e la diffusione di cultura nella società di oggi, ove a fronte di una disperato bisogno di contenuti culturali di elevata qualità – in ogni ambito – si assiste troppo frequentemente a delegittimazioni della cultura, di chi la produce e del suo fondamentale valore sociale e politico. Potete leggere l’interessante testo di De Biase al completo cliccando qui.)

Star(nuti) wars!

A ben vedere, contro certi antipatici malanni di stagione – raffreddori megagalattici con starnuti la cui forza d’urto fa vibrare le campane di campanili a km di distanza, ad esempio – per di più aggravati negli effetti dal clima impazzito nel quale ci ritroviamo a vivere, tipo che oggi nevica e domani fa 25° al Sole, nemmeno il lato oscuro della forza può fare qualcosa!

(Comunque, secondo le regole del galateo, chi starnutisce in pubblico dovrebbe subito scusarsi ma nessuno dovrebbe rispondere “salute”, perché tale gesto concentrerebbe ancora di più l’attenzione sulla persona che ha starnutito, mettendola in imbarazzo e, a seconda dei contesti, distogliendo l’attenzione delle persone. Ecco.)

P.S.: no, io non ho il raffreddore. Ma tante persone sì, a quanto odo.

L’oroscopo perfetto

Quando l’oroscopista (o come diavolo si chiami) finalmente si capacita del fatto che sia inutile star lì tutti i giorni a inventarsi dodici fregnacce quando ne basta una per tutti e amen, a posto così che tanto è uguale.
Ecco.

(Oroscopo pubblicato sulla versione cartacea de La Provincia Pavese di oggi, via nonleggerlo/Cesare Marise.)

La soluzione finale

Io, in ogni caso, resto fermamente convinto che se si eliminasse la TV questa nostra società sarebbe migliore e più civica di quanto sia. Oppure, sarebbero da istituire dei – se mi passate la definizione – “corsi di visione intelligente del mezzo televisivo” chiaramente obbligatori per tutti. Perché, sia chiaro, il problema non è la TV in sé: è ciò che propina e in che modo il suo pubblico assume quello che gli viene propinato – con tutte le relative conseguenze. È d’altro canto inutile continuare a dibattere se si sia degradato prima il pubblico oppure i programmi, ovvero chi abbia generato una certa domanda e una certa conseguente offerta: è ormai esercizio di pura retorica, interessante nella forma ma inutile nella sostanza, appunto.

E siccome immaginare di cambiare i palinsesti attuali è cosa assai ardua, per quante poltrone si dovrebbero far saltare e per quanta gente su di essi subdolamente ci campa, verrebbe più facile educare le persone alla visione di quei (pochi) programmi intelligenti (il che non significa automaticamente che debbano essere culturali) che qualche canale ha ancora l’ardire di produrre. Tuttavia, posto che pure tale soluzione potrebbe risultare di assai ardua realizzazione, anche in forza dello stato di grave e forse irrecuperabile lobotomizzazione televisiva ormai sofferto da molti telespettatori, facciamola breve, eliminiamo la TV e tutto quanto di relativo e stop, fine, basta, amen. Ecco.

P.S.: hanno un bel dire, al momento, quelli che sostengono che in fondo il web è uguale se non peggio della TV. Forse lo sarà, un domani, forse invece non lo sarà mai, fosse solo per la sua naturale pluralità e la ben più libera fruibilità. Infatti, non a caso, nel giro di qualche anno il web se la mangerà, la TV: e se questo sarà buona cosa o ulteriore tragedia lo scopriremo solo assistendo, già.